Citazioni evangeliche relative a Dante Alighieri

Dante Alighieri è un poeta profondamente radicato nella Scrittura: ascolta e riflette sulla Bibbia come studioso, ma soprattutto come credente. Nella Divina Commedia il testo biblico non è soltanto una fonte di citazioni, bensì il fondamento di un sistema poetico fatto di metafore, simboli e temi teologici, politici e narrativi.

Le citazioni evangeliche relative a Dante si comprendono quindi all’interno di un più ampio rapporto con la tradizione cristiana. Sono state individuate circa un migliaio di citazioni bibliche, insieme a riferimenti espliciti a personaggi e vicende storiche del testo sacro, allusioni e rimandi alla sua interpretazione.

Dante e il grande codice della Bibbia

È indubbio il rimando a quel grande codice della civiltà medievale che è la Bibbia, e questa indagine merita sempre un approfondimento soprattutto in sede ermeneutica, andando oltre le mere rilevazioni statistiche e testuali.

Oltre ai riferimenti alla cultura classica, Dante elaborò, attraverso un confronto con le Scritture, un sistema poetico di metafore, simboli e temi teologici, politici e narrativi, che sono il tessuto della Divina Commedia. La Bibbia non è solo la sua lettura, ma riflette la predicazione medioevale e in particolare la celebrazione liturgica sia ecclesiale che popolare.

Uno studio di C. Lund-Mead e A. Iannucci, prendendo come base la Vulgata, la traduzione latina di san Girolamo e il testo biblico in uso nel Medioevo occidentale, ha fornito risultati impressionanti. Sono state individuate circa un migliaio di citazioni bibliche, espliciti riferimenti a personaggi e vicende storiche del testo sacro, allusioni e rimandi alla interpretazione biblica.

Certo è che Dante, nella linea di tutti gli autori medievali, ha come testo di riferimento la Vulgata, probabilmente nella tipologia allora comune del codice Parisiensis. Le eventuali varianti rispetto a tale modello sono poco rilevanti ai fini di un’ipotetica critica testuale biblica dantesca, perché sembrano nascere più da esigenze intrinseche al ritmo o al verso dantesco.

Il viaggio dantesco come itinerario cristiano

“Nel mezzo del cammin di nostra vita / mi ritrovai per una selva oscura, ché la diritta via era smarrita” (Inferno, I, 1-3).

Era comune pensiero nel Medioevo che la vita dell’uomo avesse compimento ai settant’anni, e ciò in base al Salmo 89,10: “Gli anni della nostra vita sono settanta”. Dante afferma di essere a metà della sua vita, circa trentacinque anni: siamo nel 1300, l’anno del primo giubileo della cristianità.

Per la mentalità medioevale la vita è un cammino dall’esilio terreno alla patria celeste, un viaggio dopo la cacciata dal paradiso terrestre per un ritorno a Dio; è la concezione dell’uomo come viator. Un tema oggi molto attuale, come dimostra il nuovo interesse per i pellegrinaggi a piedi sia religiosi sia laici.

I versetti iniziali sono allusivi al testo di Isaia 38,10: “A metà dei miei giorni andrò alle porte degli inferi”, dove il re Ezechia, guarito da Dio, intona un canto di lode. Con il Salmo 89 e il riferimento a Isaia, Dante rilegge la sua vita e quella di tutti come smarrimento e salvezza: la Commedia diventa un testo sia allegorico sia autobiografico.

L’esperienza dantesca diventa il valore morale per tutti, una “svolta” per ritrovarsi e raggiungere la meta in Cristo: “via, verità e vita” (Giovanni 14,6).

La “selva”, luogo e simbolo di ogni allontanamento da Dio, è in parte superata dalla fatica del poeta di cercare di raggiungere il colle. È il guardare verso l’alto, verso la luce del sole nascente, come insegna il Salmo 120,1: “Alzo gli occhi verso i monti, da dove mi verrà l’aiuto?”.

