L’Eucaristia è «fonte e culmine di tutta la vita cristiana»: in essa Cristo si dona realmente alla Chiesa, la comunità partecipa al suo sacrificio e il credente riceve la grazia necessaria per essere trasformato nel quotidiano.
La santificazione eucaristica non consiste soltanto nel partecipare a un rito, ma nel lasciarsi coinvolgere nel dono di sé di Gesù Cristo, così che la celebrazione continui nella vita attraverso pensieri, parole, azioni, lavoro, servizio e amore concreto.
L’Eucaristia, fonte e culmine della vita cristiana
La santa Eucaristia completa l'iniziazione cristiana. Coloro che sono stati elevati alla dignità del sacerdozio regale per mezzo del Battesimo e sono stati conformati più profondamente a Cristo mediante la Confermazione, attraverso l'Eucaristia partecipano con tutta la comunità allo stesso sacrificio del Signore.
L'Eucaristia è «fonte e culmine di tutta la vita cristiana». «Tutti i sacramenti, come pure tutti i ministeri ecclesiastici e le opere di apostolato, sono strettamente uniti alla sacra Eucaristia e ad essa sono ordinati. Infatti, nella santissima Eucaristia è racchiuso tutto il bene spirituale della Chiesa, cioè lo stesso Cristo, nostra Pasqua».
«La comunione della vita divina e l'unità del popolo di Dio, su cui si fonda la Chiesa, sono adeguatamente espresse e mirabilmente prodotte dall'Eucaristia. In essa abbiamo il culmine sia dell'azione con cui Dio santifica il mondo in Cristo, sia del culto che gli uomini rendono a Cristo e per lui al Padre nello Spirito Santo».
Infine, mediante la celebrazione eucaristica, ci uniamo già alla liturgia del cielo e anticipiamo la vita eterna, quando Dio sarà «tutto in tutti» (1 Cor 15,28). In breve, l'Eucaristia è il compendio e la somma della nostra fede: «Il nostro modo di pensare è conforme all'Eucaristia, e l'Eucaristia, a sua volta, si accorda con il nostro modo di pensare».

Il significato dei nomi dell’Eucaristia
L'insondabile ricchezza di questo sacramento si esprime attraverso i diversi nomi che gli si danno. Ciascuno di essi ne evoca aspetti particolari.
- Eucaristia, perché è rendimento di grazie a Dio.
- Cena del Signore, perché si tratta della Cena che il Signore ha consumato con i suoi discepoli la vigilia della sua passione e dell'anticipazione della cena delle nozze dell'Agnello nella Gerusalemme celeste.
- Frazione del pane, perché questo rito, tipico della cena ebraica, è stato utilizzato da Gesù quando benediceva e distribuiva il pane come capo della mensa, soprattutto durante l'ultima Cena.
- Assemblea eucaristica, in quanto l'Eucaristia viene celebrata nell'assemblea dei fedeli, espressione visibile della Chiesa.
- Memoriale della passione e della risurrezione del Signore.
- Santo sacrificio, perché attualizza l'unico sacrificio di Cristo Salvatore e comprende anche l'offerta della Chiesa.
- Santa e divina liturgia, perché tutta la liturgia della Chiesa trova il suo centro e la sua più densa espressione nella celebrazione di questo sacramento.
- Comunione, perché, mediante questo sacramento, ci uniamo a Cristo, il quale ci rende partecipi del suo Corpo e del suo Sangue per formare un solo corpo.
- Santa Messa, perché la liturgia, nella quale si è compiuto il mistero della salvezza, si conclude con l'invio dei fedeli affinché compiano la volontà di Dio nella loro vita quotidiana.
In tal modo intendono significare che tutti coloro che mangiano dell'unico pane spezzato, Cristo, entrano in comunione con lui e formano in lui un solo corpo.
Il sacramento viene inoltre chiamato le cose sante («tà hágia», «sancta»), pane degli angeli, pane del cielo, farmaco d'immortalità, viatico.
