Don Tonino Venerabile: vita, virtù eroiche e impegno per la pace

Antonio Bello, conosciuto da tutti come don Tonino, è Venerabile della Chiesa cattolica perché papa Francesco ha riconosciuto l’esercizio eroico delle virtù teologali, cardinali e annesse. Nato ad Alessano il 18 marzo 1935 e morto a Molfetta il 20 aprile 1993, fu vescovo di Molfetta-Ruvo-Giovinazzo-Terlizzi, uomo di preghiera, pastore vicino agli ultimi e instancabile testimone della pace.

La sua figura è legata all’idea di una “Chiesa del grembiule”, povera, umile e interamente votata al servizio dei poveri, dei sofferenti e degli emarginati. Il titolo di Venerabile rappresenta una tappa nel processo di beatificazione e canonizzazione e riconosce ufficialmente la fama di santità e la testimonianza evangelica di don Tonino Bello.

Perché don Tonino Bello è Venerabile

Questa mattina, durante l’Udienza concessa al card. Marcello Semeraro, Prefetto della Congregazione delle Cause dei Santi, papa Francesco ha autorizzato la medesima Congregazione a promulgare il Decreto riguardante le virtù eroiche del Servo di Dio Antonio Bello, vescovo di Molfetta-Ruvo-Giovinazzo-Terlizzi, nato il 18 marzo 1935 ad Alessano e morto il 20 aprile 1993 a Molfetta.

Quindi, da oggi, don Tonino Bello è venerabile. Dietro il comunicato ufficiale della Santa Sede, risuona per intero la felicità della diocesi che attraverso il suo vescovo, mons Cornacchia, ha subito detto: «Direi di far suonare a distesa, a mezzogiorno, le campane delle chiese dell’intera diocesi».

In effetti le campane a distesa le staranno già suonando oggi e, probabilmente, per tutta la settimana, in tante chiese italiane. Perché a far festa per questa notizia non è solo un angolo di Puglia.

C’è davvero altro e un “di più” nel far festa rispetto a un uomo, un “santo” della porta accanto, un testimone di profezia evangelica che è riuscito a farsi amare in ogni parte d’Italia e in tanti angoli del mondo. Sì, oggi la Chiesa è in festa.

Ma fa festa anche quel “santo” popolo di Dio che ha avuto la fortuna di incontrare lo sguardo e le mani don Tonino Bello, uomo e testimone delle Beatitudini. Fanno festa gli amici del “pianerottolo” di don Tonino.

Fanno festa gli emarginati di ogni luogo, i poveri e i sofferenti, i “diversi”, fanno festa perfino i delinquenti che magari hanno avuto proprio da don Tonino quel lascia passare per una vita più bella, più rispettosa delle istituzioni e della legge, più completamente immersa nelle mani di Dio.

Il significato del titolo di Venerabile

Don Tonino è da oggi venerabile per la Chiesa cattolica, ma è già santo per tante persone che ogni giorno vanno a pregare sulla sua tomba nel piccolo cimitero di Alessano, ultimo lembo d’Italia nel lontano Salento, e che magari lasciano un bigliettino, un semplice “grazie” per i tanti miracoli piccoli e ordinari che don Tonino fa già ai volti sofferenti.

Santo delle madri lavoratrici, di Maria “donna del pianerottolo”, delle donne che mandano avanti la famiglia in mezzo ai tanti guai della vita quotidiana, santo dei perseguitati per causa della giustizia, santo dei disoccupati e dei licenziati dal lavoro, santo dei senza tetto, santo del popolo di Dio che, nonostante le tribolazioni della vita, sa accogliere la misericordia di Dio nel suo animo.

Ecco perché questa notizia oggi ci riempie di gioia. Perché ci restituisce l’abbraccio caldo e misericordioso di un Vangelo che non dimentica i suoi figli, ovunque essi siano e chi siano.

Don Tonino venerabile non è solo una buona notizia di natura ecclesiale, nell’attesa del prossimo don Tonino beato. In realtà è la promessa che il sorriso (e la follia) di Dio vincono sempre, alla lunga.

