Il parroco di Monfalcone e il dialogo con la comunità musulmana

A Monfalcone don Flavio Zanetti, parroco dell’unità pastorale, ha concesso in uso alcuni locali dell’Oratorio San Michele a un gruppo di fedeli musulmani di origine bengalese per consumare l’Ifṭār, il pasto che interrompe il digiuno quotidiano durante il mese sacro del Ramadan. La decisione racconta una possibilità concreta di distensione in una città dove il dibattito sui luoghi di preghiera islamici e sulla libertà di culto è da tempo particolarmente acceso.

L’utilizzo degli spazi parrocchiali è avvenuto secondo una procedura ordinaria, con una richiesta formale, la consegna dei documenti e il rispetto del regolamento. Le sale sono state concesse per la sera di sabato 16 e di domenica 17 marzo, compatibilmente con le attività dell’oratorio, e l’incontro si è svolto in modo tranquillo e pacifico.

La concessione dei locali dell’Oratorio San Michele

«Non è la prima volta che l’oratorio concede dei locali in uso alla comunità bengalese di fede islamica» ci racconta il parroco «e lo ha fatto nel rispetto delle regole previste per chiunque chieda di poter utilizzare le nostre strutture. C’è una richiesta formale da presentare, dei documenti da consegnare e anche in questo caso tutto si è svolto secondo quanto previsto dal regolamento.

Riceviamo costantemente richieste da parte di tante realtà del territorio e la concessione dei locali avviene compatibilmente con le attività parrocchiali. Nel caso specifico ho potuto concedere le sale soltanto per la sera di sabato 16 e di domenica 17 marzo e tutto si è svolto in modo tranquillo e pacifico».

Oratorio San Michele incontro interreligioso

Il contesto della città di Monfalcone

Da qualche mese a questa parte a Monfalcone (Gorizia), la Città dei Cantieri, c’è aria tesa. Oggetto del contendere sono alcuni locali del centro - finora adibiti a luoghi di preghiera da una parte della comunità di fede islamica residente in città e giudicati inidonei - e il diritto alla libertà di culto che alcuni percepiscono essere in pericolo.

Mentre tra ordinanze, ricorsi e controricorsi al Tar e al Consiglio di Stato i toni del dibattito pubblico tra amministrazione comunale, opposizione e uno dei Centri Culturali islamici presenti in città si alzano e proseguono da tempo, attirando anche l’attenzione dei media nazionali, la decisione di don Flavio Zanetti racconta, più sottovoce, la storia di una distensione possibile.

La percentuale di stranieri residenti sul territorio comunale di Monfalcone si attesta intorno al 28 percento, la più elevata in Italia per incidenza della popolazione straniera tra i Comuni con almeno 15 mila abitanti (dati Sistan, 2023). Ma l’“immigrazione percepita” dai cittadini monfalconesi è molto più elevata e, su questa, le paure trovano terreno fertile.

Monfalcone, negli ultimi vent’anni ha visto giungere in città un gran numero di lavoratori di origine straniera, soprattutto dal Bangladesh, richiamati dall’importante realtà del Cantiere Navale Fincantieri - nel quale tra dipendenti e indotto entrano ogni giorno circa 7mila persone - per coprire la domanda di manovalanza cui, con i lavoratori locali e italiani, non si riesce a rispondere adeguatamente.

La libertà di culto e il superamento della paura

La comunità cristiana locale vive con accenti diversi quanto accade in città e ciò, secondo don Zanetti, dipende anche dalle fonti di informazione che ciascuno sceglie di ascoltare: «Già a metà novembre, raccogliendo una serie di preoccupazioni emerse nella nostra comunità, come parroci di Monfalcone ci eravamo espressi attraverso il sito chiesamonfalconese.it rispondendo alle domande e alle paure che serpeggiavano tra i fedeli.

L’errore più grande è quello di farsi guidare dalla paura, che è sempre una cattiva consigliera, ed è Gesù nel Vangelo a ripetere sempre “Non abbiate paura”. Non ci sono nemici da combattere, ma fratelli con i quali poter vivere insieme serenamente».

«Noi siamo qui a indicare una direzione possibile e cioè quella di una città dove tutti possono vivere in pace aiutandosi reciprocamente perché abbiamo bisogno di scoprire che siamo un popolo di fratelli. Monfalcone, con la sua realtà così variegata, ha bisogno di guardare al futuro con una prospettiva più ampia, di aprirsi al nuovo invece di chiudersi rimpiangendo un certo passato e vivendo con un’idea di mondo che non esiste più.

I buoni segnali già esistono, ma dobbiamo educarci a vederli» conclude don Zanetti. «Se lo rifarei? Certo che lo rifarei. Perché siamo cristiani e se non siamo noi - che predichiamo di essere figli di un unico padre, di farci prossimo per chi è in difficoltà - a mettere in pratica il Vangelo e a testimoniarlo, chi lo dovrebbe fare?».