Dalla Cena del Signore al dono della santificazione
«Il nostro Salvatore nell'ultima Cena, la notte in cui veniva tradito, istituì il sacrificio eucaristico del suo Corpo e del suo Sangue, col quale perpetuare nei secoli, fino al suo ritorno, il sacrificio della croce, e per affidare così alla sua diletta Sposa, la Chiesa, il memoriale della sua morte e risurrezione: sacramento di pietà, segno di unità, vincolo di carità, convito pasquale, nel quale si riceve Cristo, l'anima viene ricolmata di grazia e viene dato il pegno della gloria futura».
Il Signore, avendo amato i suoi, li amò sino alla fine. Sapendo che era giunta la sua Ora di passare da questo mondo al Padre, mentre cenavano, lavò loro i piedi e diede loro il comandamento dell'amore.
Per lasciare loro un pegno di questo amore, per non allontanarsi mai dai suoi e renderli partecipi della sua pasqua, istituì l'Eucaristia come memoriale della sua morte e della sua risurrezione, e comandò ai suoi Apostoli di celebrarla fino al suo ritorno, costituendoli «in quel momento sacerdoti della Nuova Alleanza».
I tre Vangeli sinottici e san Paolo ci hanno trasmesso il racconto dell'istituzione dell'Eucaristia; da parte sua, san Giovanni riferisce le parole di Gesù nella sinagoga di Cafarnao, parole che preparano l'istituzione dell'Eucaristia: Cristo si definisce come il pane di vita, disceso dal cielo.
Pane, vino e presenza di Cristo
Al centro della celebrazione dell'Eucaristia si trovano il pane e il vino i quali, per le parole di Cristo e per l'invocazione dello Spirito Santo, diventano il Corpo e il Sangue di Cristo.
Fedele al comando del Signore, la Chiesa continua a fare, in memoria di lui, fino al suo glorioso ritorno, ciò che egli ha fatto la vigilia della sua passione: «Prese il pane», «Prese il calice del vino».
Diventando misteriosamente il Corpo e il Sangue di Cristo, i segni del pane e del vino continuano a significare anche la bontà della creazione. Così, all'offertorio, rendiamo grazie al Creatore per il pane e per il vino, «frutto del lavoro dell'uomo», ma prima ancora «frutto della terra» e «della vite», doni del Creatore.
Nel gesto di Melchisedek, re e sacerdote, che «offrì pane e vino» (Gn 14,18) la Chiesa vede una prefigurazione della sua propria offerta.
Nell'Antica Alleanza il pane e il vino sono offerti in sacrificio tra le primizie della terra, in segno di riconoscenza al Creatore. Ma ricevono anche un nuovo significato nel contesto dell'Esodo: i pani azzimi, che Israele mangia ogni anno a Pasqua, commemorano la fretta della partenza liberatrice dall'Egitto; il ricordo della manna del deserto richiamerà sempre a Israele che egli vive del pane della Parola di Dio.
Il pane quotidiano, infine, è il frutto della Terra promessa, pegno della fedeltà di Dio alle sue promesse. Il «calice della benedizione» (1 Cor 10,16), al termine della cena pasquale degli Ebrei, aggiunge alla gioia festiva del vino una dimensione escatologica, quella dell'attesa messianica della restaurazione di Gerusalemme.
Gesù ha istituito la sua Eucaristia conferendo un significato nuovo e definitivo alla benedizione del pane e del calice.
L’Eucaristia e il mistero pasquale
Gesù ha scelto il tempo della Pasqua per compiere ciò che aveva annunziato a Cafarnao: dare ai suoi discepoli il suo Corpo e il suo Sangue.
Celebrando l'ultima Cena con i suoi Apostoli durante un banchetto pasquale, Gesù ha dato alla Pasqua ebraica il suo significato definitivo. Infatti, la nuova Pasqua, il passaggio di Gesù al Padre attraverso la sua morte e la sua risurrezione, è anticipata nella Cena e celebrata nell'Eucaristia, che porta a compimento la Pasqua ebraica e anticipa la Pasqua finale della Chiesa nella gloria del Regno.
I miracoli della moltiplicazione dei pani, allorché il Signore pronunciò la benedizione, spezzò i pani e li distribuì per mezzo dei suoi discepoli per sfamare la folla, prefigurano la sovrabbondanza di questo unico pane che è la sua Eucaristia.
