Il grande mosaico della parete occidentale della Basilica di Santa Maria Assunta a Torcello non rappresenta soltanto il Giudizio universale, ma una gigantesca icona della Parusia di Cristo, cioè della seconda venuta del Salvatore alla fine dei tempi. La composizione riunisce in un unico programma figurativo la Crocifissione, la discesa di Cristo agli Inferi e gli eventi escatologici destinati a compiersi nell’ultimo giorno.
La visione si sviluppa verticalmente su sei registri e conduce lo sguardo dalla Croce, posta nella parte superiore, fino al Paradiso e all’Inferno. Al centro compaiono Cristo giudice, la corte celeste, la resurrezione dei morti e la pesa delle anime; ai lati si fronteggiano il giardino dei beati e il regno della dannazione, mentre nella lunetta sopra la porta la Vergine intercede per ogni uomo che entra o esce dalla basilica.

La basilica e il contesto storico di Torcello
Si dice che l’isola di Torcello, sperduta nella laguna di Venezia, sia il luogo in cui, in epoca paleocristiana, si insediarono le popolazioni in fuga dalla terraferma. Anche se visitandola ora è difficile immaginarlo, fu centro importante, una vera e propria città sorta in laguna quando Venezia ancora non esisteva, e la grande basilica, costruita nel VII secolo, conferma l’importanza dell’insediamento.
Dopo alcuni secoli l’isola fu progressivamente abbandonata, e il centro forte della laguna si spostò a Rialto, intorno a cui nel frattempo era sorta e acquisiva centralità la Venezia che dominò il Mediterraneo e che conosciamo. Delle numerose chiese, dei quartieri e dei conventi che furono costruiti a Torcello nel momento del suo apogeo restano la Basilica, dedicata all’Assunta, la chiesa romanica di Santa Fosca, a pianta centrale, e pochi altri edifici storici.
La Basilica fu rinnovata in epoca romanica, quando furono realizzati anche il campanile e il grande mosaico della controfacciata. Tutto il resto fu utilizzato dai veneziani, che riciclarono il materiale utile da costruzione. Oggi l’isola è uno dei luoghi più affascinanti dell’arte medievale, visitata da centinaia di turisti in ogni giorno dell’anno.
La parete occidentale e il significato della controfacciata
All’interno della cattedrale di Santa Maria Assunta di Torcello, la parete occidentale elevata sopra il portale d’ingresso è interamente ricoperta da un maestoso mosaico di soggetto apocalittico. Il mosaico è collocato sulla parete di fondo, la controfacciata: esso era così l’ultima, ammonitrice, visione dei fedeli che uscivano dalla chiesa dopo le liturgie.
Nelle chiese bizantine in genere le immagini che riguardano la Parusia del Signore trovano posto nel nartece in virtù dello specifico uso liturgico di tale spazio. In Occidente invece si preferisce la controfacciata all’interno dell’aula, in quanto punto terminale del programma iconografico complessivo che si dispiega a partire dall’abside, secondo la precisa scansione delle tappe della storia della salvezza.
La controfacciata, a Torcello, rappresenta l’ultima pagina della liturgia, avendo letto la quale il fedele esce dalla chiesa consapevole del mondo in cui si sta per addentrare e in cui sarà possibile, per lui, forte di quella lettura, discernere tra ciò che è bene e ciò che, invece, non lo è.
Datazione, maestranze e restauri
La decorazione della parete occidentale della cattedrale di Torcello fu compiuta in due fasi principali nell’undicesimo e nel dodicesimo secolo, ciascuna sotto la guida di maestri mosaicisti bizantini provenienti dalla Grecia. I mosaici più antichi appartengono alla decorazione realizzata a coronamento dell’imponente opera di ricostruzione dell’edificio sacro, voluta dal doge Pietro II Orseolo e intrapresa a partire dall’anno 1008.
La seconda fase di decorazioni musive fu in realtà un’opera di restauro e di parziale rifacimento, resasi necessaria per riparare i disastrosi danni causati dal terremoto del 1117. Nei secoli successivi il paramento musivo medioevale subì ulteriori restauri e, soprattutto nel corso dell’Ottocento, patì anche estesi rifacimenti.
Questi ultimi tuttavia non alterarono il programma iconografico originario, di cui pertanto ci è permessa ancora la lettura integrale. L’opera è attribuita a maestri veneto-bizantini dei secoli XI-XIII.
