La storia di Abramo e Sara, narrata dalla Bibbia nel libro della Genesi, guida un itinerario spirituale centrato sulla relazione: nella vicenda di questa coppia sono racchiusi spunti per riflettere su atteggiamenti, sentimenti e fatiche presenti in ogni rapporto a due e anche nel legame con Dio.
Abramo e Sara sono nostri padre e madre nella fede e nella speranza perché, come noi, hanno avuto dubbi e commesso errori, ma si sono lasciati correggere e guidare dalla parola di Dio, ripartendo rafforzati nella fede e pieni di speranza: «pienamente convinti che quanto egli aveva promesso era anche capace di portarlo a compimento» (cfr. Rm 5, 21).
La storia biblica di Abramo e Sara
La storia di Abramo e Sara è in Gn 11,27-25,18. Sara, la “principessa”, è la proto-matriarca degli ebrei. La notissima moglie di Abramo è una figura solenne e intraprendente nella storia delle origini di Israele.
Abramo nacque a Ur della Caldea - nella parte orientale dell’attuale Iraq - ma il Signore lo chiamò perché “uscisse” dalla sua terra e, come un migrante, entrasse nel Paese dei Cananei. Abramo, in obbedienza al padre, esce da Ur dei Caldei (antica Mesopotamia) per andare nella terra di Canaan (la terra promessa) alla ricerca di una situazione migliore (cfr. Gen 11,31).
Giunto a Carran, a metà strada del cammino, vi si stabilisce. Il padre muore. Abramo diventa così capofamiglia e Dio gli intima di riprendere il cammino. Abramo si fida e diviene… pellegrino di speranza.
Ad Abramo che abita in terra di passaggio, il Signore dice: «Vattene dalla tua terra…» (Gen 12,1). Abramo dalla sua terra, Ur dei Caldei, era già uscito! La terra da cui deve uscire è, allora, il provvisorio che riteneva definitivo.
La parola autorevole di Dio, con i verbi tutti al futuro: «ti indicherò la terra che ti darò… farò di te un popolo numeroso… sarai portatore di benedizione, per tutte le famiglie della terra», gli apre un cammino pieno di speranza (cfr. Gen 12,1-4).
Abramo si fida e, con la moglie Sara e i servi, lascia Carran e giunge a Canaan. Vi trovano, però, la carestia! Per non morire di fame, vanno in Egitto.
Abramo parte con Sara
La storia di Abramo viene letta, raccontata molto spesso giustamente, come la chiamata fatta da Dio ad una persona sola per andare in un luogo che non conosce, ma nel quale viene promesso accadrà qualcosa di bello e di grande.
Una chiamata personale che ti mette in gioco, ed è vero perchè ogni chiamata, ogni vocazione è personale; ma la storia di Abramo e Sara ci dice che c’è qualcosa di più.
“Abram partì come gli aveva ordinato il Signore e con lui partì Lot. Abram aveva settantacinque anni quando lasciò Carran.” Ma c’è il versetto cinque che ci dice con chi parte Abram con cosa parte e dove va: “Abram quindi prese la moglie Sarai e Lot, figlio di suo fratello, e tutti i beni che aveva acquistati in Carran e tutte le persone che lì si erano procurate e si incamminarono verso il paese di Canaan.” (Gn 12, 4-5)
È vero che Abramo parte, lascia qualcosa, ma parte con Sara con Lot con i beni che avevano avuto in dono, con le persone che erano con lui. Allora questa chiamata è davvero una storia per tutti, una storia di vocazione, una storia di chiamata per le coppie, per le famiglie per i sacerdoti.
Ci dice che dobbiamo lasciare qualcosa ma non possiamo partire senza le relazioni che abbiamo costruito, senza i beni che ci permettono di vivere questa relazione. A noi ha dato tanta pace questo, la parola di Dio parla proprio a noi, alla nostra coppia, alla nostra famiglia, ci chiede di lasciare qualcosa per poter partire, ma non ci chiede di abbandonare la moglie i figli i beni.