Il segno dell'acqua trasformata in vino a Cana annunzia già l'Ora della glorificazione di Gesù. Manifesta il compimento del banchetto delle nozze nel regno del Padre, dove i fedeli berranno il vino nuovo divenuto il Sangue di Cristo.
Il primo annunzio dell'Eucaristia ha provocato una divisione tra i discepoli, così come l'annunzio della passione li ha scandalizzati: «Questo linguaggio è duro; chi può intenderlo?» (Gv 6,60).
L'Eucaristia e la croce sono pietre d'inciampo. Si tratta dello stesso mistero, ed esso non cessa di essere occasione di divisione: «Forse anche voi volete andarvene?» (Gv 6,67): questa domanda del Signore continua a risuonare attraverso i secoli, come invito del suo amore a scoprire che è lui solo ad avere «parole di vita eterna» (Gv 6,68) e che accogliere nella fede il dono della sua Eucaristia è accogliere lui stesso.
«Fate questo in memoria di me»
Quando Gesù comanda di ripetere i suoi gesti e le sue parole «finché egli venga» (1 Cor 11,26), non chiede soltanto che ci si ricordi di lui e di ciò che ha fatto.
Egli ha di mira la celebrazione liturgica, per mezzo degli Apostoli e dei loro successori, del memoriale di Cristo, della sua vita, della sua morte, della sua risurrezione e della sua intercessione presso il Padre.
Fin dagli inizi la Chiesa è stata fedele al comando del Signore. Della Chiesa di Gerusalemme è detto: «Erano assidui nell'ascoltare l'insegnamento degli Apostoli e nell'unione fraterna, nella frazione del pane e nelle preghiere. Ogni giorno tutti insieme frequentavano il tempio e spezzavano il pane a casa prendendo i pasti con letizia e semplicità di cuore» (At 2,42.46).
Soprattutto «il primo giorno della settimana», cioè la domenica, il giorno della risurrezione di Gesù, i cristiani si riunivano «per spezzare il pane» (At 20,7).
Da quei tempi la celebrazione dell'Eucaristia si è perpetuata fino ai nostri giorni, così che oggi la ritroviamo ovunque nella Chiesa, con la stessa struttura fondamentale. Essa rimane il centro della vita della Chiesa.
Così, di celebrazione in celebrazione, annunziando il mistero pasquale di Gesù «finché egli venga» (1 Cor 11,26), il popolo di Dio avanza «camminando per l'angusta via della croce» verso il banchetto celeste, quando tutti gli eletti si siederanno alla mensa del Regno.
3MC 40 - Quali sono le parti della Messa?
Eucaristia e Chiesa: una reciproca appartenenza
La liturgia della Chiesa è “il culmine verso cui tende l’azione della Chiesa” e, al tempo stesso, “la fonte da cui promana tutta la sua energia”.
Quanto la Costituzione del Concilio Vaticano Secondo sulla Sacra Liturgia “Sacrosanctum concilium” afferma a proposito della liturgia della Chiesa in generale si applica in modo particolare alla celebrazione dell’Eucaristia, che costituisce il fulcro della Chiesa, il fulcro da cui scaturisce e a cui ritorna tutta la vita di fede.
Questo mostra lo stretto legame esistente tra Chiesa ed Eucaristia, e il fatto che la Chiesa non solo celebra l’Eucaristia, ma nasce continuamente nell’Eucaristia, come sottolinea il famoso teologo conciliare Henri de Lubac con la sua memorabile frase: “C’est l’Église qui fait l’Eucharistie, mais c’est aussi l’Eucharistie qui fait l’Église.”
«L'Eucaristia fa la Chiesa facendo della Chiesa un'Eucaristia», perché tra Eucaristia e Chiesa si sviluppa una «circolarità» misteriosa e feconda.
L'affermazione esprime in modo conciso e limpido il filo conduttore di questa raccolta di meditazioni, ormai diventata un vero e proprio classico della teologia e della spiritualità eucaristica.
Con la profondità e la chiarezza che lo contraddistinguono, l'autore presenta il mistero della Cena nel contesto della storia della salvezza, nella vita della Chiesa che celebra, nel cammino di sequela di ogni discepolo.