Perché non è soltanto un Giudizio universale
La denominazione “Giudizio finale” o “universale” comunemente associata al mosaico torcellano è inadeguata. Il grandioso insieme di immagini, organizzato secondo un preciso programma iconografico, traduce in figure e simboli una piccola somma di teologia cristiana.
In quella che potremmo anche definire una gigantesca icona della Parusia di Cristo, il cosiddetto “giudizio” costituisce un momento preciso della narrazione, una scena raffigurata al centro di una successione di eventi escatologici che accadranno alla fine della storia. Gli artisti che hanno lavorato a Torcello hanno piuttosto voluto riassumere in un’unica grande istantanea tre diversi momenti lontani tra loro nel tempo e nella dimensione.
| Sezione | Evento rappresentato |
|---|---|
| Registro superiore | La Crocifissione di Cristo |
| Secondo registro | La discesa agli Inferi, o Anastasis |
| Registri centrali | La corte celeste, l’Etimasia, la resurrezione dei morti e la psychostasia |
| Registri inferiori | Il Paradiso e l’Inferno |
| Lunetta sopra la porta | La Vergine intercedente |
Se la morte del Cristo in croce, infatti, è precisamente collocabile in un momento definito della storia degli uomini, sta invece in un’altra dimensione il viaggio che il Signore compì, mentre il suo corpo era nel sepolcro, discendendo nelle viscere della terra, giungendo dinnanzi all’inferno, distruggendone le porte, e traendo da quel luogo i giusti, primi fra tutti Adamo ed Eva.
In un altro tempo ancora si colloca, infine, il giudizio universale vero e proprio: è un evento simile, nel suo esito salvifico, alla Discesa agli Inferi; e però questa è già avvenuta, quello invece è di là da venire, tanto che ancor oggi lo stiamo attendendo.
La lettura verticale del mosaico
La “scrittura” di questa impressionante icona escatologica procede innanzitutto in senso verticale, a partire dall’alto verso il basso, sviluppando il tema della salvezza. Mentre la linea orizzontale ne sviluppa le immagini o le condizioni situazionali.
La linea storica, diacronica, discende dal Cristo Crocifisso, sotto il soffitto, a Maria orante, sopra la porta, lungo sei registri concatenati. La composizione si articola su sei fasce: le prime due in alto sono le più recenti perché lavorate per ultime dai mosaicisti agli inizi del XIII secolo e raffigurano la crocifissione di Gesù e la discesa agli inferi. Le quattro fasce sottostanti, della seconda metà del secolo XII, descrivono il Giudizio universale.
1. La Crocifissione
In alto è la scena della Crocifissione. Gesù è morente e perde sangue dalle ferite delle mani, dei piedi e del costato. Ai lati sono la madre Maria e il giovane apostolo Giovanni. La croce è piantata sull’altura del Golgota; un piccolo teschio ne ricorda l’etimologia.
Ai lati della Croce Maria e l’apostolo Giovanni rappresentano l’intera umanità e, da essa, sono costituiti chiesa. Dal costato di Cristo, già trafitto dal colpo di lancia, zampillano sangue ed acqua.
Alla parola di Gesù rivolta a Maria e a Giovanni si accompagna un segno, l’effusione di sangue e acqua, che anticipa la discesa dello Spirito Santo che avverrà a Pentecoste. L’unico evento pasquale si completa nel registro sottostante che raffigura la discesa agli inferi, Anastasis, che nell’iconografia orientale rappresenta l’antefatto della resurrezione di Cristo.
2. L’Anastasis: la discesa di Cristo agli Inferi
La scena successiva, in grandi dimensioni, racconta la discesa di Gesù agli Inferi: è l’Anastasis nel significato orientale della Risurrezione. Nel tempo compreso tra la sua morte e la risurrezione Gesù scende al Limbo dei Padri per liberare le anime dei giusti del vecchio testamento.
Durante la “sosta” nel Sepolcro Cristo compie il suo viaggio agli inferi per richiamare a sé l’intera umanità a partire dai progenitori, Adamo ed Eva, e dai patriarchi di Israele. Il Salvatore trionfante, raffigurato in proporzione grandiose, con in mano il vessillo della Croce, ha già divelto le porte degli Inferi.
