Gesù di Nazareth, diretto da Franco Zeffirelli e prodotto tra Gran Bretagna e Italia nel 1977, è una lunga illustrazione televisiva della vita di Gesù Cristo così come tramandata dai quattro Vangeli, con alcune aggiunte tratte dai testi apocrifi. Dall’annunciazione fino alla passione, morte e resurrezione, il film cerca di offrire una narrazione ampia, didattica e spiritualmente riconoscibile della figura di Gesù.
La sua forza principale sta nell’aver unito la fedeltà all’iconografia cristiana tradizionale, la cura scenografica, un cast internazionale e l’interpretazione di Robert Powell, capace di presentare Gesù come una figura insieme umana e spirituale. Gesù di Nazareth ha creato un’immagine cinematografica di Cristo diventata familiare a intere generazioni e, per molti spettatori, resta la migliore versione televisiva della storia di Gesù.
Un film nato per raccontare la vita di Gesù
La trama segue il racconto della vita di Gesù Cristo così come tramandata dai quattro Vangeli, con alcune aggiunte tratte dai testi apocrifi. La narrazione parte dall’annunciazione e arriva alla passione, morte e resurrezione, costruendo un percorso che comprende la nascita, la predicazione, la scelta degli apostoli, i miracoli, i conflitti con le autorità religiose e politiche e la formazione della prima comunità dei discepoli.
Si tratta di un’illustrazione dei testi evangelici lunga sei ore. Le altre parti sono andate in onda nei giorni 1, 2 e 3 aprile.
Dal 27 marzo al 24 aprile 1977 la Rai, nel suo primo anno di trasmissioni a colori, mandò in prima serata i cinque episodi del Gesù di Nazareth: “La natività”, “L’avvento del figlio dell’uomo”, “La scelta degli Apostoli”, “La predicazione”, “La passione e la morte”.
| Elemento | Informazione |
|---|---|
| Titolo | Gesù di Nazareth |
| Regia | Franco Zeffirelli |
| Produzione | Gran Bretagna, Italia |
| Anno | 1977 |
| Formato | Sceneggiato televisivo |
| Durata complessiva | Sei ore |
| Materiale narrativo | Quattro Vangeli e testi apocrifi |
La preparazione della produzione
Non è perfettamente chiaro chi abbia avuto per primo l’idea del progetto, ma forse si è trattato di iniziative concomitanti. Secondo Alfonso Méndiz, nel suo Jesucristo en el cine, sarebbero stati lo sceneggiatore Pier Emilio Gennarini e il direttore di telegiornale RAI Fabiano Fabiani.
Secondo un documentario della History Channel, fu lo stesso Paolo VI che auspicò al produttore televisivo Lew Grade l’iniziativa di realizzare un serial televisivo sulla vita di Gesù, dopo aver apprezzato quello da lui realizzato su Mosè.
Di fatto Lew Grade divenne il produttore dell’iniziativa, con l’obiettivo di realizzare un serial televisivo per la RAI, ma con un cast internazionale in modo che potesse facilmente venir esportato. Nonostante inizialmente si fosse optato per Ingmar Bergman, alla fine i produttori Lew Grade per la ITC-Incorporated Television Company e Vincenzo Labella per la Rai - Radiotelevisione italiana scelsero Zeffirelli per la colossale produzione televisiva del Gesù di Nazareth.
Non certo priva di rischi, sarebbe stata però in grado di offrire una narrazione più dettagliata e una fruizione assai più vasta, raggiungendo milioni di telespettatori di diverso orientamento religioso e diversa formazione culturale proprio nelle loro case.
La produzione ottenne l’approvazione del Vaticano che vide nell’operazione la possibilità di divulgare vita di Cristo, alla luce delle linee tracciate dal Concilio Vaticano II. Quest’ultimo, tra le tante aperture, aveva infatti stabilito che, a livello di dottrina, la parola di Dio dovesse essere storicizzata, aprendo alla possibilità di interpretare i testi sacri, collegandoli ai tempi moderni.
Zeffirelli e la scelta del progetto
La scelta del regista cadde su Zeffirelli, dopo il successo del suo film su San Francesco. Zeffirelli fu a lungo incerto. Si convinse, come lui stesso racconta, quando un amico cineasta gli fece notare che almeno lui era cattolico e italiano e che meglio di tanti altri avrebbe potuto mostrare il suo amore per Gesù Cristo.
Lew Grade, impresario e produttore inglese, aveva conosciuto e apprezzato Zeffirelli dagli anni dell’Old Vic in particolare in occasione dell’allestimento di Sabato Domenica e Lunedì. Quando si trattò di decidere a chi affidare il difficile compito, Lew Grade, di religione ebraica, non ebbe dubbi indicando l’italiano cattolico Zeffirelli, regista tanto amato dal pubblico inglese.
