Non esiste un unico candidato all’appellativo di eremita più famoso del mondo. Nella storia cristiana, il titolo spetta soprattutto a sant’Antonio abate, considerato il padre dell’eremitismo cristiano e il modello degli uomini del deserto; nella storia medievale europea, invece, la figura più celebre è Pietro l’Eremita, il predicatore che nel 1096 guidò la Crociata dei Poveri verso Gerusalemme.
Sant’Antonio abate rappresenta l’eremita come uomo di preghiera, ascesi e discernimento, capace di vivere separato dal mondo ma «con esso in costante relazione». Pietro l’Eremita rappresenta invece l’immagine dell’asceta itinerante e predicatore, un uomo apparentemente fragile che riuscì a mobilitare decine di migliaia di persone e a entrare nella memoria collettiva europea.
Perché sant’Antonio abate è considerato il più famoso eremita cristiano
A metà del III secolo, in Egitto e lungo le coste palestinesi, si sviluppò una forma di vita eremitica che mirava alla purificazione dell’anima attraverso la fuga dal mondo. Si trattava di un allontanamento dalle distrazioni e dalle tentazioni del mondo per trovare Dio nel silenzio, nella solitudine e quindi nella meditazione e nella preghiera.
Nasceva così una nuova figura spirituale quasi archetipica: quella dell’uomo del deserto, testimone vivente del radicalismo cristiano e di un bisogno di tornare a origini che si sentivano già lontane. A quest’epoca risalgono figure come San Paolo di Tebe, ritenuto il primo vero eremita cristiano, e soprattutto Sant’Antonio abate, che diede l’impulso più importante alla diffusione di questa scelta di vita attirando numerosi emulatori e discepoli.
Il movimento eremitico conobbe una prima grande espansione tra il secolo V e VIII. Il più grande eremita fu S. Antonio Abate che attirò un gran numero di solitari nel deserto dell’Alto Egitto. Da qui gli eremiti si diffusero in tutto il Medio Oriente.

Se è tempo di caos è tempo di eremiti. Gente che non fugge la realtà, ma desidera viverla nella sua essenza e in piena relazione con essa.
Come alla fine del III secolo, quando in Egitto comincia con sant’Antonio Abate la grande storia degli eremiti cristiani e nel redigere la sua biografia (nell’anno stesso della morte, il 356) il vescovo di Alessandria Atanasio sottolineava che viveva nel deserto separato dal mondo «ma con esso in costante relazione».
Da quella Vita Antonii emerge un monaco e maestro che traccia il cammino della vita cristiana e aiuta il prossimo a metterlo in pratica. Un uomo che dialoga con Dio ed è capace di far assaporare agli altri le sensazioni di questa sua intima relazione.
Chi fu il primo eremita cristiano
Il primo eremita fu S. Paolo di Tebe, che visse 90 anni nel deserto e il cui esempio trovò numerosi imitatori, il più celebre dei quali è S. Antonio abate.
Uno dei suoi discepoli, Ilarione (morto nel 371), si trasferì in Palestina, dove fondò numerose colonie di monaci dette laure, a imitazione di quelle sorte in Egitto sotto la guida di Pacomio. Dalla Palestina la vita eremitica si diffuse in tutto l’Oriente cristiano, particolarmente sulle pendici del Sinai, nella Siria e nel Ponto.
La scelta radicale non si trattava necessariamente di una ribellione al cristianesimo comunitario, ma più spesso come una sua espressione estrema: celava il desiderio di un’unione più profonda con Dio e con se stessi, non mediata dalla società o dalla nascente Chiesa istituzionale.
La parola “eremita” deriva dal greco eremites, ovvero “abitante del deserto”, mentre “anacoreta” viene da anachoretes, cioè “colui che si ritira lontano dai luoghi popolati”. Sebbene oggi li usiamo spesso usati come sinonimi, gli anacoreti miravano a una vita più ascetica, con un distacco più profondo dalla dimensione del corpo - arrivando al disprezzo per tutto ciò che era materiale.
Che cosa significa vivere da eremita
Nel suo significato originale EREMITISMO è ritirarsi nel deserto, cioè lontano dagli uomini, dal mondo e dalle sue ambizioni, da soli o in gruppo. Gli scopi di un Eremitaggio sono molteplici: contemplazione di Dio; penitenza (con ascesi, digiuni, cilicio); testimonianza del Vangelo preso alla lettera.
Gli elementi comuni della vita di tutti gli eremiti erano la preghiera e la meditazione, a volte accompagnate da un vero e proprio studio delle Sacre Scritture. Chi non riusciva a vivere di raccolta e caccia o di elemosina si dedicava a lavori manuali o al piccolo artigianato da rivendere in cambio dell’indispensabile per sopravvivere.
Gli eremiti orientali sono conosciuti per varie forme di penitenza. C’erano gli stazionari, che cercavano la mortificazione restando sempre in piedi; gli stiliti, che vivevano sulla cima di una colonna; gli erranti che erano senza fissa dimora.
