È giusto essere indulgenti con i giovani?

Essere indulgenti con i giovani non significa giustificare ogni comportamento o abbassare le aspettative, ma offrire fiducia, ascolto e il tempo necessario per crescere, imparare dagli errori e assumersi gradualmente le proprie responsabilità. L’indulgenza educativa è autentica quando riconosce la dignità della persona senza rinunciare alla verità, alla giustizia e alla necessità di scegliere.

I più grandi insegnanti sanno che talvolta può mancar loro una risposta o la pazienza, ma di una cosa non debbono mai mancare: della fiducia totale nei loro studenti. Credo che molti giovani, oggi, vorrebbero sentire nei propri confronti la stessa fiducia, vorrebbero venisse loro affidato con la stessa generosità il proprio avvenire.

Indulgenza non significa rinunciare alla responsabilità

In relazione a questo aspetto, l’ambiente che ci circonda ha un ruolo significativo: non dobbiamo solo essere indulgenti verso noi stessi per permetterci di essere creativi, ma anche verso gli altri. Penso sia un passo culturale molto importante per consentire la crescita di startup nel Paese.

Ogni scelta che si compie, soprattutto se si vivono più percorsi contemporaneamente, implica sacrifici, implica dire di “no”; illudersi di potere fare tutto è la ricetta migliore per naufragare, a mio parere. Questo non ostacola certo il seguire le proprie passioni, basta non esserne governati: uno dei criteri a cui mi sono sempre riferito è il tentativo di capire quale sia l’impatto che voglio avere sulla realtà che mi circonda, che cosa voglio fare concretamente nei miei giorni, non in relazione agli oggetti o agli onori che un certo ruolo permette di collezionare.

In breve, concentrandomi su ciò che voglio essere, non su ciò che voglio avere. Siamo sempre vincolati ad urgenze incalzanti che possono portarci lontano da ciò che siamo, o a non chiederci mai chi siamo; seguire le proprie passioni in maniera ragionata permette l’acquisizione di una visione di lungo periodo, consentendo di raggiungere anche ciò che per la propria realizzazione è più importante.

Essere indulgenti, dunque, non vuol dire incoraggiare l’impulsività, l’irresponsabilità o l’idea che ogni desiderio debba essere immediatamente soddisfatto. Vuol dire accompagnare i giovani mentre imparano a distinguere ciò che conta davvero, a stabilire priorità e a valutare le conseguenze delle proprie decisioni.

Il valore dell’errore e del fallimento

Penso sia rilevante, in questo, essere consapevoli di sé: fallire rappresenta un momento formativo. “Andare avanti a tutti i costi” denota un atteggiamento che può indurre ad ignorare ciò che possiamo imparare dal fallimento. D’altra parte, esserne costantemente preoccupati impedisce di vivere al meglio il presente.

Sperimentando l’insuccesso è necessario il coraggio di concedersi il giusto tempo per riflettere. L’agio del percorso, inoltre, dipende in gran parte dai compagni di viaggio scelti: se la squadra è forte si ottiene motivazione reciproca per proseguire anche nei momenti personali più difficoltosi.

Per me l’aspetto più complicato è stato rinunciare ad un appello per riuscire a partecipare ad un concorso con la start up (che alla ne abbiamo vinto): è arduo venire a patti con il tempo, con le possibilità e soprattutto con il proprio orgoglio. Iniziare non è stato semplice: il Sant’Anna richiede frequenza a 3 corsi in più rispetto all’università statale all’anno, ad un corso di lingua e una tesina da discutere annualmente di fronte ad una commissione; pertanto il tempo libero scarseggia.

L’indulgenza verso chi sbaglia non elimina le conseguenze dell’errore, ma impedisce che l’errore venga trasformato in una condanna definitiva della persona. Un giovane deve poter riconoscere ciò che non ha funzionato, correggere la rotta e riprovare senza essere schiacciato dalla vergogna o dall’etichetta di “incapace”.

