Gesù e le donne nel Nuovo Testamento: discepole, testimoni e protagoniste della salvezza

Nel Nuovo Testamento le donne non sono figure marginali: incontrano Gesù, vengono guarite, ascoltano il suo insegnamento, lo seguono, sostengono la sua missione, restano ai piedi della croce e ricevono per prime l’annuncio della Risurrezione. Il rapporto di Gesù con le donne è segnato da rispetto, libertà, compassione e responsabilizzazione.

Le donne del Vangelo sono incontrate, liberate, esaudite, guarite, riportate alla vita, inviate e responsabilizzate. Gesù riconosce la loro dignità di persone e di discepole, supera molte convenzioni religiose e sociali del suo tempo e affida proprio a loro il primo annuncio pasquale.

Il ruolo delle donne nella storia della salvezza

Il Vecchio Testamento è la storia dell’elezione. È la storia dell’elezione da parte di Dio di un popolo, composto da uomini e da donne. Adamo ed Eva condividono i doni preternaturali. Ciò è reso particolarmente incisivo dal fatto che ognuno mangia individualmente il frutto proibito.

Il peccato della disobbedienza non è trasmesso dall’uno all’altro: entrambi sono colpevoli ed entrambi vengono puniti. Tuttavia, la perdita dei doni preternaturali e il divieto di restare nel Giardino dell’Eden non distruggono l’immagine di Dio o la dipendenza dell’umanità da Dio.

Adamo ed Eva procreano ed è Eva a riconoscere che il loro primogenito, Caino, è un dono di Dio: “Ho acquistato un uomo dal Signore” (Gn 4, 1). Parimenti, Eva ravvisa la mano di Dio nella nascita di Set che va a colmare la perdita di Abele.

È con la nascita del primogenito di Set che “allora si cominciò a invocare il nome del Signore” (Gn, 4, 25-26). E fu così che uomini e donne invocarono il nome del Signore, spesso con risultati misti di confusione, distruzione e rinascita, fino a quando il Signore non scelse un progenitore e una progenitrice nelle persone di Abramo e Sara.

Eva, Sara, Rebecca e Rachele

La chiamata iniziale di Abramo (Gn 12, 1-3) non giunge solo a un individuo, ma anche a un uomo sposato (Gn 11, 29). Quindi, Sara condivide integralmente la promessa del Signore ad Abramo di benedizione, terra e progenie.

La mancanza di fiducia di Abramo nella tutela di Dio è parallela alla sfiducia di Sara nella promessa di Dio. È Sara che manda Agar, l’egiziana, da suo marito per forzare la mano della promessa di Dio (Gn 16, 1-6); è sempre Sara che si fa beffe di Dio e ride alla prospettiva di avere un figlio in età tanto avanzata.

Il tentativo di aggirare il disegno di Dio attraverso la fecondità vicaria di Agar e il concepimento di Ismaele è tanto colpa di Abramo quanto di Sara ed è respinto da Dio. Sebbene Dio mostri compassione per Agar e Ismaele, concedendo anche a loro promesse simili a quelle fatte ad Abramo (Gn 16,7-14; 21, 13-21), non deve esserci erede senza il diretto intervento e il riconoscimento di Dio.

Grazie all’intervento divino (Gn 21, 1-2), Sara concepisce e porta in grembo Isacco. Le benedizioni su Abramo e su Sara sono abbondanti. La progenie è completa con Abramo e con Sara.

È a Rebecca, e non a Isacco, che il Signore rivela la natura della lotta nel suo grembo, ossia che il figlio più giovane usurperà il più vecchio (Gn, 25, 23). Con le sue macchinazioni, è Rebecca lo strumento della volontà di Dio per ottenere la benedizione per Giacobbe piuttosto che per Esaù ed è Isacco che resta nell’ombra secondo il disegno di Dio.

Giacobbe e Rachele divengono genitori delle tribù che costituiranno il popolo ebraico. È attraverso il primo figlio di Rachele, Giuseppe, che le promesse di benedizione, terra e progenie si realizzeranno in parte in Egitto.

Rachele è la vera moglie di Giacobbe, colei che egli desidera e ama di più e la madre di Giuseppe e Beniamino. Rachele è colei che Dio ricorda aprendo il suo grembo con Giuseppe e soddisfacendo il suo desiderio di un secondo figlio con Beniamino, prima di morire di parto (Gn, 30, 23-24; 35, 16-18).