Curioso è il caso degli stiliti: la loro idea di eremitismo consisteva nel trascorrere anni (talvolta decenni) in cima a delle colonne solitarie, in balia delle intemperie e vivendo di ciò che i passanti mettevano nel cesto alla base, da recuperare con una corda; intorno alle colonne dei più celebri si radunavano folle enormi per ascoltarli predicare.
| Figura | Caratteristica principale |
|---|---|
| Eremita | Persona ritirata nella solitudine per la preghiera e la meditazione |
| Anacoreta | Colui che si ritira lontano dai luoghi popolati |
| Stazionario | Asceta che praticava la mortificazione restando sempre in piedi |
| Stilita | Eremita che viveva sulla cima di una colonna |
| Errante | Eremita senza fissa dimora |
Dalla solitudine al cenobitismo
Con il tempo, a partire già dal IV secolo, cominciarono a formarsi gruppi di discepoli, e la solitudine si trasformò progressivamente in vita comune, pur mantenendo gli stessi principi delle origini: si può parlare di cenobitismo per definire le forme di vita religiosa comunitaria, basate sulla condivisione di almeno una parte delle attività.
Ogni eremita aveva il proprio spazio personale, ma alla vita solitaria si accompagnavano anche momenti vissuti insieme, come la preghiera e i pasti.
Questo modello, pur nato dal cuore dell’anacoretismo, segnò una svolta: l’ascesi non era più solo individuale, ma diventava un cammino condiviso, regolato, supervisionato da un abate e da norme sempre più precise.
Tuttavia, la figura dell’eremita continuò a esistere parallelamente, spesso come stadio “più avanzato” di spiritualità e di vicinanza a Dio rispetto alla vita in monastero: chi raggiungeva un alto grado di maturità spirituale poteva essere autorizzato a ritirarsi in solitudine, e iniziava spesso a essere circondato da un’aura leggendaria.
Il ruolo di san Benedetto e la regolazione della vita eremitica
In Occidente, fu San Giovanni Cassiano a importare in Gallia gli insegnamenti dei Padri del Deserto, contribuendo alla nascita del monachesimo occidentale. Ma fu San Benedetto da Norcia a incarnare la sintesi perfetta tra l’eredità anacoretica e la dimensione comunitaria, fondando Montecassino e redigendo la celebre Regola benedettina.
Lo stesso S. Benedetto di Norcia aveva iniziato la sua vita religiosa come eremita nello speco di Subiaco; ma, constatati i pericoli a cui si esponevano molti segregati nell’eremo senza preparazione sufficiente, diede ai suoi discepoli la celebre Regola, che ai vantaggi della vita cenobitica (κοινὸς βίος), ossia comune, accoppia quelli d’una relativa segregazione, in certi casi, perfino dagli altri membri della comunità.
Nei secoli seguenti, la Chiesa sentì la necessità di regolare l’anacoretismo, che inizialmente si era sviluppato in modo spontaneo e non sempre all’interno del controllo papale. I Concili locali e le autorità ecclesiastiche cominciarono a vigilare, chiedendo alle comunità e ai singoli una certa stabilità e obbedienza.
L’ideale della perfezione evangelica incarnato dagli anacoreti era infatti molto elevato, ma sempre al margine dell’eresia.
La diffusione dell’eremitismo in Oriente e in Occidente
Alla vita solitaria quei primi eremiti unirono spesso un estremo rigore di mortificazioni temporali, riducendosi gli uni a privarsi della locomozione, detti perciò “stazionarî”; altri a rinchiudersi o murarsi in una cella, comunicando all’esterno per mezzo di una piccola apertura, “reclusi”; altri infine a errare continuamente per campagne o deserti (βοσκοί “pastori”).
L’Occidente vide assai più tardi popolarsi di solitarî le foreste e le caverne dei monti grazie soprattutto a S. Atanasio, a S. Girolamo, a Rufino, a Cassiano, che diffusero in Europa l’entusiasmo per la vita eremitica, da essi ammirata e vissuta in Oriente.
In occidente il movimento eremitico si diffuse per opera di S. Atanasio e S. Girolamo, soprattutto nella Gallia, in Bretagna e in Irlanda. Fin dal secolo IX erano stati fondati ordini religiosi di erranti per ridurre i pericoli legati all’isolamento.
Il più noto è l’ordine degli Eremitani di S. Agostino, conosciuti come Agostiniani.
Fra gli antichi monasteri, in cui fin dal sec. VII la vita eremitica si alternava con la vita in comune, sono celebri quello di Cassiodoro, in Calabria, e le abbazie benedettine di Fontenelles e di Marmoutier.
Fra gli eremi o romitaggi più antichi e celebri sono quelli di Monte Vergine in Italia, fondato da S. Guglielmo di Vercelli; di Einsiedeln in Svizzera; di Monserrat in Spagna, ecc.

L’eremitismo nel Medioevo
Il Medioevo è costituito da un periodo di circa mille anni. Alcuni storici indicano come suo avvio la morte dell’imperatore romano Teodosio (395), l’ultimo a governare l’impero unito; altri indicano invece la caduta dell’Impero romano d’Occidente (476).
Tradizionalmente, il Medioevo si conclude con la scoperta dell’America da parte di Cristoforo Colombo (1492), evento che sancisce l’inizio dell’Età moderna.
Durante il medioevo gli eremiti occuparono un posto più importante dei monaci nella letteratura e divennero figure popolari poiché avevano più occasioni di incontrare e mescolarsi con la gente comune.
