L’Epistola ai Filippesi insegna che la vera vita cristiana consiste nel considerare Cristo più prezioso di ogni altra cosa, confidare nell’opera di Dio, proseguire verso la maturità spirituale e vivere con gioia, unità e perseveranza anche nelle difficoltà.
Essere un figlio di Dio è una strada da percorrere, con tutto il cuore, con tutto l’impegno per tutta la vita. Non è una religione da praticare, è quello che dovrebbe essere al centro della nostra esistenza, che supera ogni altra parte della vita.
Perché studiare l’Epistola ai Filippesi
Nella sua epistola ai Filippesi, l’apostolo Paolo incoraggia ed esorta i santi a essere saldi nell’unità e a collaborare per difendere la fede. Probabilmente, uno dei principi più importanti insegnati da Paolo in Filippesi è che pregare Dio e confidare in Lui portano “la pace di Dio che sopravanza ogni intelligenza” (Filippesi 4:7).
Studiare i messaggi di incoraggiamento di Paolo contenuti in questa epistola potrà aiutarti nei tuoi sforzi di perseverare fino alla fine in fede. Impegnandoti a seguire Cristo, anche tu puoi acquisire fiducia e dichiarare, come Paolo: “Io posso ogni cosa in Colui che mi fortifica” (Filippesi 4:13).
Questa meravigliosa epistola (lettera), scritta dall’Apostolo Paolo, è un tesoro per ogni vero credente. Questa lettera ci presenta la chiave per come possiamo avere gioia in mezzo alle circostanze più difficili.
Ci presenta un quadro di Gesù Cristo e il suo amore, e la grandezza del suo sacrificio. Ci aiuta a capire come vivere giorno per giorno mentre aspettiamo Cristo Gesù, come non avere ansia, e come stare saldi nel Signore.
Autore, destinatari e contesto della lettera
Sebbene nei saluti iniziali venga menzionato anche Timoteo (vedi Filippesi 1:1), l’autore dell’epistola ai Filippesi è Paolo. Questa tesi è supportata dall’uso del pronome singolare io in tutta la lettera e dal riferimento fatto a Timoteo in Filippesi 2:19.
È possibile che Timoteo abbia svolto il ruolo di scrivano, sotto la direzione di Paolo. Ci sono abbondanti prove a conferma del fatto che lo scrittore di questa lettera fu Paolo.
Policarpo (69?-155?), scrivendo lui stesso ai filippesi, accennò al fatto che Paolo aveva scritto loro. La lettera è attribuita a Paolo da antichi commentatori biblici come Clemente Alessandrino, Ignazio, Ireneo e Tertulliano.
Probabilmente Paolo scrisse Filippesi tra il 60 e il 62 d.C. mentre era prigioniero a Roma (vedi Filippesi 1:7, 13, 16; vedi anche Atti 28:16-31; Guida alle Scritture, “Filippesi, Epistola ai”, scriptures.lds.org).
Il contenuto stesso della lettera indica che Paolo la scrisse durante la sua prima detenzione a Roma. Paolo dice ad esempio che il motivo per cui era in catene era noto “all’intera guardia pretoriana”, e manda i saluti di “quelli della casa di Cesare” (Flp 1:7, 13, 14; 4:22; At 28:30, 31).
È molto probabile che abbia scritto questa lettera intorno al 60-61, dopo un anno o poco più dal suo arrivo a Roma. Infatti doveva essere trascorso abbastanza tempo perché (1) Epafrodito arrivasse da Filippi (distante circa 1.000 chilometri) portando un dono per Paolo, (2) a Filippi giungesse la notizia che nel frattempo a Roma Epafrodito si era ammalato e (3) a Roma si venisse a sapere che i filippesi si erano rattristati per Epafrodito (Flp 2:25-30; 4:18).
Filippi fu il primo luogo in Europa in cui Paolo predicò ufficialmente il Vangelo e in cui fondò un ramo della Chiesa (vedi Atti 16:11-40; Bibbia [KJV] della Chiesa, Bible Dictionary, “Pauline Epistles”).
