Il Vangelo del 24 febbraio presenta Gesù davanti a una generazione che cerca segni straordinari, ma non è disposta a convertire la propria vita. Il segno decisivo non è uno spettacolo di onnipotenza, bensì la persona stessa di Cristo Gesù, segno definitivo dell’amore del Padre.
«Questa generazione è una generazione malvagia; essa cerca un segno, ma non le sarà dato alcun segno, se non il segno di Giona». Come gli abitanti di Nìnive si convertirono alla predicazione di Giona e la regina del Sud affrontò un lungo viaggio per ascoltare la sapienza di Salomone, così anche il discepolo è chiamato ad accogliere Gesù, che è più grande di Giona e più grande di Salomone.
Il Vangelo del 24 febbraio
In quel tempo, mentre le folle si accalcavano, Gesù cominciò a dire: «Questa generazione è una generazione malvagia; essa cerca un segno, ma non le sarà dato alcun segno, se non il segno di Giona.
Poiché, come Giona fu un segno per quelli di Nìnive, così anche il Figlio dell’uomo lo sarà per questa generazione.
Nel giorno del giudizio, la regina del Sud si alzerà contro gli uomini di questa generazione e li condannerà, perché ella venne dagli estremi confini della terra per ascoltare la sapienza di Salomone.
Ed ecco, qui vi è uno più grande di Salomone.
Nel giorno del giudizio, gli abitanti di Nìnive si alzeranno contro questa generazione e la condanneranno, perché essi alla predicazione di Giona si convertirono.
Ed ecco, qui vi è uno più grande di Giona».
Una generazione che cerca segni
C’è chi prova invidia per i contemporanei di Gesù perché poterono ascoltare le parole del maestro ed essere testimoni oculari dei suoi miracoli. Ciò nonostante Gesù assegna l’appellativo di “malvagia” alla generazione che condivise il breve segmento della sua vita pubblica, un popolo sempre pronto a chiedere segni grandiosi e mirabolanti, ma per niente disposto a convertire la vita.
L’insufficienza di fede induce a chiedere segni sempre nuovi. Si vorrebbe un Dio pronto a dare spettacolo di onnipotenza e, al medesimo tempo, capace di esaudire le più differenti preghiere quotidiane.
L’assenza di fede produce pretesa e ostinazione. Ma la fede non si compra. E’ un dono da implorare e alimentare.
Il segno di Giona
Gesù richiama la figura di Giona, il profeta inviato a Nìnive. Giona fu un segno per quelli di Nìnive, perché la sua predicazione suscitò una risposta concreta: gli abitanti si convertirono.
Il segno, dunque, non consiste soltanto in qualcosa di sorprendente da vedere, ma in una parola capace di raggiungere il cuore e orientare nuovamente l’esistenza. Il vero segno si riconosce dai frutti che produce nella vita.
Gli abitanti di Nìnive non chiesero una successione interminabile di prodigi prima di cambiare strada. Alla predicazione di Giona si convertirono. La loro risposta diventa un richiamo severo per chi ascolta Gesù e, pur avendo davanti a sé una parola più grande, continua a rimandare la conversione.
Uno più grande di Giona e di Salomone
Gesù afferma: «Ed ecco, qui vi è uno più grande di Salomone» e «Ed ecco, qui vi è uno più grande di Giona». La sua autorità non è paragonabile a quella di un semplice profeta o di un grande sapiente.
Non sono i segni a ripetizione che possono convincere l’esistenza di Dio e delle verità ultime, ma l’umile accoglienza della sua Parola nella persona di Cristo Gesù, segno definitivo dell’amore del Padre.
La regina del Sud venne dagli estremi confini della terra per ascoltare la sapienza di Salomone. Il suo viaggio mostra il valore della ricerca sincera: chi desidera la sapienza è disposto a uscire dalle proprie comodità, a mettersi in cammino e ad ascoltare.
La presenza di Gesù rende ancora più urgente questa risposta. Se la regina del Sud si mosse per ascoltare Salomone e se Nìnive si convertì alla predicazione di Giona, il discepolo non può rimanere indifferente davanti a colui che è più grande di Salomone e di Giona.
Fede, ascolto e conversione
Fede, dunque è aderire a Dio. Il suo contrario è la pretesa di piegarlo alla terra degli uomini e alle proprie convinzioni.
Un atteggiamento però, che si può trasformare in ricatto. A tali condizioni, tuttavia, il Dio della storia dice “no grazie”.
La fede non è la pretesa di ottenere da Dio una conferma secondo i nostri tempi e i nostri criteri. È accogliere la sua Parola, lasciandosi trasformare da essa.
L’apostolo Paolo mette in guardia il discepolo Timoteo: “Combatti la buona battaglia della fede, cerca di raggiungere la vita eterna alla quale sei stato chiamato e per la quale hai fatto la tua bella professione davanti a molti testimoni”. (1 Tim 6,11)
Una missione oltre la comodità
Ciò che è sicuro, che conviene ed è vantaggioso, rappresenta l’unità di misura costante adottata da coloro che, in primis, dovrebbero fare della propria vita una missione.