Fiducia, aspettative e crescita

Concetto Marchesi, rettore dell’Università di Padova (M.O. Valor Militare), fu un formidabile maestro: nel novembre ’43 si appellò ai giovani italiani perché liberassero e ricostruissero il loro popolo e il loro Paese. Qquale enorme responsabilità, quale vitale compito quest’uomo ha con fiducia affidato ai suoi studenti e ai giovani italiani? Nemmeno per un istante egli ha dubitato delle loro capacità.

Immaginatevelo allora il vostro avvenire, anzi leggetelo: c’è un futuro intero nella nostra Costituzione che aspetta il vostro fiato e le vostre gambe per farsi presente. E il cuore di quella Carta è la persona e la dignità che mai le può essere sottratta.

Abbiate ancora fiducia nelle persone: in voi, negli altri; credete che le cose miglioreranno, che voi le migliorerete vivendo onestamente: solo buoni cittadini fanno buone istituzioni. Impegnatevi: c’è tra voi certamente qualcuno che saprà ridare dignità anche alla politica, riportandola al suo compito più alto: immaginare società più libere e giuste.

La fiducia non è una forma di indulgenza superficiale. Affidare responsabilità ai giovani significa riconoscere che possono diventare protagonisti del proprio futuro, anche quando non hanno ancora esperienza sufficiente o quando commettono errori. Un’educazione che non si fida mai finisce per produrre dipendenza, paura e conformismo.

Insegnare principi, non soltanto regole

Perché è importante che insegniamo principi e non regole? In una rubrica degna di nota del Church News, Tad R. Callister, il nostro ex presidente della Scuola Domenicale, ha detto quanto segue su questo argomento: “In primo luogo, le regole spesso si limitano a una o forse a poche situazioni specifiche, mentre i principi hanno generalmente un’applicazione molto più ampia. In secondo luogo, i principi creano un ambiente che massimizza l’arbitrio, mentre le regole tendono a minimizzare l’arbitrio limitando [e] a volte persino dettando le nostre scelte”.

A ciò aggiungerei che il Salvatore sostituì la legge di Mosè, che era basata sulle regole, con la legge superiore di Cristo, che è basata sui principi. Il fratello Callister ha approfondito questo principio come segue. Ha detto: “I principi sono compatibili con la legge superiore, le regole con quella inferiore. Il nostro obiettivo costante dovrebbe essere quello di insegnare principi dottrinali. Perché? Perché sono i principi ad avere la capacità maggiore di elevarci alle altezze celesti e, alla fine, saranno i principi - non le regole - a governare nel regno celeste”.

Insegnare principi significa lasciare spazio al giudizio, alla coscienza e alla crescita personale. Una regola può indicare che cosa fare in una circostanza precisa; un principio aiuta invece a comprendere come orientarsi quando la situazione cambia.

Inoltre, insegnando un principio invece di un’applicazione, invitiamo lo studente ad agire come agente nel processo di apprendimento, nel proprio processo di crescita; poi, lo studente, prendendo un principio, può cercare la rivelazione personale, può studiarlo di più per conto proprio e stabilire qual è il passo migliore da fare nell’applicare quel principio alla circostanza personale.

Questa impostazione richiede un’indulgenza intelligente: non ci si aspetta che il giovane sappia già applicare perfettamente ogni principio, ma non lo si tratta nemmeno come qualcuno incapace di pensare e scegliere. Gli si offre una direzione e, insieme, la possibilità di esercitare la propria libertà.

L’amore come forma di educazione

Ciò che traggo da questo grande insegnamento del presidente Eyring è che le cose di maggior valore per i nostri studenti faranno loro stabilire un legame, in modi personali e profondi, con il Padre Celeste e Gesù Cristo. Dobbiamo insegnare quelle cose che aiuteranno uno studente a percepire e a comprendere le verità del Vangelo, ma in modo particolare le verità riguardanti la realtà di Gesù Cristo e della Sua Espiazione e risurrezione, e li aiuteranno a sentire che, in maniera pratica, Gesù Cristo ha il potere di guarirli, aiutarli, confortarli e purificarli.

