Il funerale di Francesco Giuseppe si svolse a Vienna il 30 novembre 1916, pochi giorni dopo la morte dell’imperatore, avvenuta alle 21 e 5 del 21 novembre nello stesso castello di Schönbrunn dov’era nato 86 anni prima. La cerimonia comprese la solenne messa da Requiem nella cattedrale di Santo Stefano e il successivo trasferimento del feretro alla Cripta dei Cappuccini, luogo di sepoltura della famiglia imperiale.
La salma fu accompagnata dalla famiglia imperiale, dai dignitari di corte, dai rappresentanti dei territori austro-ungarici e dal corpo diplomatico accreditato a Vienna. Dopo la benedizione nella cattedrale, il corteo percorse le vie della capitale al suono dei tamburi e delle campane, fino alla chiesa dei Cappuccini, dove Francesco Giuseppe fu deposto accanto all’imperatrice Elisabetta e al figlio Rodolfo.

La morte dell’imperatore e le ultime ore a Schönbrunn
Pochi personaggi hanno lasciato un segno così profondo nella storia come Francesco Giuseppe, per 68 anni imperatore d’Austria. Di lui ricorre oggi il centenario della morte. La nostalgia che molti nella Mitteleuropa provano per quel “mondo di ieri” è legata alla sua figura e anche in ragione del suo nome l’Austria felix è diventata un mito.
Che Francesco Giuseppe, ormai ottantaseienne, non potesse vivere in eterno era evidente a tutti. E ciononostante la sua morte, avvenuta alle 21 e 5 del 21 novembre 1916, colse tutti di sorpresa e impreparati. L’imperatore aveva svolto le sue consuete incombenze fino alle ultime ore, come se non fosse in procinto di esalare l’ultimo respiro.
Per la verità le cose avevano incominciato a mettersi male già da alcuni giorni. Il 13 novembre Francesco Giuseppe aveva accompagnato il granduca russo Nikolai Nikolajewitsch, che era stato suo ospite, fino alla stazione. Un tragitto su una carrozza scoperta, mentre su Vienna pioveva.
Nell’anziano monarca si erano manifestati subito problemi di respirazione, che tre giorni dopo si erano trasformati in una bronchite con febbre e infine in una polmonite accompagnata da pleurite. Il medico personale del sovrano Joseph Ritter von Kerzl e l’internista Norbert Ortner avevano capito subito che le cose si stavano aggravando.
Si sveglia con la febbre alta, Francesco Giuseppe, quella mattina di martedì 21 novembre 1916: gliela misurano, il termometro segna 38,1. Fuori è ancora buio: sono le 3 e mezza, in netto anticipo rispetto al solito, pure tarato su ore antelucane. In quel momento ha 86 anni compiuti, e da giorni è affetto da un’infiammazione bronchiale.
Come di consueto, va a sedersi allo scrittoio per sbrigare le pratiche dell’impero. Qui riceve la comunione dal cappellano di corte, poi si mette al lavoro. Poco prima di mezzogiorno accoglie la visita di Carlo, erede al trono, accompagnato dalla moglie Zita: «Spero di ristabilirmi presto, perché non ho tempo per i malanni», spiega loro.
Prende un brodo, ma subito dopo si accascia sulla scrivania: gli misurano di nuovo la temperatura, la febbre è salita a 39,5. Accetta di riposarsi un po’ su una poltrona, poi insiste per tornare alle sue carte, e ci rimane fino a sera. Ma è sfinito: alle 19, due ore prima rispetto ai suoi soliti ritmi, lo mettono a letto.
Prima di addormentarsi raccomanda a chi gli sta accanto: «Svegliatemi alle 3 e mezza, non ho ancora finito il mio lavoro». Poco dopo apre gli occhi per chiedere da bere, e gli danno un po’ di tè, chiedendogli se stia comodo: «Sì, va bene», risponde. Sono le sue ultime parole.
