Eremiti nelle Marche: grotte, eremi rupestri e luoghi di spiritualità

L’Appennino marchigiano, ricco di montagne e colline, valli e corsi d’acqua, boschi, anfratti e gole, ha sempre rappresentato una delle mete ideali per i Santi Eremiti, che qui trovarono rifugio in Eremi e Grotte rupestri, capaci ancor oggi di suscitare nei visitatori un’appagante sensazione di pace e serenità. Le testimonianze comprendono grotte naturali trasformate in romitori, chiese scavate nella roccia, cenobi, monasteri e santuari rupestri distribuiti tra il Conero, la Gola della Rossa, il monte Catria, il monte Nerone, il monte San Vicino e le montagne dell’Ascolano.

Questi luoghi mostrano forme diverse di vita religiosa: alcune cavità furono abitate da singoli eremiti, altre divennero nuclei monastici organizzati, mentre in diversi casi la grotta fu utilizzata come spazio cultuale all’interno di complessi più ampi. L’itinerario guida alla scoperta di questi luoghi di pace.

mappa degli eremi rupestri nelle Marche

Le grotte rupestri del Cameranese

Grotte di Camerano

Secondo gli esperti le grotte di Camerano sono un coacervo di millenni di storia. I primi a scavarle furono i Piceni a partire dal IX secolo a.C., forse con l’intento di ricavarne cisterne per l’acqua o depositi per lo stoccaggio delle derrate alimentari; ma con il passare dei secoli quel mondo nascosto si è ampliato e trasformato, adeguando le architetture all’uso via via diverso.

Pertanto se la “grotta del Sole e della Luna”, con simbologie proprie del culto del dio Mitra, è di probabile epoca romana; del medioevo sono invece le absidi e gli altari cristiani dove si soffermavano a pregare i pellegrini in viaggio verso il santuario di Loreto. E forse nella stessa epoca, com’è provato dalle croci patenti incise sulle pareti, passarono di qui anche i Cavalieri Templari.

Tra gli ambienti più marcatamente religiosi va rilevata la “grotta Ricotti” che, per l’inequivocabile aspetto di chiesa ipogea interamente scavata nella roccia nonché per la singolare ubicazione, al di sotto dei resti della chiesa di Sant’Apollinare anteriore all’anno Mille, è sicuramente uno degli ambienti più interessanti dell’intero complesso. Senza trascurare che i particolari architettonici di questa cripta, sulla cui volta è presente una croce greca, richiamano alla mente taluni romitori basiliani dell’area mediterranea.

Ed infine la “grotta Mancinforte” dove, oltre ad un piccolo altare, fino al ‘700 erano presenti dei bassorilievi a sfondo religioso.

Gli eremi del monte Conero

Eremo di San Benedetto

Del vecchio eremo di San Benedetto, oltre alla piccola grotta, rimangono degli spezzoni di muro, alcuni archi, un ambiente a volta ed una cisterna; per il resto la vegetazione ha impietosamente ricoperto l’intera area dove un tempo sorgeva il piccolo monastero con i suoi orticelli tutt’intorno alla chiesetta ipogea.

L’eremo, assieme ai suoi possedimenti, viene citato in un documento del 1038 e ciò vuol dire che doveva esistere già da tempo. Il primitivo insediamento monastico ricalcava probabilmente la tipologia propria delle laure orientali, con le celle eremitiche sparse nel monte ed una chiesa centrale dove dimorava l’abate.

Abitato nel Quattrocento anche da due eremiti “donna”, il romitorio nel Cinquecento passa ai camaldolesi di monte Corona, ramo benedettino riformato dal beato Paolo Giustiniani, dando così la stura ai bellicosi dissidi tra questi ed i gonzaghiani del sovrastante eremo di San Pietro che finiranno per distruggerlo.

Eremo di San Pietro al Conero

L’antico eremo ora badia di San Pietro si trova in cima al monte Conero, nei pressi di un’ombrosa lecceta. Sotto la facciata tardo-settecentesca dalle semplici forme si nasconde un’armoniosa chiesa romanica caratterizzata da fantastici capitelli con intriganti raffigurazioni di flora e fauna.

L’interno è a tre navate su pilastri e colonne, con presbiterio rialzato e cripta; mentre sul fianco destro dell’edificio è situato il convento, ora adibito ad albergo. Il complesso religioso è documentato a partire dal 1038, anno in cui viene regolato assieme al sottostante eremo di San Benedetto.

La pacifica convivenza tra i due romitori durerà fino al 1518: l’ingresso degli eremiti di santa Maria di Gonzaga nel primo, e quello dei camaldolesi nel secondo, provocherà incomprensioni, scaramucce ed accesi litigi, fino a sfociare nell’incendio del monastero di San Pietro nel 1558 che costringerà i gonzaghiani ad abbandonarlo, favorendo così la riunificazione delle due chiese sotto l’autorità camaldolese sino al 1861.