Con la croce in mano schianta le porte dell’Inferno, le riduce in frantumi in un mare di chiodi, chiavi e serrature, e schiaccia un diavolo annichilito che era di guardia. Sotto i suoi piedi si vedono i due battenti scardinati tra i chiavistelli infranti, mentre Lucifero sconfitto è schiacciato a terra.
Con la mano destra Cristo afferra per un braccio Adamo riportandolo alla vita e donandogli la salvezza, mentre alle sue spalle si scorge Eva risalire dal sepolcro in atteggiamento supplice. Prende poi per mano Adamo ed Eva, i progenitori.
Dietro di loro si riconoscono Davide e Salomone, dalla cui discendenza è nato il Messia. Seguono i due re, Davide e Salomone. A destra vediamo Giovanni Battista seguito dai profeti, i quattro maggiori, Isaia, Geremia, Ezechiele e Daniele, e i dodici minori.
Giovanni il Battista, seguito dai patriarchi di Israele, indica la vittoria gloriosa del Messia e sigilla così definitivamente la veridicità della sua testimonianza. Sui lati si stagliano le gigantesche e solenni figure degli arcangeli Michele e Gabriele, una delle testimonianze più vistose dei rifacimenti ottocenteschi.
Nelle due grotte speculari, le anime dei giusti che non conobbero Cristo sono raffigurate come fanciulli con le mani protese ad invocare la liberazione. La loro rappresentazione anticipa il motivo dei bambini che ricompare nei due estremi della parte inferiore: da una parte le anime dei giusti nel seno di Abramo, dall’altra l’Anticristo nelle braccia di Lucifero.

3. Cristo giudice e la Deesis
L’occhio scende poi verso il Cristo giudice che appare nei cieli e mostra i fori dei chiodi sulle mani e sui piedi, seduto sull’arcobaleno della nuova alleanza, tra la madre Maria e Giovanni Battista nel ruolo degli intercessori. La Vergine e Giovanni il Battista rivolgono la preghiera di intercessione per la salvezza dell’umanità a Cristo giudice.
Cristo è assiso al centro di una mandorla di luce, ai lati del quale si dispiega l’intero collegio apostolico, convocato a presiedere il tribunale celeste. Ed eccola la corte celeste, presieduta da Cristo che mostra le Sue piaghe, circondato da una moltitudine di santi tra i quali, in primo piano, sono schierati i dodici Apostoli.
È seduto in una mandorla di luce da cui scaturisce il fiume di fuoco che, come un filo rosso, collega questa immagine con le fiamme dell’Inferno del registro inferiore. La presenza, ai lati di Gesù, di Maria e Giovanni ci rincuora: sono i nostri mediatori che intercederanno, per ciascuno di noi, al cospetto del Giudice.
Al loro fianco in piedi sono due angeli del coro delle Dominazioni, con vesti lunghe ornate di gemme e l’asta simbolo della loro dignità. Due angeli del coro dei Troni, con le ruote, sorreggono la mandorla; tra le loro ali, fornite di cento occhi, spuntano i simboli dei quattro evangelisti: il leone, l’aquila, il bue e l’angelo.
Alla base della mandorla luminosa scende il fiume di fuoco, che scorrendo al di sotto arriva ad alimentare le fiamme eterne del regno infernale, posto nel registro più basso a destra. In corrispondenza della mandorla luminosa, nella parte bassa, ai lati della lingua fiammeggiante, sono poste le due ruote di fuoco e i due Cherubini.
4. L’Etimasia e il trono preparato
E sempre la croce, con gli altri strumenti della Passione, la lancia, la corona di spine e la spugna imbevuta di aceto, circonda il trono lasciato volutamente vuoto perché attende il Re dell’universo che, alla fine dei tempi, siederà su di esso. Nel cielo, sopra le nubi, si staglia la Croce, accompagnata dai simboli della Passione, la lancia che squarciò il costato di Gesù, la spugna imbevuta di fiele sulla punta della canna, la corona di spine.
Il trono simbolico preparato per il giudice per il Giudizio Universale che avverrà in seguito alla seconda venuta di Cristo, la Parusia, è sovrastato dai simboli della passione e della redenzione: la croce con la corona di spine fra la lancia e la canna con la spugna.
Sulla seduta regale è collocato il manto di porpora usato per schernire Cristo e sopra di esso troneggia terribile il libro della giustizia nel quale sono scritte tutte le opere degli uomini. È Suo il manto azzurro che ricopre lo scranno su cui è anche poggiato il libro della Vita.