Soltanto alle 18 del 21 novembre lasciò che lo mettessero a letto e diede le seguenti disposizioni a Eugen Ketterl, da anni suo cameriere personale: “Non ho finito il mio lavoro, domani mi svegli alle tre e mezzo, come di consueto”. Tre ore dopo Francesco Giuseppe cessava di vivere.
Il suo medico, dottor von Kerzl, si rende conto che la fine si sta avvicinando. Alle 20.30 all’imperatore viene impartita l’estrema unzione. Mezzora dopo la figlia Maria Valeria chiede a von Kerzl se il padre respiri ancora: «Non sento più nulla», è la risposta. Sono le 21 e 5 minuti.
Gli erano accanto la figlia Marie Valerie, l’erede al trono arciduca Carlo con la moglie Zita, alcuni parenti e i dignitari di corte. La morte del vecchio imperatore fu uno choc per l’impero dell’aquila bicipite.
Francesco Giuseppe rappresentava per tutti, con la sua stessa persona, un simbolo di stabilità e di sicurezza. La stragrande maggioranza dei suoi sudditi erano venuti al mondo quando lui c’era già e rappresentava un punto fermo a cui aggrapparsi nei momenti difficili di un Paese ormai da tre anni in guerra e in gravi difficoltà.
La preparazione della salma e il trasferimento alla chiesa di corte
La salma del vecchio imperatore fu imbalsamata e rivestita con l’uniforme di gala di feldmaresciallo, per essere esposta nella reggia di Schönbrunn. Il 27 novembre la bara fu trasportata nella chiesa di corte su un carro funebre trainato da otto cavalli.
Una massa imponente di uomini e donne - le cronache del tempo riferiscono di centinaia di migliaia di persone - fece ala al corteo. Il funerale vero e proprio ebbe luogo tre giorni dopo, con una messa da Requiem nel duomo di Santo Stefano.
La cerimonia ebbe inizio dalla Hofburg alle 15.00 dove, alla presenza di pochi intimi fu benedetta la salma. Il corteo funebre, aperto da staffieri con fiaccole e corpi di cavalleria, si snodò per la città era composto da rappresentanti politici ausriaci ed ungheresi, da rappresentanti dei paesi neutrali amici e dai principi confederati tedeschi con il loro seguito.
Il Kroneprintz tedesco era presente e precedeva i Sovrani ed i Principi stranieri. Al passaggio del carro funebre, la folla presente lungo le strade si inginocchiò.
La salma è vestita con l’uniforme di gala da imperiale e regio feldmaresciallo. Il corteo è aperto dalle insegne della casa d’Asburgo, dietro le quali sfilano gli esponenti dei vari ordini religiosi, gli alti funzionari dell’amministrazione, i rappresentanti dei territori austro-ungarici, i cavalieri dell’Ordine del Toson d’Oro.
La bara viene trasportata a spalle da 24 nobili dell’Ordine della Chiave d’Oro; su di essa sono appoggiati la corona imperiale, le corone di Ungheria e di Boemia, il globo, lo scettro e il collare di cavaliere del Toson d’Oro.
Dietro al feretro sfila la famiglia imperiale guidata dal nuovo imperatore Carlo I, i dignitari di corte e il corpo diplomatico accreditato a Vienna. Il corteo, accompagnato dal rullo dei tamburi e dai rintocchi delle campane di tutte le chiese, lungo la Ringstrasse raggiunge la cattedrale di Santo Stefano, dove l’arcivescovo cardinale Piffl impartisce la solenne benedizione al defunto; l’ultima meta, la Chiesa dei Cappuccini, per la sepoltura.

La cerimonia nella cattedrale di Santo Stefano
La cerimonia nella Cattedrale di Santo Stefano durò a lungo ed al termine il corteo, accompagnato dal suono delle campane di tutta la capitale, si diresse alla tomba dei Capuccini, luogo di sepoltura della famiglia reale. La salma di Francesco Giuseppe fu sepolta accanto a quella dell’Imperatrice Elisabetta.
