Gesù di Nazareth, diretto da Franco Zeffirelli e prodotto tra Gran Bretagna e Italia nel 1977, è una ricostruzione televisiva della vita di Cristo incentrata sul mistero di un uomo che è figlio di Dio e che viene scoperto attraverso la predicazione e il sacrificio.
La prima puntata andò in onda il 27 marzo 1977, mentre l’opera ebbe anche l’onore di due intere pagine di plauso incondizionato dell’Osservatore Romano. Il progetto nacque dopo il successo di Fratello sole, sorella luna, ma Zeffirelli affrontò il film su Gesù con una paura precisa: il timore che tradurre l’eternità dello spirito in immagini significasse inevitabilmente limitarla.
Un’opera religiosa nel cinema degli anni Settanta
Non erano ancora del tutto appassite le grandi illusioni dei figli dei fiori e dei Beatles. Riflessi imprevedibili di queste ansie di libertà e di pace, vissute in una prospettiva del tutto diversa, si proiettarono nei due capolavori firmati da Franco Zeffirelli negli anni ’70: Fratello sole, sorella luna, biografia del Santo d’Assisi girata in Umbria proprio quarant’anni fa, e il famoso Gesù di Nazareth televisivo, la cui prima puntata andò in onda sei anni più tardi, il 27 marzo 1977.
Il rapporto tra i due film religiosi non fu soltanto una coincidenza cronologica. Zeffirelli aveva sempre avuto un grande interesse per la figura di Francesco, ma non era mai riuscito a decifrarlo esattamente e ad articolare le proprie inquietudini.
Aveva poco prima girato Romeo e Giulietta, una grande tragedia in cui si tiene aperta la porta all’amore, come fanno Francesco e Chiara. Non poteva, però, prevedere che avrebbe di lì a poco affrontato anche la vita di Cristo.
Francesco d’Assisi e il passaggio a Gesù
Ciò che affascinava maggiormente Zeffirelli del Santo di Assisi era il fatto che dentro di noi scorre un sangue pulsante di vita, ma anche un messaggio di ben altra grandezza. Con Francesco arrivò il momento di prenderne coscienza, raccontando una storia di giovani, di libertà, di scoperta dell’amore di Dio.
Questa attenzione alla giovinezza, all’amicizia e alla ricerca spirituale costituì un elemento importante anche nel modo in cui Zeffirelli guardò alla figura di Cristo. Il regista non partì da una semplice illustrazione religiosa, ma dal problema di rendere visibile una realtà interiore senza esaurirla nelle immagini.
Il progetto iniziale con i Beatles
Prima di pensare ad altri interpreti, Zeffirelli aveva cercato di coinvolgere i Beatles. In quel periodo lavorava a Londra e aveva accesso a tutti gli ambienti artistici.
Si innamorò molto dell’idea di raccontare una storia di un giovane e del suo gruppo di amici coinvolgendo Paul McCartney e i suoi compagni, perché pensava fossero una fotocopia dei primi francescani e quindi adattabili al pubblico degli anni Settanta.
I Beatles furono entusiasti, accettarono e avrebbero pure scritto le musiche, ma diedero la disponibilità soltanto per pochi giorni di riprese. Per Zeffirelli era impossibile farcela in così poco tempo, e fu un grande dispiacere perderli.
Il regista aveva pensato anche ad Al Pacino per il ruolo del protagonista, ma lo giudicò troppo teatrale. Il progetto cercava invece una naturalezza capace di collegare la dimensione umana dei personaggi con la loro ricerca spirituale.
La paura di raccontare Cristo
Quando arrivò Gesù di Nazareth, il problema maggiore che Zeffirelli dovette superare fu la propria paura. Era già stato turbato in molti momenti durante le riprese del film francescano, perché quando l’eternità dello spirito si traduce in una illustrazione, anche buona, significa sempre limitarla.
Io il film su Gesù non lo volevo fare. Ma i produttori gli dissero: «Sei un regista molto apprezzato, se non lo giri tu lo farà qualcun’altro e per tutta la vita ne porterai il rimorso».
Zeffirelli accettò non perché fosse stato toccato nella propria vanità, ma nella propria responsabilità. Il film nacque quindi da una decisione vissuta come un dovere artistico e morale, oltre che come una sfida cinematografica.
Il significato della storia
Il regista voleva prima di tutto raccontare il mistero di un uomo che è figlio di Dio e che scopriamo con la sua predicazione e il suo sacrificio.
La formula unisce due aspetti inseparabili: da una parte la presenza concreta di un uomo che incontra altri uomini, parla, cammina e predica; dall’altra il mistero della sua identità e del suo destino.
La tensione tra dimensione naturale e dimensione spirituale emerge con particolare forza anche nei ricordi di Zeffirelli sulle riprese. Il regista cercava una rappresentazione capace di mostrare la vita quotidiana senza separarla dall’elemento sconvolgente della rivelazione.

La scelta di Robert Powell
Robert Powell inizialmente doveva interpretare Giuda. Era intelligente, astuto, cattivello: un perfetto traditore.