Scegliere invece la giustizia, l’amore, l’impegno per gli altri è un rischio che si cerca di evitare. Così si diventa meschini, gretti, mediocri; si è incapaci di un atto libero e gratuito, al punto tale che, se qualcuno si rivela generoso, viene sospettato di inganno o bollato di ingenuità o leggerezza.
La lezione evangelica del perdere per trovare è disprezzata, il dare non è più gioioso del ricevere; ma alla fine, una vita senza rischio o sfida, senza generosità e libertà, è simile ad un noioso pomeriggio invernale trascorso in casa, lasciando gocciolare le ore……
La conversione come risposta al Vangelo
La conversione non è soltanto un sentimento momentaneo, né una reazione superficiale davanti a un evento straordinario. È un cambiamento dell’orientamento della vita.
La generazione di Gesù cerca segni grandiosi, ma non vuole lasciarsi interrogare dalla sua presenza. Il problema non è la mancanza di prove, bensì la chiusura del cuore.
La parola di Cristo chiede una risposta personale: ascoltare, riconoscere, affidarsi e cambiare direzione. La conversione diventa così il segno concreto che l’ascolto non è rimasto esteriore.
La preghiera non è una formula magica
Il Signore che altrove ci dirà di pregare sempre, incessantemente, sa bene che l’uomo pensa di essere furbo e può credere di “convincere” Dio a fare quello che gli chiede.
Il guaio è che fa pure di peggio quando pensa di “guadagnarsi” il Paradiso a suon di messe, rosari, novene, indulgenze, ecc.
Qui evidenzio la ricchezza di sfumature della predicazione di Gesù che per esempio da un lato parla della preghiera insistente, dall’altro per esempio qui insegna a non sprecare parole come con superstizione o come per magia.
In sintesi Dio conduce colui che chiama ad un cammino di sequela verso la preghiera ma anche a tal proposito non insegna a “fare cose” ma a cercare di aprire gradualmente, secondo la grazia ricevuta, il cuore alla preghiera stessa nei modi e nei tempi maturati, con semplicità e buonsenso nella luce.
Il Padre nostro e il cuore del discepolo
La preghiera che Dio si aspetta da noi è tutta condensata nel Padre Nostro: è fiducia filiale, accoglienza della sua volontà, perdono richiesto e donato.
In una sola parola è un rapporto uomo-Dio che si deve costruire e alimentare per tutta la vita. Tutto quello che Dio ci concederà sarà solo dono suo e non merito nostro.
Il Padre nostro è una delle preghiere più belle e più semplici che Gesù ci abbia donato. In poche parole, contiene tutto: la fiducia di un figlio, il desiderio del Regno, il pane di ogni giorno, la protezione dal male.
È una preghiera che ci rimette al nostro posto vero: non davanti a un giudice freddo, ma tra le braccia di un Padre.
Il perdono che apre il cuore
Eppure c’è una frase che può inquietare: “Rimetti a noi i nostri debiti come anche noi li rimettiamo ai nostri debitori”. E Gesù lo ribadisce subito dopo: se non perdoniamo, neppure il Padre perdonerà noi.
A prima vista sembra una condizione dura, quasi una minaccia. Ma in realtà Gesù non sta mettendo un ricatto nel cuore della preghiera. Sta svelando una legge profonda dell’amore.
Il perdono non è una moneta di scambio con Dio. È il modo in cui il nostro cuore diventa capace di ricevere il suo amore.
Quando teniamo chiuso il pugno, quando restiamo aggrappati al rancore, è come se il cuore fosse occupato, bloccato. Dio non smette di amare, ma noi non riusciamo più a lasciarci amare davvero.
Perdonare non significa dire che il male non è stato male. Significa non lasciare che quel male continui a governare la nostra vita.
Gesù ci invita a liberarci, non a fare gli eroi. E quando ci chiede di perdonare, in realtà ci sta offrendo una via per guarire.
Nel Padre nostro chiediamo di essere perdonati ogni giorno. E, nello stesso respiro, chiediamo di fare spazio allo stesso amore che ci salva.
È una preghiera che non ci schiaccia, ma ci apre: ci ricorda che più lasciamo andare le offese, più il cuore diventa grande. Perdoniamo dunque le offese ricevute, perché è come aprire la mano per accogliere la grazia di Dio.
La Parola di Dio come sapienza
Ogni sapienza viene dal Signore e con lui rimane per sempre.
La sabbia del mare, le gocce della pioggia e i giorni dei secoli chi li potrà contare? L’altezza del cielo, la distesa della terra e le profondità dell’abisso chi le potrà esplorare?
Chi ha scrutato la sapienza di Dio, che è prima di ogni cosa? Prima d’ogni cosa fu creata la sapienza e l’intelligenza prudente è da sempre.
Fonte della sapienza è la parola di Dio nei cieli, le sue vie sono i comandamenti eterni.
La radice della sapienza a chi fu rivelata? E le sue sottigliezze chi le conosce? Ciò che insegna la sapienza a chi fu manifestato? La sua grande esperienza chi la comprende?
Uno solo è il sapiente e incute timore, seduto sopra il suo trono.