Penso che la responsabilità o il ruolo primario dello Spirito Santo sia quello di testimoniare del nostro amorevole Padre Celeste e di Gesù Cristo quale figura centrale nel piano del Padre Celeste. Quindi, se vogliamo invitare lo Spirito Santo nelle nostre aule, concentriamoci su quelle cose di cui Egli renderebbe testimonianza.

La pandemia abbia accentuato l’elemento di ministero che è inerente all’insegnamento del Vangelo. Penso che stiamo migliorando nell’ascoltare gli studenti, nell’individuare le loro necessità e le loro capacità e nel venire loro incontro, nell’amarli per come sono e nel trovare modi creativi per aiutarli ad avvicinarsi al Padre Celeste e a Gesù Cristo.

L’amore educativo non coincide con la permissività. Amare un giovane significa anche aiutarlo a riconoscere le proprie responsabilità, a comprendere gli effetti delle proprie azioni e a sviluppare la capacità di riparare quando ha causato un danno. La correzione, quando è necessaria, deve però salvaguardare la dignità e non trasformarsi in umiliazione.

Aiutare i giovani a scegliere ciò che conta

Quando penso a questo in questi giorni in cui ci sono così tante influenze mondane che circondano noi e i nostri studenti, penso che dobbiamo ricordare che le cose del mondo - le cose che il mondo apprezza, qualunque esse siano - hanno un valore temporaneo. Col tempo, sono meno importanti dei principi necessari per imparare lo scopo di questa vita e il nostro destino nell’eternità.

Penso che se aiutiamo i nostri studenti a capire che devono decidere in che modo trascorrono il loro tempo e a cosa dedicano la loro attenzione, questo li aiuterà a conoscere e ad amare il Padre Celeste e Gesù Cristo. E un altro pensiero che associo a questo è qualcosa che lei ci ha insegnato in una recente Conferenza generale, presidente Oaks, e consiste nel porsi la domanda: “Dove porterà questo?”, e considerarla nel contesto delle domande: “Questo mi sta portando più vicino al Padre Celeste e a Gesù Cristo? Mi sta portando a realizzare la mia identità divina o il mio scopo divino?”.

Inoltre, possiamo aiutare i nostri studenti a capire anche questo filtro nelle loro scelte relative a come trascorrono il loro tempo e a cosa guardano o ascoltano o su cosa posano lo sguardo. Devono fare le loro scelte. Ma potremmo aiutarli a domandarsi: “Dove porterà questo? Mi porterà più vicino al Padre Celeste e a Gesù Cristo?”.

DomandaFunzione educativa
“Dove porterà questo?”Aiuta a considerare le conseguenze delle proprie scelte.
“Questo mi sta portando più vicino al Padre Celeste e a Gesù Cristo?”Aiuta a valutare il rapporto tra le azioni quotidiane e i propri valori.
“Mi sta portando a realizzare la mia identità divina o il mio scopo divino?”Aiuta a collegare le decisioni alla propria crescita personale.

Penso però che possiamo anche aiutarli a vedere il ruolo che il Vangelo svolge nella loro vita quotidiana. Così, per esempio, quando ero uno studente ho imparato che se osservavo la santità del giorno del Signore e se studiavo le Scritture prima di studiare, ero effettivamente uno studente migliore, invece di provare a separare queste cose e dire: “Dedicherò del tempo allo spirituale e dedicherò del tempo al secolare”.

In ogni aspetto della mia vita, quando includo il Padre Celeste - quando invito il Suo Spirito ad aiutarmi - allora anche quando si tratta delle cose che ai nostri studenti possono sembrare di natura più materiale, essi scorgono la pertinenza del Vangelo rispetto alle cose che stanno cercando di realizzare nella loro vita. Invece di competere per il loro tempo, questi aspetti si uniscono.

Uno dei criteri a cui mi sono sempre riferito è il tentativo di capire quale sia l’impatto che voglio avere sulla realtà che mi circonda, che cosa voglio fare concretamente nei miei giorni, non in relazione agli oggetti o agli onori che un certo ruolo permette di collezionare. Concentrandomi su ciò che voglio essere, non su ciò che voglio avere.