Padre Raniero, da vero maestro dello spirito, conduce il lettore a riscoprire la bellezza del mistero eucaristico e a cogliere la forza santificante e trasformante del Corpo e del Sangue di Cristo.
L’Eucaristia come sacrificio di Cristo
L’importante ruolo esistenziale sia del sacerdote che presiede la celebrazione eucaristica, sia dei credenti che la celebrano viene espresso nella Costituzione del Concilio Vaticano Secondo sulla liturgia con l’idea del sacrificio.
Nell’ottica del Concilio, celebrare l’Eucaristia significa essenzialmente offrire il sacrificio divino a Dio Padre nella celebrazione della Messa e unire ad esso il dono della propria vita.
Questa è una visione dell’Eucaristia che negli ultimi decenni è stata sempre più messa in discussione, perché oggi prevale l’idea opposta che parlare dell’Eucaristia come sacrificio non metterebbe in luce il suo legame esistenziale con la vita, ma lo oscurerebbe.
Esse potranno essere superate solo se, parlando di “sacrificio” nell’Eucaristia e nel ministero sacerdotale al suo servizio, prendiamo coscienza dell’interpretazione fondamentalmente nuova del termine, radicata nella fede cristiana.
È solo dal concetto di “sacrificio” che deriva l’importante ruolo esistenziale della celebrazione eucaristica, al quale Papa Benedetto XVI ha fatto riferimento con parole pregnanti nella sua Esortazione apostolica postsinodale “Sacramentum caritatis”: l’insistenza sul fatto che l’Eucaristia, in quanto sacrificio di Cristo, è anche sacrificio della Chiesa e del singolo credente, dice “tutta la densità esistenziale implicata nella trasformazione della nostra realtà umana afferrata da Cristo (cfr Fil 3,12)”.
Chi va a fondo della verità di questa affermazione non può assolutamente ritenere che il carattere sacrificale dell’Eucaristia appartenga alle reliquie obsolete della fede cristiana.
Piuttosto, si convincerà che è possibile percepire ciò che di grande e di bello Cristo ci mostra e dona nell’Eucaristia, e che è possibile individuare il legame tra Eucaristia e vita, e l’importanza esistenziale del ministero sacerdotale al suo servizio, solo se rendiamo grazie per il sacrificio di Cristo e della Chiesa.
Il sacrificio come dono di sé
Secondo quest’ultima, vi è una netta separazione tra sacerdote che offre il sacrificio e offerta sacrificale; diversamente, nella morte in croce di Gesù, il sacerdote e l’offerta coincidono pienamente.
Il sacrificio di Gesù sulla croce non è un’offerta materiale, ma è l’offerta di sé.
Il vero e nuovo sacrificio di Gesù Cristo non consiste più nel dono di animali e cose a Dio, ma nel dono di sé che il Figlio fa al Padre per la salvezza degli uomini.
Poiché, in Gesù, il pastore è diventato agnello, per mettersi dalla parte degli agnelli oppressi e tormentati, Gesù ha superato il culto veterotestamentario dei sacrifici animali.
A Gesù non poteva bastare l’offerta a Dio di cose materiali − animali o prodotti della natura − come avveniva nel tempio di Gerusalemme.
Nel dono di sé fatto da Gesù, i sacrifici animali del tempio sono sostituiti dal nuovo culto offerto da Cristo sulla croce al Padre, come sottolinea Papa Francesco nella sua Lettera apostolica sulla formazione liturgica del popolo di Dio: “Se non avessimo avuto l’ultima Cena, vale a dire l’anticipazione rituale della sua morte, non avremmo potuto comprendere come l’esecuzione della sua condanna a morte potesse essere l’atto di culto perfetto e gradito al Padre, l’unico vero atto di culto.”
Nel nuovo culto, che consiste nel dono di sé fatto da Gesù Cristo per noi uomini, non c’è più un’offerta vicaria di sacrifici animali, ma un’offerta piena della propria vita.
Il dono della vita è il sacrificio che Gesù ha fatto per offrirci il suo amore senza limiti.
