La formula liturgica «Nelle tue mani» richiama l’atto di affidamento con cui il credente consegna la propria vita a Dio, soprattutto nel momento della morte e nella preghiera della sera. Nel linguaggio biblico e liturgico, l’espressione indica fiducia, abbandono e speranza nella salvezza.
La frase è collegata in modo particolare alle parole pronunciate da Gesù sulla croce: «Padre, nelle tue mani consegno il mio spirito». La stessa espressione è tradizionalmente associata alla preghiera cristiana e alla conclusione della giornata, come atto di affidamento al Padre.
Il significato della formula «Nelle tue mani»
«Nelle tue mani» è una formula di abbandono fiducioso. Il credente riconosce che la propria esistenza non dipende soltanto dalle forze umane, ma è custodita da Dio anche nelle situazioni di sofferenza, malattia, paura e morte.
La formula esprime inoltre la fede nella presenza di Dio: affidarsi alle sue mani non significa rinunciare alla speranza, ma riconoscere che la vita rimane orientata verso il suo disegno di salvezza. L’atto di consegnarsi a Dio comprende la propria storia, le proprie debolezze, le persone amate e il futuro.
Il riferimento evangelico
L’espressione «Nelle tue mani consegno il mio spirito» appartiene alla tradizione della preghiera di Gesù sulla croce. Il sacerdote, entrando dal malato, rivolge a lui e a tutti i presenti un fraterno saluto.
Quindi, secondo l’opportunità, asperge con l’acqua benedetta l’infermo e la stanza, dicendo la formula seguente: Ravviva in noi, Signore, nel segno di quest’acqua benedetta, il ricordo del Battesimo e la nostra adesione a Cristo Signore, crocifisso e risorto per la nostra salvezza.
La formula nella preghiera per gli infermi
Nel rito dell’unzione degli infermi, l’affidamento a Dio si inserisce in una celebrazione che accompagna la persona malata con la preghiera, il perdono e il sostegno della comunità cristiana. Quindi si fa l’atto penitenziale, a meno che il sacerdote non ascolti a questo punto la confessione sacramentale dell’infermo.
Il sacerdote lo inizia con queste parole o con altre simili: Fratelli, riconosciamo i nostri peccati e chiediamo il perdono del Signore per esser degni di partecipare a questo santo rito insieme al nostro fratello infermo. Si fa una breve pausa di silenzio.
- Tu, che nel tuo mistero pasquale ci hai meritato la salvezza Kýrie, eléison.
- Tu che nelle nostre sofferenze rinnovi sempre le meraviglie della tua passione Kýrie, eléison.
- Tu, che con la comunione al tuo Corpo ci rendi partecipi del tuo sacrificio. Kýrie, eléison.
Il sacerdote conclude: Dio onnipotente abbia misericordia di noi, perdoni i nostri peccati, e ci conduca alla vita eterna. R. Amen.
L’imposizione delle mani
Uno dei gesti più significativi del rito è l’imposizione delle mani, che esprime invocazione, benedizione e trasmissione della grazia. Quindi il sacerdote impone le mani sul capo dell’infermo dicendo: Per l’imposizione delle nostre mani infondi, o Padre misericordioso, in questo tuo servo i tuoi doni di grazia; apri il suo cuore ad accogliere con fede il tuo mistero d’amore, concedi con larghezza il tuo perdono, largisci serenità e pace perché, sorretto e difeso dalla tua presenza, quando sarà compiuto il tuo disegno di salvezza, possa raggiungere il regno promesso con Cristo risorto, nostro Signore e nostro Dio, che vive e regna con te nell’unità dello Spirito santo, per tutti i secoli dei secoli.
Il gesto delle mani richiama il tema dell’affidamento: la persona inferma viene posta sotto la protezione di Dio e accompagnata nella fede, mentre la comunità invoca serenità, pace, perdono e salvezza.
L’olio santo e la preghiera di rendimento di grazie
Quindi il sacerdote dice la seguente preghiera di rendimento di grazie sull’Olio già benedetto: Benedetto sei tu, o Dio, Padre onnipotente, che per noi e per la nostra salvezza hai mandato nel mondo il tuo Figlio. R. Gloria a te, Signore!
Benedetto sei tu, o Dio, Figlio Unigenito, che ti sei fatto uomo per guarire le nostre infermità. R. Gloria a te, Signore! Benedetto sei tu, o Dio, Spirito Santo Paràclito, che con la tua forza inesauribile sostieni la nostra debolezza. R. Gloria a te, Signore!
Signore, il nostro fratello N. che riceve nella fede l’unzione di questo santo Olio, vi trovi sollievo nei suoi dolori e conforto nelle sue sofferenze. Per Cristo nostro Signore. R. Amen.
La benedizione dell’olio
Quando il sacerdote deve benedire l’olio durante il rito, lo fa a questo punto dicendo una delle seguenti orazioni e omettendo il precedente rendimento di grazie.