Vestivano il saio e abitavano in luoghi appartati, nei boschi e in anfratti spesso inaccettabili ai più.
La religiosità medievale fu contraddistinta anche dalla fondazione di una fitta rete di monasteri, dalla nascita degli ordini mendicanti, dalla loro predicazione e dalla fondazione dei loro conventi.
Alcuni eremiti godevano di grande autorità morale, tanto che i potenti sia ecclesiastici sia laici chiedevano il loro consiglio. Nonostante la distanza dal caos del mondo, il loro impatto sulla società cristiana fu quindi profondo: alcuni diventarono consiglieri spirituali e politici, altri furono ritenuti capaci di compiere miracoli, altri ancora ebbero ruoli chiave nella formazione di nuove comunità, o semplicemente accoglievano visitatori e pellegrini in cerca di un sostegno.
Altri erano semplici ciarlatani. L’eremita da manuale conviveva con visioni mistiche e tentazioni insopportabili, galleggiava tra la vita e la morte e comunicava con gli animali: era inevitabile che figure del genere non fossero circondate da leggende e dicerie, in un mondo che dava peso all’invisibile e che viveva con meno rigidità di noi al confine tra l’esistente e l’inesistente.
Le stagioni storiche dell’eremitismo
Il movimento eremitico conobbe una prima grande espansione tra il secolo V e VIII.
Durante i secoli VIII - IX, l’eremitismo andò via via scemando. La ripresa avvenne nei secoli XI e XII e si caratterizzò più per la povertà che per la ricerca della solitudine.
Lo sviluppo della città allontanò da essa molti religiosi che cominciarono a fare i predicatori itineranti, in fuga da un mondo mercantile avido di guadagni e pervaso da ansia di successo: fu una predicazione contro il materialismo e la corruzione dell’ambiente urbano.
Una terza stagione dell’eremitismo si ebbe in Italia dopo il Concilio di Trento, in pieno Rinascimento.
Mentre precedentemente gli eremiti provenivano da famiglie benestanti e da ricche e potenti abbazie, in questa fase furono principalmente gente del popolo, spesso senza un mestiere e magari anche analfabeta.
Agli occhi dei fedeli, il saio che indossavano e la regola che avrebbero dovuto seguire assumevano i connotati di un rango e di una posizione tra il clero.
Pietro l’Eremita: il più famoso eremita del Medioevo europeo
Europa Occidentale, anno 1095. Chiudete gli occhi, solo per un istante, e immaginate un ometto umile e magrissimo, vestito con un saio di lana grezza marrone stretto da una cintura di corda, ai piedi dei vecchi sandali di cuoio consumati dal troppo camminare, e al collo un grande crocifisso di legno; l’uomo, in groppa a un umile asino, sono settimane che non si lava, percorrendo instancabilmente le strade più remote e pericolose d’Europa per diffondere il verbo di Cristo e le parole del papa.
E ora immaginate che quello stesso ometto, con la sola forza di quelle parole, fu capace di mettere in moto un movimento di decine di migliaia di persone, di strapparle dalle loro case, capanne, castelli e poderi per lanciarle in un viaggio a piedi di migliaia di chilometri (4500, per la precisione) verso Gerusalemme.
Ebbene, cari lettori, quell’uomo è esistito davvero e si chiamava Pietro di Amiens, più noto nei libri di storia come Pietro l’Eremita.
Uno dei personaggi più affascinanti e sconcertanti degli albori delle Crociate, e la sua storia merita di essere raccontata.
La predicazione di Pietro l’Eremita
Pietro l’Eremita fu un monaco predicatore del nord della Francia, assai popolare durante il Medioevo, poiché era nato nel 1050 ad Amiens, una bellissima città situata 120 chilometri a nord di Parigi, nell’attuale dipartimento della Somme, una regione francese un tempo nota come Piccardia.
Le cronache ce lo descrivono come un uomo dall’aspetto ascetico e impressionante, smunto e dagli occhi profondi, vestito sempre con estrema umiltà per restare fedele al voto di povertà.
Si spostava di villaggio in villaggio in groppa a un asino vecchissimo che da più di un decennio era il suo fedele compagno di viaggio.
Ma il nostro Pietro aveva un dono smisurato: la sua oratoria mistica ed esplosiva, perché parlava al popolo minuto con una passione e un’eloquenza che magnetizzavano ed elettrizzavano le folle.
Mentre i nobili si organizzavano con calma, Pietro percorreva instancabilmente villaggi e città predicando la crociata alla gente comune: contadini, artigiani, poveri, servi della gleba (contadini schiavi legati a vita a un appezzamento di terra), donne, anziani, bambini.
Gente senza alcuna formazione militare, senza armi decenti, senza denaro né provviste. E li accendeva con le sue parole.
Ovunque passasse, folle intere lasciavano tutto e si univano a lui per marciare verso Gerusalemme.
La cronaca racconta che la gente comune lo venerava già come un santo, al punto che arrivavano a strappare i peli al suo asino per conservarli come reliquie.
La Prima Crociata e la Crociata dei Poveri
Quell’anno, al concilio ecumenico di Clermont, una grande adunanza di preti, cardinali e vescovi, papa Urbano II pronunciò uno dei discorsi più influenti della storia europea.