La scuola e la formazione della coscienza

Questo lavoro parte anche dalla scuola. Nella scuola italiana c’è l’ora “Cittadinanza e Costituzione”: tra gli obiettivi ci sono la costruzione del senso di legalità e responsabilità, la conoscenza della Costituzione e dei suoi principi, in particolare i diritti inviolabili dell’uomo: la libertà e la pari dignità sociale.

Anche l’insegnamento storico della Resistenza è efficace a formare una cittadinanza consapevole nelle nuove generazioni; questo insegnamento risponde a due obiettivi: il primo è la ricostruzione storica, attraverso l’uso critico delle fonti, degli avvenimenti di quei 20 mesi; il secondo è l’educazione all’uso della memoria, considerando le memorie diverse e divise che ancora incidono sul nostro presente, per giungere poi a un giudizio storico su contesti e motivazioni di quelle memorie contrastanti.

La Resistenza, pertanto, può divenire un banco di prova per esercitare l’uso critico della ragione e confrontarsi con valori forti. La scuola insegna così a essere onesti piccoli cittadini, orgogliosi di una Costituzione nata dalla Resistenza che, lungi dall’essere fino in fondo applicata, occorre sempre più salvaguardare dai tentativi di sabotaggio.

La scuola non può farcela da sola a immaginare e rifondare una società migliore su questi principi. Occorre che tutta la società dia corpo alle conoscenze che la scuola trasmette, che ne sia modello non smentita.

La scuola insegna a essere onesti piccoli cittadini, orgogliosi di una Costituzione nata dalla Resistenza che, lungi dall’essere fino in fondo applicata, occorre sempre più salvaguardare dai tentativi di sabotaggio. Nonostante la politica investa poco e male nella scuola, grazie alla buona volontà di molti insegnanti, la miglior parte della nostra società cresce fra i banchi di aule troppo spesso sgangherate: si vaccina al razzismo con la conoscenza dell’altro, al fascismo con il sapere.

Educare all’antifascismo e alla democrazia

Mi chiamo Irene Barichello, ho 33 anni e sono un’insegnante, non sono una partigiana, ma sono un’antifascista, e l’antifascismo non ha età, perché poggia sui valori e i principi intramontabili che strutturano la nostra Costituzione.

La democrazia è meravigliosa e difficile proprio perché prevede il dissenso, la minoranza, la critica. È comodo ma pericoloso sperare nelle scorciatoie antidemocratiche che, in Italia e in Europa, ci vengono proposte e ottengono consensi: le destre nazionaliste e xenofobe, con un copione sempre identico, di fronte alle crisi anziché cercare soluzioni autentiche e stabili, additano colpevoli e capri espiatori.

Il fascismo non è solo il lugubre Ventennio della nostra Storia; fascismo è qualsiasi idea politica che ruoti attorno alla violenza e della violenza faccia una prassi politica per giungere al dominio sull’altro.

Ne consegue, quindi, che antifascismo e Resistenza non sono parole buone solo per il periodo ’43 e il ‘45 in Italia, ma hanno vita più lunga, perché la resistenza deve guardare di volta in volta alle più progredite forme di annichilimento e mortificazione dell’uomo.

Resistere contro chi, ieri oggi e sempre, minaccia le libertà individuali, nega la giustizia sociale e discrimina i cittadini è ancora una lotta, un lavoro lungo che richiede impegno e forze enormi, certo, ma - avrebbe detto qualcuno - è una prova che può riempire degnamente una vita.

La giovinezza davanti alle crisi

È a noi che non abbiamo, allora, né combattuto, né visto che tocca scegliere e parlare adesso, se vogliamo che non finisca. Prepariamoci, dunque, con serietà e coraggio.