Uno degli scopi di Paolo nello scrivere questa lettera era quello di ringraziare i santi di Filippi per il loro affetto e per il sostegno finanziario offertogli durante il suo secondo viaggio missionario e la sua prigionia a Roma (vedi Filippesi 1:3-11; 4:10-19; vedi anche Bibbia [KJV] della Chiesa, Bible Dictionary, “Pauline Epistles”).
Paolo inoltre elogiò i santi di Filippi per la loro fede in Gesù Cristo e diede loro dei consigli in base alle informazioni che aveva ricevuto da un discepolo filippese di nome Epafròdito (vedi Filippesi 4:18).
Tra i consigli di Paolo troviamo l’esortazione a essere umili e uniti (vedi Filippesi 2:1-18; 4:2-3). Paolo mise anche in guardia i Filippesi dai cristiani corrotti, come ad esempio quelli che insegnavano che per i convertiti la circoncisione era ancora necessaria.
Queste persone (spesso chiamate giudaizzanti) sostenevano falsamente che i nuovi convertiti dovessero sottostare alla vecchia legge della circoncisione dell’Antico Testamento (vedi Filippesi 3:2-3).
Temi principali di Filippesi
Uno dei temi portanti della lettera è la gioia. Nonostante le difficoltà che vive, Paolo si rallegra del progresso della buona notizia, e incoraggia anche i filippesi a rallegrarsi (Flp 1:18; 2:17, 18, 28, 29; 4:1, 4, 10).
Paolo scrive inoltre (1) per ringraziare i filippesi dei doni che gli hanno mandato (Flp 4:10-18), (2) per spiegare loro come mai ha rimandato indietro Epafrodito ed evitare così che giungano a conclusioni sbagliate (Flp 2:25, 26), (3) per informarli della sua situazione a Roma (Flp 1:12-26), (4) per esortarli a rimanere uniti (Flp 2:1, 2; 4:2), (5) per metterli in guardia dai falsi insegnamenti (Flp 3:1-4:1).
Molti ottimi princìpi esposti in questa lettera possono guidare e incoraggiare tutti i cristiani: accertarsi delle cose più importanti, e non essere d’ostacolo agli altri (Flp 1:9-11); essere umili a imitazione di Cristo, ed essere così esaltati da Dio (Flp 2:5-11); continuare a progredire spiritualmente e a percorrere il cammino cristiano (Flp 3:16); affrontare l’ansia, qualunque ne sia la causa, supplicando Dio, il quale dà la pace in grado di custodire il cuore e le facoltà mentali (Flp 4:6, 7).
Paolo descrisse in maniera poetica la condiscendenza del Salvatore dalla divinità preterrena alla vita terrena, dove Egli soffrì la “morte della croce” (vedi Filippesi 2:3-8). Adempiuta la Sua missione divina, Gesù Cristo adesso si erge come essere esaltato e verrà il giorno in cui “si [piegherà] ogni ginocchio” dinanzi a Lui e “ogni lingua [confesserà] che Gesù Cristo è il Signore” (Filippesi 2:10-11).
Paolo rivelò che la sua fonte di fiducia e di forza interiore era Gesù Cristo (vedi Filippesi 4:13).
La struttura essenziale dell’Epistola ai Filippesi
| Capitolo | Contenuto principale |
|---|---|
| Filippesi 1 | Paolo esprime gratitudine, parla della prigionia e incoraggia i credenti a rimanere saldi nell’unità. |
| Filippesi 2 | Paolo presenta l’umiltà di Gesù Cristo e invita i credenti a vivere con la stessa mentalità. |
| Filippesi 3 | Paolo mette in guardia dai giudaizzanti, considera tutto una perdita per Cristo e prosegue verso il premio. |
| Filippesi 4 | Paolo insegna la gioia nel Signore, la preghiera contro l’ansietà, la pace di Dio e la forza in Cristo. |
Filippesi 1. Paolo esprime gratitudine per la fratellanza dimostratagli dai santi di Filippi. Egli insegna che l’opposizione da lui affrontata nel servire il Signore, compresa la sua prigionia, ha fatto progredire la causa del Vangelo. Esorta i membri della Chiesa a rimanere saldi nell’unità in difesa della fede.
Filippesi 2. Paolo incoraggia ulteriormente i membri della Chiesa a essere uniti e fa riferimento all’esempio di Gesù Cristo, che si abbassò a vivere nella mortalità, quale esempio di amore, di obbedienza e di umiltà. Un giorno tutti riconosceranno Gesù Cristo come Signore. Paolo esorta i membri della Chiesa a operare per la propria salvezza.
