Gesù ha spesso portato gli animali come esempio nei propri discorsi e nelle parabole. Nella sua vita gli animali sono quasi una costante, dei veri e propri compagni di viaggio che lo aiutano a trasmettere il suo messaggio di salvezza per tutti gli uomini.
Gli animali citati da Gesù sono generalmente quelli più diffusi e conosciuti nel luogo e nel tempo in cui viveva, e hanno quasi sempre una valenza positiva, confortante e consolatoria. Il loro ruolo non è ornamentale: attraverso colombe, pecore, agnelli, uccelli, cani, pesci, corvi e altri animali, il Vangelo parla della fiducia in Dio, della misericordia, della cura, dell’umiltà e della responsabilità verso ogni creatura.

Perché gli animali sono così presenti nella Bibbia
Gli animali rivestono da sempre un’importanza imprescindibile nella vita degli uomini. Non fa dunque meraviglia quanto siano presenti gli animali nella Bibbia, così come nelle parabole di Gesù e nella vita di alcuni santi, uno fra tutti San Francesco.
Da sempre gli uomini hanno imparato a vivere fianco a fianco con gli animali, traendo da essi vantaggio, usandoli come aiuto nel lavoro, come compagnia e, naturalmente, come cibo. In altri casi hanno dovuto ingegnarsi per difendersi da quelli potenzialmente pericolosi.
Ma, in generale, la convivenza tra uomini e animali è strettamente connessa alla storia dell’umanità. Anzi, parlare di questa convivenza ci aiuta a capire la stretta relazione tra l’uomo e il Creato, e quanto sia importante amare e rispettare quest’ultimo per dimostrare amore e rispetto verso Dio.
Dunque non dovrebbe stupirci il ruolo che rivestono gli animali nella Bibbia. E non dobbiamo con questo pensare a un discorso animalista. Nella Bibbia ci sono tanto gli animali ‘buoni’, amici dell’uomo e suoi alleati, e quelli’ cattivi’, che rappresentano una minaccia simbolica e non solo.
Dunque dobbiamo leggere gli animali nella Bibbia come simboli ed elementi che appartengono al disegno di Dio, e che come tali dobbiamo conoscere e comprendere. Perché, come ci ha insegnato San Francesco tanti secoli orsono, è solo amando la Creazione e tutte le creature che la compongono, che dimostriamo il nostro amore per Dio.
Il compito dell’uomo: custodire, non sfruttare
L’uomo ha sempre preso alla lettera quanto scritto nella Genesi in merito alla creazione del primo uomo e della prima donna: Dio li benedisse e disse loro: «Siate fecondi e moltiplicatevi, riempite la terra; soggiogatela e dominate sui pesci del mare e sugli uccelli del cielo e su ogni essere vivente, che striscia sulla terra». (Genesi 1,28)
Quel ‘soggiogare’ e ‘dominare’, se da una lato definiva la superiorità degli esseri umani rispetto alle altre specie animali agli occhi di Dio, non dava comunque per scontato che l’uomo potesse infierire con inutile ferocia sulle altre creature.
Anzi, proprio perché anch’esse create da Lui, esse andrebbero rispettate. Dominare un animale non significa sfruttarlo e sopraffarlo, ma prendersi cura di lui, allevarlo, come un pastore alleva il suo gregge, garantendogli nutrimento, protezione e benessere, dando un nome a ogni pecorella, come Dio ha chiesto all’uomo di dare un nome a ogni animale da Lui creato.
Il Signore ha tanta stima nell’uomo da lui creato, che fa un passo indietro, non gli presenta la creazione già bella e fatta, ma gli chiede di collaborare. Non sarà il Creatore a imporre i nomi agli animali da lui creati, bensì l’uomo: “Così l’uomo impose nomi a tutto il bestiame, a tutti gli uccelli del cielo e a tutti gli animali selvatici” (Gen 2,20).
L’azione dell’uomo di mettere un nome agli animali va al di là dell’ovvio chiamare un animale “pecora” e l’altro “leone”, uno “cammello” e l’altro “elefante”. Il nome nella cultura orientale è l’essenza stessa dell’essere, è quel che lo distingue e lo raffigura, è la sua stessa realtà.
Pertanto imporre il nome, non indica solo qualificare il genere, ma l’identità. Ne sanno qualcosa i pastori del medio oriente. Quello che agli occhi di un occidentale appare semplicemente come un gregge, agli occhi del beduino, è invece un prolungamento della sua vita, quel che gli permette di esistere e per il quale ha rispetto e premura.