Guardando la croce di Gesù, il teologo russo-ortodosso Alexander Schmemann ha mostrato molto bene che il concetto cristiano di sacrificio è essenzialmente legato “non al peccato e al male, ma all’amore” ed è quindi “autorivelazione e autorealizzazione dell’amore”: “Non c’è amore senza sacrificio, perché l’amore come dono di sé all’altro, come dono della propria vita per l’altro, come piena obbedienza all’altro, è sacrificio.”
L’attualizzazione sacramentale della croce
Poiché l’evento stesso della croce è culto, ovvero è il nuovo culto del dono di sé di Gesù Cristo che opera la riconciliazione, esso può anche diventare culto nella celebrazione dell’Eucaristia come attualizzazione sacramentale del sacrificio di sé che Gesù Cristo ha offerto sulla croce una volta per tutte, e come dono del suo frutto salvifico alla comunità dei fedeli riuniti nel culto divino.
Più precisamente, l’Eucaristia è commemorazione nel senso di attualizzazione sacramentale del sacrificio di Gesù Cristo sulla croce, così come confessiamo nella preghiera, soprattutto nella terza preghiera eucaristica: “Celebrando il memoriale della passione redentrice del tuo Figlio, della sua mirabile risurrezione e ascensione al cielo, nell’attesa della sua venuta nella gloria, ti offriamo, o Padre, in rendimento di grazie questo sacrificio vivo e santo”.
E lo diciamo con chiarezza ancora maggiore nella prima preghiera eucaristica: “memores igitur offerimus” - “celebriamo… e offriamo”.
Commemorando, nella celebrazione eucaristica, il sacrificio di Gesù Cristo sulla croce, questo sacrificio si attualizza, e noi siamo condotti al suo interno in modo tale che la nostra stessa vita diventi eucaristica.
L’Eucaristia vuole infatti trasformare coloro che vi partecipano.
In forza dell’Eucaristia, possiamo e dobbiamo imparare continuamente cosa significa vivere come cristiani e soprattutto vivere come sacerdoti, ovvero come persone che sono radicate così profondamente in Cristo crocifisso e risorto attraverso l’Eucaristia da potersi offrire agli altri quali ostie viventi nel quotidiano, e da poter trasformare la propria vita quotidiana in un’unica preghiera eucaristica, come ha affermato san Francesco d’Assisi con parole molto belle.
La celebrazione della Messa e la trasformazione della vita
La liturgia dell'Eucaristia si svolge secondo una struttura fondamentale che, attraverso i secoli, si è conservata fino a noi.
Essa si articola in due grandi momenti, che formano un'unità originaria:
- la convocazione, la liturgia della Parola, con le letture, l'omelia e la preghiera universale;
- la liturgia eucaristica, con la presentazione del pane e del vino, l'azione di grazie consacratoria e la Comunione.
Liturgia della Parola e liturgia eucaristica costituiscono insieme «un solo atto di culto»; la mensa preparata per noi nell'Eucaristia è infatti ad un tempo quella della Parola di Dio e quella del Corpo del Signore.
Non si è forse svolta in questo modo la Cena pasquale di Gesù risorto con i suoi discepoli? Lungo il cammino spiegò loro le Scritture, poi, messosi a tavola con loro, «prese il pane, disse la benedizione, lo spezzò e lo diede loro» (Lc 24,30).
La celebrazione eucaristica unisce quindi l’ascolto della Parola, l’offerta, l’azione di grazie, la consacrazione e la comunione. La santificazione cresce nell’unità di questi momenti, perché il credente non riceve Cristo separatamente dalla sua Parola, dal suo sacrificio e dalla sua Chiesa.
La Chiesa come offerta viva
In sintesi, il servizio liturgico del sacerdote consiste nel fatto che l’Eucaristia possa essere vissuta come attualizzazione sacramentale del sacrificio di Gesù Cristo sulla croce.
Come tale, però, è anche realmente un sacrificio della Chiesa stessa, ovvero un’adorazione e glorificazione di Dio piena di gratitudine, in memoria delle sue grandi opere.