Filippesi 3. Paolo mette in guardia dai giudaizzanti. Egli descrive la sua vecchia vita da Fariseo e come abbia rinunciato spontaneamente a tutto per seguire Gesù Cristo. Esorta i santi a seguire il suo esempio nel perseverare verso la salvezza. Spiega che Gesù Cristo cambierà il nostro corpo mortale in un corpo glorioso come il Suo.
Filippesi 4. Paolo incoraggia i santi a gioire sempre nel Signore. Li esorta a sostituire la loro ansietà con la preghiera e la gratitudine, promettendo loro che avrebbero goduto della pace di Dio che sopravanza ogni intelligenza.
Paolo invita i membri della Chiesa a dirigere i loro pensieri verso ciò che è onorevole, giusto, vero, puro, amabile, di buona reputazione e virtuoso. Egli riconosce di poter fare ogni cosa tramite Gesù Cristo che lo fortifica.

La mentalità di Cristo nelle difficoltà
Paolo inizia la sua lettera facendo sapere ai Filippesi quanto sia grato per la loro collaborazione con lui nella diffusione del Vangelo (1:1-11). Vuole poi assicurarsi che sappiano che la sua situazione (in prigione) è stata usata da Dio per far progredire il Vangelo in molti modi.
L’intera guardia di palazzo sa che è in catene per Cristo (1:12-13); molti credenti sono diventati più fiduciosi nel predicare senza paura (1:14); e la prigionia di Paolo ha persino motivato i suoi rivali a predicare il vangelo di Cristo (1:15-17).
Indipendentemente dalle motivazioni dei suoi predicatori, tuttavia, Paolo si rallegra che il vero Vangelo stia avanzando (1:18). Riferisce della sua attesa di liberazione dal carcere e di una prossima visita a Filippi.
Tuttavia, la sua preghiera finale è che abbia il coraggio di onorare Cristo nel suo corpo, sia con la sua vita che con la sua morte (1:19-26).
La chiesa di Filippi era molto orgogliosa dello status di colonia romana della sua città. Paolo modella per loro un diverso tipo di atteggiamento.
In Filippesi 1:27-30, Paolo identifica la risposta che vuole dai Filippesi dopo aver letto questa lettera: che vivano in modo degno del Vangelo di Gesù, stando insieme, con la stessa mentalità e l’unione; anche se sono osteggiati dai nemici del Vangelo.
Continua spiegando che, affinché la chiesa di Filippi abbia una mentalità simile, ogni membro non deve fare nulla per ambizione egoistica, ma deve invece considerare gli interessi degli altri insieme ai propri (2:1-4).
Questa è la mentalità dimostrata da Gesù stesso: che si è svuotato del suo status di Dio e ha assunto lo status di schiavo. Come schiavo, si è umiliato fino alla morte in croce.
In risposta, Dio ha onorato Gesù dandogli il nome al di sopra di ogni altro nome (2:5-11).
Per la loro salvezza, Gesù si è svuotato del suo status ed è stato obbediente fino alla totale umiliazione sulla croce.
Questo sarebbe stato scandaloso per un credente filippese con un background greco-romano. Tuttavia, meditare sull’umiltà controculturale di Cristo - per il loro bene - avrebbe potuto dare alla chiesa la possibilità di assumere la stessa mentalità e di influire sui modi in cui si relazionavano gli uni con gli altri.
Nel passaggio di oggi, la “mentalità di Gesù” è identificata come: lasciare andare i diritti legati al proprio status personale; e considerare gli interessi degli altri importanti quanto i propri.
Filippesi 1:1-6: la salvezza e l’opera che Dio porta a compimento
Paolo e Timòteo, servi di Cristo Gesù, a tutti i santi in Cristo Gesù che sono a Filippi, con i vescovi e i diaconi:
Il breve saluto iniziale menziona, accanto a Paolo, Timòteo, il suo fedele e inseparabile discepolo e collaboratore (2,19; 1Cor 4,17; 16,10-11). L’appellativo servi indica la radicale appartenenza a Cristo Gesù e il ruolo nell’annuncio del Vangelo (Rm 1,1).