Chiamò tutti i cavalieri cristiani d’Europa a prendere le armi per andare in Medio Oriente e liberare Gerusalemme e i Luoghi Santi della cristianità dal soffocante dominio musulmano; perché in quel momento la Terra Santa era in mano islamica, e questi, come potrete immaginare, non erano affatto teneri con i cristiani che ancora vivevano da quelle parti.
La risposta al suo appello fu un immenso clamore a livello continentale che si coagulò sotto un motto destinato a passare alla storia: «Deus lo Vult, Dio lo vuole!».
Perché il pontefice pensava piuttosto a inviare una spedizione militare ordinata di cavalieri e nobili, organizzata e comandata dal fior fiore dell’aristocrazia europea.
Quella sarebbe stata, idealmente, la Prima Crociata «ufficiale» che sarebbe partita più tardi, di lì a un anno, nel 1096.
Ciò che nessuno si aspettava è che, di lì a poche settimane, molto prima che i nobili, i cavalieri e i militari di professione fossero pronti, si mettesse in marcia verso Gerusalemme tutt’altra cosa, assai più popolare e infinitamente più caotica: «la Crociata dei Poveri».
E il responsabile di tutto ciò fu proprio il nostro Pietro l’Eremita.

La Crociata Popolare del 1096
Nacque così quella che è nota come Crociata Popolare, o Crociata dei Poveri: una massa immensa e disorganizzata di migliaia e migliaia di persone che, sotto la guida di Pietro l’Eremita e di un cavaliere originario di Boissy-Sans-Avoir, di nome Gauthier, noto anche come Walter Sans-Avoir o Gualtiero Senza Averi, si lanciò sulle strade verso Oriente nella primavera del 1096, molti mesi prima dei vari eserciti professionali radunati dai principali nobili europei.
E fu, va detto chiaramente, una catastrofe dal principio alla fine.
Quella moltitudine, senza disciplina né rifornimenti, lasciò una scia di problemi, conflitti e morte al suo passaggio per l’Europa orientale: violenze e saccheggi per sfamarsi, scontri con le popolazioni locali e, in uno degli episodi più vergognosi, i terribili massacri di comunità ebraiche, con tra i 12.000 e i 15.000 ebrei di ogni età trucidati in varie città del Reno, a Praga e in Ungheria, perpetrati da bande sparse di crociati tedeschi -guarda che combinazione- in qualche modo associate, ma non parte ufficiale, di questo movimento guidato dall’Eremita.
Vale a dire che la missione di Pietro e dei suoi era raggiungere e liberare Gerusalemme, non ammazzare poveri ebrei in mezzo all’Europa.
Comunque sia, fu un inizio piuttosto sinistro e tragico per un’impresa che si presentava come sacra e benedetta da Dio onnipotente.
La sconfitta di Civetot
Contro ogni pronostico, una buona parte di quella massa umana riuscì a scendere lungo tutta l’Europa orientale e ad arrivare alle porte di Costantinopoli.
L’imperatore bizantino Alessio I Comneno, che si aspettava l’arrivo di migliaia di cavalieri e soldati professionisti e disciplinati promessi dal papa per combattere gli invasori musulmani turchi, si ritrovò con quella marea di poveri europei famelici, conflittuali e militarmente inesperti, e su due piedi non seppe bene cosa farsene.
Per toglierseli di torno ed evitare guai peggiori alla sua città, il 6 agosto 1096, seguendo il consiglio del suo Gran Primicerio, il generale Tatikios, una sorta di consigliere privato di fiducia, li fece passare in tutta fretta dall’altra parte dello stretto del Bosforo, in Asia Minore, in piena zona di guerra in mano agli spietati turchi selgiuchidi del sultano Kilij Arslan (che si pronuncia «Kilish» e significa, letteralmente, «la Spada del Leone»).
E lì, senza Pietro presente nel momento decisivo (era tornato a Costantinopoli a chiedere aiuto), la massa disorganizzata e indisciplinata si addentrò in territorio nemico in cerca di bottino.
I turchi selgiuchidi, guerrieri esperti, li tesero un’imboscata e li annientarono quasi del tutto in un terribile massacro.
Decine di migliaia di quei poveri illusi morirono senza aver nemmeno visto Gerusalemme. La Crociata Popolare era finita in un disastro assoluto.
Pietro l’Eremita ad Antiochia
Quando, mesi dopo, arrivò finalmente il grande esercito della Prima Crociata «ufficiale», quello dei nobili e dei cavalieri ben armati, Pietro l’Eremita si unì ad esso, ora in un ruolo assai più modesto e secondario.
E, con quella spedizione, il vecchio predicatore accompagnò la marcia attraverso l’Asia Minore.
Ma prima di Gerusalemme, lo aspettava ancora l’inferno di Antiochia.
Perché il durissimo e lunghissimo assedio di Antiochia (1097-1098) fu un inferno di fame, freddo, malattia e disperazione che si protrasse mese dopo mese senza un solo barlume di speranza.
L’esercito crociato si dissanguava, e le diserzioni divennero un’emorragia inarrestabile: soldati che fuggivano di notte, a dozzine, a centinaia, rischiando la forca pur di scappare da quella trappola.