Con questo sacrificio, la Chiesa, sotto la guida del sacerdote, professa la sua disponibilità a lasciarsi coinvolgere, come Corpo di Cristo, nel sacrificio di Cristo e a intendere il sacrificio di sé stessa nell’obbedienza come sua sposa - così come Maria ha dovuto dire di sì alla morte di Gesù sulla croce.
La Chiesa non solo offre il sacrificio di Cristo, ma deve diventare essa stessa un’offerta, secondo le parole della Preghiera eucaristica, e in particolare della quarta: “Guarda con amore, o Dio, il sacrificio che tu stesso hai preparato per la tua Chiesa; e a tutti coloro che parteciperanno a quest’unico pane e a quest’unico calice, concedi che, riuniti in un solo corpo dallo Spirito Santo, diventino offerta viva in Cristo, a lode della tua gloria.”
La Chiesa - è vero − non offre a Dio altro dono che quello che lui stesso le ha preparato.
Davanti a un dono così prezioso, però, ci rendiamo conto che non possiamo rimanere al di fuori dell’offerta di questo dono, ma che siamo invitati e esortati a lasciarci coinvolgere personalmente in essa, diventando noi stessi “un’offerta viva in Cristo, a lode della sua gloria”.
Nella preghiera eucaristica chiediamo quindi a Dio che il sacrificio di Gesù Cristo, che celebriamo sacramentalmente nell’Eucaristia, non sia semplicemente qualcosa di esterno a noi e che non ci appaia meramente come un’offerta materiale, simile ai sacrifici dei tempi antichi e di altre religioni.
Se così fosse, non avremmo osato fare il passo decisivo verso ciò che è tipicamente cristiano.
Chiediamo a Dio che l’offerta di sé fatta da Cristo a Dio e agli uomini, che celebriamo nell’Eucaristia, diventi qualcosa di interiore e che noi stessi possiamo essere trasportati nel flusso dell’amore di Gesù che si dona agli altri.
In altre parole: chiediamo a Dio che noi stessi diventiamo come Cristo e con Cristo Eucaristia, e così graditi a Dio e disponibili verso gli uomini.
Dalla celebrazione sacramentale che attualizza il dono di Gesù sulla croce deriva infatti il dono di sé della comunità cristiana che celebra l’Eucaristia e del sacerdote che la presiede.
Il fine dell’Eucaristia è “l’offerta di tutto il Cristo, capo e membra”, ovvero “l’offerta di noi stessi con Lui, la partecipazione al dono di sé fatto da Gesù Cristo, il dono di sé da parte della comunità, della Chiesa come ostia viva nella quotidianità del mondo”.
Il sacerdote e la configurazione a Cristo
Da ciò si comprende anche il perché, nella vita e nell’opera del sacerdote, che è al servizio della santificazione dei battezzati, la celebrazione eucaristica occupi un posto centrale, come evidenzia di nuovo la Costituzione sulla Liturgia: “Il lavoro apostolico, infatti, è ordinato a che tutti, diventati figli di Dio mediante la fede e il battesimo, si riuniscano in assemblea, lodino Dio nella Chiesa, prendano parte al sacrificio e alla mensa del Signore.”
Quest’affermazione contiene essenzialmente tutto ciò che si può e si deve dire sull’Eucarestia come fonte e culmine della vita sacerdotale.
Di fatti, conformemente al Nuovo Testamento e secondo la più antica tradizione della Chiesa, la missione specifica del sacerdote consiste nell’annunciare, con rendimento di grazie, la morte e risurrezione del Signore alla famiglia di Dio radunata per celebrare l’Eucaristia; consiste altresì nel glorificare il Dio uno e trino, nel rendere sempre presente l’evento salvifico del passato e nell’attualizzare il sacrificio di Gesù Cristo sulla croce in virtù del potere sacramentale conferitogli dalla consacrazione.
Ciò che il sacerdote realizza in virtù della sua autorità spirituale e sacramentale deve farlo proprio nella sua vita e nel suo ministero, e deve vivere quell’esortazione che il Vescovo gli ha rivolto nella consacrazione sacerdotale quando gli sono stati consegnati il pane e il vino: “Ricevi le offerte del popolo santo per il sacrificio eucaristico. Sii consapevole di ciò che farai, imita ciò che celebrerai. Conforma la tua vita al mistero della Croce di Cristo Signore”.