A Filippi i responsabili della Chiesa sono chiamati vescovi e diaconi (At 20,28; 1Tm 3,2.8).
Grazia a voi e pace da Dio, Padre nostro, e dal Signore Gesù Cristo. Rendo grazie al mio Dio ogni volta che mi ricordo di voi.
Sempre, quando prego per tutti voi, lo faccio con gioia a motivo della vostra cooperazione per il Vangelo, dal primo giorno fino al presente.
Sono persuaso che colui il quale ha iniziato in voi quest’opera buona, la porterà a compimento fino al giorno di Cristo Gesù.
Paolo trovava gioia, anche mentre era in prigione, nella salvezza di queste persone, perché Paolo sapeva che la loro salvezza era una cosa sicura, perché non dipendeva da loro.
Invece, la salvezza è una cosa sicura perché è fondata in Cristo Gesù. La salvezza NON è fondata sulle opere dell’uomo, ma sull’opera di Dio.
La fiducia di Paolo, la sua certezza, fondava solidamente sulla persona di Dio stesso. Era DIO che aveva cominciato una buona opera, cioè, la salvezza, in loro, e sarebbe stato Dio a portare questa opera a termine.
Quello che Dio inizia, Dio porta a compimento.
Dio compie ogni cosa secondo la decisione della sua propria volontà. Nulla può ostacolare l’opera e il piano di Dio.
Quando Dio inizia l’opera della salvezza in qualcuno, Dio porta quell’opera a compimento, fino in fondo.
Questa verità è la base della fiducia di Paolo. Paolo non poneva la sua fede in questi credenti, ma in Dio.
La gioia fondata sulle cose eterne
Quali sono le cose che apprezzi di più, cioè, le cose che ti portano più gioia, le cose per cui ringrazi Dio più spontaneamente?
È molto importante capire cosa desideriamo, perché se stiamo cercando nel posto sbagliato, non avremmo mai la gioia del Signore.
Quando Dio salva qualcuno, lo fa diventare parte della famiglia di Dio. Lo fa diventare membro del corpo di Cristo, e perciò, una parte degli altri credenti.
Dio è la fonte di ogni nostra benedizione. Di solito, ringraziamo Dio per le benedizioni che noi riceviamo.
Paolo ringrazia Dio per la loro partecipazione al vangelo, cioè, la loro salvezza. Non solo, ma in ogni sua preghiera per loro, egli prega con gioia!
Cioè, la salvezza di questi credenti è motivo di grande gioia per Paolo!
Quando ci troviamo senza gioia, forse la stiamo cercando nel posto sbagliato. Forse non prestiamo attenzione alle benedizioni che il Signore ci ha già dato.
In altre parole, Paolo trovava gioia del fatto che altre persone erano salvate. Quindi, la salvezza di questi credenti, salvati già da molto tempo, era causa di grande gioia per Paolo.
Quando consideriamo che la salvezza di altri vuol dire che il nostro Dio e Padre celeste viene glorificato, e ricordiamo che noi condividiamo la sua gloria, allora, possiamo cominciare a capire che la salvezza degli altri è veramente un motivo di grande gioia per noi.
Anche noi partecipiamo alle vittorie di altri, anche noi facciamo parte di qualcosa, cioè, facciamo parte del regno di Dio. Più vittorie ci sono per il regno di Dio, più abbiamo motivi per avere gioia.
In più, i motivi che noi abbiamo per gioire sono motivi eterni. Tutto le cose terrene che portano gioia passano, e perciò, chi basa la sua gioia sulle cose della terra perderà tale gioia.
Chi trova la propria gioia nelle cose eterne non la perderà mai. La salvezza di anime è una vittoria eterna per il regno di Dio.
La salvezza di qualcuno è motivo di gioia che perdura negli anni, anzi, dura per tutta la vita, e anche per tutta l’eternità.
Paolo si trovava in prigione, e nonostante questo, guardando le cose dal punto di vista eterno, aveva grande gioia. Anche noi, qualsiasi sia la nostra situazione, abbiamo motivo di grande gioia.