La Bibbia dice che Terach partì da Ur dei Caldei per andare a Canaan, questa vocazione allora non nasce solo con Abramo e Sara, ma ha le sue radici nella storia di Abramo e in quella dei suoi genitori.
Dio chiede ad Abramo e Sara la separazione da un passato fecondo per un futuro che per ora sembra dominato dall’infertilità. La chiamata è chiara: vai verso un paese che ti indicherò, ti benedirò, saranno benedette le terre ecc. ma c’è un problema e cioè che Sarai era sterile.
Le radici familiari e la vocazione
Abramo non nasce dal nulla. Noi immediatamente abbiamo nel cuore e nella mente un pezzettino della storia di Abramo, di Sara, sappiamo qualcosa di Lot, ma Abramo poco o nulla delle sue origini.
Abramo è figlio di Terach e ha due fratelli, Nacor e Aran. Aran ha un figlio, Lot, e muore in Ur dei Caldei. Aran e Nabor si sposano, presero moglie: Nacor con Milca e Abram con Sarai che, ci dice la Bibbia, e lo ripete più volte, era sterile.
Terach il papà di Abramo prende con sé Abramo, Sarai e Lot e partono insieme da Ur dei Caldei per andare a Canaan, e arrivano a Carran dove si stabiliscono. Terach il papà muore.
È interessante subito notare, da dove Dio è partito per “servirsi” di Abramo. Terach, il padre, parte con Abram e Sara che, ci ripete il testo “era sterile” e con Lot il nipote che non ha più i genitori.
Non parte con l’altro fratello quello che poteva dare una discendenza, lui rimane a Ur dei Caldei. Lo sfondo di questa storia è proprio la sterilità di Sara. Terach parte con una parte della sua famiglia che è ferita dal lutto.
“Abram e Nacor presero moglie, la moglie di Abram si chiamava Sarai e la moglie di Nacor Milca, che era figlia di Aran, padre di Milca e padre di Isca. Sarai era sterile non aveva figli.” (Genesi 11, 29-30)
La condizione dell’infertilità di Sarai è assunta consapevolmente fin dall’inizio del cammino; il lettore è messo da subito a conoscenza dello stato di Sara. E’ lo sfondo su cui viene disegnata la storia seguente, una storia nella quale si inserisce Jahvè che di tutta la carovana di uscita da Ur con Terach si sceglie un uomo Abramo, proprio il marito della donna non fertile come interlocutore: “Vattene dalla tua terra, dalla tua parentela e dalla casa di tuo padre”.
Lasciare la casa del padre senza rinnegare le radici
Noi siamo chiamati a partire come coppia che per noi vuol dire fare due cose apparentemente contrapposte: tenere insieme nel nostro cuore le radici, da dove veniamo, e dirigerci verso la terra promessa.
Le nostre radici non sono i beni che ci lasciano i nostri genitori, quando ce li lasciano, ma sono le relazioni di cui siamo intessuti. Io sono fatta da tante relazioni che si tessono dentro di me.
Ogni tanto metto le mani sul volante come fa mia madre quando guida la macchina; più di uno mi ha detto che ho il sorriso simile a mio padre, faccio delle cose che ho imparato da mio fratello, ho in me tanto della relazione con mio marito; io sono tutta questa rete di relazioni.
Quando io parto, tutte queste relazioni partono con me, perché in me tutte queste realtà vivono che io lo voglia o non lo voglia, e io vivo anche grazie a loro.
Abbiamo trovato Terach molto simpatico per tanti motivi, intanto era uno che vedeva giusto, a Canaan si doveva andare, aveva buone intuizioni. Anche quando queste non si realizzano non si perde di animo e le consegna al figlio senza però schiacciarlo coi suoi desideri personali.
Il rischio di partire per fuggire
Ci sono però due rischi del partire che secondo noi sono da tenere nel nostro cuore e nei quali noi come coppia ci ritroviamo. Primo rischio: partire per fuggire.