Tale gesto prelude e prepara la conversione e il cammino di ritorno a Dio: “Guardai in alto e vidi le sue spalle / vestite già de’ raggi del pianeta / che mena dritto altrui per ogni calle”.

Il viaggio della Commedia ha una forte valenza simbolica e serve per avvicinarsi al divino, in un itinerario fatto da un uomo consapevole di essere ad immagine e somiglianza di Dio e che cerca, durante il viaggio, di maturare e purificare il suo animo.

In fin dei conti Dante sta dicendo che ogni uomo, in quanto fatto ad immagine e somiglianza di Dio, deve cercare nel suo itinerario di vita di avvicinarsi quanto più possibile a Dio.

Il Vangelo di Luca e la misericordia divina

Un esempio neotestamentario può essere riconosciuto nel distico del Purgatorio, III, 122-123, ove Manfredi, re di Napoli e Sicilia, esalta “la bontà infinita [di Dio il quale] ha sì gran braccia, / che prende ciò che si rivolge a lei”.

In dissolvenza a queste parole è facile immaginare la parabola del Vangelo di Luca che ha per protagonista il padre che “corre incontro” al figlio prodigo, “gettandoglisi al collo e baciandolo” (Luca 15,20).

Il passo evangelico illumina la figura della misericordia divina: la bontà di Dio possiede “sì gran braccia” da accogliere chiunque ritorni a lei. Il tema del ritorno, già presente nel passaggio dalla selva alla via diritta, assume così una dimensione esplicitamente evangelica.

La parabola del figlio prodigo costituisce uno dei riferimenti più efficaci per comprendere l’idea dantesca di salvezza come ritorno. La creatura smarrita non viene presentata soltanto come colpevole, ma anche come capace di rivolgersi nuovamente al bene e di essere accolta dalla misericordia.

Rembrandt padre figlio prodigo misericordia

La Vulgata e la lingua della fede

Dante è consapevole delle difficoltà che si interpongono nell’uso dei cantici biblici, sia perché intrecciano poesia e teologia sia perché vengono accolti attraverso una serie di mediazioni legate alle traduzioni: dall’originale ebraico al greco della versione dei Settanta, fino al latino della Vulgata e talora alla resa volgare.

Scrive infatti nel Convivio che la difficoltà di tradurre è la ragione per cui i versi del Salterio sono “sanza dolcezza di musica e di armonia”, perché furono “transmutati d’ebreo in greco e di greco in latino”, e nella prima trasformazione tutta quella dolcezza venne meno.

Dante è il primo a teorizzare l’uso di una lingua media che fosse più comprensibile del latino e che avesse una propria dignità, come spiega diffusamente nel De vulgari eloquentia. La sua lingua poetica diventa così un veicolo capace di trasmettere anche contenuti religiosi, morali e teologici.

Leggendo la Commedia ci accorgiamo subito del forte grado d’identificazione della lingua che parliamo oggi con la lingua usata da Dante, pur tenendo conto delle inevitabili modificazioni lessicali, sintattiche e fonetiche dovute al trascorrere dei secoli.

I quattro sensi della Scrittura

Lo statuto metodologico dell’interpretazione biblica dantesca permane quello già in vigore nell’esegesi patristica. Essa aveva ricevuto una codificazione sintetica nella celebre dottrina dei “quattro sensi”, delineata nella quartina: “Littera gesta docet. Quid credas allegoria. Moralis quid agas. Quo tendas anagogia”.

Dante nel Convivio illustrava questa tetralogia ermeneutica con accuratezza ed essenzialità. Il senso letterale punta al significato primario del testo e “non si stende più oltre che la lettera delle parole fittizie”.

Il senso allegorico trascende teologicamente il dettato letterale e “si nasconde sotto il manto di queste favole”, come verità nascosta sotto una bella menzogna. Il senso morale è finalizzato alla “utilitade dei lettori”, mentre il senso anagogico scopre la dimensione escatologica delle Scritture.