Filippesi 3: considerare tutto una perdita per Cristo
Stiamo considerando l’Epistola scritta dall’Apostolo Paolo alla chiesa a Filippo. Siamo arrivati al capito 3, e negli ultimi sermoni, stiamo considerando l’insegnamento in cui Paolo descrive come ha considerato tutto come spazzatura, per guadagnare Cristo.
Cioè, prima della salvezza, come ognuno di noi, Paolo aveva delle cose nella sua vita che erano importanti per lui. Per Paolo, era essere così zelante nella sua religione che superava gli altri.
Prima della sua salvezza, Paolo credeva di avere una giustizia sua, per merito. Però, quando Paolo ha visto il suo peccato, ha capito che in realtà, tutto quello sul quale si era aggrappato prima, lo aveva tenuto lontano da Dio.
Quando Paolo ha visto il vero valore di Gesù Cristo, Paolo voleva Cristo più di qualsiasi altra cosa. Infatti, Paolo ha scelto di considerare tutto quello che prima gli era importante, come spazzatura, per poter guadagnare Cristo.
Ma le cose che mi erano guadagno, quelle ho ritenute una perdita per Cristo. Anzi, ritengo anche tutte queste cose essere una perdita di fronte all’eccellenza della conoscenza di Cristo Gesù mio Signore, per il quale ho perso tutte queste cose e le ritengo come tanta spazzatura per guadagnare Cristo, e per essere trovato in lui, avendo non già la mia giustizia che deriva dalla legge, ma quella che deriva dalla fede di Cristo: la giustizia che proviene da Dio mediante la fede, per conoscere lui, Cristo la potenza della sua risurrezione e la comunione delle sue sofferenze, essendo reso conforme alla sua morte, se in qualche modo possa giungere alla risurrezione dai morti. (Filippesi 3:7-11 LND)
Tutte le cose che Paolo aveva considerato un guadagno, ora Paolo considerava una perdita, anzi, tanta spazzatura.
Uno era l’essere un vero giudeo, e osservare attentamente la legge giudaica, e l’essere parte del gruppo più rigido dei giudei. Per mezzo di tutto questo, Paolo credeva di avere merito per conto suo davanti a Dio.
Per la grande maggioranza di noi, nella carne, un guadagno è l’essere visto bene dagli altri. Vogliamo che gli altri ci vedono bene.
Questo è un modo, a volte in modo chiaro, a volte in modo molto subdolo, in cui vogliamo gloria dagli uomini. Spesso, ci impegniamo molto per essere visti bene dagli altri.
Un altro modo che mostra che vogliamo gloria per noi stessi è quando odiamo la riprensione. Nella carne, non vogliamo vedere il nostro peccato.
Facciamo di tutto per non vedere a fondo il nostro peccato. Però, ricordatevi, che finché non vediamo a fondo il nostro peccato, non possiamo avere il perdono, e perciò, non possiamo essere vicini a Cristo.
Confessare veramente il peccato
Ricordate che per essere perdonati, dobbiamo confessare il nostro peccato. La parola “confessare” vuol dire: dichiarare la stessa cosa, dichiarare pubblicamente e in modo formale, proclamarlo chiaramente.
Perciò, se vogliamo più di Cristo, dobbiamo vedere il nostro peccato per quello che è: il più grande ostacolo fra noi e Cristo che esiste.
Potremmo anche dire: l’UNICO vero ostacolo fra noi e Cristo.
Quindi, se veramente vogliamo più di Cristo, vedremo il nostro peccato come un terribile nemico. Odieremo il nostro peccato. E non avremo esitazione di confessarlo duramente.
Immaginate uno che mentisce. Egli viene scoperto, e poi, egli dice: perdonami. Non ho parlato come avrei dovuto. Devo stare più attento a dire solo la verità.
Quel uomo ha veramente confessato il suo peccato? Ha veramente descritto il suo peccato? NO.
Ha piuttosto parlato in termini generali, spiegando che sa che dovrebbe fare meglio, implicando che il suo cuore è buono.
Cosa direbbe se confessasse veramente il suo peccato? Egli direbbe qualcosa come: “ho mentito. Ho detto il falso. Non stavo cercando la gloria di Dio e non stavo amando il mio prossimo, e perciò, ho mentito, per arrivare a dove la mia carne voleva arrivare. Ho peccato contro Dio, e ho peccato contro te. La mia menzogna è venuta dal mio cuore, che era nel peccato. Ti chiedo perdono.”