Grotta del Mortarolo

La grande grotta del Mortarolo, un ambiente ipogeo naturale utilizzato come romitorio, si trova in mezzo alla macchia mediterranea nel versante sud-est del monte Conero. Consta di un unico vano con un rudimentale altare scavato nella viva roccia della parete di fondo.

All’esterno, malcelata dalla fitta vegetazione, si nota una croce incisa nella roccia sovrastante l’ingresso. La particolare collocazione a picco sul mare e l’isolamento del luogo la ammantano, da sempre, di mistero e di inquietanti leggende.

Il toponimo Mortarolo, peraltro, potrebbe derivare dal teschio utilizzato dai monaci come memento mori; dai mortari, le depressioni del terreno in cui ristagnano le acque; oppure dalla mortella, una mirtacea assai comune nella zona.

La Gola della Rossa e la Gola di Frasassi

Eremo di Grottafucile

I resti dell’eremo di Grottafucile si trovano nel cuore della Gola della Rossa, alle falde del monte Revellone a circa 380 metri d’altezza. L’eremo, fondato da san Silvestro abate all’inizio del XIII secolo, originariamente era di piccole dimensioni e constava di diversi ambienti ipogei attorno ad un piccolo chiostro.

I vani scavati nell’ammasso calcareo, poco al disotto della cresta dello sperone roccioso, erano stati recuperati da un’antica cava romana o altomedievale e riadattati dagli eremiti con l’aggiunta di una utile cisterna per l’acqua.

Subito dopo il trasferimento di san Silvestro abate nel 1231, il conte di Revellone, signore di quelle terre, donò Grottafucile a Silvestro Guzzolini, un colto e ricco canonico di Osimo che, sull’esempio di san Benedetto, conduceva vita eremitica in alcune grotte dell’Appennino assieme ad altri seguaci.

L’eremo rimase abitato fino al XIX secolo o, comunque, fino alle soppressioni del 1861, a partire dalle quali venne abbandonato, andando via via in rovina.

Eremo di Santa Maria infra Saxa

L’eremo di Santa Maria infra Saxa si affaccia sul versante sinistro della Gola di Frasassi, addossato alla roccia sul limite esterno della grotta del Mezzogiorno, l’ampia spelonca abitata a lungo dall’uomo preistorico e dall’orso delle caverne.

Di fatto è un semplice edificio religioso in pietra, il cui interno è in parte ricavato nell’ammasso roccioso, già citato in documenti del 1029 come oratorio e successivamente utilizzato come monastero di clausura per le monache benedettine.

Non va trascurato l’elegante tempietto del Valadier, di stile neoclassico a pianta ottagonale con cupola, commissionato al grande architetto dal papa Leone XIII nel 1828, che gli fa compagnia occupando una parte significativa del maestoso incavo della grotta.

Sul versante sinistro della Gola di Frasassi si apre un vasto fornice nel quale è collocato l’Eremo di Santa Maria Infra Saxa che le carte del monastero di San Vittore citano in documenti del 1029 e che un tempo era associato a un monastero di monache benedettine denominato Monasterium S. Mariae Bucca sassorum posto sul vicino Monte Ginguno e di cui si è persa ogni traccia.

Nato come oratorio, l’edificio fu poi utilizzato come monastero di clausura retto dalle monache benedettine. È caratterizzato da un’architettura semplice, in pietra, con l'interno in parte scavato nella viva roccia.

Nell’eremo si venerava un’immagine lignea della Madonna dalle origini incerte, che subì numerosi tentativi di trafugamento. Finita accidentalmente bruciata negli anni Quaranta, fu poi sostituita dall’attuale in pietra. Durante le festività natalizie si tiene in questo luogo suggestivo un tipico presepe vivente.

eremo Santa Maria infra Saxa tempietto Valadier

Il monte Catria e la tradizione avellanita

Eremo di Fonte Avellana

L’eremo di Fonte Avellana, dedicato alla Santa Croce, si trova alle pendici del monte Catria nel territorio di Serra Sant’Abbondio. Le sue origini risalgono alla fine del X secolo e sono strettamente legate alla storia dei camaldolesi.

Fondato probabilmente da san Romualdo nel 980 attraverserà un periodo di sviluppo culturale e spirituale soprattutto con l’avvento nella prima metà dell’XI secolo di san Pier Damiani, prima monaco e poi priore. La tradizione riporta ben 76 santi e beati vissuti in quell’eremo citato anche da Dante (forse ospite) nella sua Divina Commedia.

Divenuto abbazia nel 1325, Fonte Avellana acquisisce anche un indiscusso potere socio-economico, praticando oltretutto la commenda. Nel 1569 la congregazione autonoma avellitana, che sino ad allora lo aveva retto, viene soppressa ed il monastero passa a quella cenobitica camaldolese.

Gli inevitabili e perniciosi condizionamenti della commenda sulla vita monastica innestano però un lento ed inesorabile declino che si conclude con la soppressione napoleonica del 1810, poi seguita da quella italiana del 1866. Solo con il ritorno dei monaci camaldolesi nel 1935 Fonte Avellana ritroverà l’antico splendore.