Per questo, al momento della nascita dell’agnellino, il pastore, come Adamo, impone il nome al nascituro, e ognuno è diverso ai suoi occhi. L’occidentale vede il gregge, il pastore distingue “bianchino” da “batuffolo”, “furbetto” da “testardo”, “luce” da “malizia”… ogni pecora ha il suo nome che la contraddistingue per il comportamento.
Così si comprende meglio l’affermazione di Gesù, il pastore ideale, che “chiama le sue pecore, ciascuna per nome” (Gv 10,3) e che è pronto a dare la sua vita per esse (Gv 10,11).
| Indicazione biblica | Significato |
|---|---|
| Dominare gli animali | Prendersi cura del creato, non sfruttarlo |
| Dare un nome | Riconoscere l’identità di ogni creatura |
| Il pastore e il gregge | Protezione, nutrimento e responsabilità |
| Gli uccelli del cielo | Fiducia nella provvidenza di Dio |
| L’agnello | Innocenza, mitezza e sacrificio |
Gli animali più importanti nella Bibbia
Ecco solo alcuni degli animali citati nella Bibbia e il loro significato simbolico. Abbiamo già accennato al serpente, animale maligno, tentatore subdolo, simbolo di invidia e cupidigia.
Il serpente era la più astuta di tutte le bestie selvatiche fatte dal Signore Dio. (Genesi 3,1) Ma in realtà Gesù lo porterà anche come esempio di conoscenza e intelligenza, invitando i suoi discepoli ad essere “prudenti come serpenti, semplici come le colombe” (Mt 10,16).
La colomba: pace, purezza e Spirito Santo
Parlando invece di un simbolo esclusivamente positivo, tra gli animali della Bibbia dobbiamo citare appunto la colomba. La colomba incarna un ideale di bellezza e purezza e simboleggia pace, amore e Spirito Santo.
Non a caso è l’animale più spesso menzionato nella Bibbia, forse anche perché era uno dei più diffusi in Palestina anticamente. Nel Cantico dei Cantici esprime l’amore ardente e appassionato, nella Genesi la riappacificazione tra Dio e gli uomini dopo il Diluvio universale.
Infatti sarà una colomba liberata da Noe a riportare un rametto d’ulivo all’Arca per annunciare la fine del castigo. Altrove la colomba è usata come simbolo di gioia, ingenuità e semplicità.
Gli uccelli e la fiducia nella provvidenza
Oltre alla colomba anche altri uccelli sono tenuti in gran conto nelle Sacre Scritture. Nei Salmi leggiamo in particolare un pezzo che esprime tutta la potenza liberatrice dell’amore di Dio per l’uomo e cita un passero: “Siamo stati liberati come un passero dal laccio dei cacciatori: il laccio si è spezzato e noi siamo scampati. Il nostro aiuto è nel nome del Signore: egli ha fatto cielo e terra” (Sal 124,7-8).
Gesù inserisce spesso gli uccelli nel suo insegnamento: “Guardate gli uccelli del cielo: non seminano e non mietono, né raccolgono nei granai; eppure il Padre vostro celeste li nutre. Non valete forse più di loro?” (Mt 6,26).
Gli animali sono buoni e amati dal nostro illimitatamente benevolo Dio. Attraverso tutte le Scritture possiamo trovare esempi di quanto Dio ami e abbia a cuore i Suoi animali (Salmo 104; Giona 4:11; Giobbe 39), come Egli si occupi di loro (Salmo 104; Matteo 6:26; Giobbe 38:39-41), e di come noi siamo persino chiamatɜ a guardare agli animali per trarne consigli di vita (Proverbi 30:18; 30:24-31).
Vi sono anche esempi, nelle Scritture, in cui gli animali rendono lode e gloria a Dio (Numeri 22:21-34; Salmo 147:7-10). Tutto questo è in notevole contrasto con il modo in cui moltɜ di noi misurano il valore di un animale, espresso solo in termini di ciò che può offrirci.
Il cane: dall’impurità alla compassione
Il cane, utilizzato dagli ebrei come guardiano per la casa e il gregge, era tuttavia considerato anticamente un animale impuro e pertanto aveva una valenza negativa.
Nell’antico Israele il ruolo di questo animale era tutt’altro che domestico. Infatti era considerato impuro perché non era solito che vivesse nelle case e avesse un padrone. Viveva tra i rifiuti, cibandosi di essi, erano comunemente randagi e non raramente si cibava di carcasse di animali, o persino di persone come fu profetizzato per l’iniqua regina Gezabele.