Quello è un esempio di confessare il peccato. Quando vogliamo più di Cristo, confessare veramente i nostri peccati è uno dei passi più importante.
Peccare è cercare la gioia nel peccato anziché in Cristo. Confessare veramente il peccato è voler più di Cristo.
Desiderare Cristo più di ogni altra cosa
O che Dio ci aiuti a capire sempre di più quanto è meraviglioso avere più di Cristo. Nulla può soddisfare il nostro cuore, se non solo l’avere più di Cristo.
E per avere più di Cristo, dobbiamo riconoscere tutto quello in cui cercavamo la nostra soddisfazione, e dobbiamo considerarlo come spazzatura, per poter avere Cristo.
Dobbiamo desiderare più di Cristo, dobbiamo desiderare di conoscere la sua potenza all’opera in noi, dobbiamo desiderare la sua gloria, e perciò, dobbiamo essere anche pronti a soffrire per Lui.
Dobbiamo vedere che avere sempre più di Cristo vale più della vita stessa.
Infatti, SOLO Gesù Cristo può soddisfare i nostri cuori. Però, per avere Gesù così, dobbiamo vederLo come di più prezioso di tutto il resto nella nostra vita.
Filippesi 3:12-14: proseguire verso il premio
Ora, dal versetto 12 in poi, Paolo continua, e spiega che finché siamo in questo corpo, dobbiamo spingerci sempre in avanti.
Non si arriva alla perfezione in questa vita.
Non che io abbia già ottenuto il premio, o sia già arrivato al compimento, ma proseguo per poter afferrare il premio, poiché anch’io sono stato afferrato da Cristo Gesù.
Fratelli, non ritengo di avere già ottenuto il premio, ma faccio una cosa: dimenticando le cose che stanno dietro e protendendomi verso le cose che stanno davanti, proseguo il corso verso la méta verso il premio della superna vocazione di Dio in Cristo Gesù. (Filippesi 3:12-14 LND)
Paolo dichiara che non era ancora arrivato al compimento. La parola “compimento” è una parola che vuol dire completo, vuol dire non mancante di nulla.
Nella vita cristiana, vuol dire essere pienamente conformato a Cristo.
Paolo era un credente eccezionale. Egli è stato scelto direttamente da Cristo come uno degli Apostoli.
Cristo Gesù stesso è apparso a Paolo più volte, e gli insegnamenti di Paolo venivano direttamente da Dio, non tramite alcun uomo.
Paolo aveva più zelo di tutti gli altri Apostoli, si è affaticato più di tutti loro. Perciò, se ci fosse mai stato un uomo in grado di essere arrivato al compimento, sarebbe stato Paolo.
Invece, Paolo dichiara in modo categorico che egli NON aveva già ottenuto il traguardo finale, ed egli NON era arrivato al compimento.
In altre parole, Paolo sta dichiarando che aveva ancora da crescere, per essere pienamente conformato all’immagine di Gesù Cristo.
E perciò, quanto di più è vero che nessuno di noi è arrivato al traguardo. Abbiamo tutti ancora della strada da fare.
Ogni giorno abbiamo tanta strada da fare. Abbiamo sempre più da conoscere e da godere di Cristo.
Il fatto che c’è sempre da crescere non dovrebbe scoraggiarci. Invece, dobbiamo ascoltare e seguire l’esempio che Paolo ci dà nei versetti 12 a 14.
Paolo riconosceva, e dichiarava pubblicamente, che non era arrivato al compimento. Paolo non si vergognava di dire che doveva ancora crescere.
E così, riconoscendo la sua condizione, come noi dobbiamo riconoscere la nostra condizione, che cosa faceva? Paolo proseguiva, sempre in avanti.
Ogni giorno della sua vita, Paolo proseguiva il cammino: continuava a camminare in avanti, verso Cristo. Egli già stava camminando nella via di Cristo, e continuava a camminare in quella via, senza fermarsi, senza lasciarla.
La parola greca tradotta qua come proseguire è la stessa parola che spesso viene tradotta come “perseguitare”, e anche come “procacciare”.