La cattedrale di Santo Stefano rappresentò il centro religioso della cerimonia funebre. Qui il feretro fu benedetto secondo il solenne protocollo imperiale, prima che il corteo riprendesse il cammino verso la Cripta dei Cappuccini.
Qui, nell’estremo atto, prevale la simbologia asburgica, fortemente ispirata alla fede cattolica: anche un imperatore, con tutta la sua potenza, è un comune mortale, e deve rendere conto all’Altissimo.
La bara, senza alcun seguito, viene portata lungo le scale che conducono alla cripta. Il Maresciallo di corte batte per tre volte sulla porta con il suo bastone d’oro.
Dall’altra parte c’è il padre guardiano, con una candela accesa, che domanda: «Chi chiede accesso?». L’alto dignitario risponde: «Sua Maestà Apostolica l’Imperatore Francesco Giuseppe», ed elenca di seguito i 47 titoli del sovrano.
Ma il frate replica: «Non lo conosco». Il Maresciallo torna a battere esclamando: «Lasciate entrare Sua Maestà l’Imperatore Francesco Giuseppe». Di nuovo la risposta è “non lo conosco”.
E subito dopo chiede: «Chi, in nome di Dio, desidera accesso?». Stavolta le parole del dignitario sono ben diverse: «Tuo fratello Francesco Giuseppe, un povero peccatore che chiede la misericordia di Dio».
A questo punto la porta si apre: «Io ti conosco, entra pure». E finalmente l’anziano protagonista di tante dure vicende trova l’eterno riposo nella cripta tra la moglie Elisabetta e il figlio Rodolfo, le più dolorose perdite durante la sua lunga esistenza.
Il percorso del corteo e la partecipazione popolare
Il corteo funebre, aperto da staffieri con fiaccole e corpi di cavalleria, si snodò per la città era composto da rappresentanti politici ausriaci ed ungheresi, da rappresentanti dei paesi neutrali amici e dai principi confederati tedeschi con il loro seguito.
Da lì la famiglia imperiale con tutti gli ospiti di Stato accompagnarono a piedi il feretro per un chilometro, fino alla cripta dei cappuccini. I primi, dietro alla bara, erano l’appena nominato imperatore Carlo I con l’imperatrice Zita e il loro primogenito Otto, morto 5 anni fa.
Al passaggio del carro funebre, la folla presente lungo le strade si inginocchiò. Il suono delle campane di tutta la capitale accompagnò il corteo fino alla destinazione finale.
La scomparsa di Francesco Giuseppe precede di soli due anni la fine dell’impero. Il suo successore Carlo, costretto all’esilio, morirà nell’isola portoghese di Madeira soltanto 6 anni dopo. La sua salma è tuttora sepolta là.
Zita e il figlio Otto, invece, benché l’Austria nel frattempo sia diventata una Repubblica, riceveranno sepoltura anch’essi nella cripta dei Cappuccini, come gli ultimi imperatori della monarchia absburgica.
La Cripta dei Cappuccini e la sepoltura degli Asburgo
Per questo motivo i corpi degli Asburgo si trovano nella cripta dei Cappuccini, le interiora nella cripta della Cattedrale di Santo Stefano e i cuori nella “Herzlgruft” della Chiesa di Sant’Agostino.
A Vienna c’era l’abitudine di dare sepoltura separata a monarchi, principi, duchi e aristocratici di alto rango. La sepoltura separata era praticata molto prima degli Asburgo.
C’è un vivace dibattito tra gli storici su cosa si riferisca esattamente questo rituale. È possibile che gli antichi faraoni egiziani siano stati il modello.
Aveva anche ragioni pratiche, perché in questo modo il cadavere poteva essere conservato meglio, soprattutto per i trasferimenti più lunghi e per la deposizione. I contesti politici sono piuttosto esclusi.
Soprattutto durante le Crociate, quando molti crociati morivano lontano da casa, era consuetudine espiantare gli organi e bollire il cadavere con del vino rosso, affinché potesse sopravvivere meglio al lungo viaggio di ritorno.