Ma non fu facile convincerlo: “Fu mentre lavoravo alla Scala [Ballo in maschera, 1972] che il mio agente, Dennis van Thal, mi chiamò da Londra, per dirmi che il mio nome era il primo nella lista dei possibili registi per un grandioso film sulla vita di Cristo, destinato alle televisioni di tutto il mondo… Si aspettava che io saltassi di gioia; invece, accolsi la proposta con mille dubbi e difficoltà. […] Ora volevo occuparmi di altri progetti, uno in particolare sull’Inferno di Dante, che mi stava molto a cuore. Portare sullo schermo la vita di Gesù, poi, mi spaventava soltanto a pensarci.”
Nel 1974 fu firmato l’accordo e il primo problema da affrontare fu trovare lo sceneggiatore più adatto. La scelta di Zeffirelli cadde su Anthony Burgess, cristiano praticante, versatile scrittore, sceneggiatore, librettista inglese, famoso soprattutto per il libro da cui era stato tratto il film L’arancia meccanica di Stanley Kubrick.
Lo stesso Zeffirelli si affiancò nella stesura della sceneggiatura a Burgess, soprattutto per cercare di dare maggiore sacralità alle parole e ai gesti di Gesù. Alla fine Burgess non accettò che la sua sceneggiatura iniziale fosse stata alterata e Zeffirelli scelse di continuare con Suso Cecchi D’Amico.
Quando il serial venne alla fine distribuito, si temette qualche reazione critica di Anthony Burgess ma fu lui stesso a chiudere la disputa, dichiarando che il lavoro rispecchiava le sue intenzioni originarie.
La visione di Gesù come uomo del suo tempo
Zeffirelli accetta di realizzare il film con il chiaro intento di farne una colossale operazione didattica, il racconto storicamente e teologicamente dettagliato della vita di Cristo. Per questo la sua prima e indiscutibile richiesta fu di avere come consiglieri durante il film i più alti esperti in teologia, cristiani ed ebrei.
La prima stesura della sceneggiatura fu affidata allo scrittore inglese cattolico Anthony Burgess, già autore di Arancia meccanica e nel 1976 di L’uomo di Nazareth. Fu lui a tracciare in una corsa contro il tempo la scansione in episodi.
Subentreranno, per la messa a punto della sceneggiatura del Gesù di Nazareth, Suso Cecchi D’Amico e Masolino D’Amico, con l’apporto dello stesso Franco Zeffirelli e la consulenza di Pier Emilio Gennarini, vicinissimo a Ettore Bernabei, all’epoca direttore generale della RAI.
Alla base della lettura di Zeffirelli c’è la constatazione che Gesù era un ebreo, convinto dal fervore di Lew Grade e dall’enciclica di Paolo VI Nostra Aetate. Il Gesù di Zeffirelli è dunque per prima cosa un uomo del suo tempo, un ebreo nato in una terra occupata e dilaniata dai conflitti interni.
Il contesto storico e religioso
Gesù era un ebreo e faceva parte della tribù di Giuda, sebbene abbia vissuto la maggior parte della sua vita in Galilea. In ebraico, i due nomi Gesù e Giosuè sono identici nella pronuncia e nell’ortografia: יְהוֹשֻׁעַ, cioè Yehoshu'a, che significa “Dio salva”.
Gesù, quindi, non era un israelita, semmai israelita, ma nemmeno palestinese, poiché la Palestina non si chiamava così all’epoca. Questo nome le fu attribuito dall’imperatore Adriano solo a partire dal 135 d.C., dopo la fine della Terza Guerra Giudaica, quando l’antica provincia della Giudea, già spogliata dei suoi abitanti ebrei, fu ribattezzata, per disprezzo nei loro confronti, Siria Palæstina.
All’inizio del primo secolo d.C., quello che era stato l’antico Regno di Israele, poi diviso in due regni, Israele e Giuda, aveva cessato di essere uno Stato indipendente ed era diviso tra Giudea e Giuda, dove il giudaismo ortodosso era più forte. Anche le altre due regioni storiche, ossia la Galilea e la Samaria, erano soggette a Roma e governate da un praefectus.
La Galilea si trattava di un’area con una popolazione mista. Città e paesi ebraici, come Nazareth e Cana, si trovavano vicino a città con una cultura greco-romana, cioè pagana, ad esempio Sepphoris, Tiberiade e Cesarea di Filippo.