Ma non solo. C’è un dato culturale che dall’antico Israele è giunto fino ai giorni nostri: appellare un uomo col nome di cane, equivaleva a offenderlo gravemente (Cfr. 1Sam 17,43; 2Sam 3,8; 16,9).
Solo in seguito, nell’iconografia sacra, iniziò a comparire in un contesto positivo, come il cane che accompagnò Tobia durante il viaggio insieme all’arcangelo Raffaele, o quello che leccò le piaghe di Lazzaro nella parabola raccontata da Gesù.
Il cane, insieme all’angelo Raffaele, accompagna e segue Tobia nel suo lungo viaggio: “Il giovane partì insieme con l’angelo, e anche il cane li seguì e si avviò con loro; Il cane, che aveva accompagnato lui e Tobia, li seguiva” (Tb 6,1;11,4).
Il gatto, il cavallo e il cammello
Se nella Bibbia il cane è menzionato spesso, nel bene e nel male, non lo è mai il gatto. Questo perché i gatti non avevano alcuna funzione, se non quella puramente estetica, e quindi non avevano molto spazio nel mondo pragmatico di allora. Inoltre erano molto cari agli egizi, e questo li rendeva invisi agli ebrei.
Tanto il cavallo quanto il cammello erano considerati animali nobili e utili. Il primo tuttavia viene associato alla potenza militare degli egiziani, che nulla può contro la forza di Dio, mentre il secondo è legato indissolubilmente alle figure dei Re Magi.
Asino, bue e animali del presepe
Asino e bue, entrambi considerati animali umili e ‘lavoratori’ dagli ebrei, sono legati soprattutto al presepe e alla fuga di Giuseppe e Maria.
Cervi, daini, stambecchi, antilopi e camosci erano apprezzati per la loro carne e per la loro bellezza e grazia.
Nel presepio - sottolinea il sacerdote - viene subito richiamata la presenza degli animali, oltre la Sacra Famiglia.
Gesù e gli animali nei Vangeli
Gli animali protagonisti delle storie raccontate da Gesù sono quelli che erano più diffusi e conosciuti nei luoghi in cui Egli viveva e hanno quasi sempre una valenza positiva, confortante, consolatoria.
Nella vita di Gesù gli animali sono quasi una costante, dei veri e propri compagni di viaggio che lo aiutano a trasmettere il suo messaggio di salvezza per tutti gli uomini. Ogni animale menzionato nel Vangelo - sono quasi quaranta richiamati più volte da tutti gli evangelisti - è sempre tenuto in grande considerazione e salvaguardato.
La specificità del messaggio evangelico consiste nel considerare gli animali menzionati da Gesù non soltanto alla luce della tradizione anticotestamentaria, ma anche per comprendere come effettivamente Gesù considera quell’animale. Così facendo si riesce a cogliere in pienezza la novità che il Figlio di Dio è venuto a portare, anche rispetto al mondo animale.
Solitamente la scelta è legata agli animali più diffusi e conosciuti al tempo in cui viveva Gesù e dal messaggio che vuole veicolare. Gli animali sono presenti principalmente nelle parabole, ma non unicamente in esse.
Il cane nella parabola del ricco e del povero Lazzaro
Gesù inserisce anche un cane nella parabola del mendicante Lazzaro, come elemento consolatorio, riabilitando questo animale così vicino all’uomo e tuttavia mai troppo considerato dal popolo ebraico.
In questa narrazione, che sembrerebbe già completa con la contrapposizione tra i due protagonisti, Gesù volutamente inserisce un cane che si accorge della situazione di difficoltà del povero e, materialmente, gli accarezza le ferite e le piaghe.
Un cane, senza che gli si chieda nulla, aiuta chi vede nel bisogno, mentre un uomo non si accorge, o peggio, fa finta di niente.
La donna cananea e i cagnolini
Su questa scia si inserisce Gesù. Il suo menzionare i cani, si riferisce oltre all’animale in sé, a una categoria di persone. È quello che succede alla donna cananea, pagana quindi impura, ma la cui fede farà ricredere lo stesso Gesù.
In quel tempo, Gesù si ritirò verso la zona di Tiro e di Sidòne. Ed ecco una donna Cananea, che veniva da quella regione, si mise a gridare: «Pietà di me, Signore, figlio di Davide! Mia figlia è molto tormentata da un demonio».