Gli organi del Barbarossa (1122-1190) e di Riccardo Cuor di Leone (1157-1199) erano già sepolti in altri luoghi. Questo insolito protocollo asburgico fu praticato fino al 1878.
Le viscere dei morti venivano rimosse, avvolte in panni di seta, imbevute di spirito e i contenitori venivano saldati. Al cuore, in quanto sede dell’anima, veniva riservato un posto speciale nell’urna del cuore.
| Parte del corpo | Luogo di sepoltura |
|---|---|
| Corpo | Cripta dei Cappuccini |
| Interiora | Cripta della Cattedrale di Santo Stefano |
| Cuore | “Herzlgruft” della Chiesa di Sant’Agostino |
Origine e trasformazione del rituale funebre
Si dice che il fondatore di questa tradizione sia stato Ferdinando III (1608-1657). Egli volle che i cuori degli Asburgo fossero deposti nella Chiesa Agostiniana.
Il suo successore, Ferdinando IV, venerò la Madonna di Loreto con il suo santuario nella Chiesa di Sant’Agostino e decretò che il suo cuore fosse sepolto lì. Questa usanza era particolarmente diffusa tra gli Asburgo nel XVI e XVII secolo.
In seguito, ci furono molte eccezioni. L’imperatore Francesco Giuseppe era rigorosamente contrario e il suo corpo fu sepolto interamente nella cripta dei Cappuccini.
Anche l’ultimo imperatore, Carlo I, morto in esilio a Madeira, fu sepolto lì, ma il suo cuore si trova nel monastero svizzero di Muri, insieme a quello della moglie Zita.
Tuttavia, il suo corpo riposa nella Cripta dei Cappuccini e il suo funerale è stato considerato l’ultimo funerale imperiale ufficiale nel 1989. Anche il figlio dei due, Otto Asburgo, riposa nella tomba dei Cappuccini, ma il suo cuore è stato sepolto per sua volontà nel monastero ungherese di Pannonhalma.
Da bambino era stato allevato dai monaci del monastero e aveva un legame speciale con l’Ungheria. Oggi questo tipo di sepoltura non è più generalmente consentito in Austria.
Le differenze tra il funerale del 1916 e le esequie successive
Difficilmente l'Austria vedrà di nuovo una celebrazione come quella che ieri ha portato all'inumazione della salma di Otto d'Asburgo nella Cripta dei Cappuccini.
Come già fu il primo aprile 1989, quando a Vienna si celebrarono le esequie dell'ex imperatrice Zita, il mondo politico ed istituzionale austriaco e europeo e migliaia di semplici cittadini hanno reso l'estremo saluto al figlio dell'ultimo imperatore.
Sotto un cielo limpido ed estivo - “Kaiserwetter” (tempo da imperatori), come si dice a Vienna - sulla piazza Santo Stefano già qualche ora prima della cerimonia funebre si sono raccolte associazioni patriottiche e corporazioni studentesche in uniforme e con stendardi.
Tra le presenze illustri, il gotha delle teste coronate europee. Tra gli altri i reali Carlo Gustavo e Silvia di Svezia, i granduchi del Lussemburgo, i principi del Liechtenstein, gli ex re di Romania e Bulgaria, oltre al presidente austriaco Fischer e al cancelliere Faymann.
Nel complesso, migliaia di persone come in un romanzo di Joseph Roth, e una replica del precedente funerale di Zita. Ma anche un'eco delle esequie di Francesco Giuseppe nel 1916, immortalate nella celebre foto in cui il piccolo Otto vestito di bianco e coi lunghi boccoli biondi incede tra i genitori sul Graben.
Il Requiem sulle note di Haydn è iniziato alle tre del pomeriggio nella cattedrale preparata per il grande evento con semplici fiori bianchi e rossi e la bara coperta dalla tradizionale bandiera giallo-nera, fiancheggiata da ceri.