E’ il rischio di chi ha alle spalle una famiglia che lo ha fatto soffrire, e passa molto del suo tempo a stabilire di chi era la colpa. Misura il dolore subìto e fa questo anche grazie all’aiuto di un ragioniere che è nel cuore di ognuno di noi, il ragioniere delle relazioni.
Un dipendente che abbiamo assunto, non si sa bene da quando, e che fa il suo lavoro incessantemente tutti i giorni: lui misura, pesa, e conta; conta quante volte io sono andato incontro a…conta quante volte io ho iniziato, quante volte io ho chiesto scusa, e poiché è il mio ragioniere e ha stima del suo datore di lavoro che sono io, conta sempre con attenzione ciò che faccio.
“ Dovrei telefonare a mia sorella, è da un po’ di giorni che non ci sentiamo”. “Perché devi chiamare sempre tu?” dice il mio ragioniere e poi continua: “ l’hai già fatto martedì della scorsa settimana (il ragioniere su queste cose è molto scrupoloso e attento) …. mi sembra che chiami sempre tu.”
E così si pensa di poter partire dalla propria famiglia di origine per scappare da relazioni dolorose in cui non ci siamo sentiti valorizzati, non ci siamo sentiti compresi come ci aspettavamo.
Attenzione però, perchè partire per fuggire ha in sé un rischio incredibile: non rendersi conto che magari il “nemico” ce lo abbiamo dentro, e sono proprio io con questa ansia di misurare l’affetto in continuazione.
Quando si parte mossi soprattutto dal rancore che abbiamo dentro, anche se siamo lontani dei chilometri dai nostri familiari, non riusciamo a fare il passo più importante lasciare nella casa nativa quello che, se possibile, non vorremmo portare nella nostra nuova casa.
Quando sei mosso dal rancore resti incatenato a ciò che è stato e anche se ti sembra di scappare in realtà l’astio che hai dentro ti riporta là, che tu lo voglia o non lo voglia.
Il rischio di partire con il rimpianto
Secondo rischio: partire con il rimpianto, ed è il rischio di chi mette su un piedistallo ciò che aveva nel passato.
E’ bello poter rendere grazie di quello che abbiamo vissuto, secondo noi è una delle preghiere che più ci riempiono il cuore di pace e anche di speranza per il futuro.
Attenti però a quando questa preghiera di ringraziamento diventa un amore per il revival o per il vintage: “Ah com’era bello, come si stava bene, mio padre portava sempre lui la macchina dal meccanico, invece tu…Mia madre faceva sempre la pasta in casa la domenica, invece tu….”
Oppure: “Com’era bello da fidanzati, com’era bello da appena sposi” con la variante per gli altri stati di vita “Com’era bello da appena prete” o ancora: “com’era bello il mio precedente lavoro, com’era bella la mia precedente comunità, com’era bello ecc….”
Il revival è diverso dal ringraziamento perchè lascia nel cuore tristezza e non riconoscenza. Ci fa restare voltati indietro e ci perdiamo ciò che c’è ora davanti a noi.
Invece Dio dice ad Abramo che c’è una terra tutta pensata per lui e in questa terra Abramo diventerà una benedizione per tutti. Ecco allora perché partire, non per scappare, non per rimpiangere ma per essere vita per gli altri e per noi.
La sterilità di Sara e il desiderio della discendenza
Conosciamo bene la figura di Sara, moglie di Abramo. Il Signore aveva parlato ad Abramo e gli aveva promesso una discendenza ma, in realtà, Sara ed Abramo non riuscivano ad avere figli.
Che peso deve aver sentito Sara sul proprio cuore e sulla propria vita… Guardando alla matriarca di Israele durante questo Avvento vediamo una donna che escogita un escamotage per fare in modo, con le sue forze umane, che il piano del Signore si compia.