Risalendo la valle del Cesano e lasciate alle spalle le colline di Pergola e Sassoferrato, si giunge ai piedi del Monte Catria, il cui versante orientale racchiude una conca avvolta da ampie faggete intorno alle quali si aprono i pascoli e i campi che circondano lo splendido complesso dell’Abbazia camaldolese di Santa Croce di Fonte Avellana, ricordata da Dante nell’XXI Canto del Paradiso.

Al posto delle originarie celle (che consistevano in capanne) sparse attorno ad una cappella, sorsero a partire dall’XI secolo numerosi edifici in pietra tra cui il chiostro, la chiesa con la cripta, la sala del Capitolo, lo splendido scriptorium, le celle dei monaci, la foresteria e la Biblioteca, nobili e austeri ambienti che si stringono attorno alla massiccia torre campanaria ed ospitano ancor oggi i monaci camaldolesi.

Sotto la guida di San Pier Damiani, arrivato nel 1035, le diverse celle sparse vennero ricondotte sotto un’unica regola in grado di coniugare le aspirazioni alla vita eremitica con i vantaggi della vita conventuale, ma anche culturale.

Alla fine del XV secolo con il Cardinale Giuliano Della Rovere, futuro Papa Giulio II, il complesso fu ampliato e ristrutturato, raddoppiando il numero delle celle dei monaci, alzando di un piano la fabbrica e realizzando finestre simmetriche lungo i muri di cortina.

Oggi il complesso è composto da un ampio piazzale che dà accesso alla chiesa, dalla pianta a croce latina, coperta da volte a botte a sesto acuto, con presbiterio sopraelevato sulla cripta dell’XI secolo; si tratta della parte più antica del complesso architettonico, insieme al chiostro e allo scriptorium risalente al XIII secolo.

Qui gli amanuensi, utilizzando la luce solare per tutta la giornata, grazie alla fitta e alta serie di ampie monofore che si aprono nella volta a botte dell’edificio, ricopiavano gli antichi manoscritti arricchendoli di artistiche miniature.

Tra i pregevoli volumi ancora conservati spicca il Codice NN dell’XI secolo, primo breviario della comunità avellanita e prezioso documento dell’evoluzione delle notazioni musicali. La prestigiosa Biblioteca "Dante Alighieri", ricca di oltre 10.000 volumi, tra cui i preziosi codici miniati e antichi libri sacri, riveste un ruolo di grande importanza.

Dal 2007 anche il Giardino Botanico del monastero è aperto al pubblico. La comunità monastica pratica l'accoglienza verso tutti, ma essa si rivolge principalmente a coloro che desiderano condividerne la preghiera e l'esperienza della ricerca di Dio.

L’ospitalità dei singoli o dei gruppi (anche autogestiti) è praticata durante tutto l’anno. Non si ospitano, invece, campi scuola, scolaresche, gruppi parrocchiali sotto i 18 anni.

Per le settimane estive gli arrivi al Monastero sono previsti nel pomeriggio della domenica alle ore 17, e le partenze al mattino del sabato dopo la prima colazione. Agli ospiti si propongono incontri di Lectio Divina e giornate di ritiro individuale.

Il tempo è scandito della preghiera corale della comunità (Lodi, Ora media, Vespri ed Eucarestia).

Grotta di San Pier Damiani

La grotta di San Pier Damiani si trova sul monte Catria, poco distante da Fonte Avellana, ed è il luogo prescelto dal Santo agli inizi del primo millennio, allorquando entrò a far parte degli eremiti avellaniti per condividere l’austerità della loro vita.

La grotta si presenta come un’ampia cavità con l’imboccatura delimitata da un muretto a secco ed all’interno un semplice altare in pietra.

Santuario della Madonna del Grottone

Quello della Madonna del Grottone è un piccolo santuario rupestre con una statuina mariana posta al riparo di una grande grotta naturale che si apre alle pendici del monte Roma poco distante dall’abitato di Foce Alta di Petrara.

Gli eremi del monte Nerone

Eremo di Santa Maria di Morimondo

I resti dell’eremo di Santa Maria di Morimondo, seminascosti dalla fitta boscaglia di carpini, ornelli e lecci del fosso dell’Eremo (Monte Nerone), sono in realtà costituiti da un’arcata gotica e da alcune cortine murarie che hanno fatto parte di un edificio a pianta rettangolare e probabilmente a due piani, di cui quello inferiore con volta a botte.

Le sue origini risalgono intorno all’anno Mille, sebbene il primo documento a farne menzione è del 1205, quale sede di una comunità eremitica che praticava la regola di san Pier Damiani.

Dalla seconda metà del XIII secolo verrà ufficialmente sottoposto alla giurisdizione ecclesiastica di Fonte Avellana sotto la guida di sant’Albertino. Ma sarà definitivamente abbandonato in seguito al terremoto che colpì la zona nel 1781.