Don Paolo Zuttion, parroco e direttore della Caritas

Un’altra figura sacerdotale legata a Monfalcone è don Paolo Zuttion, direttore della Caritas, cappellano del carcere di Gorizia e parroco. La sua attività instancabile e inesauribile lo ha reso un punto di riferimento per migranti, persone povere e quanti vivono situazioni di fragilità.

“Il vero povero è colui che non si sente amato da nessuno” - ama ripetere. "Perché è proprio nei poveri che incontri Dio”.

Ha radici miste don Paolo, ha subito il fascino della missione dove è stato per 12 anni, in Costa d’Avorio: a fianco degli ultimi tra gli ultimi, che in Africa sono i malati di mente, è stato profondamente toccato da questa esperienza.

I malati mentali in Africa vengono legati a ceppi e alberi e lasciati soli nella savana. Don Paolo con loro ha percorso una via verso la riabilitazione e la guarigione, tramite il lavoro, l’accoglienza e la vicinanza.

Attraverso il reinserimento lavorativo, quelli considerati scarti della società diventano motore dell’economia della propria famiglia perché riescono a mantenerla grazie all’attività lavorativa imparata nel processo di riabilitazione.

Accoglienza dei migranti e presenza nelle periferie

All’inizio dell’inverno del 2017 la galleria Bambi al centro di Gorizia è diventata rifugio dalla bora e dalla pioggia per molti migranti provenienti da Pakistan e Afghanistan. Lui è sempre lì oltre ad occuparsi di Caritas, carcere e parrocchia.

Dunque don Paolo è una persona molto misericordiosa che sa stare vicino ai poveri senza giudicare nessuno. Lo affermano molte delle persone che hanno il privilegio di stargli accanto: Cinzia Cozzi che lavora in Caritas ed Elisa Menon autrice e regista del teatro sociale di Gorizia.

Quest’ultima dice che tra il teatro e don Paolo c’è una grande somiglianza: don paolo non giudica nessuno, concede a tutti lo stesso spazio, e lo stesso, la condizione del teatro, è di vedere tutti allo stesso modo.

Don Paolo è colui che sostiene il lavoro di tutti, è un punto di riferimento sicuro che non fa mai pesare la sua autorevolezza. È inoltre colui che va verso gli altri, nelle periferie, come dice Papa Francesco, non solo incontro ai poveri ma a coloro che si sono allontanati dalla Chiesa.

I suoi collaboratori dicono che la strada è il suo ufficio!

PAPA: GRAZIE ALL'ITALIA PER L'ACCOGLIENZA DEI MIGRANTI

Don Fulvio Ostroman e la solidarietà della città

La città dà lezione di solidarietà e di sensibilità. Gesti concreti, aiuti anche in termini economici. E la comunità riscopre i valori più autentici e profondi.

Tanto che il parroco del Duomo di Sant’Ambrogio, don Fulvio Ostroman, la notte di Natale si era rivolto ai fedeli con queste parole: «Grazie Monfalcone, realtà aperta all’accoglienza e a chi è diverso».

Il nuovo anno porta dunque con sè un messaggio di speranza: «I segnali ci sono, evidenti - osserva don Ostroman -. In queste festività, la città si è dimostrata attenta e pronta a tendere una mano. Ha saputo essere una comunità solidale, dando prova di condivisione.

Per questo il mio messaggio rivolto ai monfalconesi per il nuovo anno che si è aperto è quello della speranza. Il cammino non è facile, ma se sappiamo ritrovare il senso della comunità e dell’unione, sapremo affrontare anche questi momenti difficili».

Povertà, lavoro e aiuto reciproco

La crisi continua a mietere nuove povertà, drammi umani, famiglie che, da un giorno all’altro, si trovano senza lavoro e senza la possibilità di pagare il mutuo della casa o di onorare l’affitto.

Don Ostroman pensa a quanti stanno vivendo sulla propria pelle condizioni di disagio e impoverimento che mettono a dura prova. E lo riconosce non senza fiducia e orgoglio: «I monfalconesi hanno saputo rispondere a queste situazioni drammatiche.

Abbiamo avuto una risposta eccezionale, sia in termini di offerte economiche che di generi alimentari e di prima necessità. Che non si dica, pertanto, che Monfalcone è indifferente e non accogliente, perchè questo non è vero».

Il parroco aggiunge: «In tempi così difficili è emersa la buona volontà e la generosità di molte persone. Il dramma di oggi è la perdita del lavoro, l’impossibilità di pagare i mutui, gli affitti, le bollette.

Bisogna avere il coraggio di andare avanti e, con questo spirito solidale, unire le forze. Proprio nella difficoltà, come ho potuto apprezzare e constatare, si torna ad essere uomini e a dare il giusto significato ai valori della comprensione e dell’aiuto reciproco».

Oratorio, integrazione e partecipazione

Città solidale e aperta alla condivisione. L’integrazione sociale è un altro aspetto toccato dal sacerdote: «C’è tanta strada da fare - osserva don Ostroman - ma i segnali rassicurano.