La parte della popolazione della regione di fede e cultura ebraica era denigrata dagli abitanti della Giudea, che si vantavano di essere più puri e raffinati dei rudi e litigiosi Galilei. Più volte, a proposito di Gesù, leggiamo nei Vangeli che “nulla di buono può uscire da Nazareth o dalla Galilea”.
La Galilea, tuttavia, era un regno vassallo di Roma ed era governata da Erode il Grande, un re di origine pagana letteralmente messo sul trono da Augusto, al quale era praticamente un subordinato. Erode, noto per la sua crudeltà ma anche per la sua astuzia, aveva fatto tutto il possibile per conquistare la simpatia del popolo ebraico.
Tra le altre cose, aveva ampliato e abbellito il Tempio di Gerusalemme, che era stato ricostruito dal popolo di Israele dopo il ritorno dalla cattività babilonese. I lavori per completare la struttura erano ancora in corso mentre Gesù era in vita e furono completati solo pochi anni prima del 70 d.C., quando il santuario fu raso al suolo durante la distruzione di Gerusalemme da parte dei Romani guidati da Tito.
Continuando la storia di Gesù di Nazareth, bisogna ricordare a questo punto che in Israele a quel tempo il giudaismo non era affatto un blocco uniforme.
- Sadducei: costituirono la classe sacerdotale e l’élite del tempo. Erano ricchi funzionari religiosi, assegnati al servizio del tempio, che non credevano nella resurrezione dei morti o nell’esistenza di angeli, demoni e spiriti.
- Farisei: erano pii osservatori della legge, abituati a concentrarsi anche sulle minuzie della legge stessa, che per loro non era solo quella scritta, la Torah, ma anche e soprattutto la halakhah orale.
- Erodiani: la cui fedeltà al re Erode era ben nota e che dovevano essere molto vicini ai Sadducei.
- Dottori della legge: hanno progressivamente codificato tutto ciò su cui era possibile legiferare.
- Zeloti: aderivano alla dottrina del giudaismo anche in senso politico. I Romani li chiamavano sicarii, per via dei pugnali nascosti sotto il mantello.
- Essen: costituivano una specie di congregazione religiosa, concentrata in particolare intorno al Mar Morto, vicino all’oasi di Ein Guedi.
La scelta di Robert Powell
Sulla scelta dell’attore che avrebbe dovuto sostenere la parte di Gesù Cristo, nonostante gli importanti nomi che vennero fatti, Al Pacino e Dustin Hoffman, fu lo stesso Zeffirelli che raccontò che la scelta cadde sull’attore inglese Robert Powell soprattutto per la profondità dello sguardo: “gli occhi sono sempre il maggior veicolo di comunicazione sullo schermo”.
Robert Powell si era presentato per la parte di Giuda. “Tra i molti provini che facevo quasi quotidianamente, chiamai a Roma per la difficile parte di Giuda un attore molto bravo che avevo visto in teatro a Londra, Robert Powell. Un tipetto abbastanza comune, ma con due occhi azzurri che mozzavano il fiato.”
“Pensai subito che sarebbe stato un Giuda interessante, ma il mio operatore, anche lui affascinato da quegli occhi, osservò: “Se Giuda ha questi occhi, che occhi dovrà avere Gesù?”… Lavorammo moltissimo per prepararlo: capelli lunghi, trucco, vesti, luci.”
“Quando era tutto pronto, e Powell ci stava già affascinando, chiamai una sarta per gli ultimi ritocchi al costume. La donna, che non aveva ancora visto Powell, se lo trovò davanti improvvisamente e, presa dalla commozione, cadde in ginocchio esclamando: “Signore!”. E si fece il segno della croce. Capimmo che avevamo trovato il “nostro Gesù”.”
Diventò infatti famoso il suo modo di guardare, non diritto verso la cinepresa ma oltre, un po’ più in alto, per dare più senso spirituale a ciò che diceva. Oltre a una notevole somiglianza con l’iconografia tradizionale, l’interpretazione di Robert Powell riesce ad essere umana ma al contempo sembra trasmettere una grande spiritualità grazie al suo sguardo profondo.
Le sue parole sono sempre meditate, trasmettono un giusto senso soprannaturale. Il risultato è un Gesù immediatamente riconoscibile, solenne e distante dalla rappresentazione di un semplice predicatore o di un personaggio puramente politico.
Un cast internazionale
Il livello scelto per il resto del cast fu impressionante: Anne Bancroft, Ernest Borgnine, Claudia Cardinale, Valentina Cortese, Stacy Keach, James Mason, Laurence Olivier, Christopher Plummer, Anthony Quinn, Fernando Rey, Rod Steiger, Peter Ustinov, Olivia Hussey, Renato Rascel.