Ma egli non le rivolse neppure una parola. Allora i suoi discepoli gli si avvicinarono e lo implorarono: «Esaudiscila, perché ci viene dietro gridando!». Egli rispose: «Non sono stato mandato se non alle pecore perdute della casa d’Israele».
Ma quella si avvicinò e si prostrò dinanzi a lui, dicendo: «Signore, aiutami!». Ed egli rispose: «Non è bene prendere il pane dei figli e gettarlo ai cagnolini».
«È vero, Signore, - disse la donna - eppure i cagnolini mangiano le briciole che cadono dalla tavola dei loro padroni». Allora Gesù le replicò: «Donna, grande è la tua fede! Avvenga per te come desideri». E da quell’istante sua figlia fu guarita.
Il racconto mostra che la figura del cane non può essere separata dal contesto culturale dell’epoca, ma mostra anche che la fede e la misericordia superano le barriere religiose e sociali. L’immagine dei “cagnolini che mangiano le briciole che cadono dalla tavola dei loro padroni” diventa un passaggio decisivo nel dialogo tra Gesù e la donna.
“Non date le cose sante ai cani”
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Non date le cose sante ai cani e non gettate le vostre perle davanti ai porci, perché non le calpestino con le loro zampe e poi si voltino per sbranarvi. Tutto quanto volete che gli uomini facciano a voi, anche voi fatelo a loro: questa infatti è la Legge e i Profeti. Entrate per la porta stretta, perché larga è la porta e spaziosa la via che conduce alla perdizione, e molti sono quelli che vi entrano. Quanto stretta è la porta e angusta la via che conduce alla vita, e pochi sono quelli che la trovano!» (Mt 7,6.12-14).
Il primo atteggiamento che Gesù si aspetta dai discepoli è quello di un sano discernimento: Non gettate le vostre perle davanti ai porci.
Gesù rivela ai discepoli quale atteggiamento devono adottare nel relazionarsi con il prossimo. Di certo non invita a dosare amore e misericordia, ma semplicemente a discernere la capacità di ogni persona di riuscire a portare il peso di un cammino di fede, comprenderne la bellezza e l’importanza, e a introdurlo, quindi, gradualmente secondo le sue capacità, con perseveranza e pazienza.
Gli uccelli del cielo e la cura del Padre
Gesù ha spesso citato gli uccelli, non solo la colomba, e anche in questo vediamo la sua vicinanza con San Francesco, patrono di queste creature alate.
“Guardate gli uccelli del cielo: non seminano e non mietono, né raccolgono nei granai; eppure il Padre vostro celeste li nutre. Non valete forse più di loro?” (Mt 6,26).
Gesù non presenta gli uccelli come oggetti privi di valore, ma come creature di cui il Padre celeste si prende cura. Il loro esempio diventa una lezione sulla fiducia, senza cancellare la responsabilità umana verso il creato.
Pesci, corvi, pecore e altri animali
Cani, pecore, pesci, uccelli, anche cavallette, pulcini, moscerini, corvi… Sono alcuni degli animali citati da Gesù nel Vangelo.
Ma anche per altri animali meno noti, come i corvi. Anche a questo volatile, che comunemente non gode di molte simpatia da parte degli uomini, il Padre celeste provvede.
Questo vale anche per colombe, tortore, capretto e persino per il vitello grasso. Basti pensare all’agnello al quale Lui si sostituisce, divenendo l’unico ed eterno Agnello che si immola per tutti.
L’agnello sacrificale e Gesù
Un significato particolarmente importante riferito a Gesù tra gli animali della Bibbia è rivestito dall’agnello.
Se nel Vecchio Testamento il sacrificio dell’agnello a Pasqua era simbolico della liberazione dalla schiavitù d’Egitto, nel Nuovo Testamento l’agnello pasquale è Cristo stesso, portato al macello e sacrificato per liberare l’uomo dal peccato della colpa.
Sarà Giovanni Battista il primo a chiamare Gesù ‘agnello’, quando lo incontra presso il fiume Giordano e lo battezza: “Ecco l’agnello di Dio, ecco colui che prende su di sé il peccato del mondo” (Gv 1,29).
La Sua morte serve per rinnovare l’alleanza tra Dio e gli uomini. Nel simbolo dell’agnello la Chiesa trova il proprio emblema.