E che di questo sorriso e questa follia noi tutti ne abbiamo sempre più bisogno.

Biografia di Antonio Bello

Antonio Bello nacque ad Alessano (Lecce, Italia) il 18 marzo 1935. Concluso il ciclo formativo delle elementari, entrò nel Seminario Vescovile di Ugento per poi proseguire la formazione seminariale e liceale presso il Seminario Regionale di Molfetta.

Nel 1953 fu inviato a Bologna, presso il Seminario dell’Opera Nazionale Assistenza Religiosa e Morale degli Operai per la formazione dei Cappellani del Lavoro. L’8 dicembre 1957 fu ordinato sacerdote.

Completò la Licenza in Teologia presso il Seminario di Venegono (Milano) e il Dottorato in Teologia Pastorale presso la Pontificia Università Lateranense. Nel 1958 fu nominato dapprima insegnante e poi Rettore del Seminario di Ugento.

Nel 1978 divenne amministratore parrocchiale della parrocchia del S. Cuore della stessa città e, dal 1979 al 1982, fu parroco a Tricase. Svolse anche l’incarico di Assistente dell’Azione Cattolica diocesana, Canonico della Cattedrale, predicatore e organizzatore di incontri culturali.

Il 10 agosto 1982 San Giovanni Paolo II lo nominò Vescovo di Molfetta-Ruvo-Giovinazzo-Terlizzi. Il suo ministero episcopale fu animato da grande amore per Cristo, dalla passione per l’evangelizzazione e per la giustizia, dalla predilezione per gli ultimi.

Nel 1985 venne nominato Presidente nazionale del Movimento Pax Christi, in cui si impegnò attivamente nella sensibilizzazione a favore dell’obiezione fiscale contro le spese militari e contro il piano di militarizzazione della Puglia, nonché per la pace a livello nazionale durante la prima “Guerra del Golfo” e il conflitto nella ex-Jugoslavia.

Fu costantemente vicino alla sua gente, attento alle richieste di tutti i bisognosi, sollecito nei confronti dei sacerdoti, immerso nelle problematiche del territorio, ma con uno sguardo sempre aperto al mondo, soprattutto ai diseredati e alle vittime della guerra, testimoniando il Vangelo come segno di contraddizione.

Nel dicembre 1992, durante la guerra nei Balcani, benché già malato di cancro allo stomaco, si fece ispiratore e guida di persone credenti e non, di differenti nazionalità, unite dall’obiettivo di sperimentare “un’altra ONU”, mostrando la possibilità di vivere nella concordia, entrando come pellegrino di pace nella Sarajevo devastata dalla guerra in corso.

Morì a Molfetta (Italia) il 20 aprile 1993.

Le origini ad Alessano

“Grazie terra mia, piccola e povera, che mi hai fatto nascere povero come te, ma che proprio per questo mi hai dato la ricchezza incomparabile di capire i poveri e di potermi oggi disporre a servirli”.

Le notizie circa le origini di Alessano sono alquanto confuse. La tradizione vede attribuire il merito della nascita del paese all’imperatore bizantino Alessio I Comneno.

Qualche studioso, invece, sostiene che esistesse ancora prima. L’unica certezza è che Alessano cominciò ad avere un ruolo importante durante il periodo feudale con i Normanni.

Nel 1286, infatti, la città fu infeudata a Rodolfo d’Almeto, familiare e parente di Carlo II d’Angiò. Da Rodolfo passò poi al figlio Gerardo.

Quando quest’ultimo morì, la figlia, la contessa Caterina d’Almeto, divenne Signora della Città. E nel 1936, sposandosi con Francesco Della Ratta, Caterina portò in dote il contado di Alessano.

Nel 1463, dopo un breve periodo di subordinazione al demanio regio, Alessano fu acquistata da Raimondo Del Balzo e ceduta, in seguito, al figlio Francesco. Alla famiglia Del Balzo seguirono i De Capua e i Gonzaga, quest’ultimi fecero di Alessano la signoria più prestigiosa del Salento meridionale.

Ma quando il 2 agosto 1806 Giuseppe Bonaparte decretò l’estinzione della feudalità, la città passò sotto il controllo diretto dell’Università, vale a dire della amministrazione comunale.