Da Eva, Sara, Rebecca e Rachele è nato e ha prosperato un intero popolo. Quando quel popolo è oppresso e in catene, sono delle donne, Sifra e Pua, le levatrici, la figlia innominata del Faraone e la madre innominata di Mosè, a proteggere il futuro capo degli Ebrei, Mosè.

Le donne che hanno svolto un ruolo così vitale nell’elezione, ne hanno svolto uno altrettanto vitale nella redenzione.

Figure femminili eroiche nell’Antico Testamento

In tutto l’Antico Testamento la funzione della donna rimane limitata. In casa i suoi diritti sembrano uguali a quelli del marito, per lo meno nei confronti dei figli che essa educa; ma la legge la mantiene al secondo posto.

Accanto a questi esempi al rovescio, ecco le mogli dei patriarchi che mostrano il loro lodevole slancio verso la fecondità. Vengono presentate anche figure eroiche di donne: lo spirito di YHWH scende su talune donne, trasformandole, proprio come gli uomini, in profetesse, mostrando che il loro sesso non costituisce un ostacolo alla irruzione dello spirito: Maria, la sorella di Mosè e di Aronne, Debora e Giaele, Culda.

Giuditta, come una profetessa in atto, mostra che tutti possono contare sulla protezione di YHWH; la sua bellezza, la sua prudenza, la sua abilità, il suo coraggio e la sua castità nella vedovanza ne fanno un tipo perfetto della donna secondo il disegno di Dio nell’Antico Testamento.

Di fatto la donna è figura della sapienza divina; manifesta poi la forza di YHWH che si serve degli strumenti deboli per procurare la sua gloria. Già Anna magnificava il Signore degli umili.

Gesù e la nuova dignità della donna

Il Nuovo Testamento è la storia della redenzione. È la storia della redenzione di tutti, uomini e donne, da parte di Dio. Al centro della redenzione, vi è certamente il Redentore, Gesù Cristo, uno solo con il Creatore, il Padre e il Santificatore, lo Spirito Santo.

Non esiste esaltazione più grande per la razza umana del fatto che il Figlio di Dio diviene uomo e nasce da donna. Nessun essere umano è più vicino a Gesù di sua madre, Maria, che in quanto Theotokos, lo ha portato in grembo con amore indicibile.

Maria è la donna più importante nell’ordine creato e la donna più significativa nella Bibbia. Maria è la “nuova Eva”, grazie al cui fiat il disegno di Dio di redenzione viene messo in moto affinché le colpe della prima Eva possano essere espiate nel suo Figlio.

Questa esaltazione della madre manifesta l’importanza delle donne nella sua vita e fornisce il paradigma del suo rapporto rispettoso e compassionevole con le donne.

Maria, la madre di Gesù

La consacrazione della nuova dignità della donna ha luogo nel giorno dell’annunciazione. Il Figlio di Dio vuole nascere da una donna (Gal ). Maria, vergine e madre, realizza in sé l’ideale femminile della fecondità.

In Maria si incarna l’ideale della donna, perché essa dà i natali al principe della vita. Ma Gesù rivela in Maria e annuncia per tutti l’esistenza di una maternità spirituale, frutto portato dalla verginità della fede.

Nel Vangelo di Marco, che è il più antico, Maria fa un’unica, breve comparsa. Si tratta dell’episodio in cui lei e altri parenti vanno a trovare Gesù a Cafarnao per parlargli.

In quell’occasione Gesù, che sta predicando alla folla, domanda: “‘Chi è mia madre e chi sono i miei fratelli?’. Girando lo sguardo su quelli che erano seduti attorno a lui, disse: ‘Ecco mia madre e i miei fratelli! Perché chi fa la volontà di Dio, costui per me è fratello, sorella e madre’” (Marco 3:33-35).

In realtà, Gesù qui afferma semplicemente che la grandezza di sua madre, come quella di qualunque altra persona, sta nel fatto di avere ascoltato la Parola. E Maria ha certamente ascoltato la Parola, l’ha serbata in cuore e ha fatto la volontà di Dio.

Nel Vangelo di Giovanni si accenna alla “madre di Gesù” in due sole occasioni: nell’episodio delle nozze di Cana e ai piedi della croce rispettivamente all’inizio e alla fine del ministero pubblico di Gesù.