Perché, cari lettori, all’alba del 7 gennaio 1098, lo stesso Pietro l’Eremita -l’uomo che aveva acceso tutta quella follia, amico personale di papa Urbano II- si spezzò.
E fuggì. Disertò dall’accampamento di nascosto, in compagnia di un nobile franco, Guglielmo di Melun, soprannominato «il Carpentiere», nientemeno che cugino del re di Francia.
Ma i due fuggitivi non andarono lontano: l’implacabile Tancredi d’Altavilla, che aveva un dono naturale per dare la caccia agli uomini, li raggiunse a pochi chilometri dal porto di San Simeone, mentre già cercavano una nave che li riportasse a casa.
«Dio ci ha abbandonati, Tancredi, fattene una ragione!», gli gridò Pietro a sua difesa.
Non attaccò. Furono riportati all’accampamento tra la vergogna e lo scandalo generale.
A Guglielmo il Carpentiere, il principe Boemondo di Taranto lo riempì di botte e lo umiliò fino a ribattezzarlo «Guglielmo il Codardo».
A Pietro, invece, il suo vecchio amico, il legato pontificio Ademaro di Monteil, lo perdonò con una semplice penitenza.
L’ambasceria a Kerbogha
E fu proprio in quel clima di disperazione assoluta, abbandonati dall’imperatore e con il colossale esercito dell’emiro turco di Mosul, Kerbogha -duecentomila uomini-, ormai alle porte, che a Pietro restava ancora un asso nella manica per riscattarsi, e che asso.
I crociati, contro ogni logica, decisero di tentare una trattativa disperata.
E chi scelsero come ambasciatore per la missione più pericolosa immaginabile? Ma il piccolo, sporco e cencioso frate dell’asino, proprio perché lavasse il suo nome macchiato.
Così Pietro l’Eremita, accompagnato da un interprete di nome Erluino e sventolando un’enorme bandiera bianca, si presentò nella lussuosa tenda dell’emiro.
E lì, davanti a Kerbogha e a tutti i suoi generali, che lo guardavano con disgusto malcelato, l’umile monaco sparò, con una flemma quasi britannica e un pizzico di sfottò, l’ultimatum più sfacciato di tutta la storia militare: pretese che si arrendesse Kerbogha.
Che l’esercito musulmano di duecentomila uomini deponesse le armi e si ritirasse «per salvarsi la vita».
Ma Pietro, senza scomporsi minimamente, rilanciò: annunciò serissimo che i cristiani avevano trovato un oggetto magico e miracoloso, sepolto per mille anni, che li avrebbe resi invincibili: la Sacra Lancia di Cristo.
La trattativa, com’era prevedibile, si concluse con un fallimento assoluto, con Kerbogha che giurava di decapitare Pietro con le proprie mani.
Eppure, il giorno dopo, il 28 giugno 1098, i crociati -fanatizzati proprio dalla fede cieca in quella Lancia- uscirono da Antiochia e sconfissero, contro ogni pronostico, l’immenso esercito di Kerbogha.
Pietro l’Eremita raggiunse Gerusalemme
Vale a dire: l’uomo che aveva acceso la miccia di tutto quel movimento, il cui primo tentativo era finito in massacro, visse abbastanza a lungo da vedere realizzato, almeno in parte, il sogno che aveva predicato.
Poté entrare nella Città Santa per la quale tanti dei suoi seguaci erano morti.
Poi tornò in Europa, fondò un monastero e morì, ormai vecchio, in relativa pace.
La figura di Pietro l’Eremita riassume come nessun’altra la doppia faccia delle crociate: il fervore sincero e il disastro sanguinoso, la fede che muove le montagne e il fanatismo che devasta, l’idealismo più puro e la tragedia più assurda.
Un ometto su un asino che, con le sole sue parole, cambiò il corso della storia. Nel bene e nel male.
L’eremita contemporaneo: Frédéric Vermorel
Nel cuore della modernità, tra il frastuono della vita quotidiana e la ricerca incessante di connessioni digitali, esiste ancora chi sceglie la solitudine come via di conoscenza e di ascolto.
Frédéric Vermorel, autore del libro Una solitudine ospitale. Diario di un eremita contemporaneo (Edizioni Terra Santa, 2021) e pubblicato per la prima volta nel 2021, racconta la sua esperienza di vita eremitica, sfatando il mito dell’isolamento assoluto e offrendo una prospettiva autentica su un’esistenza fatta di preghiera, riflessione e accoglienza.
Monaco eremita appartenente alla diocesi di Locri-Gerace, dopo anni trascorsi nell’eremo di Sant’Ilarione, nella Locride, attualmente vive nel territorio di Caulonia, comune della città metropolitana di Reggio Calabria.
Sono arrivato a Sant’Ilarione, nella Locride, nell’aprile del 2003 e vi ho vissuto per quasi 22 anni. Da pochi mesi, però, non sono più lì perché sono in corso dei lavori che dureranno più di un anno.
Attualmente vivo in una casetta nel territorio di Caulonia, senza vicini, perché le altre abitazioni sono abbandonate o vuote.
La mia vita è molto semplice: preghiera, lavoro e accoglienza.