La sfida che tocca non solo agli insegnanti, ma a tutti noi che viviamo in questo complicato e straordinario patto di cittadinanza che si chiama democrazia è difficile, perché si capiscono meglio le cose che si provano rispetto a quelle che si immaginano e perché la democrazia, per fortuna, lascia spazio alla parola di tutti, anche di chi non la pensa come noi.

La sfida è far comprendere quali siano i valori fondamentali per ogni uomo senza arrivare a far sì che se ne accorga perché privatone: infatti, se non lo difendiamo, il grado di civiltà in cui viviamo potrebbe anche regredire.

I giovani no, la giovinezza non conosce paura, perché è incosciente, audace, generosa e fiduciosa di sé e dell’altro. La Resistenza fu giovane e incosciente: non bastò a fermarla nemmeno la paura delle torture, dei plotoni d’esecuzione sulla sua schiena.

Questa fiducia nei giovani non deve però diventare una loro idealizzazione. Essere indulgenti con i giovani significa riconoscere il loro potenziale e, allo stesso tempo, aiutarli a sviluppare prudenza, discernimento e senso del limite. La giovinezza può essere audace e generosa, ma ha bisogno di educazione per trasformare l’entusiasmo in responsabilità duratura.

Memoria, esempio e responsabilità

La memoria del male assoluto ha come scopo di tenere vivi e presenti davanti agli occhi gli effetti devastanti di una ideologia totalitaria come il nazismo, non solo, ma anche i collaterali effetti devastanti dell’indifferenza se non dell’acquiescenza rispetto all’orrore.

La memoria che si concentra sull’orrore è una memoria tragica e di per sé potrebbe indurre a una paralisi emotiva, a un senso di disperazione, come in più casi è accaduto, rispetto alla natura umana o più in generale rispetto al senso dell’esistere. Un modo per non rimanere paralizzati dalla memoria del male è quello di fare della memoria un uso diverso, positivo, pur nel contesto tragico da cui emerge.

È qui che ci vengono in soccorso le azioni dei Giusti. Ricordare il bene che essi hanno compiuto significa innanzitutto tenere vivi i valori per cui essi hanno rischiato la vita e spesso l’hanno perduta.

In un certo senso i Giusti ci insegnano a leggere in controluce la storia. I Giusti, al contrario, non hanno sempre bisogno di un’azione collettiva, anche se spesso si coordinano per compiere azioni di salvataggio.

Il moto di ribellione del giusto deriva da una assunzione di responsabilità che, a sua volta, si spiega come una specie di conversione interiore. L’assunto da cui parte il giusto è di tipo etico prima ancora che politico nel senso nobile della parola.

Il giusto si riconosce semplicemente essere umano fra gli esseri umani e non si erge a giudice di nessuno. Non agisce contro ma a favore di qualcuno. Il giusto include e accoglie e non distrugge mai.

Il giusto non vuole soccombere allo stesso processo di disumanizzazione di cui è vittima il persecutore. Per lui questo significherebbe “vendere l’anima”. Agire secondo coscienza e solo secondo coscienza è l’imperativo categorico dei giusti.

Questo non vuol dire che i Giusti si sentono degli eroi. Sanno che agire responsabilmente può comportare il rischio della vita, cercano di proteggersi, certo, ma non esitano ad anteporre alla loro vita il bene che rende la vita stessa degna di essere vissuta.

I Giusti non hanno teorie da dimostrare o ideologie da realizzare, e non ritengono neppure di dover insegnare qualcosa a chicchessia. Eppure, in un contesto politico sociale in profonda crisi come il nostro, qualcosa i Giusti avrebbero da insegnarci, o meglio, da proporci.

Ma, quel più conta, potrebbero ispirare comportamenti ed essere da esempio alle giovani generazioni, perché le loro vite sono la dimostrazione che nei momenti drammatici della storia dell’umanità si può sempre agire responsabilmente, si può decidere da quale parte stare senza farsi condizionare da convenienze o calcoli egoistici.