Oggi, con oltre sei mila abitanti, la città è lontana cinquanta chilometri da Lecce e undici da Santa Maria di Leuca. Il suo centro storico custodisce ancora diverse costruzioni dell’epoca rinascimentale, tra le quali il Palazzo Romasi con il suo splendido stile ad archi e il Palazzo Ducale, nei pressi di Piazza Castello, la cui parte più antica risale alla seconda metà del quattrocento.

La chiesa principale di Alessano (ex Cattedrale) è quella dedicata alla “Trasfigurazione di Nostro Signore Gesù Cristo”. La sua costruzione fu iniziata nel 1763 e fu ultimata nel 1845.

In essa si conserva una tela raffigurante “Tobia e l’Angelo”, un’opera di notevole considerazione attribuita a Paolo Finoglia. Nell’altare di San Trifone, Patrono di Alessano, è constatabile la presenza di una tela che raffigura la “Gloria di San Trifone”, dipinta dall’artista alessanese Oronzo Letizia (sec. XVIII).

Ci sono pure altre chiesette sul piccolo territorio di Alessano: la chiesa di Sant’Antonio e quella del convento di San Francesco costruita nel 1627. Quella di Sant’Antonio è la chiesa più antica della città.

Seppure sia l’agricoltura a prevalere sull’intera economia cittadina, anche l’artigianato vanta un posto importante nella tradizione del paese. La cucina alessanese con i suoi prodotti riflette della genuinità e della semplicità.

I farinacei rappresentano l’alimento essenziale: oltre al pane si consumano la “frisella” e la “puccia”. Le orecchiette di semola di grano duro condite con sugo a cacioricotta, carne di cavallo al sugo, “gnummareddhi”, “cozze cu la panna” (lumache), sono i piatti tipici della cucina alessanese.

Una tradizione, dunque, quella di Alessano imperniata di cose semplici e povere, di colori tenui ma pregiati; e una tale realtà locale non poteva non donare a tutti la semplicità e la povertà di un grande figlio, Tonino Bello, oggi la vera ricchezza di Alessano.

La famiglia e l’infanzia

Era il 18 marzo. Alessano metteva alla luce l’ennesimo figlio, anche lui destinato a fare i conti con la povera condizione meridionale.

Quella del sud è una realtà difficile da spiegare, è una “croce” ormai radicata da secoli in una avversa congiuntura storico-sociale che, accompagnata anche da pochi ed inefficaci interventi di natura politica, non ha permesso di allontanare il meridione dal suo antico stato di arretratezza.

Anche Alessano è coperta dall’ombra di questa croce. L’abitazione della famiglia Bello era sistemata in via Scipione Sangiovanni, al numero civico 17.

E fu proprio lì che il piccolo Tonino aprì gli occhi al sole consegnando all’anagrafe, e alla storia, il suo nome: Antonio Giuseppe Mario Bello.

Il papà, Tommaso, in passato era già stato sposato e da quel matrimonio erano nati due figli maschi: Giacinto Antonio Carmine e Vittorio Nunzio Emilio.

Rimasto poi vedovo, sposò in seconde nozze Maria Imperato dalla quale ebbe altri tre bambini. Tonino fu il primo a nascere, e a lui seguirono in ordine Trifone Nazzareno e Marcello Fernando.

Tommaso, che era maresciallo dei carabinieri in congedo, fece appena in tempo a mettere al mondo i suoi tre cari pargoletti perché da loro, e dalla moglie Maria, dovette veramente congedarsi per sempre.

La stessa sorte toccherà ai due figli del primo matrimonio. Carmine, che era radiotelegrafista sui MAS, morirà per infarto a Milano, nell’abitazione della sua fidanzata.

Vittorio, cannoniere in Marina, perderà la vita in seguito all’affondamento della corazzata “Roma”. Era in pieno svolgimento la grande guerra.

Arrivarono per Tonino i tempi destinati a ricevere i primi sacramenti. Battesimo e Cresima gli furono amministrati nella chiesa di Alessano, a volte designata come la cattedrale del paese.