Si tratta di attori impegnati a recitare una parte ben precisa, evitando in questo modo il problema in cui era incorso La più grande storia mai raccontata, dove alcuni attori importanti facevano capolino solo come comparse per un breve istante e distraevano lo spettatore che doveva indovinare: chi è costui?
Fu Laurence Olivier il primo a chiedere di partecipare alla grande produzione di Zeffirelli. A lui, vera autorità del mondo del teatro e del cinema, seguirono le più grandi star del momento, tutte ingaggiate con un cachet simbolico, uguale a quello del grande attore britannico, che con grande passione aveva accettato di interpretare il ruolo di Nicodemo.
| Personaggio | Interprete |
|---|---|
| Nicodemo | Laurence Olivier |
| Caifa | Anthony Quinn |
| Erode | Peter Ustinov |
| Erode Antipa | Christopher Plummer |
| Giuseppe di Arimatea | James Mason |
| Giovanni Battista | Michael York |
| Centurione | Ernest Borgnine |
| Barabba | Stacy Keach |
| Maddalena | Anne Bancroft |
| Pilato | Rod Steiger |
| Giuda | Ian McShane |
| Maria | Olivia Hussey |
| Il cieco nato | Renato Rascel |
Anche affidare il difficile ruolo di Maria non fu cosa facile. L’aiuto regista, oggi presidente della Fondazione Zeffirelli Pippo Zeffirelli, ebbe l’incarico di cercare quel volto classico e intenso che il Maestro voleva per il suo film sul Gesù di Nazareth.
Dopo tanti provini senza un esito soddisfacente, la scelta ricadde sulla giovanissima Olivia Hussey, la meravigliosa Giulietta di 10 anni prima. Agli straordinari truccatori italiani Franco Zeffirelli si affidò per invecchiarne il volto durante le scene finali del film.
La caratterizzazione dei personaggi
Un altro aspetto molto curato è la definizione dei vari coprotagonisti. Ognuno dei dodici apostoli ha una sua precisa caratterizzazione, ha spazio e parole per esprimere la propria personalità.
Basta pensare al primo incontro-scontro fra Pietro, uomo schietto, brontolone e semplice, e Matteo-Levi, l’odioso esattore delle tasse. Oppure a Giuda, visto come persona colta e intellettuale che dimostra, nel suo colloquio con il maestro Zera, di vedere Gesù solo come una importante pedina nell’equilibrio politico d’Israele.
Si può dire lo stesso del triangolo che si determina fra Erode Antipa, Erodiade e Salomè. Un re ambizioso ma insicuro, timoroso di perdere la sua influenza, che finisce per cedere all’influenza delle due donne.
Si potrebbe continuare con il capo del sinedrio Caifa, astuto e ipocrita, ma anche camei come la guarigione del cieco nato, interpretato con intensità da Renato Rascel, risultano particolarmente efficaci.
Location, scenografie e fotografia
L’idea iniziale di girare il film direttamente in Terrasanta venne scartata perché i paesaggi originali risultavano troppo alterati. Alla fine la scelta cadde su alcune aree del Marocco e della Tunisia.
Le riprese per il Gesù di Nazareth, che dureranno oltre nove mesi, saranno precedute da oltre un anno di sopralluoghi tra Israele e il Nord Africa. Ma fu in Marocco e in Tunisia che Zeffirelli riesce a individuare i luoghi del Vangelo.
Così è stato per Betlemme, ricreata a Tinghir in Marocco, e, scovata quasi per caso, per Nazareth a Fertassa. Monastir poi offrì la sua torre di guardia alla Torre Antonia, sede della guarnigione romana, il Golgota di fronte e l’imponente scenografia del tempio di Gerusalemme fu appoggiata sulle sue mura.
E poi Ouarzazate per il palazzo di Erode. Le riprese poterono iniziare nel settembre del 1975 e terminarono a giugno del 1976.
La gradevolezza della narrazione è garantita dalla bellezza dei paesaggi e dall’accuratezza con cui sono stati ricostruiti il tempio e i villaggi dell’epoca, valorizzati da una bellissima fotografia.

La luce come elemento spirituale
A partire dai costumisti Marcel Escoffier e Enrico Sabbatini e dallo scenografo Gianni Quaranta, Franco Zeffirelli è consapevole della fortunata combinazione di talenti che compone la sua équipe.
“Disponevamo di una magnifica équipe. Con molti lavoravo da anni, alcuni li avevo aiutati a farsi avanti quando erano giovani, e avevano fatto il loro tirocinio con me, ciascuno nel proprio campo.”