È un verbo molto forte, e descrivere correre dietro qualcosa con tutta la tua forza, senza mai togliere gli occhi da quello che cerchi.
Quindi, non è un impegno occasionale, è quello che riempia completamente la vita, e che fai con tutto il tuo cuore e tutta la tua forza.
Si userebbe questa stessa parola per descrivere un leone che corre dietro la preda. Il leone sa che se non prende la preda, per avere qualcosa da mangiare, morirà, e perciò, non toglie mai i suoi occhi dalla preda.
È totalmente focalizzato sulla preda. Nulla lo distrae.
Similmente, quando Paolo dice che prosegue per poter afferrare il premio, descrive una vita che è totalmente e costantemente focalizzata su avere più di Cristo.
Paolo era già stato afferrato, da Cristo, per quello che egli cercava di afferrare.
Paolo era stato afferrato, ovvero, salvato, da Cristo Gesù, per avere comunione eterna con Dio, essendo santo e senza macchia nella presenza di Dio nell’amore per tutta l’eternità.
Quando dice: “per poter afferrare,” non vuol dire che la salvezza dipendeva da lui, ma che ogni vero credente deve vivere come se dipendesse dal suo modo di vivere.
Una cosa sola è necessaria
Paolo ripete che non aveva ottenuto il premio, che non era arrivato. Poi, Paolo dichiara che faceva una cosa.
Quanto è importante che nello stesso modo che uno uomo non può avere due donne come il suo tesoro, e un soldato non può combattere per le due parti in una guerra, e non si può amare Dio e le ricchezze allo stesso tempo, così non si può desiderare sia Cristo che un altro tesoro.
Paolo aveva solo UN traguardo nella sua vita. Paolo faceva UNA COSA.
Quando Gesù era alla casa di Marta e Maria, Marta era presa con preparare tutto, mentre Maria era tutto presa con Gesù.
Ora, mentre essi erano in cammino, avvenne che egli entrò in un villaggio; e una certa donna, di nome Marta, lo ricevette in casa sua. Or ella aveva una sorella che si chiamava Maria, la quale si pose a sedere ai piedi di Gesù, e ascoltava la sua parola.
Ma Marta, tutta presa dalle molte faccende, si avvicinò e disse: “Signore, non t’importa che mia sorella mi abbia lasciata sola a servire? Dille dunque che mi aiuti”.
Ma Gesù, rispondendo, le disse: “Marta, Marta, tu ti preoccupi e ti inquieti per molte cose ma una sola cosa è necessaria, e Maria ha scelto la parte migliore, che non le sarà tolta”. (Luca 10:38-42 LND)
Avete notate che Gesù dichiara che solo una cosa è necessaria? Certamente, serviva cucinare la cena.
Però, in realtà, c’è una cosa di vera importanza, ed è di avere sempre più di Gesù Cristo.
Questo è quello che Maria cercava, e Gesù dichiara che chi cerca più di Lui, non perderà Lui.
E nel nostro brano, Paolo sta dicendo la stessa cosa. Sta dicendo che una cosa è importante, che egli fa una cosa.
Egli cerca sempre più di Cristo.
Dimenticare le cose che stanno dietro
Per avere sempre più di Cristo, Paolo dimenticava le cose che stavano dietro, e correva in avanti, verso le cose che erano davanti, le cose eterne, le cose di Dio.
Questo non significa ignorare le lezioni del passato, ma non vivere prigionieri di ciò che è già stato.
Il credente è chiamato a guardare verso Cristo, senza permettere ai successi, ai fallimenti, ai peccati confessati o alle sofferenze precedenti di diventare il centro della sua vita.
Spingendoci sempre in avanti, verso Cristo, con tutto il nostro cuore.
Vivere come figli di Dio
Certi avvenimenti arrivano, e poi, finiscono. Altri cambiano la vita da quel punto in poi.
Se uno vince una medaglia agli olimpiadi, in un certo senso, finisce là. Ha la sua medaglia, ma poi, la sua vita continua.
Se si fa un safari in Africa e vede tanti animali, certamente è un’esperienza grande, ma poi, finisce e la vita continua.
Invece, ci sono avvenimenti che cambiano la vita per sempre.