Fu proprio in questo luogo che Tonino cominciò a muovere i primi passi di un lungo cammino, imparando di certo qui il passo degli “ultimi” che lo porterà alla sequela di Cristo.

I primi passi nella vita sono sempre i più difficili e non raramente si è soli in questa circostanza; Tonino, invece, ebbe attorno a sé qualcuno che intuì in lui inclinazioni particolari.

Don Carlo Palese, per esempio, che era il parroco del paese, aveva già capito che in quel ragazzo si sarebbe realizzato un grande progetto e lo seguiva con particolare attenzione nella sua crescita spirituale.

Anche la mamma, la signora Maria, vuole la sua parte nell’aver accreditato al proprio figliolo una giusta strada. Anzi, fu lei a confidare al parroco, don Carlo, le sue intenzioni su quello che sarebbe stato di Tonino.

Infatti, quando il ragazzo terminò le elementari, i parenti non avevano alcun minimo sospetto di ciò che sarebbe accaduto. Per loro era normale pensare che Tonino frequentasse la scuola media nel proprio paese.

Rimasero invece stupefatti quando vennero a sapere che il ragazzo stava per essere avviato al seminario diocesano di Ugento, dove avrebbe dovuto compiere gli studi ginnasiali.

Questo fu deciso dalla mamma, e Tonino consenziente rimase contento. Nel paese, intanto, il piccolo Tonino aveva già iniziato a conoscere la “sua” gente.

Coetanei e adulti divennero subito i suoi privilegiati interlocutori. Nel tempo libero anche il mare diventò la sua grande passione.

Le lunghissime nuotate e gli interminabili tuffi nel mare di Leuca lo vedevano assoluto protagonista di vere e proprie gare con amici. Nel nuoto non aveva rivali, era il migliore.

Anche da adulto conserverà questo entusiasmo per il mare. Quando il tempo e il lavoro gli concedevano un po’ di tregua, ne approfittava per trasferirsi nella sua terra d’origine dove trascorreva brevi vacanze a nuotare nel mare di Santa Maria di Leuca.

Tutta l’infanzia fu da Tonino vissuta nella semplicità e nell’umiltà, e in quei valori si forgiò il suo animo e la sua personalità.

La formazione e l’ordinazione sacerdotale

“La tentazione del ritorno sui propri passi è una tentazione di tutti. Sarei stato un anormale se non avessi avuto la tentazione a tornare indietro. Però ho visto che era molto bello dare una mano al Signore per annunciare il Regno di Dio in questo modo”.

Era ormai pronto a realizzare quel grande progetto che si stava manifestando per volontà di sua madre. Intanto la seconda guerra mondiale era da poco finita.

La miseria, la disoccupazione, le distruzioni furono anche in Italia le sue conseguenze. La gente iniziò a trovare fortuna altrove, lasciando le proprie città per recarsi in terre lontane.

Anche per Tonino giunse il giorno della partenza, il seminario di Ugento apriva le sue porte al novellino alessanese. Qui iniziò una nuova vita.

Gli anni di permanenza nel seminario di Ugento furono cinque. Frequentò i tre anni delle medie e i due del ginnasio.

Il suo impegno nello studio e in tutte le attività comunitarie richiamarono l’attenzione dei superiori i quali, compiaciuti per le doti di quel ragazzo, non ebbero grandi difficoltà a prevedere per lui un futuro ricco di grandi soddisfazioni.

Terminati gli studi ginnasiali, Tonino si trasferì al seminario regionale di Molfetta per compiere i tre anni di liceo. Qui conseguì la maturità a pieni voti ma con gli occhi di tutti i professori puntati su di lui.

Persino il vescovo di Ugento, monsignor Ruotolo, constatò di persona l’intelligenza e la cultura di Tonino e pensò di trasferirlo a Bologna, presso il seminario ONARMO a studiare Teologia.

Il seminario ONARMO differisce dagli altri per il semplice motivo che prepara i futuri sacerdoti ad avere contatti con il mondo operaio, una realtà, questa, delicata e importante.