Il Signore stesso ha creato la sapienza, l’ha vista e l’ha misurata, l’ha effusa su tutte le sue opere, a ogni mortale l’ha donata con generosità, l’ha elargita a quelli che lo amano.
La parola che porta frutto
Come la pioggia e la neve scendono dal cielo e non vi ritornano senza avere irrigato la terra, senza averla fecondata e fatta germogliare, perché dia il seme a chi semina e il pane a chi mangia, così sarà della mia parola uscita dalla mia bocca: non ritornerà a me senza effetto, senza aver operato ciò che desidero e senza aver compiuto ciò per cui l’ho mandata.
La Parola non è sterile quando viene accolta con umiltà. Essa irriga la vita, la feconda e la orienta verso un frutto concreto.
Il Vangelo del 24 febbraio invita quindi a non cercare continuamente conferme spettacolari, ma a permettere alla Parola di Dio di operare nella coscienza, nelle scelte e nelle relazioni.
La fede come dono da chiedere
La fede non nasce dalla semplice accumulazione di segni. La nostra preghiera, in ogni caso, ci predispone a ricevere il dono.
Questo dono, però, dobbiamo chiederlo con insistenza: «Credo; aiuta la mia incredulità!» (Mc 9,24).
«Tutto è possibile per chi crede!»
Nello spirito del mondo, che è dominato dall’orgoglio, la Parola di Dio di oggi ci invita a farci umili e miti. L’umiltà non consiste nella svalutazione di sé stessi, bensì in quel sano realismo che ci fa riconoscere le nostre potenzialità e anche le nostre miserie.
A partire proprio dalle nostre miserie, l’umiltà ci fa distogliere lo sguardo da noi stessi per rivolgerlo a Dio, Colui che può tutto e ci ottiene anche quanto da soli non riusciamo ad avere.
La risposta di Cristo non si farà supplicare!
La preghiera come relazione con Dio
La preghiera è il dialogo “intimista” con Dio.
Giovanni Paolo II ha affermato che «la preghiera implica sempre una specie di “ricettacolo” con Cristo in Dio. Solamente in simile`nascondiglio´agisce lo Spirito Santo.
In un ambiente intimo di ricettacolo si pratica l’assiduità amichevole con Gesù; partendo dalla quale, prende origine lo sviluppo della fiducia in Lui, cioè, l’aumento della fede.
In un lungo cammino potendo giungere a riservare: un tempo alla preghiera quotidiana universale della Chiesa celeste e terrestre, rappresentata dal breviario, dalla messa del giorno e dalla preghiera mariana (io prego prima Maria e mi lascio poi portare da lei a Gesù ed in lui, nel suo Spirito, al Padre); e un altro tempo alla preghiera cuore a cuore con Maria e Gesù nel modo che si sente più consono.
Io per esempio sono un contemplativo e la preghiera spontanea, anche a Maria, in me è quasi tutta, ordinariamente, silenziosa. Anche se per me per esempio il rosario è una preghiera meravigliosa.
La fede che opera nella carità
La fede, però, che muove montagne ed espulsa gli spiriti maligni («tutto è possibile per chi crede!») è soprattutto un dono di Dio.
«Per vivere, crescere e perseverare nella fede sino alla fine, dobbiamo nutrirla con la Parola di Dio; dobbiamo chiedere al Signore di accrescerla; [la fede ] deve operare "per mezzo della carità" (Gal 5,6), essere sostenuta dalla speranza (Cf Rm 15,13) ed essere radicata nella fede della Chiesa» (Catechismo della Chiesa Cattolica, n. 162)
La fede autentica non rimane chiusa nell’interiorità. Essa conduce alla giustizia, all’amore e all’impegno per gli altri.
Recitando il Padre nostro, oltre a celebrare la grazia della figliolanza divina, noi esprimiamo anche l’impegno a corrispondere a tale dono, amandoci come fratelli in Cristo.
Non si può pregare Dio come "Padre" e poi essere duri e insensibili nei confronti degli altri. Piuttosto è importante lasciarsi trasformare dalla sua bontà, dalla sua pazienza, dalla sua misericordia, per riflettere come in uno specchio il suo volto nel nostro.
Per la preghiera personale
- Signore, liberami dal desiderio di segni straordinari quando non voglio ascoltare la tua Parola.
- Donami un cuore disponibile alla conversione.
- Insegnami a riconoscere in Gesù il segno definitivo dell’amore del Padre.
- Aiutami a vivere la fede nella giustizia, nell’amore e nell’impegno per gli altri.
- Rendimi capace di perdonare e di lasciare andare il rancore.
- Accresci la mia fede e aiuta la mia incredulità.
«Noi ci siamo fatti indegni di pregare, ma Dio, per sua bontà, ci ha permesso di parlare con Lui. Nostra preghiera è l’incenso che gli piace di più» (San Giovanni Maria Vianney)
«Sua parola è parola di amore, parola purificata: scaccia gli spiriti di paura, solitudine e oposizione verso Dio; così purifica nostra anima e ci da pace interiore» (Benedetto XVI)