Dobbiamo quindi rivolgerci al Vangelo di Luca, l’unico che si soffermi sulla figura di Maria. Dopo l’annunciazione, viene il racconto della visita a Elisabetta, e il cantico del Magnificat.

Segue il racconto della Natività. Successivamente, nel racconto della presentazione al Tempio, Maria porta il bambino Gesù nel santuario di Gerusalemme, dove ascolta le parole di Simeone e di Anna, e la profezia sconvolgente che la riguarda.

Negli Atti degli Apostoli, ritroviamo Maria a Gerusalemme, nel cenacolo, raccolta con gli apostoli e gli altri discepoli in preghiera.

Le nozze di Cana

È naturale che la prima a credere in Gesù sia sua madre. Durante il banchetto, Maria fa presente a Gesù che è finito il vino.

Di certo, avendo custodito nel proprio cuore tutto ciò che è stato detto e predetto di Gesù fin dalla sua nascita, si aspetta da questo suo figlio qualcosa di straordinario. Lui si nega dicendo che non è ancora giunto il momento di uscire allo scoperto, ma Maria ha fede in Gesù, come figlio e come Figlio di Dio, il Figlio della promessa.

E la sua fede gli “estorcerà” il primo miracolo: Gesù farà dunque riempire delle giare di acqua e tramuterà l’acqua in vino.

Elisabetta e Anna: donne profetiche

Elisabetta, moglie del sacerdote Zaccaria e discendente della stirpe sacerdotale di Aronne, è una parente di Maria, la futura madre di Gesù. Sterile, diverrà, per grazia divina, madre di un gran personaggio, il precursore di Gesù: Giovanni il Battista.

Elisabetta profeticamente riconosce di essere alla presenza della madre del Salvatore, poiché il bambino che porta in grembo ha un sussulto. Contrariamente alle usanze, quando nasce il bimbo, è Elisabetta, e non Zaccaria, a imporgli il nome di Giovanni.

Al Tempio si aggiunge poco dopo una donna, la profetessa Anna, figlia di Fanuele, della tribù di Aser. È vedova, ha ottantaquattro anni e non si allontana mai dal Tempio.

Anche lei si mette a lodare Dio e inizia a parlare del bambino a quanti aspettano la redenzione di Gerusalemme. Un’altra evangelizzatrice ante-litteram.

Le donne discepole di Gesù

Secondo Luca (8, 1-3), fra i discepoli di Gesù c’erano molte donne che viaggiavano con lui. “C’erano con lui i Dodici, e alcune donne che erano state guarite da spiriti cattivi e da infermità: Maria, chiamata Maddalena, dalla quale erano usciti sette demoni; Giovanna moglie di Cuza, amministratore di Erode, Susanna e molte altre, che li servivano con i loro beni”.

La tradizione evangelica ha posto sotto silenzio la sequela femminile, eppure la comunità che Gesù volle raccogliere attorno a sé comprendeva uomini e donne, “discepoli e discepole che avevano lasciato famiglia, casa, campi, moglie, marito e figli” per seguirlo.

Ancora: nonostante un linguaggio androcentrico che non aveva il femminile del termine “discepolo”, i Vangeli ci dicono che un gruppetto di donne seguiva stabilmente Gesù.

L’imperfetto ekoloúthoun impone di riconsiderare quella sequela come qualcosa di stabile e duraturo e che è iniziata già da tempo.

Il servizio delle discepole

Le donne dimostrano di essere pienamente capaci di un servizio ministeriale, che va ben oltre i confini domestici e le necessità familiari. Delle donne, infatti, viene detto che esse servono Gesù.

In Marco, se si escludono gli angeli in 1,13, le donne sono le uniche a servire Gesù, e Gesù stesso usa questo verbo non nel senso quotidiano della preparazione del cibo, ma come termine “tecnico” del discepolato.

Quindi, questo servizio riservato alle donne acquista un significato teologico e cristologico preziosissimo.

Gli incontri di Gesù con le donne

La qualità di una relazione dipende da molti tratti, non ultime la libertà con la quale in essa interagiscono le persone coinvolte e l’autenticità che le persone possono esprimervi.

Le relazioni tra Gesù e le donne nella tradizione evangelica sono sempre relazioni di qualità. Per le donne, senz’altro: incontrate, liberate, esaudite, guarite, riportate alla vita, inviate e responsabilizzate.

Ma anche per Gesù, interrogato e trasformato dalle figure femminili che incontra: così ci raccontano i Vangeli, non si sta forzando il testo.