La solitudine ospitale
Come può l’eremitaggio trovare una dimensione che consenta all’uomo di non cadere in una condizione di totale isolamento? Dipende da diversi fattori.
Innanzitutto, bisogna considerare che non esiste un’unica figura di eremita. Anzi, direi che la caratteristica principale della vita eremitica è proprio la sua estrema varietà.
Per definizione, l’eremita è una persona sola, ma può comunque avere un legame: nel mio caso, ad esempio, sono un eremita diocesano e ho un legame con il mio vescovo e con la mia diocesi.
Ci sono eremiti che appartengono a ordini religiosi e altri che non hanno alcun vincolo canonico, con ulteriori sfumature all’interno di queste categorie.
Chiaramente, c’è una differenza tra chi vive in un isolamento quasi totale, con contatti ridottissimi - alcuni parlano solo con il proprio vescovo o padre spirituale - e chi, invece, come me, mantiene un legame costante con il mondo.
Io, ad esempio, leggo quotidianamente i giornali in formato digitale, ricevo molta corrispondenza e pratico l’accoglienza.
Alcuni eremiti la offrono, altri no. Non esiste una regola universale.
La «solitudine ospitale» è l’identità ospitale di Gesù. Gesù è una persona ospitale, un concetto sviluppato dal teologo Christophe Theobald.
Nel mio caso, ho ricevuto amore e accoglienza e, di conseguenza, sono chiamato a restituire ciò che ho ricevuto.
Un dono trattenuto che non viene restituito o condiviso si corrompe, proprio come un’acqua che smette di scorrere diventa imbevibile.
Dunque, la solitudine ospitale significa che chi vive una condizione di relativa solitudine o di ritiro dagli uomini ha comunque la porta sempre aperta, almeno idealmente.
In fin dei conti, anche nel caso del recluso, che non è la mia condizione, la solitudine deve essere ospitale ossia deve saper accogliere quell’ospite per antonomasia che è Dio stesso e, in Lui, tutti gli esseri umani e addirittura l’intero creato.
L’eremita separato ma unito al mondo
Un aspetto importante da sottolineare è che, anche chi vive una condizione di reclusione quasi totale rispetto al mondo esterno, ha comunque una percezione di ciò che avviene nel mondo attraverso la preghiera e l’ascolto dello Spirito.
È un aspetto molto difficile da definire perché oltrepassa quello che è strettamente razionale.
Ha detto che lo sguardo dell’eremita è unito a tutti proprio perché separato. Come si è sviluppata questa prospettiva nei confronti del mondo?
Sicuramente c’è un affinamento della sensibilità, che avviene attraverso le esperienze vissute prima della vita eremitica.
Nel mio caso, l’esperienza con le persone con disabilità nella Comunità dell’Arca, i soggiorni in Brasile e altre esperienze hanno contribuito a sviluppare un’attenzione profonda alla sofferenza e alla gioia delle persone.
L’eremo è un luogo particolare, fatto di silenzio e di una relativa solitudine.
Relativa perché, almeno nel mio caso e in quello di molti altri eremiti, riceviamo visitatori, ospiti o anche semplici passanti che restano per cinque minuti, mezz’ora o un’ora, condividendo un caffè, un momento di preghiera, una confidenza.
Mi viene in mente l’espressione della teologa, scrittrice ed eremita, Adriana Zarri: «L’eremo non è un guscio di lumaca, ma una conchiglia», una cassa di risonanza.
Il silenzio e la solitudine fanno sì che le parole ascoltate in questo contesto risuonino più fortemente del frastuono di una metropolitana.
Il discernimento e la vocazione eremitica
Il discernimento avviene innanzitutto attraverso l’ascolto della Parola di Dio che si ‘concretizza’ attraverso l’imitazione di quella Parola che troviamo contenuta nella Bibbia, ma anche di un’altra Parola che troviamo nella storia, negli eventi e nelle esperienze vissute.
È un aspetto che compare chiaramente nel mio libro.
Non mi sono inventato eremita, né ho mai deciso consapevolmente di diventarlo.
Mi sono semplicemente ritrovato a esserlo.
Ho scoperto che in una determinata situazione mi sentivo a mio agio, che rispondeva a un anelito profondo del mio cuore di cui fino a poco tempo prima non ero consapevole.
È stato un momento decisivo, un ascolto della vita e della Parola di Dio.
Come dicevano i Padri della Chiesa: “Illuminare la vita con la Parola, illuminare la Parola con la vita”.
È in questa dinamica di ascolto che ciascuno scopre il progetto di Dio per sé.
Quanto all’attualità della vita eremitica, ritengo che sia sempre stata e sempre sarà valida, finché esisterà la vita.
Il bisogno di comprendere chi siamo, il mondo nel quale viviamo, il desiderio di solitudine e di ricongiungersi con la verità del nostro essere, con la nostra povertà, sono aspetti universali che abitano nel cuore dell’uomo e che prescindono da dove è nato e da quando è nato.
Il silenzio nella vita eremitica
Molto concretamente, chi vive in città - come è stato il mio caso per diversi anni, a Parigi e Bruxelles - dovrebbe ritagliarsi tempi e spazi per il silenzio e il raccoglimento.
È fondamentale per non disperdersi, per raccogliere i pezzi di sé e chiedersi: «Chi sono io?».