Per esempio, sposarsi cambia la vita profondamente, per tutta la vita mentre entrambi sono in vita. Diventare genitore cambia la vita profondamente da quel giorno in avanti.
Allora, più di qualsiasi altra cosa, diventare un figlio di Dio, essere perdonato e riconciliato con Dio, cambia la vita, drasticamente ed eternamente.
Non è solo un trofeo da lasciare sulla mensola. Non sono delle foto da tenere in un album.
Essere un figlio di Dio è TUTTO.
La vita cristiana non è un momento isolato, un’esperienza da ricordare o un titolo religioso da possedere. È un cammino continuo di comunione con Cristo, di confessione del peccato, di crescita nella santità e di fiducia nell’opera di Dio.
Preghiera, pace e perseveranza
Uno degli impegni più importanti è la preghiera. Questo sermone ti parla di come pregare per chi ami veramente.
Dio ci insegna come pregare affinché possono avere una vita che vale, una vita ricca, una vita benedetta.
Grazie a Dio, è possibile avere una profonda PACE al posto dell’ansietà.
Un insegnamento molto importante per tutti coloro che soffrono dell’ansietà.
Paolo incoraggia i santi a gioire sempre nel Signore. Li esorta a sostituire la loro ansietà con la preghiera e la gratitudine.
La chiave sta nell'essere umile (mansueto) e avere fede nel Signore Gesù Cristo.
Quello che scegliamo a pensare cambia la vita, in bene o in male, moltissimo. Se vuoi la gioia, se vuoi la pace, se vuoi vittoria sul peccato, se vuoi una vita che conta, allora, devi scegliere di pensare alle cose giuste.
Paolo invita i membri della Chiesa a dirigere i loro pensieri verso ciò che è onorevole, giusto, vero, puro, amabile, di buona reputazione e virtuoso.
La vera gioia non dipende dall’assenza di problemi, ma dalla presenza e dalla gloria di Cristo in ogni circostanza.
Aiuto biblico pratico da Filippesi
- Considera Cristo più prezioso di ogni altra cosa.
- Riconosci che la giustizia non deriva dai tuoi meriti, ma dalla fede di Cristo.
- Confessa il peccato in modo chiaro, senza nasconderlo dietro espressioni generiche.
- Non cercare la gloria dagli uomini.
- Accetta la riprensione come un aiuto per vedere il peccato.
- Ricorda che Dio porta a compimento l’opera buona che ha iniziato.
- Prosegui verso Cristo con tutto il cuore e tutta la forza.
- Dimentica le cose che stanno dietro e protenditi verso quelle che stanno davanti.
- Coltiva gioia per la salvezza e la crescita degli altri credenti.
- Vivi nell’unità, considerando gli interessi degli altri insieme ai tuoi.
- Sostituisci l’ansietà con la preghiera e la gratitudine.
- Ricorda che la tua forza interiore proviene da Gesù Cristo.
O che Dio ci aiuti a comprendere meglio questa incredibile verità. Conoscere meglio questo amore, e meditarci sopra, ti trasformerà la vita.
Come possiamo vivere così? Una spiegazione ad un comandamento molto importante.
Produce una vita di ubbienza e buone opere, ma quello è un frutto, non la causa della salvezza.
Senza la santificazione non c'è vera salvezza. Dobbiamo impegnarci a crescere nella santificazione però, grazie a Dio, non dipende solo da noi.
Dio è all'opera santificando ogni vero credente.
Questo è il traguardo che DIO ha per noi. È di conoscere Gesù Cristo sempre di più, per diventare come Gesù.
A tutte queste domande, la risposta è una: guardare più a Cristo.
O che ogni persona possa capire che il motivo di tutto quello Gesù Cristo ha fatto era per salvare peccatori.
🎬 Studio Biblico 📖 L'epistola ai Colossesi (pt. I)
La vita che vale veramente è di essere uniti insieme, come chiesa, con una mente e un cuore, per far conoscere l’Evangelo ad altri.
Ci saranno sofferenze per chi vive per Cristo, ma, questo è un privilego.
Dio ci chiama a vivere in modo degno dell’Evangelo di Cristo, in ogni campo della vita. Tutta la nostra vita appartiene a Cristo!
Siamo stati comprati a caro prezzo. Glorifichiamo Dio con tutto il nostro essere.