Il livello interpretativo più radicale e rilevante è quello che intercorre tra il senso letterale e quello allegorico, tra il senso storico-letterario e la dimensione teologica. La Bibbia è fatta di parole umane che veicolano e custodiscono la Parola di Dio, in analogia con il mistero cristiano dell’Incarnazione, che unisce in sé Logos divino e carne umana, come è detto nel prologo del Vangelo di Giovanni (1,1-14).

Dante ne è consapevole e nel Convivio osserva che il senso letterale deve precedere gli altri, perché gli altri sono inclusi nella sua comprensione e, senza di esso, sarebbe impossibile e irrazionale intendere il senso allegorico.

Il Salterio nella Divina Commedia

Il Salterio costituisce uno dei libri anticotestamentari capitali nella tradizione cristiana, sia a livello poetico sia in ambito teologico e mistico. Come affermava san Girolamo, “Davide è il nostro Simonide, il nostro Pindaro, il nostro Alceo, il nostro Flacco, il nostro Catullo. È la lira che canta Cristo!”. Agostino, invece, esclamava: “Psalterium meum, gaudium meum!”.

Anche Dante è conquistato dalla “salmodia” (Purgatorio, XXXIII, 2), che a più riprese fa cantare dai suoi personaggi, coniando per quest’opera orante un suggestivo termine: essa è una “teodia” (Paradiso, XXV, 73).

Dell’ottantina di personaggi biblici evocati nella Divina Commedia, una sessantina dell’Antico Testamento e una ventina del Nuovo, Davide, considerato dalla tradizione l’autore del Salterio, è il più citato.

Davide è per antonomasia il “salmista” nel Monarchia e nel Convivio; è l’“umile salmista” nel Purgatorio, X, 65, sulla base dell’episodio della danza davanti all’arca; è il “cantor” penitenziale a causa della “doglia del fallo” compiuto nell’adulterio con Betsabea e dell’assassinio di Uria, considerato alla base del Salmo più famoso, il Miserere; è il “cantor de lo Spirito Santo” e il “sommo cantor del sommo duce”.

Se si escludono poche scarne presenze di taglio allusivo nelle altre due cantiche, si può affermare che il Salterio è per eccellenza il libro del Purgatorio dantesco. Quello che era il testo della Chiesa orante durante il cammino nella storia diventa il soggetto del canto di coloro che sono in marcia verso la purificazione e la liberazione.

Il libro dei Salmi è una sorta di parabola spirituale “esodica” che guida le anime dalla schiavitù del peccato alla piena e luminosa libertà dei figli di Dio.

Le citazioni dirette dei Salmi nel Purgatorio

Canto e versiCitazione dantescaRiferimento biblico
Purgatorio, III, 46“In exitu Israel de Aegypto”Salmo 114 (113A), 1
Purgatorio, V, 24“Cantando ‘Miserere’ a verso a verso”Salmo 51 (50), 3
Purgatorio, XIX, 73“Adhaesit pavimento anima mea”Salmo 119 (118), 25
Purgatorio, XXIII, 11“Labia mea, Domine”Salmo 51 (50), 17
Purgatorio, XXVIII, 80“Ma luce rende il salmo Delectasti”Salmo 92 (91), 5
Purgatorio, XXIX, 3“Beati quorum tecta sunt peccata”Salmo 32 (31), 1
Purgatorio, XXX, 19“Tutti dicean: ‘Benedictus qui venis’”Salmo 118 (117), 26; cfr. Matteo 21,9
Purgatorio, XXX, 82-84“In te, Domine, speravi”; “pedes meos”Salmo 31 (30), 2-9
Purgatorio, XXXI, 98“Asperges me”Salmo 51 (50), 9
Purgatorio, XXXIII, 1-2“Deus venerunt gentes”Salmo 79 (78), 1

“In exitu Israel de Aegypto”: l’esodo come figura della salvezza

Il primo canto salmico che si ode risuonare “insieme ad una voce” nell’orizzonte purgatoriale dantesco è il Salmo 113 (114), il cosiddetto “Hallel pasquale”, particolarmente caro alla tradizione giudaica e cristiana, anche in ambito liturgico.