Due Serafini custodiscono la croce e due Principati l’Etimasia. Il trono è custodito da due Arcangeli e da due Cherubini che gli fanno corona. Ai piedi del trono sono inginocchiati Adamo ed Eva imploranti clemenza a nome dell’intera umanità.
5. La resurrezione dei morti
Il tempo è, ormai, maturo: la fine del mondo e l’inizio dell’eternità sono annunciati dal gesto dell’angelo che arrotola il firmamento e dal fiato delle trombe che risvegliano i morti risorti dalla terra o dal mare. Un angelo avvolge il cielo stellato in un rotolo a simboleggiare la fine del mondo e l’inizio dell’eternità.
A sinistra due angeli danno fiato alle trombe del giudizio, al suono delle quali due corvi, un leone, un elefante, una iena, un leopardo, un lupo e un grifone restituiscono le loro vittime. Alle loro spalle i morti resuscitano dalle tombe ancora avvolti nelle bande che fasciavano i loro corpi.
Gli angeli tubicini suonano le trombe per svegliare i morti. I risorti escono dalle tombe, ancora avvolti nelle bende e nei sudari. Le vittime divorate dalle bestie feroci rispuntano per incanto dalle gole dei predatori: il leone, l’elefante, la iena, il leopardo, il lupo, il grifone alato e una coppia di corvi neri.
A destra, un altro angelo riavvolge il volume del cielo a significare la fine del mondo, mentre altri due angeli, con il suono delle loro trombe si rivolgono agli abissi marini dominati da Anfitrite, personificazione pagana del mare, seduta su di un mostro marino. Riemergono dalle acque anche i morti annegati.
Il mare è simboleggiato da una donna che stringe il corno dei venti e delle tempeste, appollaiata sul dorso di un mostro marino. Tutt’intorno, tra le onde, squali e pesci di tutte le fogge e colori restituiscono i poveri resti delle vittime dei naufragi.
6. La psychostasia: la pesa delle anime
La psychostasia rappresenta letteralmente la “pesa” delle anime dei buoni e dei reprobi. Michele, l’arcangelo, pesa le anime. Al centro i due diavoli con lancia e raffio, carichi delle bisacce contenenti i peccati dell’umanità, tentano di far pendere dalla loro parte, e quindi verso la dannazione eterna, il piatto della bilancia usata dall’angelo per misurare il peso delle azioni buone rispetto a quelle malvagie.
Demoni bluastri, violacei e cornuti cercano con i loro spiedi di far pendere la bilancia in modo a loro favorevole, gettando nei piatti i peccati che hanno trasportato nei loro sacchi a otre. L’immagine rende visibile il confronto tra le azioni buone e quelle malvagie e collega la scena del giudizio alla destinazione ultima delle anime.
Il Paradiso: il giardino dei beati
Nei due scomparti di sinistra è rappresentato il Paradiso. Divisi in quattro schiere, in ordine gerarchico dal centro verso sinistra, i vescovi, i martiri, i monaci e le pie donne sono rivolti verso la psychostasia. Essi depongono con la loro supplica a favore degli uomini.
A sinistra le schiere osannanti dei beati inneggiano a Cristo: ecclesiastici, martiri, monaci e donne sante. Nel primo gruppo di ecclesiastici potrebbe individuarsi la presenza di San Gregorio di Nazianzo e San Basilio.
Il gruppo dei martiri comprende i santi Teodoro, Giorgio, Demetrio e Procopio. Il terzo gruppo è costituito da monaci basiliani e comprende sant’Eutimio, Sant’Antonio abate e San Saba. Il quarto gruppo è quello delle donne, con Maria Egiziaca penitente, una monaca e Caterina d’Alessandria.
Al di sotto, sopra un prato fiorito, a partire da sinistra, si raffigura Abramo circondato dalle anime dei Giusti effigiati come fanciulli, mentre la Vergine e il buon ladrone stanno accanto alla porta del Paradiso, alla quale monta la guardia un Cherubino armato di lancia.
Sul lato opposto è il giardino fiorito e alberato del Paradiso. L’angelo indica alle anime degli eletti la porta custodita da San Pietro clavigero e da un cherubino. All’interno del giardino si riconoscono il buon ladrone con la croce, la Madre di Gesù, la schiera dei santi innocenti e il patriarca Abramo con Lazzaro nel grembo.