In quel periodo, inoltre, arcivescovo di Bologna era il cardinale Lercaro, un nome abbastanza conosciuto negli ambienti della Chiesa cattolica; addirittura era uno tra i più papabili alla morte di papa Giovanni XXIII.

Era noto a tutti l’impegno del cardinale Lercaro per la riforma liturgica, e lo stesso Tonino, che era alla “corte” dell’arcivescovo bolognese, di questa corrente condivideva i canoni.

Era contento di quell’esperienza che stava vivendo, ed era altresì soddisfatto di come procedevano i suoi studi. L’esperienza vissuta nel capoluogo emiliano, durata cinque anni, fu decisiva e determinante per la formazione sacerdotale del giovane Antonio Bello, ormai pronto ad essere consacrato al Signore.

Era il 1957. Tonino a Bologna aveva terminato il quadriennio di Teologia.

E dopo essere stato consacrato Diacono dallo stesso cardinale Lercaro, si accingeva a realizzare il suo più grande sogno.

Ma per la giovanissima età, appena ventidue anni, occorreva una dispensa che autorizzasse l’Ordinazione sacerdotale.

Il vescovo di Ugento - Santa Maria di Leuca, monsignor Ruotolo, che conosceva Tonino e che era già stato informato della incredibile stima che il giovane contava, non trovò alcuna difficoltà a concedere l’autorizzazione.

E fu lui stesso a presiedere il rito di consacrazione l’8 dicembre 1957, festa dell’Immacolata, nella chiesa di Alessano.

Circondato dalla presenza e dall’affetto dei suoi familiari, il giovane don Tonino si apprestava a percorrere una nuova e lunghissima strada.

Il ministero sacerdotale e la formazione dei giovani

La prima tappa del cammino sacerdotale fu caratterizzata dal conseguimento della Licenza alla Facoltà teologica di Milano. Si trasferì a Ugento nel 1958.

Appena giunto nel seminario di Ugento, oltre ad essere incaricato della disciplina, don Tonino fu nominato professore di più materie scolastiche.

Durante la sua permanenza, durata diciotto anni, fu prima prefetto, poi vice rettore e in ultimo dal 1974 al 1976 rettore del seminario.

Quegli anni sono fondamentali perché mettono a nudo ulteriormente le capacità educative e pastorali di don Tonino, il suo impegno senza sosta, la sua cultura senza confronti.

Nel 1962 il Concilio Vaticano II, voluto da papa Giovanni XXIII, stava per iniziare e monsignor Ruotolo che doveva seguirne i lavori a Roma decise di portare con sé don Tonino, ormai lo considerava suo personale teologo.

Infatti, le tracce degli interventi che il vescovo di Ugento fece durante le sessioni conciliari furono preparate da don Tonino il quale trovò anche il tempo di scrivere un diario su quella esperienza romana.

È inutile sottolineare come l’aria di rinnovamento lanciata dal Concilio Ecumenico gli condizionerà molto la già ricca cultura pastorale che, successivamente, evidenzierà durante il suo ministero episcopale.

Anche nella diocesi ugentina don Tonino si impegnò e tanto per applicare gli insegnamenti che il Concilio aveva lasciato.

Nel frattempo, il contributo notevole che don Tonino offrì al suo vescovo nel soggiorno a Roma era servito a preparare una grande sorpresa.

Il vescovo Ruotolo lo fece nominare “monsignore”. A ventotto anni don Tonino era già monsignore!

Naturalmente egli accettò di buon grado quella sorpresa, ma continuò a farsi chiamare “don” Tonino, e lo farà pure dopo la sua nomina episcopale.

Non dimentichiamo, inoltre, che mentre era a Roma don Tonino si iscrisse all’Università Lateranense laureandosi, nel 1965, in Teologia.

Il servizio pastorale a Ugento e Tricase

Dal 1969, Don Tonino Bello divenne anche assistente dell’Azione Cattolica e vicario episcopale per la pastorale diocesana.

La sua dedizione al servizio degli ultimi divenne evidente quando fu nominato amministratore della parrocchia del Sacro Cuore di Ugento nel 1978 e, l’anno successivo, parroco della Chiesa Matrice di Tricase.