Secondo la mentalità e il diritto orientale e mesopotamico, anche attuale, non c’era per una donna sventura più grande della sterilità. Anche in altri brani dell’Antico Testamento viene sottolineata questa questione: “la tua sposa come vite feconda nell’intimità della tua casa… i tuoi figli come virgulti di ulivo intorno alla tua mensa” (Sal. 128); “Eredità del Signore sono i tuoi figli, è una ricompensa il frutto del grembo” (Sal. 127).
Ed è un classico nella Bibbia l’intervento di Dio che cambia la sorte della donna sterile: tra un po’ Sara, poi Rachele, poi Anna madre di Samuele ed infine Elisabetta madre di Giovanni Battista “che tutti dicevano sterile”.
Ma i figli non venivano e la bellezza della principessa avvizziva. Con fredda razionalità e col coraggio già ampiamente mostrato in gioventù, neanche stavolta si diede per vinta.
Agar e la scorciatoia umana
Abramo e Sara pensano che il figlio promesso potrebbe essere il loro servo. Ma il figlio promesso sarà il loro figlio, non il servo!
Decidono, secondo i costumi del tempo, che il figlio possa essere generato da Abramo con Agar, la schiava di Sara, moderna “madre surrogata” (Gen 16,3-4).
Appena arrivato, sua moglie Sarai gli disse: “il Signore mi ha impedito di avere prole, unisciti con la mia schiava e forse da lei potrò aver figli” (Gen. 16, 1-2).
Nel libro del Genesi abbiamo due racconti della storia di Agar, schiava di Sara. Tutto nasce dalla disperazione di Sara per la sua incapacità di dare figli ad Abramo.
Sara però non crede che “niente è impossibile a Dio” (Lc. 1,26) e propone ad Abram di seguire le consuetudini delle popolazioni che vivono intorno a loro.
Secondo le antiche leggi orientali in caso di sterilità della moglie il capofamiglia poteva unirsi ad un’altra donna (schiava, serva, concubina) per avere uno o più figli che sarebbero stati considerati discendenti legali della coppia ufficiale.
Dunque “Sarai, moglie di Abram, prese Agar l’egiziana, sua schiava e la diede in moglie ad Abram. Egli si unì ad Agar che resto incinta” (Gen. 16,34).
Agar è incinta al posto di Sara… un caso che oggi potremmo definire di utero in affitto.
Il testo non dà un chiaro giudizio morale su questa scelta, se non una piccolissima ma importante notazione “Abram ascoltò la voce di Sarai”, cioè invece di ascoltare la voce di Dio e le sue promesse ascolta la voce di questo mondo e delle sue scorciatoie, del pensiero in auge, del si è sempre fatto così…
A quel tempo la schiava partoriva sulle ginocchia della padrona, perché simbolicamente era come se il figlio nascesse dal grembo della padrona.
Inoltre la scelta di Sara non porterà gioia, armonia e pace, ma gelosie, arroganza e lotte all’interno del clan. È il solito binomio, attuale anche per noi: seguire la via Dio o fare le scelte di questo mondo.
Il conflitto tra Sara, Abramo e Agar
“quando Agar si accorse di essere incinta, la sua padrona non contò più niente per lei” (Gen. 16,4). Ciò ricorda quando i discepoli di Gesù litigavano tra loro per stabilire chi fosse il più grande.
Sara se la prende con Abramo: “l’offesa a me fatta ricada su di te”, cioè è compito tuo rimettere in riga quella schiava, sennò che figura ci facciamo nella tribù?
“Abram rispose: ecco la tua schiava è in mano tua, trattala come ti pare. Sara allora la maltrattò tanto che questa fuggì dalla sua presenza” (Gen 16, 5-6).
Nel testo i due coniugi non chiamano mai Agar per nome, per loro è “la tua schiava, la mia schiava”, quasi fosse un oggetto, qualcosa che si possiede, non una persona con la sua dignità e libertà, anche se votata al servizio dei suoi padroni.