Accogliere senza odiare

Questa capacità di immedesimarsi nel proprio simile non è un semplice atto di altruismo. Direi che se la Hillesum ha visto con grande chiarezza e profondità ciò che si cela dietro la capacità di immedesimarsi negli altri, tutti i giusti condividono in modo sottaciuto la stessa prospettiva, che consiste nella convinzione che salvare l’umanità nell’altro significa salvare l’umanità in se stessi.

Non ci si può limitare a liberarsi dall’odio genericamente inteso; ci si deve liberare dai pregiudizi che di quell’odio sono la causa. Quelle che per la cultura ufficiale sono categorie antropologiche o giuridiche o addirittura scientifiche, per i giusti sono vuoti stereotipi.

Categorie quali razza o classe sociale o altro ancora, sono alla base di ideologie che cancellano l’individuo e la sua concretezza. Esse sono nient’altro che lo strumento attraverso il quale si inducono gruppi sociali o interi popoli ad affermare la propria identità in modo egoistico e conflittuale.

“Questo non significa essere indulgenti nei confronti di determinate tendenze, si deve ben prendere posizione, sdegnarsi per certe cose in certi momenti, provare a capire, ma quell’odio indifferenziato è la cosa peggiore che ci sia. É una malattia dell’anima”.

Questa distinzione è decisiva anche nell’educazione: comprendere una persona non significa approvare ogni sua azione, così come condannare un’ingiustizia non significa odiare indiscriminatamente tutti coloro che appartengono a un gruppo. L’indulgenza autentica conserva la capacità di giudicare, ma rifiuta il disprezzo verso la persona.

Il ruolo dell’insegnante

In effetti, ascoltare le sue parole di guida ha fatto sorgere diverse domande di cui ci piacerebbe discutere. Come possiamo assicurarci che, tra tutte le cose diverse che potremmo insegnare, diamo la priorità a quelle che saranno di maggior valore per i nostri studenti?

Di tutte le verità che si potrebbero trarre da questo blocco scritturale, quali aiuteranno i miei studenti ad avvicinarsi di più al Padre Celeste e al Salvatore e condurre alla salvezza? Quando preparate una lezione, cercate i principi che convertono.

Un principio che converte è quello che conduce a obbedire alla volontà di Dio. Ciò che rende unico il Sistema Educativo della Chiesa è la nostra responsabilità scritturale di cercare l’apprendimento non solo mediante lo studio, ma anche mediante la fede.

La pandemia abbia evidenziato che abbiamo degli insegnanti meravigliosi, che essi amano veramente Dio e amano gli studenti e sono andati ben oltre quello che è loro richiesto, e siamo profondamente grati.

Abbiamo insegnanti che stanno cercando di insegnare in presenza e che stanno imparando a insegnare online. Hanno indossato mascherine che a volte sono scomode. A volte hanno corso dei rischi e lo hanno fatto con un grandissimo amore per i loro studenti e per il Padre Celeste e con grandissimo impegno.

L’insegnante indulgente non è quello che evita ogni difficoltà, ma quello che sa accompagnare lo studente dentro la difficoltà senza abbandonarlo. Ascolta, osserva, corregge, incoraggia e propone obiettivi proporzionati, mantenendo insieme fermezza e rispetto.

La guida dello Spirito e il discernimento

Penso che la chiave per le impressioni dello Spirito Santo sia prendere il sacramento, perché nelle alleanze che facciamo quando prendiamo il sacramento c’è la promessa che avremo “sempre [con noi] il suo Spirito”. Questo è fondamentale.

Se ci concentriamo sul Salvatore - se ci ricordiamo di Lui quale esempio di come vivere il Vangelo e attingiamo al Suo potere e ai Suoi insegnamenti - se ci ricordiamo di Lui, invitiamo lo Spirito Santo a far parte dell’esperienza di apprendimento.

Nei giorni a venire, non sarà possibile sopravvivere spiritualmente senza la guida, la direzione, il conforto e l’influenza costante dello Spirito Santo.

Dobbiamo capire che il diavolo è il padre delle menzogne, “un mentitore fin dal principio”, dicono le Scritture. Il modo più astuto con cui diffonde le sue menzogne è mescolandole con la verità, adescando e infettando così le ricerche effettuate dalle persone buone con il suo miscuglio di verità e menzogne.