In un mondo di leoni, orsi, aquile e lupi, che simboleggiano forza e potenza, anche in araldica, la chiesa di Cristo sceglie il più mansueto e innocente degli animali, per esprimere che nell’umiltà e nella dolcezza risiede la vera forza.
Il pastore e la pecora: una relazione di cura
L’intima relazione che si crea tra il pastore e la sua pecora è descritta magistralmente nella Bibbia nella storia che il profeta Natan narrò al re Davide per rimproverarlo del suo delitto.
Il profeta racconta di un povero che non aveva nulla “se non una sola pecorella piccina, che egli aveva comprato. Essa era vissuta e cresciuta insieme con lui e con i figli, mangiando del suo pane, bevendo alla sua coppa e dormendo sul suo seno. Era per lui come una figlia” (2 Sam 12,1-3).
No, non è un amore esagerato. Allevare un animale è imporgli un nome e trattarlo come un figlio.
Quando si legge nel Libro della Genesi che il Signore ha affidato il creato all’uomo affinché lo domini (Gen 1,26), il dominio non ha il significato di sfruttamento o di sopraffazione, ma è l’atteggiamento del pastore che si prende cura del suo bestiame, garantendo il benessere di quel che gli è stato affidato.
Gli animali sono doni del Signore e l’uomo è il loro custode, questi non vanno maltrattati ma curati, come il pastore con le sue pecore.
San Francesco e l’amore per tutte le creature
Il Cantico delle Creature di San Francesco è il modo in cui il Santo d’Assisi ha cercato di trasmettere a tutti gli uomini quanto sia importante amare tutte creature di Dio, e come questo amore sia veicolo di fede e devozione verso l’Altissimo.
San Francesco amava in particolare gli uccelli, protagonisti di molte delle storie che lo riguardano. Spesso il santo andava a predicare a loro perché gli uomini non lo ascoltavano.
Per questo egli era spesso accompagnato da stormi di uccelli che cantavano pieni di gioia. Si racconta anche che quando il poverello di Assisi infine morì, uno nugolo di allodole volasse sopra la sua ultima dimora, evento straordinario, considerando che egli morì di sera, e le allodole sono gli uccelli che salutano il mattino.
Questo per darci un’idea di quanto fosse profondo il legame tra San Francesco e gli uccelli.
Il lupo di Gubbio
Un altro esempio dell’amore di San Francesco e tutti gli animali è il lupo. Se nella Bibbia il lupo era considerato solo con una valenza negativa, in quanto divoratore di pecore e agnelli innocenti e feroce predatore, San Francesco ne fa un fratello, ammansendo il lupo di Gubbio con la sua dolcezza e la sua fede.
In questo modo San Francesco non cancella la pericolosità dell’animale, ma mostra che la relazione con ogni creatura può essere trasformata dalla mitezza, dal rispetto e dalla responsabilità.
La cura degli animali nella prospettiva biblica
Il Creatore della vita disse agli esseri umani: “Tenete sottoposti i pesci del mare e le creature volatili dei cieli e ogni creatura vivente che si muove sopra la terra” (Genesi 1:28).
Dato che gli esseri umani sono stati creati “a immagine di Dio”, la nostra specie è unica in quanto riflette le qualità divine come sapienza, giustizia e amore. L’uomo ha anche un’inclinazione innata al senso morale e alla spiritualità.
Questo significa forse che gli esseri umani abbiano il diritto di maltrattare gli animali? No. Nella Legge che diede agli israeliti, Dio dispose che agli animali venissero assicurati riposo, cibo, assistenza in caso di bisogno e protezione dagli infortuni (Esodo 23:4, 5; Deuteronomio 22:10; 25:4).
“Per sei giorni devi fare il tuo lavoro; ma il settimo giorno devi desistere, perché il tuo toro e il tuo asino si riposino” (Esodo 23:12).
La Bibbia indica che Dio attribuisce grande valore alla vita animale. La Bibbia dice che al tempo della creazione “Dio faceva la bestia selvaggia della terra secondo la sua specie e l’animale domestico secondo la sua specie e ogni animale che si muove sul suolo secondo la sua specie. E Dio vedeva che era buono” (Genesi 1:25).
Riguardo a Geova viene detto: “Alle bestie dà il loro cibo” (Salmo 147:9). Dio creò un ecosistema che provvede ogni tipo di cibo e riparo di cui gli animali hanno bisogno.