Il contatto sanante

Ci sono donne in abbondanza tra i beneficiari di guarigioni ed esorcismi di Gesù: che qualcuno interceda per loro, che loro intercedano per altri o che esse stesse cerchino un approccio con Gesù per essere salvate, i racconti di miracolo testimoniano come la tenerezza di Dio in Gesù si rivolga a queste figure come alle altre di diseredati e oppressi.

Gesù non teme in alcun modo la contaminazione derivante dal contatto fisico con un malato, meravigliosamente esemplificato da quel “prendere per mano” che accomuna la guarigione di una vecchia e la rianimazione di una giovanissima fanciulla.

Il contatto fisico rompe l’isolamento, restituisce dignità e relazione, solleva il corpo e lo spirito.

La parola in pubblico

Per noi lettori del XXI secolo tutti gli episodi evangelici in cui Gesù parla con una donna sono assolutamente normali ed equiparabili a tanti altri. Ma alcune spie testuali ci dicono che non doveva essere così al suo tempo.

La donna samaritana si sorprende del fatto che Gesù le rivolga la parola: “Come mai tu, che sei giudeo, chiedi da bere a me, che sono una donna samaritana?” (Gv 4,9).

Addirittura i discepoli, sopraggiunti dopo essere andati a fare compere, “si meravigliavano che parlasse con una donna” (4,27).

Alla donna “per bene” la parola in contesti pubblici era assolutamente vietata, e se non capiamo questo non comprendiamo il coraggio e la sfrontatezza dell’emorroissa e della sirofenicia quando, facendosi animo, rivolgono apertamente la parola a Gesù.

L’insegnamento

Ma il tratto ancora più ardito è che le donne, nei Vangeli, sono destinatarie di insegnamenti di Gesù, ossia che Gesù spezza la parola per loro.

Invece le donne sono destinatarie dell’insegnamento di Gesù, come testimonia la bella pericope di Lc 10,38-42, nella quale il personaggio di Maria fa qualcosa di assolutamente inaudito per i suoi tempi, ossia si siede ai piedi di Gesù e ne ascolta le parole e gli insegnamenti.

Gesù apprezza pubblicamente Marta e la grande libertà interiore con la quale è andata oltre le convenzioni e i ruoli del suo tempo, scegliendo “la parte migliore, che non le sarà tolta” (10,42).

L’invio come apostole

Ai tempi di Gesù una donna non poteva testimoniare in un processo: la sua parola non aveva valore alcuno in ambito giuridico. Eppure Gesù affida a un gruppetto di donne il messaggio più importante, ossia l’annuncio della risurrezione.

Questo dato è condiviso da tutta la tradizione evangelica. Gli Undici e gli altri, udito l’annuncio delle donne, non credettero loro perché le loro parole sembravano vaneggiamenti.

In tal senso, ebbe più fortuna la samaritana tra i suoi, che credettero in Gesù grazie alla parola di quella donna: “Molti Samaritani di quella città credettero in lui per la parola della donna, che testimoniava: ‘Mi ha detto tutto quello che ho fatto’” (Gv 4,39).

Maria Maddalena, apostola tra gli apostoli

Maria Maddalena era una delle tante persone guarite da Gesù, che l’aveva liberata da sette demoni che la perseguitavano. Nata a Magdala, veniva chiamata anche Maria di Magdala.

La tradizione, per un millenario equivoco, ha fatto di Maria Maddalena una peccatrice, cioè una prostituta, pentita, ma nei Vangeli non è mai dipinta come tale.

Il Vangelo di Luca riporta effettivamente l’episodio in cui una peccatrice entra di soppiatto nella casa di Simone il fariseo, dove era ospite Gesù, e con le lacrime gli lava i piedi e glieli asciuga con i capelli, ma di quella donna non viene fatto il nome.

Gesù ha compiuto nei confronti della Maddalena un’opera di liberazione. Questa donna diventa, nel racconto degli evangelisti, una figura estremamente significativa e positiva.

La troviamo ai piedi della croce, insieme alla madre di Gesù, sia al sepolcro dove sarà la prima a incontrare il Cristo risorto, sia come la prima persona da cui questi, chiamandola per nome, si farà riconoscere.

Maria Maddalena fu la prima a cui Cristo Risorto apparve la mattina di Pasqua, e a lei si rivolse chiamandola per nome. Come Maria Vergine è stata scelta da Dio per portare in grembo Suo Figlio, così Santa Maria Maddalena è stata scelta da Gesù come prima depositaria del mistero della Sua Resurrezione.