Di conseguenza, tra le cose più preziose che possiamo cercare di imparare nella mortalità ci sono gli insegnamenti dello Spirito Santo che ci permettono di essere vigili rispetto a ciò che è vero e a ciò che non lo è.

Aiutare i giovani a discernere è una forma di indulgenza responsabile: non si presume che sappiano già riconoscere ogni influenza, ogni manipolazione o ogni falsa promessa, ma li si educa a porre domande, verificare ciò che ascoltano e assumersi la responsabilità delle proprie convinzioni.

Una fiducia che chiede impegno

Abbiate ancora fiducia nelle persone: in voi, negli altri; credete che le cose miglioreranno, che voi le migliorerete vivendo onestamente: solo buoni cittadini fanno buone istituzioni.

Impegnatevi: c’è tra voi certamente qualcuno che saprà ridare dignità anche alla politica, riportandola al suo compito più alto: immaginare società più libere e giuste. E questo Paese ha disperatamente bisogno di politica buona e sana.

Una politica che, da quando ci si è dati una Costituzione intrinsecamente antifascista, dovrebbe essere tutta, naturalmente, antifascista. Né, d’altra parte, è pensabile che i valori Resistenziali siano esclusivi di questo o quel partito: guai a cedere alla tentazione di credere l’antifascismo presupposto solo di pochissimi “puri”: è la maniera migliore per rendere faziosi dei principi che invece dovrebbero costituire le premesse democratiche e non negoziabili del confronto politico in un Paese civile.

La fiducia nei giovani diventa educativa quando si accompagna a un compito reale. Non basta dire loro che sono importanti: occorre coinvolgerli, affidare responsabilità concrete, permettere loro di contribuire e chiedere conto delle scelte compiute.

La società in cui viviamo oggi è quella che ieri, a prezzo del sangue, seppero sognare i partigiani. Attualizzare quel passato significa scegliere ancora, di nuovo, quanto di buono, onesto e giusto esso seppe manifestare.

L’eredità morale e storica di un Paese, specie quando alle spalle ci sono memorie diverse e non condivise, non viene calata dall’alto, ma deve essere scelta consapevolmente.

insegnante e studenti in classe

La scelta consapevole è il punto in cui indulgenza e responsabilità si incontrano. Ai giovani si può concedere il tempo di maturare, la possibilità di correggersi e il diritto di non essere definiti dai propri errori; non si può però sottrarre loro la dignità di essere considerati capaci di scegliere, di impegnarsi e di rispondere delle proprie azioni.

La memoria collettiva serve a indicarci un senso a partire da un’origine. I giusti ci insegnano, al di là della loro volontà di insegnarci alcunché, che il futuro si disegna nel presente, che quello che si decide di fare o non fare oggi determina ciò che saremo domani.

Ciò è difficile da comprendere in una società che tende a banalizzare e omologare qualsiasi decisione, ma non per questo la scuola deve rinunciare a insistere sull’importanza della responsabilità individuale e del coraggio delle scelte che obbediscono solo ai dettami della coscienza.

Il racconto dell’azione dei giusti fa cadere qualunque schermo. “Vedere” il giusto in azione significa di per sé capirne le motivazioni, entrare nel suo mondo interiore, condividere le sue emozioni.

Senza la necessità della mediazione di concetti astratti - freddi direbbe uno psicologo - i giovani, attraverso l’esempio dei giusti, fanno un’esperienza coinvolgente dalla quale usciranno in qualche modo cambiati.

Essere indulgenti con i giovani è giusto quando l’indulgenza protegge la persona senza proteggere l’errore, sostiene la libertà senza abbandonarla, alimenta la fiducia senza eliminare l’impegno e offre comprensione senza confondere il bene con qualsiasi comportamento. È una forma esigente di rispetto: vedere nei giovani non soltanto ciò che sono oggi, ma anche ciò che possono diventare.

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