Istituì la Caritas e un osservatorio delle povertà, dimostrando la sua particolare attenzione verso i più bisognosi della comunità.

Il vescovo di Molfetta-Ruvo-Giovinazzo-Terlizzi

Divenuto vescovo delle diocesi di Molfetta, Giovinazzo e Terlizzi e, successivamente, anche della diocesi di Ruvo, Don Tonino Vescovo mantenne il titolo semplice di Don Tonino, e con esso la profonda umiltà che aveva caratterizzato fino ad allora il suo operato come sacerdote e come uomo.

Dopo la morte della madre, fino a quel momento bisognosa di assistenza, accettò l’elezione alla sede episcopale di Molfetta, Giovinazzo e Terlizzi e ricevette l’ordinazione il 30 ottobre 1982.

Pochi mesi più tardi, a quella sede si aggiunse la diocesi di Ruvo. Tutte e quattro le diocesi furono quindi pienamente unificate nel 1986.

Sin dagli albori del suo nuovo ministero, si manifestò il profilo episcopale del Servo di Dio, caratterizzato da affabilità e generosità, assoluto disinteresse per se stesso, stile sobrio e povero, totale dedizione e infaticabilità.

Aveva un’attenzione speciale per i problemi dei lavoratori e per il dilagare della povertà nelle famiglie. Nel governo della diocesi si impegnò per il clero e le vocazioni, e promosse l’apostolato dei laici.

Predicava con un linguaggio originale, ricco di immagini e denso di contenuti, talvolta poetico, e così parimenti scriveva.

La sua stessa vita è stata un’incarnazione di fede, umiltà, dedizione al servizio degli altri, ma anche di lotta per la giustizia sociale e sostegno della pace.

La “Chiesa del grembiule”

Sua la definizione di Chiesa del grembiule, una chiesa povera, umile, votata alla carità e alla misericordia senza distinzioni di sorta.

Don Tonino Bello non amava i titoli onorifici, tanto che da Antonio era diventato, semplicemente, Tonino.

Ma il titolo di “venerabile” che assume oggi, con la promulgazione del decreto sulle sue virtù eroiche, racconta tutta un’altra storia: quella di una “Chiesa del grembiule”, ossia al servizio costante dei poveri e degli ultimi.

Quella di un cristiano “contempl-attivo, con due t,” come amava dire lui stesso, ossia colui che “parte dalla contemplazione e poi lascia sfociare il suo dinamismo, il suo impegno nell’azione”, colui che non separa mai preghiera e azione.

La storia di una figura fortemente impegnata per la pace e la riconciliazione nel mondo.

L’impegno per la giustizia sociale

Ma cosa ha fatto Don Tonino Bello che lo ha reso così speciale? Oltre alla sua vicinanza alla gente, è stato un fervente difensore della giustizia sociale.

Ha speso la sua voce e la sua energia nella denuncia delle ingiustizie, nella difesa dei diritti umani e nella promozione di una società più inclusiva ed equa.

Ha lavorato instancabilmente per alleviare la sofferenza dei poveri, dei malati e degli emarginati, portando avanti un messaggio di amore, compassione e accoglienza per tutti.

Sempre vicino alla gente e alla loro sofferenza, promosse la costituzione di gruppi Caritas in tutte le parrocchie della diocesi, fondò una comunità per la cura delle tossicodipendenze, lottò in nome della giustizia sociale, della solidarietà e contro ogni forma di emarginazione.

La carità fu l’ideale supremo del Servo di Dio ed egli la rendeva concreta e tangibile tanto personalmente, quanto nel contesto ecclesiale, sociale e politico.

L’impegno per la pace

La nomina a presidente del movimento Pax Christi nel 1985 quasi lo consacrò annunciatore di giustizia ed operatore di pace, anche in teatri di flagrante guerra.

Come successore di monsignor Luigi Bettazzi alla guida di Pax Christi, movimento cattolico internazionale per la pace, manifestò il proprio dissenso alla guerra e combatté contro il potenziamento dei poli militari di Crotone e Gioia del Colle, con marce per il disarmo, oltre che contro l’intervento bellico nella Guerra del Golfo.