“Ma una persona, soprattutto, contribuì più di ogni altro per lasciare la sua impronta nel film: David Watkin, operatore e creatore delle luci. Perduto il mio operatore precedente, Armando Nannuzzi, che era andato a fare il regista, ebbi la fortuna di trovare David.”
“Fu lui a creare quell’atmosfera evocatrice dei dipinti degli antichi maestri, un’atmosfera di intensi e caldi colori colpiti da una luce improvvisa. Ogni scena diventava così un quadro d’autore, che accompagnava lo scandire della recitazione e del dramma.”
I risultati migliori David li ottenne indubbiamente con le scene nel Tempio, quando il sinedrio si riunisce sotto Caifa per interrogare Cristo. Tra i tanti momenti memorabili del film, quello era per tutti il momento chiave dei nostri due anni di lavoro, per la statura dei divi che vi partecipavano: Anthony Quinn nei panni di Caifa, Olivier e James Mason tra i farisei.
Doveva essere anche una specie di prova del fuoco per Robert Powell, come se alla sbarra, di fronte a quella giuria di grandi attori, l’imputato fosse lui.
La crocifissione e la memoria storica
Spesso Franco Zeffirelli si ispira ai propri giovanili ricordi per costruire le scene dei suoi film. Così, come Gesù viene giustiziato dall’occupatore crudele e carnefice, così tantissimi amici e compagni partigiani furono ingiustamente uccisi durante l’occupazione nazista che Zeffirelli visse da partigiano a partire dal 1943.
“Quando girai la scena della crocifissione nel mio Gesù, mi ritornò nel cuore l’orrore di quella mattina, dopo una rappresaglia nazista: una madre prostrata al suolo che piangeva il figlio morto, appeso come un Cristo al legno di un albero, con i soldati tedeschi che marciavano implacabili come centurioni romani.”
Questo ricordo conferisce alla crocifissione una dimensione che supera la semplice ricostruzione evangelica. La morte di Gesù appare anche come immagine universale della violenza esercitata dal potere sugli innocenti e della sofferenza delle madri davanti alla morte dei propri figli.
Il messaggio del film
Probabilmente, l’idea di dire una parola forte ed ortodossa sulla vita di Gesù era scaturita dopo che nel 1973 era stato distribuito Jesus Christ Superstar, che aveva convertito Gesù nella figura di un hippie contestatore, che sembrava testimoniare una certa confusione post conciliare.
Anche Il Vangelo secondo Matteo di Pier Paolo Pasolini proponeva un Gesù impegnato a sollevare il proletariato contro i ricchi e i potenti. Occorreva ripresentare Gesù in un modo che risultasse chiara la sua santità e la sua divinità, venuto al mondo come Colui che propone una rivoluzione tutta interiore, la liberazione dei peccati; la modifica delle strutture sociali ne sarebbe stata una prevedibile conseguenza.
Una delle scene più toccanti, poco presenti negli altri film su Gesù, è quella che avviene all’interno di una stanza, dopo la Resurrezione, con Gesù contornato dagli apostoli: “ora il Padre mio che è nei cieli si riconcilia con il mondo e come Lui ha mandato me così ora Io mando voi. Ricevete lo Spirito Santo e andate senza timore come agnelli tra i lupi. Fate discepoli fra tutti gli uomini della terra e battezzateli nel nome del Padre del Figlio e dello Spirito Santo”.
Giovanni e Pietro appoggiano la fronte alle sue spalle. Unico elemento non in linea con la visione cattolica sono i dolori del parto di Maria.
Un altro fattore di merito non secondario, dati i casi precedenti e quelli che verranno, come per La passione di Cristo di Mel Gibson, è il fatto che il film non suscitò polemiche fra gli ebrei perché molte sono le figure positive nella gerarchia giudaica del tempo, a iniziare da Nicodemo, magnificamente interpretato da Laurence Olivier, e Giuseppe di Arimatea, interpretato da James Mason.
Gesù come narratore e come narrato
Gesù, il grande narratore, così recita il titolo assegnato a una relazione. Se noi parliamo di Gesù come narratore lo facciamo e lo possiamo fare solo a partire da narrazioni scritte che ci dicono che Gesù fu un narratore e ci raccontano la sua attività di narratore.
Il narratore Gesù è stato narrato. In realtà Gesù è il grande narrato. E il narratore, narrato, è divenuto narrazione. Narrazione evangelica.
Colui che raccontava oralmente è stato trasfuso nel racconto scritto. Gesù non ha scritto nulla e dopo la sua morte altri hanno scritto di lui, hanno sentito il bisogno di tramandare il suo ricordo attraverso il lavoro narrativo, la scrittura, ma una scrittura che era non solo sempre accompagnata dall’oralità della predicazione e dell’annuncio, ma anche una scrittura destinata a diventare nuovamente oralità, parola parlata.