Questo carme ricorda l’evento capitale della storia e della fede di Israele: la liberazione dalla schiavitù d’Egitto. Tutta la natura personificata partecipa alla gioia del popolo ebraico, che esce da una terra straniera e si accosta al confine della terra promessa, segnato dal fiume Giordano.

Il mare guarda e si ritira per lasciar passare Israele; il Giordano risale il suo corso per lasciar asciutto il letto al transito del popolo salvato; i monti del Sinai, tremanti sotto il terremoto della teofania, diventano simili a creature viventi come arieti e agnelli saltellanti.

La risposta al mistero di questo mutamento cosmico è nella finale apparizione di Dio, che domina l’universo e riesce, come nel prodigio di Meriba nel deserto, a trasformare la rupe in sorgente d’acqua per dissetare il suo popolo.

L’esodo è, quindi, agli occhi del salmista biblico, qualcosa di più di un’epopea di liberazione nazionale: è la celebrazione di un’azione divina che trasfigura quel transito in un passaggio dalla servitù del male e del peccato alla libertà di una nuova nascita.

Questo Salmo diventa il vessillo del Purgatorio, una sorta di principio di organizzazione testuale e ideale. Nel canto II, gli spiriti destinati alla purificazione vengono traslati nel regno ultraterreno e “In exitu Israel de Aegypto / cantavan tutti insieme ad una voce / con quanto di quel salmo è poscia scripto”.

È il primo canto che si ode nel Purgatorio ed è il primo di una lunga serie. Su tutte le cornici risuona un canto liturgico, tratto dalle preghiere o dai Salmi più noti recitati allora nella Chiesa dal clero e dal popolo, come richiamo ai pensieri celesti, alla salvezza ottenuta e all’amore divino.

Anime del Purgatorio cantano salmo

Il Miserere e la penitenza

Il Miserere occupa una posizione particolare nel percorso biblico della Commedia. Nel canto V del Purgatorio, le anime lo cantano “a verso a verso”; nel canto XXIII compare il riferimento a “Labia mea, Domine”; nel canto XXXI si ode “Asperges me”.

Enrico Malato ha fatto notare suggestivamente che “Miserere” nel canto I dell’Inferno, verso 65, è la prima parola che Dante personaggio pronuncia nel poema e sarà anche l’ultima evocata prima della sua immersione nel tripudio della candida rosa, attraverso l’allusione al “cantor [Davide] che per doglia / del fallo disse: Miserere mei” (Paradiso, XXXII, 12).

Il Salmo penitenziale accompagna quindi l’intero itinerario: appare all’inizio, quando Dante è smarrito nella selva oscura, e ritorna nell’orizzonte finale della salvezza. La penitenza non è soltanto una pena, ma un processo di riconoscimento del male, purificazione e ritorno a Dio.

Nel Purgatorio il Salterio diventa il testo della Chiesa orante e delle anime in cammino. La preghiera cantata trasforma la sofferenza in un movimento verso la liberazione.

Il Vangelo di Matteo e l’ingresso del Re

Nel canto XXX del Purgatorio tutti dicono: “Benedictus qui venis”. Il riferimento è al Salmo 118 (117), 26, ma il versetto è anche collegato al Vangelo di Matteo 21,9.

Il passo evangelico appartiene alla scena dell’ingresso di Gesù a Gerusalemme, quando la folla acclama colui che viene nel nome del Signore. Nella Commedia, la formula liturgica acquista una collocazione solenne e prepara il passaggio verso una dimensione più alta della rivelazione.

Il versetto mostra come Dante intrecci costantemente Antico e Nuovo Testamento. La citazione salmica non resta confinata alla sua origine, ma viene riletta alla luce della tradizione evangelica e liturgica.

La giustizia divina e la prospettiva evangelica

La concezione del divino presente nell’opera dantesca viene spesso messa in secondo piano, anche quando ci si occupa di fede. Eppure la Commedia è un’opera religiosa, un affresco di grande valore teologico e spirituale.