Basta guardare all’attività svolta all’oratorio San Michele, dove giungono tanti bambini immigrati. A Natale, ad esempio, tre ragazze bengalesi si sono messe a disposizione per servire i pasti alla mensa offerta alle persone in difficoltà: anche questo è un piccolo segnale di speranza.

Ci vuole tempo, è un processo che richiede pazienza e costanza. Ritengo, tuttavia, che il dialogo e la comprensione non mancano, lo sforzo è biunivoco».

Lo scorso anno don Ostroman ha levato un appello a proposito del degrado nell’area del centro. Anche su questo fronte il parroco esprime un messaggio di fiducia: «Le segnalazioni date hanno portato i loro frutti. C’è attenzione, e non manca l’impegno da parte delle istituzioni e delle forze preposte alla pubblica sicurezza».

Don Rino Lorenzini, una lunga vita al servizio della comunità

Si è spento, all’ospedale di San Polo, don Rino Lorenzini. Il sacerdote aveva 90 anni. Per la comunità di Monfalcone, e in particolare per quella del rione Romana Solvay, è un lutto profondo.

Il cordoglio e l’affetto nei confronti di un parroco molto amato, che ha scandito la vita a servizio delle “sue” anime, alla guida della parrocchia del Santissimo Redentore. Ha infuso amore e comprensione.

Ha scolpito nei cuori il suo spirito di benevolenza, capace di determinazione e di grande chiarezza nell’affrontare le piccole e grandi prove che la quotidianità riserva. Sapeva trasmettere lo spirito più genuino e completo dell’essere umano.

Una guida, quella messa a servizio dei suoi parrocchiani, fatta di consapevolezza, responsabilità, sensibilità e incontro religioso.

Il ministero di don Rino Lorenzini

Il lutto ha colpito non solo Monfalcone, ma anche Cervignano, dove nacque il 5 febbraio del 1926. Ordinato sacerdote il 29 giugno 1950, a completamento degli studi liceali e teologici, dall’arcivescovo monsignor Carlo Margotti, don Rino svolse il ministero a Gorizia (Piazzutta) e poi alla parrocchia del Santissimo Redentore di Monfalcone, prima cooperatore di don Nando Tonzar e poi, dal 1967, come parroco.

Incarico che ha lasciato solo qualche anno fa e che ha sostenuto con straordinaria continuità, grazie anche alla sua buona salute e alla fedeltà pastorale. Don Rino è stato anche insegnante alle scuole primarie e secondarie per tutta la vita attiva.

La vita di don Rino è stata all’insegna di un compito spirituale e sociale inesauribile. Il suo era un modo immediato di trasmettere, con parole semplici ma efficaci, l’impegno cristiano, sempre pronto a condividere gioie e difficoltà, lutti e momenti di festa e di aggregazione.

Una guida pastorale tra dialogo, sport e accoglienza

Un sacerdote di spirito e talento anche in un campo di calcio: don Rino riascoltava volentieri ciò che il tecnico Enzo Bearzot gli aveva tributato vedendolo giocare, definendolo una “mezzala di sostanza e di riferimento. Anzi, la migliore che abbia vista in carriera».

È stato un importante riferimento per la comunità monfalconese, un faro riconosciutogli da una riservatezza schietta, espressione di incontro e di apertura e accoglienza.

Una personalità forte, quella di don Rino, che alla formalità preferiva sempre e comunque la sostanza posta nel dialogo franco con le persone. Lo si coglieva dal suo modo di essere e di vivere.

La celebrazione della messa rappresentava un momento di particolare dedizione ai fedeli, che sapeva accompagnare nella comprensione dei testi biblici.

L’Arcidiocesi ha evidenziato la capacità di don Rino di dare spessore alla centralità della dimensione umana, parlando del «dono di un’esistenza lunga che gli ha concesso anche di poter attraversare passaggi singolari e cambiamenti epocali: il Concilio, con le sue tematiche e la sua proposta, per lui e per altri sacerdoti, è stato il punto di approdo, che ha segnato la loro esistenza.

Dal modo con il quale presiedeva la liturgia e celebrava la Messa - viene aggiunto -, don Lorenzini dimostrava di vivere il Concilio».

La mano tesa anche nei momenti più difficili

Un pastore del suo gregge, al quale la vita non ha risparmiato sacrifici e sofferenze. Anche quando, nel settembre dello scorso anno, era stato aggredito in canonica da un uomo che non ha esitato a scaraventarlo violentemente a terra per sottrargli solo 25 euro.

Don Rino gli aveva “teso la mano” cercando di capire la sua storia.

La celebrazione della solidarietà, l’accoglienza dei migranti e l’apertura al dialogo costituiscono temi ricorrenti nella presenza dei parroci legati a Monfalcone. Dai locali dell’Oratorio San Michele messi a disposizione per l’Ifṭār alla vicinanza alle persone povere, il rapporto con chi è in difficoltà viene presentato come una responsabilità concreta e quotidiana.

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