Insomma, tutti e tre i protagonisti peccano e non ci fanno una bella figura in questi versetti. Toccherà di nuovo a Dio mettere le cose a posto.
Agar è fuggita molto lontano verso sud, quasi al confine con l’Egitto, forse voleva tornare nel suo paese d’origine.
“La trovò l’angelo del Signore presso una sorgente d’acqua nel deserto sulla strada verso Shur” (Gen. 16,7).
In ebraico “shur” significa muro - muraglia, un commento dice che è il muro costruito dagli egiziani contro le incursioni dei semiti… anche allora si costruivano barriere per impedire l’arrivo dei migranti!
“L’angelo le disse: Agar dove vai? Ritorna dalla tua padrona… moltiplicherò la tua discendenza” (Gen. 16, 9-10).
L’angelo è l’unico che la chiama per nome, per Dio non è un oggetto anche se schiava, straniera, incinta, sola e in fuga. Dio le farà capire che anche lei è importante per le sue vie.
La promessa di Dio e la nascita di Isacco
Ma i piani di Dio sono più alti dei nostri. Talmente tanto più alti che quando tende l’orecchio per ascoltare la parola che i tre “uomini” annunciano a suo marito Abramo presso le querce di Mamre, non può trattenersi dal ridere dentro di sé.
E allora «Il Signore disse ad Abramo: ‘Perché Sara ha riso dicendo: Potrò davvero partorire, mentre sono vecchia? C'è forse qualche cosa impossibile per il Signore? Al tempo fissato tornerò da te alla stessa data e Sara avrà un figlio’» (Gen 18,13-14).
Il pragmatismo di Sara subì uno scacco solo in un’occasione: quando tre uomini giunti alle tende di Abramo a Mamre, gli dissero che le sarebbe nato un figlio.
Sara ne rise, dietro la tenda, pensando ai suoi novant’anni di vecchia signora ormai dimentica del sogno di partorire che per decenni l’aveva accompagnata, quand’era ancora in età.
Eppure quel figlio nacque davvero e Sara rise ancora ma di quel riso di misterioso amore di cui, come canta Leopardi, «ride la primavera».
Sara a 90 anni concepisce Isacco (che significa «egli riderà») e ricorda che Dio ride di noi quando non ci fidiamo di Lui e ci fa ridere di noi stessi quando dubitiamo che Lui possa rendere “possibile l’impossibile”.
La speranza di Abramo e Sara riprende le ali! Da Sara apprendiamo la tenacia nella prova e la creatività ma la sua figura ci mostra soprattutto quanto l’intervento di Dio può cambiare la nostra vita: Egli è capace di aprire una strada nel deserto.
E noi siamo chiamati ad avere fiducia nella sua promessa.
La gelosia per Ismaele e la ferita familiare
Ma il cinismo di Sara, la sua freddezza nel calcolare i vantaggi e gli svantaggi di ogni situazione torneranno con forza allo svezzamento di Isacco (cf. Gen 21,8-9).
Giorno di grande festa a cui, ovviamente, partecipa tutta la famiglia clanica di Abramo. C’è anche Ismaele, il fratello maggiore, figlio di quella schiava che Sara stessa aveva messo nelle braccia di suo marito purché avesse da lei una discendenza.
Ismaele - ormai quattordicenne - scherzava e giocava felice col fratellino ancora piccino. Ma Sara pensò bene di separarli, interrompendo l’incanto che univa i figli di Abramo.
Per paura che il figlio della schiava volesse dividere l’eredità di Abramo con suo figlio, Sara costrinse il marito a scacciare Ismaele e sua madre nel deserto, condannandoli a morte (cf. Gen 21,10-11).
Fortunatamente un angelo di Dio venne a salvarli (cf. Gen 21,17ss.). Quel giorno, però, nel racconto biblico, serve a spiegare una ferita aperta: quella tra i due figli di Abramo, Ismaele, che diventerà il patriarca dei musulmani, e Isacco, che sarà patriarca degli ebrei.