La stessa Maria Maddalena sarà definita successivamente “apostola tra gli apostoli” perché fu la prima a dare l’annuncio della Resurrezione agli altri apostoli di Gesù, e “evangelista”, in quanto portatrice della Buona Novella.

Per questo lei sarà detta uguale agli apostoli (isapòstolos) nella tradizione greca, e apostola degli apostoli in quella latina.

Il significato dell’incontro con il Risorto

Maria, nel giardino della sepoltura, piange perché non trova più il corpo di Gesù. Un uomo si avvicina e le domanda perché piange, lei crede sia il giardiniere e gli chiede se sa dove sia finito il corpo del suo maestro.

A questo punto, l’uomo la chiama per nome e lei allora riconosce che è il Signore. Il verbo trattenere è stato tradotto a lungo: non mi toccare, il famoso noli me tangere che ha dato il titolo a molti dipinti raffiguranti questa scena.

Ma esiste un’altra possibilità, più coerente con la situazione e il rapporto tra Gesù e Maria. Diventa il racconto di un istante perfetto di felicità assoluta, non la dichiarazione dell’indegnità umana, e soprattutto femminile, a stringersi a Dio.

Marta e Maria di Betania: azione e ascolto

Tra gli amici di Gesù spiccavano Lazzaro, da lui resuscitato dalla morte, e le sue sorelle, Maria e Marta. Il Vangelo di Luca caratterizza molto queste ultime, offrendo due ritratti di donne molto diversi tra loro, anche se accomunate dalla loro devozione e dall’amore per Gesù.

Marta si prende cura del Cristo, lo accudisce come un fratello, come uno di famiglia, con premura e dedizione. Maria lo segue, siede ai Suoi piedi, lo venera, ascoltando ciò che esce dalle Sue labbra.

Contemplazione da un lato, gesti e azioni pratiche dall’altro, ma alla base l’amore per Gesù. Il desiderio di compiacerlo e accudirlo con cibo, tepore, tranquillità, e l’amore di una famiglia.

Quando Gesù va ospite a casa loro, Maria non vuole perdere tempo in faccende domestiche, vuole ascoltarlo come una discepola, seduta accanto a lui. Marta chiede a Gesù di dirle qualcosa, di rimproverarla, invece lui la loda, perché ha scelto la parte migliore che non le sarà tolta.

Quasi sempre si è letta, in questo episodio, un’opposizione tra vita attiva e vita contemplativa; si può pensare piuttosto che Gesù approvi il gesto rivoluzionario con cui Maria sceglie una strada diversa da quella usuale e lodi la sua libertà interiore che le fa scegliere di essere quella che vuole.

Le donne guarite e liberate

La Samaritana al pozzo

L’episodio della Samaritana è raccontato nel Vangelo secondo Giovanni (Gv 4,4-26). Gesù era in viaggio dalla Giudea alla Galilea, e mentre attraversava la Samaria si fermò a riposare presso un pozzo.

Poco dopo giunse una donna del luogo. Non correva buon sangue tra giudei e samaritani, ma Gesù le si rivolse cortesemente e le chiese se poteva dargli un po’ d’acqua del pozzo.

Stupita da tanta gentilezza la donna gliene chiese ragione, e Gesù le rispose: “Se tu conoscessi il dono di Dio e chi è colui che ti dice: ‘Dammi da bere!’, tu stessa gliene avresti chiesto ed egli ti avrebbe dato acqua viva”.

“Chiunque beve di quest’acqua avrà di nuovo sete; ma chi beve dell’acqua che io gli darò, non avrà mai più sete, anzi, l’acqua che io gli darò diventerà in lui sorgente di acqua che zampilla per la vita eterna”.

L’episodio della Samaritana al pozzo mette in evidenza la volontà di Gesù di offrire la salvezza non solo agli ebrei puri e a uomini e donne retti e morigerati, ma a chiunque potesse accoglierla ed apprezzarla con cuore colmo di fede.

Quando lei gli dice che ogni cosa sarà chiara quando verrà il Messia atteso, egli risponde: “Io Sono che ti parlo”. La samaritana è depositaria di un’enorme rivelazione.

L’emorroissa

Tra le tante guarigioni attribuite a Gesù nei Vangeli sinottici c’è anche quella dell’emorroissa, una donna che da anni soffriva di emorragia.