Come appare con evidenza nell’omelia liturgica, dove la parola scritta ridiviene parola pronunciata nell’oggi da persone viventi oggi. Ma come appare anche nella testimonianza, nella narrazione vivente che i cristiani sono chiamati a fare dei vangeli.
Come la morte di Gesù era stata seguita dalla resurrezione, così il dinamismo pasquale di morte e resurrezione si applica anche alla parola scritta che narra Gesù e che risorge a parola vivente, a parola pronunciata oggi, dopo duemila anni, pronunciata in italiano o in spagnolo o in swahili e non più nell’aramaico parlato da Gesù.
I Vangeli come narrazione
Ha scritto Mario Pomilio: “secoli di lettura prevalentemente religiosa ci hanno fatto dimenticare che i quattro Vangeli erano anzitutto racconti”. La lettura “prevalentemente religiosa” dei vangeli era ed è ancora essenzialmente la lettura liturgica: non una lettura personale diretta, ma l’ascolto di un brano evangelico della proclamazione pubblica durante la liturgia eucaristica.
La proclamazione liturgica è dominata dal criterio del taglio e della selezione dei brani sicché non vi è mai il contatto con l’intero testo evangelico, ma solo con pericopi, cioè spezzoni più o meno lunghi.
Eppure sono i vangeli stessi a dichiarare il loro statuto di “narrazione”. Il prologo del III Vangelo, Luca 1,1, introduce il vangelo parlando di diéghesis, narratio.
Luca definisce “racconto”, diéghesis, narratio, il proprio vangelo e anche gli altri che l’hanno preceduto: “Poiché molti hanno posto mano a esporre ordinatamente una narrazione degli avvenimenti che si sono compiuti in mezzo a noi, come ce li hanno trasmessi coloro che ne furono testimoni oculari fin da principio e divennero ministri della Parola, così anch’io ho deciso di fare ricerche accurate su ogni circostanza, fin dagli inizi, e di scriverne un resoconto ordinato per te, illustre Teofilo, in modo che tu possa renderti conto della solidità degli insegnamenti che hai ricevuto”.
E se ogni narrazione è narrazione di una storia, ciò che viene narrato nei vangeli è la “storia di Gesù”. L’evangelista Luca, all’inizio della seconda parte della sua opera narrativa, costituita dal Vangelo e dagli Atti degli Apostoli, specifica che il contenuto del suo vangelo è “tutto ciò che Gesù fece e insegnò”.
Leggere i vangeli come un racconto è dunque richiesto dai vangeli stessi. E solo in questo modo essi libereranno anche il loro messaggio religioso.
La forza della narrazione
La forza della narrazione consiste nella sua capacità di dare senso. Non è la cronaca dei fatti, ma solo la loro narrazione che produce senso e quindi rende vivibile e sopportabile il mondo.
Nel racconto i fatti divengono umani, cioè una trama di eventi significativi. La narrazione stabilisce una cornice che dà forma al racconto e all’esperienza narrata: ponendo un inizio e una fine, biblicamente una genesi e un’apocalisse, un incipit e un explicit, il racconto rende comprensibile ciò che altrimenti non lo è.
Senza inizio e fine il racconto si dissolve e anche la vita si sfilaccia, perde consistenza e cade nel non-senso. La narrazione crea la sequenzialità dei fatti e così crea un’unità strappando il vissuto dalla frammentazione che lo minaccia.
La narrazione dà senso perché dà forma. La vita stessa abbisogna di una forma, forma che le è data dalla concatenazione che dà senso a gesti altrimenti isolati, disperati e disperanti.
Per vivere noi abbiamo bisogno di motivazioni e intenzioni che attraversano e danno senso a gesti quotidiani che, lasciati alla loro cruda materialità e isolati gli uni dagli altri, renderebbero invivibile l’esistenza.
La rete dei personaggi evangelici
Tra gli strumenti che il narratore offre al lettore per entrare nel racconto evangelico vi è la rete di personaggi che dà forza, colore e vita alla trama. La narrazione fa entrare in un mondo di personaggi che costituiscono altrettante offerte di identificazione per il lettore.
Il lettore sente anche lui la tristezza dell’uomo ricco che si allontana da Gesù dopo averne cercato e desiderato la parola e le indicazioni di vita e si sente ferire anche lui dalla domanda che Gesù rivolge a Pietro per la terza volta: “Mi ami tu?”.