Nella Bibbia alla morte del patriarca i due fratelli Ismaele e Isacco, rispettivamente patriarca dei musulmani e degli ebrei, sono presenti e riconciliati. Nella storia reale non è così.
La prova di Isacco e la fede di Abramo
Li attende, tuttavia, una prova più dura: Dio chiede di sacrificare Isacco sul monte Moria. Abramo, con il cuore spezzato, parte per eseguire il comando.
Quando sta per sacrificare Isacco, Dio glielo impedisce, restituendoglielo sano e salvo. La fedeltà di Abramo a quello che ritiene comando di Dio è a prezzo della vita, testimoniando che nessun dono, neanche quello del figlio, occupa nel suo cuore il posto centrale che appartiene a Dio.
Isacco, da figlio biologico, diviene anche figlio della fede. Abramo era certo che Dio non avrebbe ucciso la speranza che accende nei cuori di chi si fida di Lui.
Per questa sua fede riceve una nuova benedizione che rafforza la sua speranza nel futuro (cfr. Gen 22,17-18).
Abramo nel Nuovo Testamento è considerato padre nella fede e nella speranza: «Abramo, vostro padre, esultò nella speranza di vedere il mio giorno; lo vide e fu pieno di gioia» (Gv 8,56).
Quale giorno? In Isacco, sano e salvo, vide «il mio giorno» (quello di Gesù), nel senso che Abramo anticipa la fede nella risurrezione: «Abramo credette, che Dio dà vita ai morti e chiama all'esistenza le cose che non esistono» (Rm 5,17b).
«Egli pensava, infatti, che Dio è capace di far risorgere anche dai morti: per questo lo riebbe anche come simbolo» (cfr. Eb 11,17-19).
Abramo e Sara, padre e madre nella fede e nella speranza
«Siamo abituati a riconoscere in Abramo il nostro padre nella fede; l’Apostolo ci fa comprendere che Abramo è per noi padre nella speranza; non solo padre della fede, ma padre nella speranza» (cfr. Francesco, 29 marzo 2017).
Abramo e Sara sono nostri padre e madre nella fede e nella speranza perché, come noi, hanno avuto dubbi e commesso errori, ma si sono lasciati correggere e guidare dalla parola di Dio, ripartendo rafforzati nella fede e pieni di speranza.
La loro vicenda mostra che Dio disegna il suo progetto di salvezza in queste storie, attraverso di essere e nonostante esse.
Il rapporto fra Abramo e Sara è un rapporto difficile, segnato dal triste episodio in Egitto dove, di fatto, Abramo per salvarsi fa prostituire la moglie spacciandola come sua sorella.
Alla luce di quell’evento forse sono da leggere le reazioni di Sara riguardanti la sua maternità negata, prima con la schiava Agar, poi con la gelosia verso il figliastro Ismaele.
Una storia di invidia, di sudditanza, di rapporti malati che, pure si conclude con la realizzazione di una promessa. Tanto materiale per riflettere e, perché no?, per ripensare la nostra proposta di amore cristiano.
La coppia nella Bibbia: un modello non idealizzato
Ripercorriamo le vicende delle coppie presenti nella Bibbia, cercando di sottolineare, in vicende così lontane nel tempo, alcune costanti e indicazioni che ci possano aiutare nel nostro rapporto di coppia.
Trovo interessante constatare come nelle vicende spesso complesse delle relazioni nell’Antico Testamento, facendo la tara del contesto sociale culturale, non appare l’idea un po’ idealizzata di un modello di coppia credente.
Le vicende dei protagonisti sono complesse, talora di dubbia moralità, dense di passioni ed errori: diventa oggettivamente difficile proporre queste coppie come modello per le nostre coppie!
Eppure Dio disegna il suo progetto di salvezza in queste storie, attraverso di essere e nonostante esse.