Approfittando della folla che accalcava Gesù, che si stava recando alla casa di Giairo, capo della sinagoga, gli si avvicinò e lo toccò furtivamente alle spalle. Subito guarì.

Gesù si voltò e chiese chi lo avesse toccato, e quando lei, timorosa, gli si rivelò Lui non la maltrattò, ma le confermò che la sua fede l’aveva salvata.

Una donna ammalata da dodici anni di perdite mestruali era resa impura per la società del tempo ed esclusa anche dalle normali relazioni familiari. Lui non la rimprovera per quello che ha fatto, non la caccia via e neppure corre al tempio a purificarsi.

Lascia che tutti sappiano che è stato toccato da una donna impura e le si rivolge affettuosamente - figlia mia - rimandandola in pace e infrangendo il crudele tabù del sangue.

La figlia di Giairo e la vedova di Nain

La compassione di Gesù per le donne è senza limiti. Egli trae dalla morte la figlia di Giairo e la vedova del figlio di Nain.

Nel vedere una donna inferma, non può che guarirla, anche se non ha chiesto compassione e l’atto può suscitare l’ira di alcuni perché viene effettuato di sabato.

Anche la guarigione di un’altra donna, curva da diciott’anni, diventa occasione per rimproverare l’ipocrisia di quei religiosi che mettevano l’osservanza del precetto davanti alla concretizzazione del suo significato.

La donna siro-fenicia

La compassione di Gesù verso le donne non si limita alle figlie di Israele, perché Gesù scaccia un demone dalla figlia di una donna siro-fenicia.

Si tratta di una straniera che gli chiede con insistenza di guarire sua figlia. Gesù le dice che non è lecito dare il pane dei figli ai cani.

La siro-fenicia non s’intimorisce, e gli ribatte: è vero, ma anche i cani si cibano delle briciole che cadono dalla tavola dei padroni. Gesù ne resta ammirato e le dice: “Grande è la tua fede!”.

Questa donna gli ha insegnato una cosa importante, e lui l’ha ascoltata. La sua missione non è solo per Israele.

La donna adultera

Forse l’esempio più commovente della compassione di Gesù si ha in Giovanni 8, 1-11. Gesù sta predicando nel tempio quando gli scribi e i farisei gli portano una donna colta in adulterio.

Hanno intenzione di lapidarla perché la sua colpevolezza è certa e la legge di Mosè prescrive quella pena. Gesù pronuncia poche parole: “Chi di voi è senza peccato, scagli per primo la pietra contro di lei”.

Dopo aver ascoltato le sue parole, se ne vanno, ma la donna resta davanti a lui. Gesù le dice parole che riassumono la sua visione compassionevole verso la razza umana che redime: “Neanch’io ti condanno; va’ e d’ora in poi non peccare più”.

La donna peccatrice e il perdono

Si ignora di quale peccato si sia macchiata questa donna, di cui non si conosce né il nome né la condizione. Consideriamola, perciò, una figura simbolica dell’umanità penitente.

Questa donna è messa in contrasto con la figura di Simone il fariseo, un uomo integro, osservante della legge, che ha invitato a pranzo Gesù e ora si trova seriamente imbarazzato di fronte all’intrusione di quest’ospite sgradita.

Gesù, che non è venuto per chi si crede nel giusto, ma per chi “si riconosce sbagliato”, cerca di far capire a Simone che questa donna ha, sì, sbagliato ma ha anche molto amato. E questo amore merita la grazia.

“Vedi questa donna? Sono entrato in casa tua e tu non mi hai dato l’acqua per i piedi; lei invece mi ha bagnato i piedi con le lacrime e li ha asciugati con i suoi capelli. Tu non mi hai dato un bacio; lei invece, da quando sono entrato, non ha cessato di baciarmi i piedi.

Tu non hai unto con olio il mio capo; lei invece mi ha cosparso i piedi di profumo. Per questo io ti dico: sono perdonati i suoi molti peccati, perché ha molto amato. Invece colui al quale si perdona poco, ama poco” (Lc 7,44-47).

Le donne ai piedi della croce

Tutti conosciamo bene le figure delle pie donne ai piedi della croce, che assistettero alla morte di Gesù in Croce, descritte in modo differenziato nei vari Vangeli canonici, ma la presenza delle quali non viene messa in dubbio da nessuno degli Evangelisti.