Grotta di Santa Lucia

La grotta di Santa Lucia, quasi nascosta dalla boscaglia, occupa un singolare spazio tra le pieghe di scaglia rocciosa di un crinale del monte Carpineto. Del piccolo eremo rimangono un moncone di muro a chiusura dell’imboccatura della grotta ed un rustico altare di pietra sovrastato da un affresco piuttosto deteriorato raffigurante la Santa.

Numerose nicchie e incavi scavati nella parete rocciosa lasciano prefigurare un sistema di travature in legno, a conferma di un’antica e più ampia utilizzazione del sito; mentre una cavità ben modellata nella parete sinistra è quel che resta di un probabile tabernacolo devozionale.

Grotta di Sant’Ubaldo

La grotta di Sant’Ubaldo, a pochi chilometri da Piobbico, è l’angusto pertugio che si cela tra le scaglie rosse che caratterizzano l’alta parete rocciosa di destra della gola del torrente Biscubio.

E’ qui che il Santo si è rifugiato nel 1125, dopo la precipitosa fuga da Gubbio e da una nomina popolare a vescovo della città.

Il monte San Vicino e gli eremi del Maceratese

Eremo di San Domenico Loricato

L’eremo di San Domenico Loricato, seppure da tempo trasformato in casa colonica e fienile, ancora riconoscibile dalle tracce di dipinti murali, si trova in una vallata alle falde del monte San Vicino, in località Stamponata.

E’ stato abitato agli inizi dell’XI secolo da san Domenico Loricato, eremita assai noto per le pratiche penitenziali, la semplicità e la saggezza, e discepolo prediletto di San Pier Damiani.

Eremo di San Bonfiglio

I resti dell’eremo di San Bonfiglio si trovano nelle immediate vicinanze di Cingoli, all’ombra dei fitti boschi montani.

E’ questo il luogo dove San Bonfiglio di Osimo si ritirò, fino a morire logorato dalla penitenza (1115), al suo rientro in Italia dopo aver partecipato alla crociata in Terrasanta.

Romitorio di Sant’Angelo di Avenale

Il romitorio di Sant’Angelo di Avenale, situato a mezza costa nel versante sinistro della vallata, accorpa edifici diversi racchiusi da un muro di cinta irregolare attorno ad un cortile quadrangolare addossato alla roccia.

Nel cortile, munito di pozzo, spicca la chiesa, probabilmente del 1251, ad aula unica e volta a botte sostenuta da un’arcata poggiante su rozze colonne addossate alla parte rocciosa, con all’interno alcune lapidi a ricordo della liberazione dalla peste nel 1836 e della fine di un lungo periodo di siccità.

A sinistra si nota il primitivo romitorio caratterizzato da una stretta porta e da una monofora strombata. Tuttavia l’elemento di maggior interesse del complesso è rappresentato dalla profonda grotta, probabilmente una cava di pietra romana o altomedievale, che è la parte cultuale più antica del luogo e da cui ancora oggi si raccoglie l’acqua che sgorga dalla viva roccia.

L’edificio è attualmente abitato da un eremita.

Eremo di Santa Maria dell’Acquarella

L’eremo di Santa Maria dell’Acquarella, detto anche “Romitella”, somiglia decisamente ad una torre solitaria che si erge, a 711 metri d’altitudine, tra i monti Maltempo e Cipollara.

Realizzato in epoca medievale allo scopo di difendere il vicino castello di Albacina, è in realtà una semplice costruzione di pietra affiancata da una chiesetta del XV secolo con tetto a capanna.

L’intero complesso è però immerso in un contesto naturale di grande attrattiva, caratterizzato com’è da estese foreste, massicci bastioni calcarei e fresche sorgenti.

Nel 1529 l’eremo ha visto la nascita della nuova congregazione francescana dei Frati Minori della Vita Eremitica, meglio noti come “cappuccini”.

Santuario della Madonna della Grotta

Il santuario rupestre della Madonna della Grotta si trova abbarbicato sul versante nord della Vall’Acera, in un profondo incavo della parete calcarea del monte San Vicino e in posizione dominante rispetto al sottostante abitato di Grotte.

L’aspetto attuale, in gran parte deturpato da una dissennata ristrutturazione del 1958, è in qualche modo riscattato da un pregevole dipinto murale nella parete di fondo risalente alla prima metà del XV secolo e raffigurante l’originaria immagine della Madonna con Bambino venerata nello speco.

La chiesa che, secondo la tradizione, è stata edificata sul luogo dove la Vergine è apparsa ad un pastorello, viene menzionata per la prima volta in una bolla papale del 1262 come Santa Maria della Grotta sub altissimo scopulo (sotto un altissimo sasso).

Eremo di San Biagiolo

L’eremo di San Biagiolo è una cappella-romitorio rupestre dell’XI secolo situata a Poggio San Romualdo di Fabriano.