Al sacerdote viene così permanentemente ricordato che la croce e l’Eucaristia sono inscindibilmente legate non solo nella vita terrena di Gesù, ma anche nella sua propria vita quotidiana.
Lasciare che la propria vita si trasformi nell’Eucaristia, affinché diventi eucaristica, è una sfida particolare per il sacerdote che è al servizio dell’attualizzazione sacramentale di Gesù Cristo nell’Eucaristia.
Al sacerdote è dunque richiesto uno speciale “sacrificio”. Questo consiste nel rinunciare al proprio io o almeno nel limitarlo.
Poiché il sacerdote non può parlare in nome proprio nell’evento sacramentale dell’Eucaristia, ma solo con l’Io di Cristo, il servizio sacerdotale all’Eucaristia richiede una profonda abnegazione del sacerdote, che prende a modello l’affermazione di Paolo: “Non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me” (Gal 2,20).
Solo immergendosi profondamente in Cristo, il sacerdote può offrire sé stesso come umile immagine e strumento di Cristo, rendendolo accessibile ai sensi dei fedeli come “il Signore che è invisibilmente presente e operante nella sua comunità”, così che Cristo possa portare agli uomini la salvezza.
Proprio nell’Eucaristia, il ministero sacerdotale è un puro riferimento iconografico e una trasparenza mediatrice verso Cristo.
Il sacerdote deve essere consapevole che proprio nella celebrazione dell’Eucaristia egli è vicario di Cristo, cioè solo vicario, ma vicario di Cristo stesso.
L’alta dignità di rappresentare Cristo nel sacramento e di agire “in persona Christi” deve andare di pari passo con l’umiltà di essere suo vicario.
La santificazione personale e il lavoro quotidiano
Se il mistero eucaristico costituisce il centro della vita della Chiesa, la fede nell'Eucaristia rappresenta forse il segno più autentico dell'identità cattolica, reso tangibile nei frutti di santità che ne scaturiscono per i cristiani che su di essa imperniano la propria vita spirituale.
La proclamazione della vocazione universale alla santità si specifica nel suo messaggio nell'indicazione delle attività terrene non solo come luogo d'incontro con Cristo, ma anche come mezzo e materia di santificazione.
In questo contesto teologico, nel quale il mistero dell'Incarnazione viene percepito in tutta la propria radicalità, la fede nella presenza reale di Cristo nell'Eucaristia assume un ruolo decisivo tanto per la santificazione personale come per la redenzione del mondo.
Per il primo aspetto, san Josemaría non esitò ad affermare che l'Eucaristia è «il centro e la radice della vita spirituale» (E’ Gesù che passa, n. 87), come disse poi il decreto Presbyterorum ordinis.
In tale prospettiva, il messaggio di santificazione del mondo ab intra, di presa di coscienza delle sconfinate virtualità apostoliche insite nella presenza del laicato nei gangli vitali della società, appare particolarmente attuale.
In questa luce si accentua la dimensione dell'Eucaristia come prima forza dinamica nella vita cristiana, essendo la Messa sacrificio di Cristo che assume in sé e divinizza la fatica dell'uomo: «Il nostro Dio ha deciso di rimanere nel tabernacolo per essere nostro alimento, per darci forza, per divinizzarci, per dare efficacia al nostro lavoro e al nostro sforzo» (E’ Gesù che passa, n. 151).
Tutto l'operare umano ne viene elevato e santificato: dobbiamo ricordare che «il rinnovamento che si opera in noi, nel ricevere il Corpo del Signore, deve essere manifestato nelle opere. Rendiamo dunque sinceri i nostri pensieri: che siano pensieri di pace, di donazione, di servizio. Rendiamo le nostre parole vere. Rendiamo le nostre azioni coerenti, efficaci, appropriate: abbiano il bonus odor Christi» (n. 156).