Una vista austera, consona alla personalità di Otto d'Asburgo, educato per essere un giorno il nuovo monarca, ma cresciuto senza concessioni al lusso, attraverso svolte esistenziali drammatiche.
«Ciò che ammiro in lui - ha detto il cardinale Schönborn nell'omelia - è stata la sua capacità di adeguarsi a situazioni sempre nuove ma al contempo il suo coraggio nell'attenersi a ciò che considerava sua eredità e missione».
Dopo invocazioni lette dai sette figli dell'ex principe ereditario, che auspicando difesa della vita e della famiglia, e lotta a ideologie come il nazi-fascismo, il comunismo e il relativismo, sono risuonate in Santo Stefano come un nuovo suggello dei sempre ottimi rapporti tra gli Asburgo e la Chiesa cattolica, un velo di imbarazzo ha venato l'annuncio dato dal cardinale, che la funzione religiosa sarebbe terminata con una strofa dell'inno asburgico: «Un ultimo saluto al defunto, e un omaggio alla famiglia», ha precisato Schönborn.
Alle 17 il corteo funebre di 3.500 persone nelle più svariate, variopinte uniformi dell'impero austro-ungarico, si è messo lentamente in marcia per percorrere tra ali di una folla composta i quasi 2 chilometri e mezzo tra la piazza della cattedrale, il Palazzo Imperiale, la Piazza degli Eroi, la Ringstraße, la piazza dell'Albertina e quindi il Neuer Markt, su cui si affaccia la Cripta dei Cappuccini.
Davanti alla porta del convento, un cerimoniale analogo a quello voluto da Otto per la madre Zita, e non di lunga tradizione, come comunemente si crede, ha aperto i battenti al defunto verso l'ultima dimora.
Alle 18.30, dopo che le note dell'Inno alla Gioia di Beethoven avevano reso onore alla carriera di Otto come europarlamentare, l'intera piazza ha intonato nuovamente l'inno asburgico. E per qualche minuto Vienna è ridiventata la capitale dell'impero.
Vienna - Chiesa dei Cappuccini e cripta degli Imperatori
La presenza di Guglielmo II
Il Kaiser tedesco, Guglielmo II, temendo di cader vittima di attentati, ripartì quasi immediatamente da Vienna, rimanendo solo per poche ore e non partecipando ai funerali.
Alcune voci ritengono che questa partenza sia stata dovuta, più che alle voci di possibili attentati, alla freddezza dei rapporti tra il Kaiser tedesco ed il nuovo Imperatore austriaco. La fredda accoglienza riservatagli all’arrivo l’avrebbe alquanto irritato.
La simbologia dell’accesso alla cripta
Il rituale della porta della Cripta dei Cappuccini esprime il contrasto tra la dignità terrena dell’imperatore e la sua condizione davanti a Dio. I titoli, le corone e le insegne della monarchia vengono lasciati fuori dalla cripta, mentre l’accesso è concesso soltanto quando il defunto viene presentato come un uomo e un peccatore.
Il corteo, accompagnato dal rullo dei tamburi e dai rintocchi delle campane di tutte le chiese, lungo la Ringstrasse raggiunge la cattedrale di Santo Stefano, dove l’arcivescovo cardinale Piffl impartisce la solenne benedizione al defunto; l’ultima meta, la Chiesa dei Cappuccini, per la sepoltura.
La bara, senza alcun seguito, viene portata lungo le scale che conducono alla cripta. Il Maresciallo di corte batte per tre volte sulla porta con il suo bastone d’oro.
Ma il frate replica: «Non lo conosco». Il Maresciallo torna a battere esclamando: «Lasciate entrare Sua Maestà l’Imperatore Francesco Giuseppe». Di nuovo la risposta è “non lo conosco”.
A questo punto la porta si apre: «Io ti conosco, entra pure». E finalmente l’anziano protagonista di tante dure vicende trova l’eterno riposo nella cripta tra la moglie Elisabetta e il figlio Rodolfo, le più dolorose perdite durante la sua lunga esistenza.