La storia di Abramo e Sara non presenta una coppia priva di conflitti, ambiguità o responsabilità. Presenta invece una relazione attraversata dalla paura, dalla sterilità, dal desiderio di discendenza, da scelte sbagliate, dalla gelosia e da prove radicali.
Proprio per questo la vicenda può aiutare a riflettere su atteggiamenti, sentimenti e fatiche che esistono in ciascun rapporto a due e anche nel legame con Dio.
Vocazione, capacità e responsabilità dell’amore
Abramo è l’emblema della vocazione che nasce dalla fede. La storia di Abramo e Sara ci dice che c’è qualcosa di più di una chiamata individuale: la vocazione coinvolge le relazioni, la coppia e la famiglia.
Perché è vero che Dio ci chiama, ci dice dove andare ed è una cosa bella, è bello sapere di avere una vocazione e scoprire quale è questa chiamata.
Ma, noi saremo in grado di rispondere a questa chiamata? E’ una chiamata anche per noi? Non è che questo Dio freghi qualcuno? Sì, ci chiama per andare da qualche parte, ma poi come possiamo essere sicuri di potercela fare? E se fallisci, fallisce tutta la tua vita?
Al numero undici un famoso passo di F.C. dice: “Dio ha creato l’uomo a sua immagine e somiglianza chiamandolo all’esistenza per amore lo ha chiamato allo stesso tempo all’amore. Dio è amore e vive in se stesso un mistero di comunione personale di amore. Creandolo a sua immagine e continuamente conservandola nell’essere Dio iscrive nell’umanità dell’uomo e della donna la vocazione … all’amore e alla comunione”.
Quindi questa è l‘unica chiamata uguale per tutti, la chiamata all’amore e alla comunione!
La vocazione va insieme a capacità e responsabilità. C’è una chiamata ad Abramo e Sara, a Davide e Nicoletta, a don Paolo, che chiede di lasciare qualcosa e chiede di partire per andare a Canaan, ma nello stesso viene iscritto nel cuore di ogni uomo e di ogni donna la capacità per vivere questa risposta e la responsabilità per rispondere a questa chiamata.
Un itinerario spirituale per le coppie
Obiettivo del percorso proposto è quello di educare le coppie cristiane a fondare il proprio cammino di fede sulla Parola di Dio e, a partire da essa, rileggere e alimentare la vita coniugale, familiare e quotidiana.
È, infatti, dalla Parola che scaturiscono la gioia di essere discepoli del Signore e il desiderio di essere testimoni del suo amore.
Ci faremo guidare da Abramo e Sara in queste riflessioni del mattino, come faranno anche i nostri figli nel percorso di animazione.
Quattro saranno le tematiche per queste brevi meditazioni che abbiamo preparato con l’aiuto di suor Benedetta: la vocazione, la fecondità, l’accoglienza e il sorriso.
Noi abbiamo letto e pregato insieme i brani che vi proporremo e cercheremo di dare a voi la luce, le intuizioni che ci hanno donato per la nostra vita di sposi e genitori.
La storia di Abramo e Sara invita così a rileggere la vita coniugale non come un cammino già compiuto, ma come un pellegrinaggio nella fede, segnato da promesse, attese, cadute, correzioni e nuove partenze.
Preghiera con Abramo e Sara
Signore, nostro Dio, da te proviene la speranza che fa sognare il futuro. Donaci il coraggio di lasciare le certezze che ci inchiodano nel provvisorio, nell’immediato, nel poco ma sicuro.
Liberarci dalla tentazione di risolvere subito e senza impegno, le fatiche del cammino. Fa’ che la fede e la speranza di Abramo e Sara ci diano forza nelle prove della vita.
E, tu, Signore Gesù, nostra unica speranza, fa’ che, nel nostro pellegrinaggio terreno, ti riconosciamo come l’amico che cammina con noi e scalda i nostri cuori, riempiendoli di speranza.
Ci sorregga sempre la speranza, posta dal tuo Spirito nei nostri cuori, che non delude mai.