Ogni cristiano diviene allora ostia viva, la sua anima in grazia un tabernacolo vivente in mezzo al mondo, il suo lavoro materia di un sacrificio di lode a Dio che, unito a quello del Corpo e del Sangue di Cristo, trasforma il mondo, lo innalza per lo Spirito Santo fino al Padre, lo salva.
Con la forza dell'Eucaristia il cristiano è reso capace di piantare la Croce di Cristo al vertice di tutte le attività umane.
La comunione con Cristo e la vita concreta
Questa comprensione e questa esperienza del sacrificio dell'amore sulla Croce non può rimanere senza conseguenze per coloro che celebrano l'Eucaristia e specialmente per il sacerdote che la presiede.
Di fatti, siamo coinvolti in questo amore di Cristo crocifisso tramite l'Eucaristia quale attualizzazione sacramentale del dono delle propria vita da parte di Gesù sulla croce, affinché noi stessi possiamo donare il nostro amore nella vita concreta.
Celebriamo l'Eucaristia e così diventiamo noi stessi eucaristici.
Avendo Gesù compiuto la sua vera Eucaristia sulla croce, l'Eucaristia non si limita ad essere un atto liturgico, ma vuole essere realizzata innanzitutto nella nostra esistenza.
Nel suo libro su Gesù di Nazaret, Papa Benedetto XVI ha ricordato esplicitamente che la liturgia eucaristica vuole continuare nella vita di tutti i giorni e che quindi non può esserci una linea di demarcazione definitiva tra liturgia e vita: “‹Caritas›, la premura per l’altro, non è un secondo settore del cristianesimo accanto al culto, ma è radicato proprio in esso e ne fa parte. Nell’Eucaristia, nello ‹spezzare il pane›, la dimensione orizzontale e quella verticale sono collegate inscindibilmente.”
Da questo legame tra Eucaristia e vita dipende anche il nucleo più profondo dell’Eucaristia come celebrazione cultuale.
L’Eucaristia vuole infatti trasformare coloro che vi partecipano, perché la comunione con Cristo diventi comunione con i fratelli e il dono ricevuto si traduca in un’esistenza capace di donarsi.
L’adorazione eucaristica e la preparazione del cuore
Sono centinaia di migliaia gli uomini e le donne che, ancora in vita, san Josemaría spinse a testimoniare la centralità della Messa nella vita quotidiana.
Struggente l'insistenza con cui ribadiva la necessità - oggi spesso taciuta - di prepararsi a ricevere degnamente il Signore purificando l'anima nel sacramento della Penitenza.
Insegnò ad osservare con esemplare fedeltà le prescrizioni liturgiche relative al culto e propagò intensamente nel popolo di Dio la devozione eucaristica: visite al Santissimo, orazione mentale dinanzi al tabernacolo, comunioni spirituali, benedizioni ed esposizioni, veglie notturne di adorazione.
L’adorazione prolunga nella preghiera il rapporto con Cristo presente nel sacramento e dispone il credente a riconoscere che la santificazione nasce dall’accoglienza del suo amore e dalla disponibilità a lasciarsi trasformare.
La vita ordinaria come processione eucaristica
In una meditazione predicata nella solennità del Corpus Domini, san Josemaría disse: «Dobbiamo scoprirlo anche nelle nostre attività quotidiane. Accanto alla processione solenne di questo giovedì, ci deve essere la processione silenziosa e umile della vita ordinaria di ogni cristiano, uomo tra gli uomini, ma con il privilegio di avere ricevuto la fede e la missione divina di comportarsi in modo tale da rinnovare sulla terra il messaggio del Signore.
Non siamo immuni da errori, da miserie, da peccati. Ma Dio è con gli uomini, e dobbiamo far sì che si serva di noi perché il suo passaggio tra le creature sia ininterrotto.
Chiediamo allora al Signore che ci conceda di essere anime di Eucaristia e che il nostro rapporto intimo con Lui si esprima in gioia, serenità, in desiderio di giustizia.
È così che agevoleremo agli altri il compito di riconoscere Cristo e che daremo il nostro contributo per collocarlo al vertice di tutte le attività umane.
Avrà compimento la promessa di Gesù: Io, quando sarò innalzato da terra, attirerò a me tutte le cose (cf. Gv 12,32)».
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