Il suo impegno per la pace si fece ancora più tangibile dopo la fondazione della rivista mensile Mosaico di Pace.

Il suo impegno per la pace e la riconciliazione è stato un altro aspetto distintivo della sua opera pastorale.

Durante un periodo particolarmente turbolento della storia italiana, Don Tonino Bello ha promosso incontri e dialoghi tra persone di diverse ideologie e convinzioni, cercando di superare le divisioni e costruire ponti tra le persone.

La sua voce pacifica e conciliante ha contribuito a calmare animi e a favorire il dialogo costruttivo.

Il pellegrinaggio di pace a Sarajevo

Indimenticabile anche il suo pellegrinaggio a Sarajevo nel dicembre del 1992: la città era devastata dalla guerra nei Balcani, ma don Tonino sfidò le bombe e, a capo di un gruppo di credenti e non credenti di diverse nazionalità, cercò di mettere in atto “un’altra Onu”, per dimostrare che vivere nella concordia è possibile.

Malato di cancro allo stomaco, Monsignor Tonino Bello si recò in Bosnia e Erzegovina nel 1992, durante la guerra civile, marciando a piedi fino a Sarajevo stretta dall’assedio serbo, per diffondere il suo messaggio di solidarietà e speranza.

Nel dicembre 1992, durante la guerra nei Balcani, il Servo di Dio, benché già malato di cancro allo stomaco, si fece ispiratore e guida di persone credenti e non, di differenti nazionalità, unite dall’obiettivo di sperimentare “un’altra ONU”, mostrando la possibilità di vivere nella concordia, entrando come pellegrino di pace nella Sarajevo devastata dalla guerra in corso.

La spiritualità e le virtù eroiche

La virtù della fede di Antonio Bello, semplice e robusta al tempo stesso, fu alimentata alla scuola della madre e del parroco di Alessano.

Nel suo agire feriale ebbe una fede incarnata, che metteva a proprio agio anche i lontani, i quali avvertivano il fascino di una vicinanza profondamente umana.

La malattia finale lo consumò tra dolori acuti, ma egli non smise mai di pregare. Amò da vero figlio la Vergine Maria.

Nei Santi vedeva testimoni autorevoli del Vangelo e la prova storica della fecondità del messaggio cristiano. In particolare amò San Francesco d’Assisi e fu Terziario francescano.

Antonio, consapevole della presenza del male nel mondo, rimaneva ancorato alla certezza della Redenzione e per questo, anche nei momenti umanamente più difficili, non si lasciava andare alla disperazione.

Nell’orizzonte teologale della speranza del Servo di Dio vi fu il fondamento del coraggio nella vita quotidiana.

Quando si rivolgeva ai malati, per incoraggiarli a non sottovalutare la loro situazione perché inchiodati sul retro della stessa Croce di Cristo, soprattutto negli ultimi anni, essendo anche lui ammalato, risultava credibile e riusciva ad infondere speranza a tutti.

Mostrò la carità verso Dio nell’intensità della preghiera, dall’adorazione Eucaristica alla celebrazione della Santa Messa, nella gioia interiore e alla presenza di Dio.

Le numerose incombenze pratiche del ministero episcopale non scalfirono o attenuarono la sua passione da innamorato di Cristo.

Esercitò la carità verso il prossimo in grado eroico. Si mostrò accogliente, amabile, premuroso, generoso e attento alle singole persone, volle farsi povero per essere vicino agli ultimi, sottoponendosi a rinunce e sacrifici.

Le virtù riconosciute dalla Chiesa

CategoriaVirtù riconosciute
Virtù teologaliFede, Speranza, Carità verso Dio e verso il prossimo
Virtù cardinaliPrudenza, Giustizia, Fortezza, Temperanza
Altre virtùVirtù annesse esercitate in grado eroico

Il Decreto sulle virtù dichiara che l’universale chiamata alla santità, così come ha insegnato il Concilio Ecumenico Vaticano II, è l’itinerario lungo cui il Servo di Dio Antonio Bello ha indirizzato i fedeli della Chiesa affidata alla cura del suo ministero episcopale.