Per Matteo e Marco si trattava di due donne di nome Maria, Maria di Màgdala e Maria madre di Giacomo e di Giuseppe, o forse Maria di Cleofa, e di un’altra donna dall’identità incerta.

Luca parla di donne in modo generico, mentre Giovanni è molto più preciso, e parla della Vergine Maria, madre di Gesù, di Maria di Cléofa, sua zia e di Maria Maddalena.

Ai piedi della Croce stanno più donne che uomini. Immediatamente dopo, sono narrate più attività di donne che di uomini. Le donne sono fra i primi testimoni della Resurrezione.

Al momento della sua obbedienza sacrificale sulla Croce Gesù affida la Chiesa a Sua madre e Sua madre alla Chiesa (Gv, 19, 25-27).

Gesù e la dignità della donna nella vita sociale e familiare

Il diritto matrimoniale è senz’altro l’ambito nel quale più nettamente Gesù opera una vera e propria equiparazione dei diritti tra partner a fronte di una sperequazione ingiusta e maschilista tra un possessore e un oggetto di possesso.

Al tempo di Gesù, la donna era ritenuta proprietà del marito utile solo a garantirgli una discendenza. Per Gesù invece la donna non è un possesso tra gli altri, ma una persona dotata di dignità.

Gesù dichiara in modo rivoluzionario che l’uomo adultero non è solo quello che si unisce alla donna di un altro uomo, ma anche quello che pone sulla donna uno sguardo che la rende oggetto di piacere.

In tal modo egli libera la donna dalla schiavitù nei confronti dell’uomo facendola passare dalla condizione di oggetto che ha solo doveri alla condizione di soggetto di diritti.

L’uomo perde la schiava, ma ritrova l’aiuto, la compagna che Dio gli ha messo di fronte. La donna torna a essere offerta all’uomo come un dono sacro.

Le donne come esempio di fede e di generosità

La vedova povera

Gesù utilizza anche la generosità e l’esempio di una povera vedova quale lezione per i suoi discepoli.

“In verità io vi dico: questa vedova, così povera, ha gettato nel tesoro più di tutti gli altri. Tutti infatti hanno gettato parte del loro superfluo. Lei invece, nella sua miseria, vi ha gettato tutto quello che aveva, tutto quanto aveva per vivere” (Mc 12,43).

La donna che unge Gesù

“Lasciatela stare; perché la infastidite? Ha compiuto un’azione buona verso di me. I poveri infatti li avete sempre con voi e potete far loro del bene quando volete, ma non sempre avete me.

Ella ha fatto ciò che era in suo potere, ha unto in anticipo il mio corpo per la sepoltura. In verità io vi dico: dovunque sarà proclamato il Vangelo, per il mondo intero, in ricordo di lei si dirà anche quello che ha fatto” (Mc 14,6).

Donne, Chiesa e comunità cristiana

La testimonianza biblica delle donne mostra come esse condividano intimamente con gli uomini i momenti biblici più significativi. Gli eventi biblici importanti dell’elezione e della redenzione non sono generi differenziati.

In primo luogo, uomini e donne sono strumenti dell’elezione di Dio fin dall’inizio. La storia dell’atto creativo di Dio riguarda tanto Eva quanto Adamo. La preparazione del popolo eletto di Dio riguarda tanto Sara, Rebecca e Rachele quanto Abramo, Isacco e Giacobbe.

Uomini e donne condividono equamente la promessa fatta ad Abramo di benedizione, terra e progenie. Sono anche eredi del significato più profondo di quella promessa iniziale: che avrebbero avuto non solo benedizione, ma redenzione; non solo progenie, ma vita eterna; non solo terra sulla Terra, ma una casa in cielo.

In secondo luogo, uomini e donne erano strumenti della redenzione del Signore. Proprio come Dio ha permesso loro di partecipare alle alleanze del Vecchio Testamento, così Egli permette la loro partecipazione alla vita terrena e all’opera del Redentore.

Paolo afferma: “Non c’è più Giudeo né Greco; non c’è più schiavo né libero; non c’è più uomo né donna, poiché tutti voi siete uno in Cristo Gesù. E se appartenete a Cristo, allora siete discendenza di Abramo, eredi secondo la promessa” (Gal, 3, 28-29).

Il ruolo delle donne nella Chiesa nascente

Si comprende quindi come la Chiesa nascente segnali il posto e la parte avuta da numerose donne (At ), ormai chiamate a collaborare all’opera della Chiesa.