Il narratore, e il narratore biblico è onnisciente, rende edotto il lettore dei pensieri che il fariseo Simone elabora nascostamente fra sé e sé vedendo Gesù avvicinato scandalosamente da una prostituta.
Il lettore è invitato a seguire Zaccheo che sale sul sicomoro per cercare di vedere Gesù e che poi si scopre lui stesso visto da Gesù che deve alzare lo sguardo verso di lui che era piccolo di statura.
L’identificazione con un personaggio consente al lettore una partecipazione emotivamente intensa alla narrazione e gli permette la condivisione di un percorso trasformativo.
Il percorso compiuto da Nicodemo nel IV vangelo o dall’uomo cieco dalla nascita all’interno dell’episodio che lo concerne è esemplare di un cammino di iniziazione alla fede.
I molti personaggi che incrociano il cammino di Gesù sono per il lettore altrettante possibilità di atteggiamenti che egli può conoscere in rapporto a Gesù stesso.
- La donna cananea, ostinata e determinata, mette in scacco Gesù.
- La donna emorroissa strappa a Gesù la guarigione.
- La vedova, nella libertà di chi non ha nulla da perdere, dona tutto.
- La prostituta si avvicina a Gesù con gesti di amore umanissimo e gratuito e ottiene il suo perdono.
- Anna vive con perseveranza il suo servizio al Signore nel tempio e riconosce il messia nel bambino.
- Simeone discerne la salvezza di Dio in un bambino.
- Il samaritano, vedendosi guarito dalla lebbra, torna indietro a ringraziare Gesù.
- Zaccheo si ingegna per vincere l’ostacolo che la propria piccolezza poneva al suo voler incontrare Gesù.
- Bartimeo non si lascia inibire dai rimproveri e dagli inviti a tacere.
- La donna di Samaria accetta di aprire il proprio cuore davanti a un giudeo e di ricevere la propria storia narrata da un altro.
Inoltre, se anche molti personaggi sono comuni ai quattro vangeli, soprattutto i discepoli, essi sono però trattati in modo diverso da ciascun evangelista e dunque consentono processi identificativi differenziati per il lettore.
Tuttavia, se tanti e diversi sono i personaggi evangelici con cui il lettore si identifica, uno solo è quello a cui si dirige in definitiva lo sguardo del credente: Gesù Cristo.
Il rapporto tra fede, storia e interpretazione
Su Gesù di Nazareth è stato detto tutto e il contrario di tutto. Ciò che è certo è che la sua figura è stata la pietra miliare della storia.
Il primo problema, tuttavia, è quello di definire cosa sia la storia, soprattutto per quanto riguarda la questione di Gesù. Prima di tutto, va notato che il termine “storia” deriva dal greco ἱστορία, che significa ricerca.
Un presupposto della ricerca storica è, oltre al senso critico, l’intelligenza, nel senso letterale del termine latino: intus legere, cioè leggere dentro, approfondire, pur mantenendo la capacità di considerare l’intera gamma di fatti ed eventi.
Jean Guitton, un filosofo cattolico francese che ha dedicato la sua vita alla ricerca sulla figura del Nazareno, ha sviluppato tre possibili soluzioni:
- Critica: Gesù di Nazareth è realmente esistito e l’origine del cristianesimo è un fenomeno storico, il cui approccio, tuttavia, deve rifiutare tutti i miracoli e i fatti inspiegabili.
- Mitica: Gesù di Nazareth non è mai esistito veramente. Tutto ciò che è stato scritto e detto su di lui è l’invenzione di un gruppo di fanatici.
- Soluzione di fede: Gesù di Nazareth non solo è esistito, ma tutto ciò che viene narrato nei Vangeli e negli scritti canonici del Nuovo Testamento corrisponde alla verità.
Gesù è esistito davvero? A questa prima domanda possiamo già rispondere chiaramente: sì. Possiamo quindi escludere l’ipotesi mitica, cioè che sia il frutto dell’immaginazione di qualcuno, visto l’attento studio su di lui e sul suo tempo, soprattutto negli ultimi decenni, in termini di ermeneutica biblica, storiografia, archeologia, linguistica e filologia.
Chi era Gesù di Nazareth? Risposta difficile. Per rispondere, possiamo solo cercare di applicare i criteri di quella che è stata definita la Terza ricerca sul “Gesù storico” e limitarci a osservare e analizzare i dati già trattati dai principali studiosi di questo campo.
Gli esponenti di questa Terza Ricerca partono da un presupposto formulato da Albert Schweitzer: non si può rifiutare ideologicamente tutto ciò che ha un carattere miracoloso nei Vangeli e nel Nuovo Testamento.