La Grotta dei Frati nella valle del Fiastrone

L’eremo si raggiunge solo a piedi facendo una lunga camminata in salita nel bosco di lecci, il sacrificio è poi ripagato da uno spettacolo unico sia della meravigliosa gola del Fiastrone sia dalla bellezza delle grotte stesse.

Origini e sviluppo del romitorio

La Grotta dei Frati, profonda circa 47 metri, si apre al di sotto delle strapiombanti pareti calcaree, che dalla zona di Sottacqua, nel versante sud del Fiegni precipitano sull’alveo del Fiastrone.

Nella grotta più grande fu eretta una piccola chiesa che era dedicata a Sant’Egidio, eremita molto caro ai Clareni, tanto che sull’opposto versante, gli fu anche dedicato uno scoglio detto appunto di S. Egidio.

Il Santo era abate ed eremita francese, molto caro all’immaginario dei monaci, il popolo lo rappresenta dimorante in una grotta con una capra (o una cerva) che gli fornisce il latte per averla salvata miracolosamente dalle frecce dei cacciatori.

Il “luogo di S. Egidio dell’ eremita” è già citato in documenti del 1256 e si tratta del più antico riferimento alla Grotta dei Frati, anche detta, nelle stesse carte, “Frati Minori di Fiegni“.

I Clareni successivamente intitolarono la chiesetta a Santa Maria Maddalena o “Santa Maria Maddalena de specu“. I Fraticelli, preso possesso di questo luogo provvidero a rendere più agibili le rocce che a strapiombo si affacciavano sul Fiastrone.

Acqua, costruzioni e organizzazione dell’eremo

Osservando attentamente la consistente opera edile eseguita dai frati, si può a buon motivo presupporre che essi prima costruissero la cisterna onde poter disporre di una abbondante quantità di acqua necessaria per spegnere la calce che unitamente all’argilla costituiva l’elemento di base per cementare le pietre utilizzate nella costruzione.

Di fatto i tre colmi di accesso dell’acqua alla cisterna sono collocati tutti verso il basso per permettere all’acqua di entrare e non di uscire. Siccome non vi sono fori d’uscita i frati sfruttavano anche la minima goccia che entrava nella cisterna.

Alla base del lato più alto e stato costruito un bacile che permette di raccogliere i detriti o residui provenienti dalla pulizia della vasca stessa, per cui chi l’ha progettata ha considerato anche il futuro utilizzo dell’acqua proveniente dallo stillicidio dei colmi e della roccia lasciata allo stato naturale che e ben visibile in fondo alla cisterna.

Effettuavano lo spegnimento della calce nell’incavo naturale che si trova tra la grotta grande e quella del lavatoio: ancora oggi è visibile, la fascia bianca lasciata dalla calce nella parte più in basso della roccia.

Dopo la cisterna, avendo necessità di una base di appoggio in piano, probabilmente avranno dedicato i loro sforzi alla costruzione dei muri di sostegno del perimetro esterno, alcuni tuttora ben visibili, per poter disporre di un piano di appoggio stabile per la costruzione del convento.

Il muro che cinge la parte ovest dell’eremo, verso la grotta detta dei “Partigiani”, mostra uno spessore di notevole consistenza ed e stato spiccato sfruttando ogni più piccola possibilità di appoggio della roccia che va a picco verso il fiume.

Sul terreno ormai livellato e stabile hanno provveduto a costruire il convento realizzandolo su un piano terra, primo piano e sottotetto; il piano terra in parte rimane sepolto sotto le macerie, ma da quanto e visibile si intuisce che questo era attraversato da un corridoio che immetteva sulle varie stanze o celle.

Dalla stanza che risulta essere la più grande e probabilmente adibita a refettorio, si può accedere all’interno della grotta passando dietro l’altare.

Al primo piano si accedeva tramite una rampa di scale tuttora intatte che si ergono alla destra dell’entrata alla grotta. Giunti alla sommità, rivolgendo lo sguardo verso destra e quindi contro la roccia, si notano i fori di appoggio delle travi che costituivano il solaio del sottotetto nonché quelli del tetto che per non subire infiltrazioni di acqua era stato infilato in un taglio di roccia trasversale fatto dai frati stessi.

L’eremo è di dimensioni notevoli considerando che le mura di sostegno si defilano lungo la roccia per una sessantina di metri e dall’entrata della grotta agli ultimi ruderi del convento ci sono venticinque metri.

Abbandono e recupero

Nel 1587 ci vivevano sette frati, uno in meno che a San Liberato. Nel 1652, in occasione della soppressione di alcune piccole comunità, il convento della Grotta fu affiliato a quello di Colfano, il cui superiore provvedeva, nei giorni festivi o ricordativi, al servizio religioso per i pastori e per i carbonai della zona.

Col passare del tempo, non essendoci più una vera comunità, si ebbe il degrado dell’ambiente e la vegetazione prese il sopravvento, il terriccio ed i detriti portati dalle acque che dall’alto scendevano verso il Fiastrone, invasero l’interno della grotta che rimase quasi interamente sepolta.