Senza questi momenti, si rischia una dispersione totale.
Anche chi, per mille motivi di vita professionali o familiari, è costretto a convivere nel frastuono, può apprendere l’arte dell’abitare questo fragore in modo potenzialmente silenzioso.
In fin dei conti il silenzio non è assenza totale di voci, di suoni, ma capacità di ascolto.
È una disponibilità all’incontro.
Nessuno è un superuomo o una superdonna.
È essenziale trovare gli strumenti necessari per fare esperienza di quest’incontro.
L’uso degli strumenti digitali
Li abito con sapienza e prudenza.
Sono strumenti straordinari, con potenzialità immense.
Utilizzo Facebook da alcuni anni, il che potrebbe sorprendere.
Lo vedo come un luogo di evangelizzazione digitale: quasi ogni giorno pubblico una meditazione biblica.
Tuttavia, interagisco poco con le persone che non conosco, perché questi strumenti restano filtrati e gli scambi possono essere fuorvianti: dietro uno schermo o una tastiera, il rischio di fraintendimenti è alto.
Il digitale resta ad ogni modo un possibile luogo di evangelizzazione che mi permette di offrire un piccolo contributo di condivisione della Parola.
Gli eremiti contemporanei in Italia
Nei giorni scorsi nell’ex eremo domenicano di Lecceto di Malmantile, oggi casa di accoglienza e di preghiera dell’arcidiocesi di Firenze tenuta dai padri Sacramentini, si sono ritrovati una ventina di eremiti provenienti da Nord e Centro Italia.
Un piccolo gruppo in rappresentanza dei circa trecento (ma è difficile censirli tutti) uomini e donne che nel nostro Paese hanno scelto di condurre questa particolare esperienza religiosa.
Tre giorni di preghiera, di scambio di esperienze e di approfondimenti biblici guidati da don Antonio Montanari, direttore del Centro studi di spiritualità della Facoltà teologica del Nord Italia ed ex abate del monastero trappista di Frattocchie nei pressi di Roma.
Certamente stupisce, parlando con loro, la sovrapponibilità delle esperienze con quella di Antonio. E ancor di più fa riflettere il fascino e la forza di attrazione che emana dalla loro scelta di vita.
In qualunque luogo vivano e qualunque mestiere facciano per vivere.
Perché ce ne sono che abitano in baite o antichi alpeggi sperduti fra le montagne, ma anche chi ha scelto di trasformare in luogo di preghiera e di silenzio un appartamento di città, oppure una piccola casa di periferia o di paese.
C’è chi vive solo di carità, chi fa un mestiere regolare o part time, chi si sostiene facendo il contadino o l’artigiano, chi scrive icone.
Tutti, come Antonio (costretto spesso a cambiare l’eremo in cui si era ritirato), vivono l’esperienza quotidiana dell’essere cercati dalla gente.
Come da lui anche da loro vanno i sofferenti nel corpo e nello spirito, chi ha perduto il senso della vita e vuole ritrovarlo, chi è deluso dal rumore della “civiltà” e cerca nuove motivazioni nel silenzio.
Anche loro come Antonio sono il soccorritore perfetto, colui che trasforma il deserto e ogni spazio buio e ostile (dentro e fuori dell’anima) in uno spazio illuminato e reso vivo dalla luce di Cristo.
Eremiti di città e luoghi di accoglienza
Pierluigi Calabrese è stato ricercatore di Filologia medievale a Milano e Torino.
Oggi è in pensione e da anni vive da «eremita diocesano » come ama definirsi, in un appartamento di Saluzzo in provincia di Cuneo.
Come Antonella Lumini, che lavora alla Biblioteca Nazionale di Firenze, è un eremita di città.
«Siamo un centinaio in tutta Italia - dice - e il nostro compito è di essere per la Chiesa quello che un tempo era il servus lampadarius per il suo padrone: fare luce e illuminare la strada.
Nessuno di noi fugge dalla realtà.
Ci immergiamo in essa perché, non è un paradosso, la nostra comunità religiosa è la gente e alla gente offriamo il chiostro aperto del nostro cuore».
Accanto a Pierluigi, sotto il loggiato del chiostro dell’eremo di Lecceto, c’è suor Paola Bellin che con una consorella (si chiamano monache eremite di Santa Maria degli Angeli) vive in un eremo a Colle San Paolo in Umbria.
«Il nostro ruolo è entrare nel cuore di Cristo e da lì raggiungere il cuore delle persone».
E don Carlo Prezzolini, ex parroco di Monticchiello, che da tempo vive in eremitaggio in una casetta con foresteria (per l’accoglienza) a Saragiolo, frazione di Piancastagnaio (Siena), dove tiene gruppi di ascolto del Vangelo e di approfondimento su arte e Sacre Scritture, aggiunge: «L’eremita vive una realtà marginale per proporre a tutti una strada capace di andare oltre il limite, al di là dell’orizzonte».
La baita di suor Paola Biacino
Oltre il limite, se così si può dire, vive suor Paola Biacino.
In montagna, a mille metri, sopra Bagnolo (Cuneo), in una minuscola baita di pietra che misura tre metri per tre, visitata dai lupi nelle notti d’inverno e di giorno da cervi e caprioli.