A destra della porta Pietro in ginocchio tiene in mano le chiavi del potere conferitogli da Cristo e accanto a lui c’è un arcangelo. La porta del Paradiso, il cherubino, Pietro con le chiavi e le schiere dei beati formano un sistema visivo ordinato intorno all’accesso alla salvezza.
Il bambino nel seno di Abramo
Il bambino nel giardino paradisiaco rappresenta invece l’anima delle persone buone, e l’anziano che lo tiene in braccio è il Patriarca Abramo. Questa iconografia che mostra un infante “nel seno di Abramo” è meno inusuale rispetto a quella, contrapposta, del bambino-Anticristo; anzi, possiamo dire che l’arte medievale la ripropone più volte.
Tra i testi di riferimento di questa iconografia c’è il racconto della vicenda del povero Lazzaro e del “ricco epulone”. Secondo il Vangelo di Luca, morti i due protagonisti, il secondo finisce nel fuoco eterno, e invece il primo è accolto nel paradiso, così come questo era immaginato nel I secolo.
“C’era un uomo ricco, che vestiva di porpora e di bisso e tutti i giorni banchettava lautamente. Un mendicante, di nome Lazzaro, giaceva alla sua porta, coperto di piaghe, bramoso di sfamarsi di quello che cadeva dalla mensa del ricco.”
“Perfino i cani venivano a leccare le sue piaghe. Un giorno il povero morì e fu portato dagli angeli nel seno di Abramo. Morì anche il ricco e fu sepolto.”
“Stando nell’inferno tra i tormenti, levò gli occhi e vide di lontano Abramo e Lazzaro accanto a lui. Allora gridando disse: Padre Abramo, abbi pietà di me e manda Lazzaro a intingere nell’acqua la punta del dito e bagnarmi la lingua, perché questa fiamma mi tortura.”
“Ma Abramo rispose: Figlio, ricordati che hai ricevuto i tuoi beni durante la vita e Lazzaro parimenti i suoi mali; ora invece lui è consolato e tu sei in mezzo ai tormenti.”
Nel “seno di Abramo” fu accolto Lazzaro, ma in questo luogo ideale di pace e tranquillità c’è spazio per tutte le anime buone dopo la morte, sia che si consideri questa accoglienza come un passaggio in attesa del Paradiso vero, e del giorno del Giudizio finale, sia che nel grembo accogliente del patriarca si voglia vedere, per estensione, il Paradiso come residenza definitiva dei beati.
Possiamo dire, allora, che il bambino in paradiso del mosaico di Torcello rappresenta Lazzaro, come scrivono alcuni; ma è ancor più vero dire che quel bimbo è il simbolo di tutte le anime che, meritevoli, sono pronte all’incontro con Dio: ne vediamo altre, infatti, in piedi intorno ad Abramo, anche queste rappresentate in forma di bambini.
L’Inferno e le pene dei dannati
Nei due scomparti di destra si raffigura invece l’Inferno descritto con le immagini simboliche delle pene corrispondenti ai sette vizi capitali. A destra vediamo il fiume di fuoco che sgorga ai piedi del Cristo e va ad alimentare l’antro dell’inferno.
Il torrente di fuoco sgorgante ai piedi della Deesis va ad incendiare la bolgia dei superbi, davanti alla quale due angeli con lunghe lance cacciano nel fuoco inestinguibile i dannati. Tra essi compaiono tutte le categorie sociali, compresi re e regine, vescovi e monaci.
Due angeli spingono i dannati con lunghe pertiche nel fuoco punitore. Lì demonietti impertinenti e dispettosi si fanno beffe dei segni terreni di nobiltà e di potenza. I dannati patiscono le pene infernali del fuoco, delle tenebre, del gelo e dei serpenti.
I sei scomparti inferi, posti sotto il livello del terreno, descrivono le pene e la condizione dei dannati. Secondo alcune interpretazioni i sei cubicula potrebbero contenere i colpevoli degli altri peccati capitali.
- I lussuriosi ardono tra le fiamme.
- I golosi ingordi sono costretti a mordersi le mani.
- Gli iracondi calmano i bollenti spiriti immersi in acque gelide.
- Gli invidiosi sono ridotti a teschi popolati di velenosi serpentelli.
- Gli avari galleggiano sul fuoco con le teste mozze.
- Gli accidiosi sono ridotti a scheletri in frantumi.