Dante l’ha scritta attingendo a una lunga tradizione che si è interrogata, sia nel campo cristiano sia nella cultura classica, sull’aldilà. Il poeta si interroga su una delle grandi questioni che coinvolge non solo i credenti, ma anche coloro che non lo sono: cosa succede dopo la morte? Cosa rimane della mia personalità e delle mie vicende personali?

Un aspetto teologico da non ignorare è la concezione del divino. Nonostante l’influenza della filosofia di Aristotele e di Tommaso d’Aquino, che concepisce Dio come Motore Immobile, l’ultimo verso del poema è chiaro: “Amor che move il sole e le altre stelle”.

Per Dante Dio è Amore e misericordia. La visione dura poco, perché la natura umana non può comprendere appieno il divino, ma il poeta lo concepisce come un Amore misericordioso che muove l’intero universo.

Citazioni bibliche e responsabilità morale

Il rapporto con la Bibbia non riguarda soltanto l’aldilà, la penitenza e la misericordia, ma anche la responsabilità morale dell’uomo nella storia. Dante riporta l’analisi della società a un sano realismo, nel quale bisogna richiamarsi alla responsabilità umana e nel quale contano le personalità che prendono decisioni e possiedono una forza morale.

La condanna dell’indifferenza è espressa attraverso gli ignavi, coloro che “visser sanza ‘nfamia e sanza lodo”. Nel linguaggio comune, l’espressione indica persone mediocri, che non si sono distinte in nessun modo nella vita, ma nella Commedia riguarda coloro che rifiutano di prendere posizione per pigrizia, indifferenza o quieto vivere.

Virgilio dice a Dante: “Fama di loro il mondo esser non lassa; / misericordia e giustizia li sdegna: / non ragioniam di lor, ma guarda e passa”. La versione popolare “non ti curar di loro, ma guarda e passa” è usatissima, ma il verso dantesco è “non ragioniam di lor”.

La lezione morale è coerente con l’idea biblica di una fede che non rimane astratta, ma coinvolge l’intera vita. L’esperienza dantesca diventa il valore morale per tutti: il viaggio è un itinerario di conversione, ma anche una chiamata alla responsabilità.

Espressioni dantesche ancora vive nella lingua italiana

Dante Alighieri è universalmente conosciuto come il padre della lingua italiana, come colui che ha arricchito questa lingua coniando nuovi termini e inventando espressioni giunte, talvolta con lievi modifiche, fino a noi.

Molte espressioni della Commedia sono ancora utilizzate nella lingua corrente. Il loro significato contemporaneo può essersi allontanato dal contesto religioso originale, ma la loro origine conserva la traccia della visione morale e spirituale dantesca.

“Lasciate ogni speranza, voi ch’entrate”

“Dinanzi a me non fuor cose create / se non etterne, e io etterno duro. / Lasciate ogne speranza, voi ch’intrate” (Inferno, III, 6-9).

È la scritta incisa sulla porta dell’Inferno, che incute terrore in Dante. Virgilio lo prende per mano per condurlo nel regno delle tenebre.

Il verso allude al fatto che le anime dannate devono, entrando nell’Inferno, abbandonare qualsiasi speranza: la loro pena è per sempre. Oggi la frase si usa spesso in modo scherzoso davanti a una prova ardua o a un compito percepito come particolarmente difficile.

“Non ragioniam di lor, ma guarda e passa”

Virgilio sta indicando a Dante i vili e gli ignavi, dei quali non è rimasta nessuna traccia nel mondo; per questo vanno semplicemente ignorati, senza perdere altro tempo a ragionare sul loro conto.

La versione popolare del verso esorta a non fare caso ai detrattori o a coloro che insultano, andando oltre senza curarsene. Nel poema, tuttavia, la frase è legata al giudizio radicale sugli ignavi, esclusi dalla fama, dalla misericordia e dalla giustizia.

“Senza infamia e senza lode”

L’espressione si impiega per riferirsi a una cosa, a un lavoro o a una persona mediocri, senza particolari qualità. Dante la usa per indicare le persone che si rifiutano di prendere una posizione.