Benedici, + Signore, quest’olio e benedici il nostro fratello infermo, che ne riceve l’Unzione e il conforto.
Il sacerdote prende l’Olio santo e unge l’infermo sulla fronte e sulle mani, dicendo una sola volta: Per questa santa Unzione e la sua piissima misericordia ti aiuti il Signore con la grazia dello Spirito Santo. R. Amen.
E, liberandoti dai peccati, ti salvi e nella sua bontà ti sollevi. R. Amen. Poi dice l’orazione: Signore Gesù, redentore del mondo, che hai preso su di te i nostri dolori e hai portato nella tua passione le nostre sofferenze, ascolta la preghiera che ti rivolgiamo per il nostro fratello infermo: donagli fiducia e ravviva la sua speranza perché sia sollevato nel corpo e nello spirito. Tu che vivi e regni nei secoli dei secoli. R. Amen.
Padre nostro Benedizione
«Nelle tue mani» e il momento della morte
La formula assume un significato particolarmente intenso quando viene pronunciata davanti alla morte o nell’imminenza della morte. In caso di pericolo di morte: In virtù della facoltà datami dalla Sede apostolica, io ti concedo l’indulgenza plenaria e la remissione di tutti i peccati, nel nome del Padre e del Figlio + e dello Spirito Santo. R. Amen.
In questo contesto, l’affidamento nelle mani di Dio non è una formula di rassegnazione, ma una professione di fede nella misericordia divina e nella vita eterna. La preghiera accompagna la persona nel passaggio dalla vita terrena e richiama la speranza nella resurrezione.
Formule liturgiche e parole stabilite dalla Chiesa
Recentemente la Congregazione per la dottrina della fede ha trattato alcuni casi di amministrazione del sacramento del battesimo nei quali è stata arbitrariamente modificata la formula sacramentale stabilita dalla Chiesa nei libri liturgici.
Per tale motivo, il Dicastero ha preparato “Risposte a quesiti proposti”, con relativa “Nota dottrinale” che ne spiega il contenuto, per richiamare la dottrina circa la validità dei sacramenti connessa alla forma stabilita dalla Chiesa con l’uso delle formule sacramentali approvate, al fine di sottrarre la questione ad interpretazioni e prassi devianti e offrire un chiaro orientamento.
La precisione delle formule liturgiche mostra che le parole usate nella celebrazione non sono semplici espressioni personali. Esse appartengono alla preghiera della Chiesa e custodiscono il significato del gesto rituale.
Il valore ecclesiale delle formule liturgiche
Il Concilio Vaticano II asserisce che: «Quando uno battezza è Cristo stesso che battezza». L’affermazione della Costituzione sulla sacra liturgia Sacrosanctum Concilium, ispirata a un testo di sant’Agostino, vuole ricondurre la celebrazione sacramentale alla presenza di Cristo, non solo nel senso che egli vi trasfonde la sua virtus per donarle efficacia, ma soprattutto per indicare che il Signore è il protagonista dell’evento che si celebra.
La Chiesa infatti, quando celebra un Sacramento, agisce come Corpo che opera inseparabilmente dal suo Capo, in quanto è Cristo-Capo che agisce nel Corpo ecclesiale da lui generato nel mistero della Pasqua.
I Sacramenti, infatti, in quanto istituiti da Gesù Cristo, sono affidati alla Chiesa perché siano da essa custoditi. Appare qui evidente che la Chiesa, sebbene sia costituita dallo Spirito Santo interprete della Parola di Dio e possa in una certa misura determinare i riti che esprimono la grazia sacramentale offerta da Cristo, non dispone dei fondamenti stessi del suo esistere: la Parola di Dio e i gesti salvifici di Cristo.
La formula liturgica nel ministero ordinato
Il tema delle parole rituali si collega anche alla liturgia dell’ordinazione. Ma insomma, da che momento un nuovo ordinato “è” sacerdote? Perché, dopo l’imposizione delle mani e la preghiera, sono ancora necessari dei riti?
Dopo i riti iniziali, l’imposizione delle mani e la preghiera di ordinazione, tutti siedono e la liturgia continua con i riti esplicativi, cioè quelli che spiegano ciò che è avvenuto prima, dando così ulteriori indicazioni sul senso del ministero ordinato, nel nostro caso il ministero presbiterale.
Nella liturgia di ordinazione dei presbiteri, i riti esplicativi sono in sequenza: vestizione degli abiti sacerdotali, unzione crismale delle mani, consegna del pane e del vino, abbraccio di pace con il vescovo e con gli altri presbiteri.
Il primo di questi riti, la vestizione con stola sacerdotale e casula, sta a indicare che dal quel momento in poi l’ordinato è ministro dell’azione liturgica.