Nel registro infernale compaiono quindi il fuoco, l’acqua, i teschi, i serpenti e i corpi ridotti a ossa, in una successione di immagini che rende concreta la corrispondenza tra il vizio e la pena. La varietà dei supplizi si contrappone alla quiete ordinata del giardino paradisiaco.
Lucifero e il bambino-Anticristo
Domina la scena la personificazione di Lucifero, un vecchio barbuto seduto sulla schiena di un drago a due teste, che regge sulle ginocchia l’Anticristo fanciullo. Lucifero, re dell’Ade, siede sul mostro biblico del Leviatano, portando in grembo l’Anticristo.
Il bambino all’inferno è l’Anticristo. Nascoste le sue vere sembianze per ingannarci, vestiti i panni della più innocente delle creature, siede in braccio a Satana, a sua volta seduto su un trono in forma di mostro, forse il Leviatano.
L’Anticristo è colui che verrà, secondo l’Apocalisse, quando i tempi saranno conclusi, subito prima della seconda venuta del Salvatore e quindi subito prima del Giudizio Universale. Questo “antagonista” allevato da Satana è una figura non precisamente definita.
Essere sovrumano, ma il medioevo poi crederà di riconoscerlo in diversi personaggi storici, si ergerà, secondo la tradizione cristiana, in contrapposizione al Salvatore e al progetto divino di redenzione dell’umanità; progetto che potrà realizzarsi, appunto, solo dopo la sconfitta dell’Anticristo.
La rappresentazione di questo nemico finale sotto forma di fanciullo, per di più beatamente seduto negli Inferi, non trova altri riscontri nell’arte romanica. La sua figura è costruita come controparte speculare del bambino accolto da Abramo: entrambe le immagini assumono la forma dell’infanzia, ma una indica la salvezza e l’altra l’inganno e la dannazione.
La lunetta e la Vergine come porta del Cielo
A sigillo della portentosa “machina” di immagini, nella parte più bassa, proprio al di sotto della psycostasia, lì dove la visione apocalittica arriva a sfiorare la dimensione terrena di un’umanità ancora in cammino nella storia, nella lunetta sopra la porta, si staglia la presenza della Madre di Dio, instancabilmente in preghiera per ogni uomo che varca anche oggi quella soglia.
Nella lunetta è raffigurata la Madonna, cui la basilica è dedicata. La mediatrice di salvezza è qui soprattutto “porta del Cielo”, così come viene invocata nelle litanie mariane, vista l’evidente connessione con l’elemento simbolico della porta.
La potenza dell’intercessione della Vergine è invocata nell’iscrizione musiva che corre lungo l’arco superiore della lunetta: VIRGO D(OMIN)I NATUM PRECE PULSA TERGE REATUM.
O Vergine, con la preghiera volgi a pietà il figlio di Dio, cancella ogni colpa.
La scritta è un’invocazione suggerita ai fedeli: Virgo divinum natum prece pulsa, terge reatum, cioè: “O Vergine, prega il divino Nato, purifica dal peccato”.
Il percorso dello sguardo e la funzione del mosaico
Sulla gigantesca pagina liscia della controfacciata, qui a Torcello, è rappresentato in realtà molto di più che il giorno del giudizio. La Seconda Venuta del Salvatore alla fine dei tempi, tante volte narrata dagli artisti medievali come in una visione, è solo l’ultimo degli episodi del mosaico: il primo è la crocifissione di Gesù, su in alto; e il secondo, e principale, è la discesa del Cristo agli Inferi.
Solo nei quattro registri inferiori, finalmente, si prefigura ciò che avverrà nell’ultimo giorno, quando il Salvatore tornerà a giudicare i vivi e i morti. Molto di più che il giudizio universale, quindi.
La sequenza conduce dalla morte di Cristo alla vittoria sulla morte, dalla vittoria alla corte celeste, dalla corte al giudizio, dal giudizio alla separazione dei beati e dei dannati. La linea verticale non è soltanto un modo per organizzare le immagini, ma traduce visivamente la storia della salvezza.
Il messaggio che le tessere musive volevano allora trasmettere è, ancora oggi, attuale. E non è solo un monito morale: la controfacciata, a Torcello, rappresenta l’ultima pagina della liturgia, avendo letto la quale il fedele esce dalla chiesa consapevole del mondo in cui si sta per addentrare e in cui sarà possibile, per lui, forte di quella lettura, discernere tra ciò che è bene e ciò che, invece, non lo è.

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