Gli ignavi sono coloro che non hanno mai agito né a favore del bene né per il male. Il detto “senza infamia e senza lode” oggi indica qualcosa o qualcuno che non spicca né per pregi né per difetti.

“Amor, ch’a nullo amato amar perdona”

“Amor, ch’a nullo amato amar perdona / mi prese del costui piacer sì forte, / che, come vedi, ancor m’abbandona” (Inferno, V, 103-105).

È uno dei versi più celebri della Divina Commedia. Nel canto si parla della storia d’amore tra Paolo e Francesca, e il significato del verso è che l’amore non permette a nessuna persona amata di non ricambiare.

L’affermazione di Francesca ha lo scopo di giustificare il tradimento nei confronti del marito e quindi la fatalità della sua caduta. L’espressione viene ancora oggi rievocata per spiegare qualcosa di ineluttabile che sfugge alle logiche della ragione.

“Galeotto fu il libro e chi lo scrisse”

“La bocca mi basciò tutto tremante. / Galeotto fu ‘l libro e chi lo scrisse: / quel giorno più non vi leggemmo avante” (Inferno, V, 136-138).

Francesca racconta a Dante della passione vissuta con Paolo. I due si erano baciati per la prima volta durante la lettura di un romanzo cavalleresco nel quale Ginevra, sposa di Artù, viene baciata da Lancillotto.

Il libro fece da galeotto tra loro, come Galeotto, siniscalco della regina Ginevra, aveva fatto da tramite tra la regina e il suo amato nei romanzi del ciclo bretone. Originariamente “galeotto” era un nome proprio; solo successivamente è diventato un nome comune attraverso un processo di antonomasia.

“Il Bel Paese”

“Del bel paese là dove ‘l sì suona” (Inferno, XXXIII, 80) è un’espressione poetica usata da Dante per definire l’Italia, bella per il clima, la cultura e il paesaggio.

Nel contesto dantesco, tuttavia, l’espressione compare in un’invettiva contro Pisa, definita “vituperio de le genti del bel paese là dove ‘l sì suona”. La stessa espressione ricorre anche in Petrarca, nel Canzoniere: “Il bel paese / ch’Appennin parte e ‘l mar circonda e l’Alpe”.

Ancora oggi ci si riferisce spesso all’Italia con questa espressione.

“Stai fresco” e “stiamo freschi”

Il modo di dire, usato ironicamente per dire che andrà tutto male, deriva dal verso del canto XXXII dell’Inferno: “Là dove i peccatori stanno freschi”.

Il riferimento è al lago Cocito, “un lago che per gelo avea di vetro e non d’acqua sembiante”, nel quale i peccatori stanno immersi in maniera proporzionale alla gravità del peccato commesso.

“Non mi tange”

“Non mi tange” significa non mi interessa, non mi tocca, non mi riguarda. “Io son fatta da Dio, sua mercè, tale, / che la vostra miseria non mi tange” (Inferno, II, 91-92).

È Beatrice a parlare, per rassicurare Virgilio del fatto che nulla di ciò che accade all’Inferno può ferirla, perché lei è “fatta da Dio” e le miserie umane non la toccano.

“Tra color che son sospesi”

“Io era tra color che son sospesi, / e donna mi chiamò beata e bella, / tal che di comandare io la richiesi” (Inferno, II, 52-54).

L’espressione, riferita al Limbo, è usata oggi per indicare uno stato di sospensione temporale o di attesa. Nel poema riguarda le anime dei morti non battezzati e degli uomini virtuosi vissuti prima di Cristo, tra i quali si trova Virgilio.

“Dolenti note”

“Or incomincian le dolenti note a farmisi sentire” (Inferno, V, 25). Dante comincia a sentire le grida di dolore delle anime condannate per l’eternità per aver peccato di lussuria.

“Dolenti note” è arrivato fino a noi soprattutto nella forma “nota dolente” o “note dolenti”, per indicare fatti o situazioni spiacevoli.