Come aggiunge Benedetto XVI nel suo libro Gesù di Nazareth, i limiti del metodo storico-critico consistono essenzialmente nel “lasciare la parola nel passato”, senza poterla rendere “attuale, di oggi”; nel “trattare le parole con cui si interseca come parole umane”; infine, nel “dividere ulteriormente i libri della Scrittura secondo le loro fonti, ma senza considerare come un fatto storico immediato l’unità di tutti questi scritti conosciuti come ‘Bibbia’”.
Un commento critico sulla rappresentazione di Gesù
Gesù di Nazareth nasce in un momento storico nel quale il cinema e la televisione avevano già proposto immagini molto diverse di Cristo. Nel 1973 era stato distribuito Jesus Christ Superstar, che aveva convertito Gesù nella figura di un hippie contestatore.
Anche Il Vangelo secondo Matteo di Pier Paolo Pasolini proponeva un Gesù impegnato a sollevare il proletariato contro i ricchi e i potenti.
Il film di Zeffirelli sceglie una strada differente. Non presenta Gesù principalmente come un rivoluzionario politico, né come una figura soltanto umana attraversata dal dubbio, ma come il Cristo dei Vangeli, riconoscibile nella sua santità e nella sua divinità.
Per questo l’opera può apparire, alla luce dei tempi moderni, mirata e datata, e forse nemmeno del tutto precisa. La sua ambizione non è però quella di proporre una rilettura provocatoria, bensì di costruire un’immagine cinematografica accessibile, solenne e largamente condivisibile.
Alcuni spettatori hanno giudicato il Gesù di Zeffirelli freddo e troppo vicino alla figurina dei santini, mentre hanno preferito il Gesù più terreno e severo di Pasolini. Altri hanno riconosciuto proprio nella sua composta spiritualità il principale merito dell’interpretazione di Robert Powell.
La prima è la stessa figura di Gesù Cristo. Oltre a una notevole somiglianza con l’iconografia tradizionale, l’interpretazione di Robert Powell riesce ad essere umana ma al contempo sembra trasmettere una grande spiritualità grazie al suo sguardo profondo.
La ricezione televisiva e culturale
Perché Gesù di Nazareth ha trovato un così clamoroso gradimento di pubblico? Le motivazioni sono molte.
Il serial fu trasmesso dalla RAI per la Settimana Santa del 1977. Lo stesso Paolo VI, nella sua omelia Pasquale, invitò i fedeli ad andare a casa a guardare Gesù di Nazareth.
Da quell’anno in poi, e per molti anni a venire, per le televisioni di molti paesi, divenne una consuetudine trasmettere il serial nei giorni di Pasqua.
“Con la domenica delle Palme arrivò la tanto attesa trasmissione televisiva del Gesù di Nazareth e, inevitabilmente, fui preso nel vortice d’eccitazione e di entusiasmo che esplose dovunque. Il Gesù fu trasmesso in America, Inghilterra e Italia, in momenti diversi nel periodo di Pasqua.”
“Seguirono poi altri Paesi e altre date, ma ovunque gli indici di ascolto furono astronomici. In Italia, quasi l’ottanta per cento della popolazione seguì le puntate.”
“E per la prima volta il Papa accennò a un programma televisivo nel messaggio inviato al mondo quella stessa domenica, dalla finestra del suo studio: Stasera vedrete un esempio del buon uso che si può fare dei nuovi mezzi di comunicazione che Dio offre all’uomo, annunciò Paolo VI.”
Gesù di Nazareth - Interviste e scene inedite (Franco Zeffirelli) GESÙ PANE DI VITA
Il significato dell’immagine di Cristo
Gesù di Nazareth ha creato l’iconografia più potente e nota della figura di Cristo che non sia venuta dalla pittura. Questo è in parte dovuto al fatto che il progetto nasce come uno sceneggiato televisivo proposto dalla RAI e quindi facilmente visibile a tutti.
Il Gesù che mai invecchia è quello di Nazareth, o di Zeffirelli. La sua immagine è rimasta nella memoria collettiva perché unisce il volto di Robert Powell alla liturgia pasquale, alla trasmissione televisiva familiare e a una narrazione biblica riconoscibile.
L’opera ha contribuito a rendere familiare un Gesù dai tratti classici, dallo sguardo intenso, dalla parola lenta e meditata. Il suo Cristo non si impone attraverso la spettacolarità, ma attraverso la presenza, la voce, la luce e il rapporto con i personaggi che lo circondano.
In questo senso il film non è soltanto una ricostruzione della vita di Gesù, ma anche una riflessione visiva sul modo in cui una cultura cristiana ha imparato a immaginare il volto del proprio fondatore.