Negli anni ’70, grazie ai sacrifici di uno dei frati Minori di Colfano, P. Natale Sartini, i detriti sono stati asportati dall’interno della grotta che è tornata come era allo stato primitivo con la sua chiesetta, con la cisterna, l’altare e tutto il resto.

Le cavità laterali

Oltre alla grotta grande ve ne sono altre due ai lati, la prima di modeste dimensioni, ha sul fondo, dirimpetto all’entrata, un muretto di sostegno ed una piccola vasca simile ad un lavatoio o ad una fonte utilizzata dalla comunità.

Di qui l’appellativo di “Grotta del Lavatoio”. Forse l’esaurimento della sorgente, per abbassamento della falda idrica, segnò la fine del monastero.

Per l’acqua, certamente gli eremiti non potevano scendere al fiume, ne potevano utilizzare l’acqua della cisterna, che, non avendo ricambio, diventava stagnante. Poteva essere utilizzata per la pulizia personale e per gli animali: qualche capra o asino.

All’altra grotta che si trova oltre l’eremo si accede da un sentierino molto angusto. L’accesso alla grotta e ampio ma di modesta altezza.

E’ ubicata a strapiombo, sul vuoto, con un salto di 250 metri a picco sul Fiastrone. All’interno e stata posta una Madonnina.

E’ chiamata Grotta dei Partigiani perché nell’ultimo conflitto vi hanno trovato rifugio gli uomini della resistenza delle frazioni vicine.

La chiesa ipogea

Entrando nella cavità, si accede ad un atrio di dimensioni nove metri per nove, alto dai quattro ai cinque metri, sul cui fondo si erge la cappellina ipogea.

Un muro curvo, che delimita a sinistra l’ambiente e si ricongiunge alla chiesuola, simula una irregolare navata, con la cappellina in funzione di abside o di porziuncola.

L’edicola ha forme quadrate di quattro metri e mezzo di lato, con una altezza alla chiave di volta di tre metri e sessanta. Ha facciata cuspidata con un arco ogivale che poggia su mensole; la volta a crociera ha vele sostenute da costoloni di cotto, che si dipartono dagli spigoli e poggiano anch’essi su mensole.

L’austerità e la semplicità stilistica è massima; una nicchietta trilobata e la cornice modanata della cuspide è tutto quello che orna la facciata.

La copertura è ormai inglobata tra i detriti e le concrezioni, in un unico ammasso; sul lato destro una porticina permette l’accesso ai vani ipogei posteriori.

Tutto il complesso è costruito in pietra sponga, un travertino molto poroso, che si deposita abbondantemente nei pressi delle sorgenti calcaree, estratto sicuramente nella zona, facile da lavorare.

La pavimentazione è in mattoni, affiancata al lato sinistro della grotta, a livello del pavimento vi è una cisterna costruita per raccogliere le infiltrazioni d’acqua della parete rocciosa.

Dietro alla cappellina si può accedere per un angusto passaggio al resto della cavità naturale costituita da un condotto che scende verso il fondo chiuso, dove spesso dimora una piccola colonia di pipistrelli.

Grotta dei Frati cappella ipogea Fiastrone

Altri eremi e monasteri rupestri nelle Marche

Eremo dell’Acquarella

L’eremo di Santa Maria dell’Acquarella, detto anche “Romitella”, somiglia decisamente ad una torre solitaria che si erge, a 711 metri d’altitudine, tra i monti Maltempo e Cipollara.

Realizzato in epoca medievale allo scopo di difendere il vicino castello di Albacina, è in realtà una semplice costruzione di pietra affiancata da una chiesetta del XV secolo con tetto a capanna.

L’intero complesso è però immerso in un contesto naturale di grande attrattiva, caratterizzato com’è da estese foreste, massicci bastioni calcarei e fresche sorgenti.

Nel 1529 l’eremo ha visto la nascita della nuova congregazione francescana dei Frati Minori della Vita Eremitica, meglio noti come “cappuccini”.

Monastero ed Eremo di San Silvestro

L'Eremo di San Silvestro in Montefano di Fabriano venne fondato da San Silvestro Guzzolini nel 1231 in prossimità della sorgente fonte Vembrici, come sede del nuovo ordine monastico da lui costituito, in seguito denominato Congregazione Silvestrina.

Nello stesso anno fu edificato dai Silvestrini il Monastero di San Benedetto entro le mura di Fabriano, dove nel 1390 trovarono rifugio, per motivi di sicurezza, gli stessi monaci di Monte Fano.

Ormai privo di manutenzione, il cenobio di Monte Fano viene restaurato intorno alla metà del 1400. Molti interventi di miglioria e ampliamento sono poi effettuati tra il XVII e XVIII secolo, periodo al quale è riconducibile l’aspetto attuale, ad eccezione dell’edificio situato al di sopra del monastero risalente agli anni Cinquanta del secolo scorso.

Dopo le soppressioni del 1810 e del 1866, l’eremo torna ad essere il centro spirituale della Congregazione Silvestrina.