Quando Zeffirelli gli fece il provino, arrivò con i capelli lunghi e quei suoi occhi. Il regista rimase fulminato, lo raggiunse all’aeroporto di Fiumicino, lo riportò a Cinecittà e chiese di farlo diventare il Nazzareno.
La sarta gli cucì una veste. Quando entrò, lei quasi cadde in ginocchio.
La trasformazione di Powell da possibile Giuda a interprete di Cristo fu dunque determinata dall’impatto immediato della sua presenza. Il volto, lo sguardo e la fisionomia dell’attore offrirono a Zeffirelli una soluzione visiva capace di sostenere il ruolo centrale dell’opera.
Gli sceneggiatori: Suso Cecchi D’Amico e Anthony Burgess
Un apporto decisivo per il successo fu anche quello degli sceneggiatori, tra i quali Suso Cecchi D’Amico e Anthony Burgess.
Suso era una maestra nel far diventare vita anche la storia, capiva tutti i riferimenti sociali e umani e questo le facilitava molto il compito di scrivere una sceneggiatura. Burgess è stato uno scrittore cattolico di altissimo livello.
Il lavoro degli sceneggiatori contribuì a dare alla narrazione una dimensione umana e sociale, rendendo leggibili i rapporti tra i personaggi e il contesto in cui si sviluppa la vicenda. La storia religiosa venne così costruita anche attraverso gesti, relazioni e situazioni concrete.
La scena dei pescatori sul Lago di Tiberiade
L’episodio delle riprese che più colpì Zeffirelli fu quello dei pescatori sul Lago di Tiberiade. Arrivarono per girare la scena, anche se erano in Marocco, dei ragazzi semplicissimi, che pescarono sul serio.
Si fermarono ad ascoltare una voce lontana, si creò un silenzio irreale, Zeffirelli si fermò a guardarli, poi la sua attenzione cadde sulle ceste dei pesci e su Gesù.
In quel momento capì quanto la storia che andava raccontando fosse anche naturale, umana, sconvolgente. La scena riuniva gli elementi essenziali della sua idea di film: il lavoro quotidiano, l’attesa, l’ascolto, il silenzio e l’irruzione del sacro nella realtà concreta.

Il rapporto con Paolo VI
Zeffirelli conosceva il Cardinale Montini a Milano. Lavorava alla Scala e lo incontrava spesso.
Montini era molto preso dai suoi impegni, ma non si tirava indietro nell’incontrare i giovani artisti, magari facendo persino una partita di ping pong. Il film, da Papa, gli piacque moltissimo.
Paolo VI ne parlò anche all’Angelus del 27 marzo e Zeffirelli fu ricevuto in udienza da lui. Il riconoscimento pontificio si aggiunse alla particolare attenzione riservata all’opera dall’Osservatore Romano.
| Elemento | Informazione |
|---|---|
| Regia | Franco Zeffirelli |
| Produzione | Gran Bretagna, Italia |
| Anno | 1977 |
| Prima puntata | 27 marzo 1977 |
| Interprete di Gesù | Robert Powell |
| Sceneggiatori citati | Suso Cecchi D’Amico, Anthony Burgess |
| Figura religiosa | Gesù Cristo |
La rappresentazione cinematografica di Gesù
Dopo l’opera di Zeffirelli arrivarono il Cristo di Scorsese e quello di Gibson. Secondo il regista, il cinema s’impossessa facilmente di tutto, quindi anche di Gesù, ed è capace di raccontarlo anche con capitoli arditi o molto irriverenti.
Questa osservazione mette in evidenza la varietà delle interpretazioni cinematografiche della figura di Cristo. Ogni regista può affrontarla attraverso una diversa sensibilità, scegliendo un equilibrio specifico tra il racconto evangelico, la ricostruzione storica, la riflessione spirituale e la libertà artistica.
Nel caso di Zeffirelli, la centralità rimane affidata al mistero di Cristo e alla sua manifestazione progressiva attraverso la predicazione e il sacrificio.
Il ricordo di un periodo irripetibile
Ripensando a quegli anni, Zeffirelli parlava di un rimpianto: tutto era scivolato via senza dargli il tempo necessario per riflettere.
Entrato in una strada, non puoi che camminarci, ma intimamente conservava la memoria di quel periodo irripetibile: aveva visto la materia che diventava spirito sotto i suoi occhi.
Questa immagine riassume il nucleo della sua esperienza cinematografica: trasformare ambienti, corpi, oggetti e gesti quotidiani in una forma visibile della dimensione spirituale. La materia non scompare, ma diventa il punto di partenza attraverso cui il mistero può essere percepito.
Dal cinema all’opera
Dopo il periodo di Gesù di Nazareth, Zeffirelli si trovava alle prese con una realtà altrettanto misteriosa, ma violentissima, che muove gli interessi materiali di una società intera e del suo modello: Don Giovanni.
Avrebbe messo in scena l’opera di Mozart inaugurando a giugno la stagione lirica dell’Arena di Verona. A proposito di Don Giovanni, quella sera avrebbe inaugurato la Scala con la regia di Carsen, ma Zeffirelli dichiarò di non occuparsi del Don Giovanni della Scala e di pensare soltanto al proprio.