“Il ben dell’intelletto”

“Vedrai le genti dolorose c’hanno perduto il ben de l’intelletto” (Inferno, III, 18).

Dante si riferisce alle anime dannate che, a causa dei loro peccati, hanno perso la possibilità di incontrare Dio e di entrare nella sua grazia. Oggi l’espressione ha perso la connotazione religiosa e indica più semplicemente la ragione o il senno.

“Libertà va cercando, ch’è sì cara”

Le parole sono rivolte da Virgilio a Catone Uticense, custode dell’accesso al monte del Purgatorio, per presentargli Dante come “cercatore di libertà”.

La libertà ricercata da Dante è quella dal male, intrinseco nella condizione umana. Il tema si collega al cammino purgatoriale e alla liberazione dalla schiavitù del peccato, già evocata dal Salmo dell’esodo.

“Oh vana gloria de l’umane posse!”

“Oh vana gloria de l’umane posse! / Com’ poco verde in su la cima dura, / se non è giunta da l’etati grosse!” (Purgatorio, XI, 91-93).

È la condanna della gloria terrena rispetto all’eterno. La fama umana è fragile e destinata a consumarsi se non viene sostenuta dalla durata delle generazioni.

“Non è il mondan romore altro ch’un fiato di vento”

“Non è il mondan romore altro ch’un fiato / di vento, ch’or vien quinci e or vien quindi, / e muta nome perché muta lato” (Purgatorio, XI, 100).

La fama che vige nel mondo dei mortali non è altro che un alito di vento, che soffia ora da una parte e ora dall’altra e cambia nome poiché cambia direzione.

“Le leggi son, ma chi pon mano ad esse?”

“Le leggi son, ma chi pon mano ad esse? / Nullo, però che ’l pastor che procede, / rumugar può, ma non ha l’unghie fesse” (Purgatorio, XVI, 97).

Il verso è diventato un proverbio, citato da chi deve amaramente constatare che la vera colpa del male non sta nelle leggi sbagliate o assenti, ma nel fatto che quanti dovrebbero farle rispettare sono distolti da interessi diversi dal bene pubblico.

“Come sa di sale lo pane altrui”

“Come sa di sale lo pane altrui, / e come è duro calle lo scendere e ‘l salir per l’altrui scale” (Paradiso, XVII, 58-60).

Sono amare parole per rimarcare la condizione di coloro che sono costretti ad affidarsi alla generosità degli altri, a contare sull’ospitalità del prossimo e, per questo, a sottoporsi all’umiliazione di chiedere.

Dante come poeta cristiano e interlocutore degli evangelici

Dante è un punto di riferimento imprescindibile della cultura italiana e non solo. Per gli evangelici, e in particolare per quelli italiani, la sua importanza può essere considerata anche in rapporto alla lingua del popolo e alla diffusione del messaggio cristiano.

Dante è stato l’inventore della lingua italiana, veicolo fondamentale per la diffusione del messaggio di Cristo. La traduzione della Bibbia fatta prima dal Brucioli e poi da Diodati tenne in gran conto il lessico dantesco.

Nonostante sia chiaro il richiamo alla tradizione cristiana nel senso più ampio, il riferimento al testo biblico è costante ed è fatto nella tipica maniera dei pensatori medievali: non si tratta semplicemente di un richiamo alla lettera, ma anche al significato spirituale e teologico del testo.

Quando leggiamo la Commedia, ma anche il Convivio e il De monarchia, ci troviamo di fronte a un credente sincero, preoccupato per il destino del mondo e anche per il proprio destino personale.

A prescindere dalla eventuale ortodossia dell’aldilà dantesco, quello che è interessante è la concezione del divino presente nell’opera: il viaggio di Dante è un itinerario della mente umana per avvicinarsi a Dio, un percorso di maturazione e purificazione dell’animo.

L’opera dantesca merita attenzione per il suo messaggio, oltre che per la sua valenza civile e sociale. Le citazioni evangeliche e bibliche non sono elementi decorativi, ma costituiscono una delle strutture profonde della sua poesia e della sua visione dell’uomo.

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