La partecipazione della donna alla vita della Chiesa primitiva suppone la scoperta di una nuova dimensione della donna: la verginità. Per rispondere alla sua vocazione la donna non deve necessariamente diventare sposa e madre, ma può restare vergine di cuore e di corpo.

Paolo ha elaborato così una teologia della donna, mostrando in qual senso la divisione dei sessi è superata e consacrata: “Non c’è più né uomo né donna: voi tutti siete uno in Cristo Gesù”.

La divisione dei sessi, benché trascesa dalla fede, rinasce nel corso dell’esistenza e si impone nella vita concreta della Chiesa. Ma Paolo non nega alla donna la possibilità di profetare, perché, come nell’Antico Testamento, lo Spirito non conosce la distinzione dei sessi.

Dal riconoscimento della dignità alla responsabilità ecclesiale

Una presenza femminile più incisiva nella Chiesa. Questo auspicava Papa Francesco già nel 2020, nelle sue intenzioni di preghiera per l’Angelus dell’11 ottobre.

Nelle intenzioni del pontefice c’era una maggior integrazione delle donne in qualsiasi contesto decisionale e nelle istituzioni di responsabilità nella Chiesa, rivendicando la loro uguaglianza rispetto agli uomini come battezzate, anche se laiche.

Sempre il Papa si era già pronunciato nel 2018 riguardo la necessità di rispettare le donne, come le rispettava Gesù, il quale: “[Gesù] ‘dignifica’ la donna e la mette allo stesso livello dell’uomo, perché prende quella prima parola del Creatore: tutti e due sono ‘immagine e somiglianza di Dio’, tutti e due; non prima l’uomo e poi, un pochino più in basso, la donna; no, tutti e due”.

Giovanni Paolo II affermò l’urgente necessità di passare “dal riconoscimento teorico della presenza attiva e responsabile della donna nella Chiesa alla realizzazione pratica” (Christifideles laici 51).

A più riprese lo stesso papa invitò a “riflettere sul ruolo della donna”, per darle più spazio nella società e nella Chiesa, e chiese perdono per gli abusi perpetrati ai danni delle donne.

Da ultimo, papa Francesco ha raccolto con convinzione l’eredità dei suoi predecessori e a più riprese, in modo sia formale sia informale, ha ridato slancio a un’accresciuta attenzione verso la presenza e il ruolo delle donne non solo nella vita quotidiana della Chiesa ma anche nelle diverse istanze ecclesiali.

Recentemente, con un gesto di notevole portata simbolica, ha inserito la commemorazione liturgica di santa Maria Maddalena nel novero delle “feste”, equiparandola così agli apostoli e ripristinando per lei l’antica definizione di “apostola apostolorum”.

Inoltre papa Francesco ha voluto istituire una commissione di studio, composta di donne e uomini, per esaminare da un punto di vista storico e teologico la questione del diaconato femminile.

Il significato evangelico del rapporto tra Gesù e le donne

Gesù si presenta quindi come il liberatore dell’umanità, colui che scioglie i legami di Satana, dà dignità, accetta l’amicizia, ascolta la preghiera di chi invoca giustizia.

Ogni donna incontrata è un muro che si abbatte. Il suo sguardo non è come l’occhio spione degli uomini religiosi, sempre in cerca di una trasgressione sessuale. Gesù vede il loro dolore, la loro fatica, la loro infelicità e a loro vuole restituire la dignità di figlie di Abramo, di figlie di Dio.

Le discepole di Gesù sono state guarite e sono quindi donne libere, perché sono state “liberate” non solo dal male, dal demonio o dalla malattia, ma anche dall’oppressione sociale, una struttura che le metteva in secondo ordine e le relegava a casa in uno stato di sottomissione.

Con tale liberazione è stata data loro la dignità del discepolato. E non di rado la loro testimonianza supera di gran lunga quella delle “matriarche” che le hanno precedute.

Il grande insegnamento delle donne bibliche è che l’accoglienza, l’ascolto e il dono di sé costituiscono la grandezza della persona.

La donna del Nuovo Testamento ha una marcia in più rispetto a quella dell’Antico: accoglie e trasmette la liberazione e la salvezza.

E, non dimentichiamolo, sarà la prima testimone della risurrezione di Gesù, fondamento dell’insegnamento cristiano, la prima vera evangelizzatrice.

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