Nel coro della chiesa sono da segnalare: una tela di Claudio Ridolfi (1644), allievo del Tiepolo, raffigurante La Madonna che porge l'Eucarestia a S.Silvestro e quattro statue lignee dorate del secolo XVII.

Le reliquie di S.Silvestro sono conservate in un’urna moderna. La Chiesa Inferiore, edificata nel XIII secolo, è dedicata a S.Benedetto.

Le 24 lunette che ornano le pareti dei chiostri del monastero sono opera di Antonio Ungarini di Fabriano (1771) e rappresentano episodi della vita di San Silvestro abate, ricavati dalla Vita Silvestri, scritta dal monaco Andrea di Giacomo da Fabriano tra il 1274 e il 1282.

Monte Fano attualmente ospita una comunità monastica molto attiva culturalmente e spiritualmente; oltre agli studi e alle ricerche curate dai monaci, l'eremo si caratterizza per la presenza di un efficiente laboratorio di restauro del libro antico, una biblioteca storica che vanta 70.000 volumi, l’archivio storico della Congregazione Silvestrina e una foresteria.

In un’ala dell’ex-collegio sono state ricavate 30 camere, debitamente attrezzate e con vista panoramica. La comunità monastica silvestrina accoglie tutto l'anno piccoli gruppi, in un reparto autogestito, per giornate di ritiro guidate da un monaco, con la partecipazione alla preghiera della comunità.

Monastero ed Eremo di Santa Maria di Valdisasso

Il villaggio di Valleremita trae nome dall’antico cenobio benedettino che ospitò, secondo la tradizione, San Francesco (1210) nel suo passaggio a Fabriano.

Nel 1405 passò di proprietà a Chiavello Chiavelli, signore di Fabriano, e forse in quell'occasione si adornò del prezioso polittico di Gentile, che le spoliazioni napoleoniche trasferirono alla costituenda Pinacoteca di Brera nel 1811.

Passato quindi ai francescani, il convento divenne nel Seicento uno dei maggiori della regione; oggi il fabbricato, riedificato col materiale di spoglio originale conserva un suo innegabile fascino, anche grazie al forte legame che San Francesco ha avuto con Fabriano, come attestano diversi studiosi.

L'eremo è immerso nella vegetazione e circondato da un bosco di secolari faggi.

L’intervento di restauro e valorizzazione dell’eremo del Sasso di Valleremita finanziato dalla Regione Marche, nasce da più esigenze, tutte di grande rilevanza sociale e storico culturale e si è reso possibile grazie al connubio di vari soggetti pubblici con il contributo fondamentale della comunità dei Frati Minori che da sempre hanno abitato la struttura e l’hanno resa nei secoli uno dei più importanti centri mondiali della spiritualità francescana.

I lavori sono cominciati a febbraio 2012 e in due anni sono stati restaurati e restituiti alla comunità 1.500 mq del complesso originario.

Grazie agli scavi sono stati ritrovati dei locali e muri antichi ed una fontana.

La Regione Marche ha l’obiettivo di realizzare un centro in grado di poter svolgere molteplici funzioni: incontri; convegni ed iniziative legate alla valorizzazione culturale e turistica del territorio; accoglienza per gruppi interessati alla conoscenza del monumento per la sua valenza storico-artistica-architettonica e quale importante realtà nella vita del francescanesimo in ambito marchigiano.

Un modo nuovo di dialogo fra laici e religiosi, aperto e rispettoso delle differenti identità.

Eremo di Monte Giove

Nelle immediate vicinanze di Fano sorge l'Eremo di Monte Giove, eretto sulla sommità del colle omonimo (m.223) nel primo ventennio del sec. XVII dalla Congregazione Camaldolese di Monte Corona.

La sommità del colle divenne proprietà dei monaci della Congregazione Camaldolese dell’ordine di San Benedetto a partire dal 1609, anno di costruzione del loro convento, ultimato nel 1627.

Alla sua edificazione contribuirono molti benefattori e lo stesso comune di Fano, che si impegnò a concedere alla famiglia religiosa una notevole quantità di grano.

L’Eremo acquistò ben presto grande popolarità tanto da ricevere la visita della regina di Svezia Cristina Alessandra Maria nel 1657.

Nel 1741, a causa di cedimenti dovuti all’instabilità del terreno, la chiesa venne completamente ricostruita in posizione più arretrata, su disegno dell’architetto riminese Gian Francesco Buonamici.

La chiesa attuale, dedicata al Salvatore, a pianta ottagonale e con facciata tripartita, conserva al suo interno le quattro statue di San Benedetto, Santa Scolastica, San Pier Damiani e San Bonifacio, eseguite dallo scultore riminese Carlo Santi.

Inoltre presenta una statua di san Romualdo da Ravenna, fondatore dell’ordine Camaldolese, opera del veneziano Antonio Corradini.

La tela della Trasfigurazione che sovrasta il coro e l’altra della Madonna con santi e l’arcangelo Gabriele poste nella sagrestia sono del pesarese Gianandrea Lazzarini.