«Quando c’è la neve trascorro settimane senza vedere nessuno, tranne gli animali selvatici», racconta con un sorriso e una vitalità davvero contagiosi.
Ogni giorno, con qualunque tempo, si alza alle tre di mattina.
Si sposta in una minuscola cappella che ha sistemato lei stessa in accordo col vescovo, dove si conserva il Santissimo, e qui prega fino alle 8 «cantando [lo dice con una grande gioia, ndr] tutta la liturgia del notturno».
Suor Paola si è sposata a 17 anni, ha avuto tre figlie (35 anni la più piccola), ora ha quattro nipoti.
Quando il suo matrimonio è stato annullato e le figlie sono diventate autonome, ha prima cercato la clausura, poi ha capito che la sua vocazione era la preghiera nella solitudine.
Del tutto casualmente ha scoperto il luogo dove vive sentendolo subito come suo.
Oggi, questa baita dispersa fra le montagne, è meta di tanta gente al punto che suor Paola ha dovuto sistemare un’altra piccola casa nelle vicinanze per offrire un minimo di accoglienza.
«L’anno scorso - dice - sono salite qui un migliaio di persone. Quest’anno anche di più.
Cosa cercano? Speranza.
Hanno solo bisogno di parlare, di confrontarsi.
A volte desiderano avviare un percorso più lungo per una vera e propria rilettura della vita.
Ci sono i disperati, i delusi dalla vita.
Anche coppie che vengono con la speranza di ricominciare.
Così, ora seguo tante famiglie, anche gruppi di giovani.
E io che ero madre di tre figlie mi trovo a esercitare una maternità allargata a dismisura.
Del resto mi sono convinta che l’eremita è tale nella misura in cui lo cercano».
Per vivere ha scelto di affidarsi alla Provvidenza.
Lo ha capito subito, la prima sera in baita, quando un frate si è presentato alla sua porta portandole la cena.
«Da quel momento ho sempre avuto da mangiare.
La gente mi regala tante cose che a volte sono costretta a donarle per i poveri».
Così nell’eremo di suor Paola cibo e persone non mancano mai.
Finita la preghiera del mattino si dedica all’accoglienza.
Fa da mangiare per i suoi ospiti.
Alle 12 va a Messa in un convento non molto distante.
Poi si immerge nelle storie delle persone.
In inverno, quando non c’è nessuno, si dedica a una passione: scrivere icone.
Altri eremiti e altre forme di vita solitaria
Anche L.G. Religiosa, che da anni col permesso del vescovo vive da eremita nei pressi di un’antica chiesa in Val Camonica scrive icone e accoglie persone.
Un minimo di accoglienza la fa anche suor Patrizia che vive a Buto, in Val di Vara, nei pressi di Varese Ligure e coltiva frutti di bosco.
Don Domenico Poeta accoglie a Ponte D’Arbia (Siena) i pellegrini sulla Francigena e parla del desiderio di silenzio, preghiera e incontro con Dio che anima queste persone che vengono da tutta Europa.
Don Raffaele Busnelli, invece, nell’alpeggio a mille metri in Val Varrone sopra Lecco, che ha risistemato con le sue mani, alleva asini, coltiva l’orto difendendolo dai cinghiali e da un orso che lo visita di tanto in tanto, lavora il legno in un piccolo laboratorio di falegnameria e fa il muratore e il carpentiere per chi ha bisogno di aiuto.
Ha 44 anni, è entrato in seminario a 19, da prete ha lavorato in parrocchia a Treviglio e Cologno Monzese.
La strada dell’eremitaggio l’ha scelta dopo essersi confrontato col suo vescovo di allora, il cardinale Martini.
Il suo eremo, lontano da tutto, è meta continua di persone e lui ha dovuto sistemare un’altra casa per accoglierle: «Quando ho deciso di allontanarmi dal mondo, il mondo ha cominciato a cercarmi».
L’eremita nell’arte e nell’immaginario cristiano
Oltre alla testimonianza spirituale e letteraria, l’immagine dell’anacoreta lasciò un’impronta importante anche nell’iconografia cristiana medievale.
I santi eremiti venivano rappresentati con abiti semplici, spesso ricavati da pelle di capra o vesti logore, in ambienti desertici o grotte.
Elementi simbolici ricorrenti erano il bastone, il teschio (simbolo di meditazione sulla morte), il libro delle Scritture e talvolta gli animali “totem” come il corvo di San Paolo di Tebe o il leone di San Girolamo.
Una delle rappresentazioni più belle degli eremiti è forse Trittico degli eremiti, di Hieronymus Bosch, che raffigura Sant’Antonio abate, San Girolamo e Sant’Egidio, immersi negli ambienti mostruosi, peccaminosi e simbolici tipici del pittore fiammingo.
Sarebbe quindi sbagliato vedere gli eremiti e gli anacoreti dei primi secoli del Cristianesimo come un’anomalia rispetto alla comunità cristiana o all’epoca di cui sono prodotto, ma espressioni radicali di una ricerca assolutamente coerente con il loro tempo.

Nel corso dei secoli, pur con l’evoluzione delle forme monastiche e con l’affermazione della vita comunitaria, la figura dell’eremita ha continuato a esercitare un fascino particolare.