L’unzione delle mani e le parole del rito
Segue l’unzione crismale delle mani, proveniente dall’antica liturgia gallicana (francese). Il vescovo si cinge di un grembiule e unge le palme delle mani di ciascun ordinato con il sacro crisma, benedetto nella messa crismale celebrata durante la Settimana santa.
Il rito esprime un aspetto fondamentale della vita ministeriale: la santificazione del popolo di Dio e l’offerta del sacrificio. Attraverso l’unzione “viene significata la particolare partecipazione dei presbiteri al sacerdozio di Cristo” (Premesse al rito, n. 125).
La stessa formula che accompagna il gesto lo afferma: “Il Signore Gesù Cristo, che il Padre ha consacrato in Spirito e potenza, ti custodisca per la santificazione del popolo e l’offerta del sacrificio” (Liturgia di ordinazione, n. 148).
La consegna del pane e del vino
Terzo, la consegna del pane e del vino, accompagnata da una formula esplicativa. Ciascun ordinato, genuflesso di fronte al vescovo, riceve da lui la patena con il pane e il calice con il vino, mescolato a qualche goccia d’acqua, offerte dal popolo di Dio per il sacrificio eucaristico.
La formula che accompagna il gesto si conclude con un imperativo: “Renditi conto di ciò che farai, imita ciò che celebrerai, conforma la tua vita al mistero della croce di Cristo Signore” (Liturgia dell’ordinazione , n. 150).
Il congedo e le formule liturgiche
Infine, i riti esplicativi si concludono con l’abbraccio di pace con il quale il vescovo “pone quasi il sigillo all’aggregazione dei presbiteri come suoi nuovi cooperatori nel ministero” (Premesse al rito, n. 125); e con l’abbraccio tra gli ordinati e i presbiteri presenti, sottolineando - come già anticipato attraverso l’imposizione delle mani dei presbiteri - l’accoglienza al comune ministero nell’Ordine presbiterale.
Conclusa così la liturgia d’ordinazione, la celebrazione continua come di consueto, e i novelli sacerdoti concelebreranno per la prima volta la messa con il vescovo e il presbiterio.
Tra le formule liturgiche più note compare anche «Ite, missa est», tradizionale formula liturgica di congedo. La locuzione latina «in saecula saeculorum» veniva usata per chiudere le celebrazioni liturgiche e significa «per l’eternità».
La soluzione nei cruciverba
Per la definizione «Formula liturgica» nelle parole crociate, la soluzione più comune di quattro lettere è AMEN. In base al numero delle caselle, può comparire anche ITE MISSA EST, composta da undici lettere se considerata senza gli spazi.
| Definizione | Soluzione | Lunghezza |
|---|---|---|
| Formula liturgica | AMEN | quattro lettere |
| Formula liturgica | ITE MISSA EST | undici lettere |
Le definizioni associate ad AMEN sono: In fin di preghiera, Così sia in ebraico, Pone termine alla preghiera.
Per ITE MISSA EST, la definizione più caratteristica è: Formula liturgica di congedo.
Il significato di «Amen»
«Amen» è una formula liturgica di quattro lettere che compare frequentemente alla fine delle preghiere. Il termine è collegato all’idea di conferma e di adesione, e nella lingua italiana può essere reso con «così sia».
La parola pone termine alla preghiera, ma non indica soltanto una conclusione formale. Pronunciando «Amen», l’assemblea fa propria la preghiera appena proclamata e manifesta la propria adesione alla fede espressa nel rito.
- AMEN: quattro lettere.
- ITE MISSA EST: undici lettere.
- In saecula saeculorum: formula latina che significa «per l’eternità».
Nel rito dell’unzione degli infermi, la risposta dell’assemblea o del malato ricorre più volte nella forma «R. Amen». La stessa risposta accompagna l’atto penitenziale, l’imposizione delle mani, l’unzione con l’olio santo, la preghiera conclusiva e l’indulgenza in caso di pericolo di morte.
Come individuare la risposta corretta
La soluzione dipende dal numero di caselle e dalla formulazione esatta della definizione. Se la definizione è semplicemente «Formula liturgica» e sono richieste quattro lettere, la risposta è AMEN.
Se invece la definizione richiama il congedo dalla celebrazione e il numero delle lettere è maggiore, la risposta è ITE MISSA EST. La presenza di riferimenti alla fine della Messa, al congedo o alla formula latina orienta verso questa seconda soluzione.
Le definizioni che contengono la parola «liturgica» possono riferirsi anche a una parte iniziale di una forma liturgica, a una chiusa liturgica, a una cerimonia liturgica, a «Deo gratias» o a un’ampia veste liturgica.
Tra i sinonimi di «liturgico» rientrano «sacro», «rituale», «cerimoniale» e «solenne». Le parole associate al tema sono «religiosa», «religioso», «Gesù», «musulmani», «Chiesa», «Papa», «Messa» e «santa».