Davide, re d’Israele, disse in preghiera: “Tu salvi uomo e bestia, o Geova” (Salmo 36:6). Ad esempio, prima di portare il diluvio universale per distruggere i malvagi, Geova mise in salvo otto persone e tutte le specie animali (Genesi 6:19).
È chiaro quindi che Geova dà valore alla sua creazione animale e si aspetta che gli esseri umani trattino gli animali con il dovuto riguardo. “Il giusto ha cura [. ] del suo animale domestico” (Proverbi 12:10).
Uccidere gli animali: necessità, responsabilità e violenza
Dio permette che gli esseri umani uccidano gli animali per proteggersi o per ricavarne del vestiario (Esodo 21:28; Marco 1:6). La Bibbia dice inoltre che gli uomini possono uccidere gli animali per procurarsi cibo.
Infatti in Genesi 9:3 si legge: “Ogni animale che si muove ed è in vita vi serva di cibo”. Anche Gesù aiutò i suoi discepoli a catturare pesci che avrebbero poi mangiato (Giovanni 21:4-13).
Ad ogni modo, la Bibbia specifica che Dio “odia chiunque ama la violenza” (Salmo 11:5). Si comprende quindi che Dio non vuole che facciamo del male agli animali o li uccidiamo per puro piacere o solo per sport.
Agli esseri umani è stata data autorità, non dominio, e sempre più questo insegnamento viene indicato come una amorevole presa in gestione di queste creature anziché esser parte di un sistema di sfruttamento senza scrupoli.
Non vi è comandamento che ci dica di mangiare gli animali e siamo certi che né gli allevamenti intensivi né i macelli fossero previsti nel progetto divino quando ci diede in custodia questo pianeta.
Quando leggo la mia Bibbia, ciò che mi salta subito agli occhi è che il valore degli animali sta proprio nel fatto che Dio li abbia creati con amore: gli animali sono stati creati da un Dio buono e amorevole, per questo sono buoni, amati e hanno valore in quanto parte della creazione divina.
Tutto quello che facciamo, tutto quello che mangiamo, tutto quello che compriamo ha un impatto su qualcuno o qualcosa di altro da noi. Dobbiamo decidere se l’impatto che vogliamo generare sia negativo o positivo, e se la nostra decisione rifletta gli insegnamenti di Gesù.
Gli animali nel presepe napoletano
E per quanto riguarda gli animali per presepe? Naturalmente non possono mancare, proprio per il simbolismo profondo che abbiamo cercato di esprimere in questo articolo, non solo nella Bibbia, ma in particolare in relazione alla figura di Gesù.
Il presepe napoletano è da sempre specchio della vita vera del popolo, in una commistione tra sacro e profano, realtà e folklore, e in questo scenario gli animali occupano un ruolo fondamentale.
Dagli animali da cortile in terracotta dipinta a mano da artigiani napoletani, a innumerevoli pecorelle e agnelli, asini e buoi in tutte le fogge e posizioni, anatroccoli, pulcini, ma anche cani, capre, conigli, maiali e naturalmente cammelli ed elefanti e perfino pappagalli.

Il significato cristiano dell’amore per gli animali
Gesù e San Francesco hanno portato una forte spinta nel rispetto verso gli animali, non solo da un punto di vista simbolico, ma anche reale.
Il cuore è uno solo e la stessa miseria che porta a maltrattare un animale non tarda a manifestarsi nella relazione con le altre persone. Ogni maltrattamento verso qualsiasi creatura è contrario alla dignità umana.
La pietà non va confusa neppure con la compassione che proviamo per gli animali che vivono con noi; accade, infatti, che a volte si provi questo sentimento verso gli animali, e si rimanga indifferenti davanti alle sofferenze dei fratelli.
Questa erronea tendenza di essere più sensibili agli uni piuttosto che agli altri non può essere solo condannata e basta, va cercato un dialogo costruttivo.
Il messaggio biblico non chiede di sostituire la relazione con le persone con quella con gli animali, né di trattare gli animali come esseri umani. Chiede però di riconoscere che sono creature di Dio, di proteggerle dalla crudeltà e di assumere con responsabilità il compito affidato all’uomo.
Per questo l’amore di Gesù per gli animali si comprende nel modo in cui li guarda e li utilizza per rivelare il volto di Dio: la colomba richiama la pace e lo Spirito Santo, gli uccelli insegnano la fiducia, il cane diventa segno di compassione, l’agnello esprime l’umiltà del sacrificio e ogni creatura ricorda il valore della vita affidata alla cura dell’uomo.