Dalla precedente chiesa seicentesca provengono le due tele raffiguranti "S. Romualdo e il faggio del miracolo" e "Cristo bambino con la croce, San Giuseppe e i Santi Maria Maddalena, Benedetto, Romualdo e Scolastica" del pittore camaldolese Venanzio da Camerino.

La cappella di sinistra, fatta erigere da Guido Nolfi, è dedicata a Sant'Onofrio e a San Giuseppe.

L’eremo, abitato attualmente da sette monaci e una monaca, dispone di una biblioteca con 1000 volumi, la sacrestia con gli arredi originali del Settecento, una farmacia e una foresteria, che può ospitare fino a 30 persone, in camere singole e doppie; generalmente l' ospitalità non deve durare più di una settimana.

In alcuni periodi dell'anno si apre alla comunità con incontri religiosi, di meditazione e giornate di studio sulla teologia.

Eremo di San Leonardo al Volubrio

L’Eremo-Santuario di San Leonardo al Volubrio può essere raggiunto attraverso l’escursione alle Gole dell’Infernaccio, passando per un sentiero che sale a destra inoltrandosi nel secolare bosco di faggi.

L'Eremo è stato riportato all'antico splendore dall'eroismo del frate cappuccino Pietro Lavini, che per 25 anni ha lavorato in solitudine per ricostruire l'antico Priorato, uno dei più antichi e belli delle Marche.

Un tempo qui fu fiorente un Priorato benedettino, legato al Monastero di Santa Croce di Fonte Avellana (PU) dal XII al XV sec.; in seguito il Priorato fu assegnato ai Camaldolesi di Monte Corona, che lo tennero fino all’incameramento dei beni da parte del demanio, al tempo dell’unità d’Italia.

Eremo di San Marco

L'eremo di San Marco è un romitorio che si trova nel comune di Ascoli Piceno, a sud della città.

L'edificio religioso è abbarbicato alla parete rocciosa del Colle San Marco, nei pressi della frazione di Piagge.

Visibile da piazza del Popolo, è stato costruito in blocchi di travertino grossolanamente squadrati e vi si accede mediante una possente scalinata in pietra che, come un ponte, attraversa il profondo burrone.

Il suo fronte è costituito dall'accostamento di due corpi di fabbrica, ovvero il campanile sulla sinistra e la facciata scandita orizzontalmente da un doppio ordine di bifore divise verticalmente da una colonnina centrale con capitello.

Come leggere il paesaggio degli eremi marchigiani

Le grotte e gli eremi delle Marche non sono soltanto luoghi di preghiera, ma anche architetture adattate alla montagna. Le cavità furono spesso integrate con muri di sostegno, cisterne, altari, celle, chiostri e piccoli edifici religiosi, seguendo le caratteristiche della roccia e la disponibilità dell’acqua.

In diversi casi l’ambiente naturale condizionò direttamente la forma del complesso: la presenza di una sorgente rese possibile la permanenza della comunità, mentre l’isolamento, la pendenza e la difficoltà di accesso favorirono la scelta eremitica.

La vegetazione contribuisce oggi a conservare il carattere appartato di questi luoghi. Le faggete, le leccete, i boschi di carpini e ornelli, la macchia mediterranea e le gole calcaree nascondono spesso resti di muri, archi, altari, cisterne e tracce di antichi percorsi.

La storia spirituale delle Marche comprende quindi esperienze diverse: l’eremita solitario nella cavità naturale, la comunità raccolta attorno a una chiesa, il monastero organizzato secondo una regola, il santuario legato a un’immagine mariana e il luogo di culto ricavato da una precedente cava o da un riparo naturale.

Chiesa ed Eremo di Sant'Eustachio in Domora - San Severino Marche

Indicazioni per la visita

Molti siti si trovano in aree boschive o lungo versanti rocciosi e sono raggiungibili soltanto a piedi. L’eremo si raggiunge solo a piedi facendo una lunga camminata in salita nel bosco di lecci, il sacrificio è poi ripagato da uno spettacolo unico sia della meravigliosa gola del Fiastrone sia dalla bellezza delle grotte stesse.

La visita richiede attenzione nei tratti ripidi, nei passaggi esposti e sui sentieri poco evidenti. È importante rispettare le strutture, non entrare nei vani instabili e non alterare l’ambiente delle cavità, comprese le zone frequentate dalla fauna.

Le valli del Foro e dell’Angelo sono due tipiche valli appenniniche. Dominate dalla presenza del faggio queste valli sono ricche di acqua e sorgenti.

Queste caratteristiche ne fanno l'habitat ideale per gli anfibi come le salamandre. Qui vivono e si riproducono sia la Salamandra pezzata che la Salamandrina dagli occhiali.

Il percorso è facile anche se ripido in alcuni tratti e lievemente esposto. Risulta sempre molto fresco, anche in piena estate, grazie alla presenza della fitta faggeta.

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