Del resto, il proposito della santità orientò costantemente la sua stessa vita ed opera pastorale.

Nello stesso tempo emergeva il profilo spirituale del Servo di Dio, con al centro l’ascolto della Parola di Dio, la celebrazione dell’Eucaristia e la devozione alla Madre di Dio.

Fu guidato dalla fede, dalla più tenera età fino all’ultimo respiro di vita. Prima di tutto ai malati, a quanti soffrivano ingiustizie e ai più deboli insegnava la speranza, che aveva innervata nel proprio animo.

Nutriva un amore pieno per Dio ed amava la Chiesa, serbando sempre perfetta fedeltà alla retta dottrina ed obbedienza totale al magistero del Sommo Pontefice.

Con pazienza e senza rancore alcuno sopportò le difficoltà e le accuse di quanti disapprovavano sue affermazioni od iniziative.

Con grande indulgenza considerava le debolezze umane, curava ferite interiori, condivise gioie o sofferenze di tanti.

La malattia e la morte

Fino all’incontro definitivo con il Signore, che avvenne nel pomeriggio del 20 aprile 1993, sopportò per due anni con fiducia e fortezza le atroci sofferenze di una grave malattia.

Si spense con gli occhi fissi sulla Vergine Maria e raccomandandosi a lei, che aveva chiamato “Donna dell’ultima ora”.

Morì a Molfetta il 20 aprile 1993, lasciando un’eredità di amore e dedizione al servizio degli altri.

Alle sue esequie presero parte numerosi vescovi, circa trecento sacerdoti e cinquantamila fedeli.

Il Servo di Dio volle essere inumato nel cimitero di Alessano, dove la sua tomba è meta di continue visite.

Le sue spoglie riposano nel cimitero di Alessano, il suo amato paese natale.

Il 20 aprile 2018, a 25 anni dalla sua morte, anche il Sommo Pontefice Francesco vi ha sostato in preghiera.

Nel 1994, gli fu conferito il Premio Nazionale Cultura della Pace alla memoria, un riconoscimento dell’importanza del suo lavoro nella promozione della pace e dell’amore tra le persone.

Il processo di beatificazione e canonizzazione

Don Tonino Bello è stato un esempio di umiltà e dedizione al prossimo tale da meritare l’avvio del processo di Beatificazione.

Amato e rispettato, ha saputo lasciare un segno indelebile nel cuore dei fedeli e della società in generale, al punto di avere un processo di Beatificazione avviato per lui dalla Congregazione delle cause dei santi e di essere insignito nel 2020 del titolo di Venerabile.

La fama di Santità necessaria a Don Tonino per essere elevato al titolo di Venerabile viene dalle testimonianze delle persone comuni che lo hanno conosciuto e alle quali egli ha lasciato un’eredità di amore, compassione, dedizione.

Grazie a queste attestazioni la Chiesa cattolica ha riconosciuto in lui un esempio di santità e di umanità, una testimonianza vivente del messaggio evangelico, la cui memoria continua a ispirare e a guidare molte persone nel cammino della fede e della carità.

Per la diffusa fama di santità, che circondò il Servo di Dio in vita e dopo la morte, si ritenne opportuno istruirne la Causa di beatificazione e canonizzazione.

La prima sessione dell’Inchiesta diocesana, celebrata presso la Curia ecclesiastica di Molfetta-Ruvo-Giovinazzo-Terlizzi, si tenne il 30 aprile 2010 e i suoi lavori si conclusero il 30 novembre 2013.

Allorché essa il 17 aprile 2015 ebbe ottenuto il decreto di validità giuridica da parte di questa Congregazione delle Cause dei Santi, venne preparata la Positio.

Si è quindi discusso, nella modalità consueta, se il Servo di Dio abbia esercitato in grado eroico le virtù cristiane.

I Consultori Teologi hanno espresso il loro voto affermativo il 10 giugno 2021.

I Padri Cardinali e Vescovi, nel corso della Sessione Ordinaria del 16 novembre 2021, hanno riconosciuto che il Servo di Dio ha esercitato eroicamente le virtù teologali, cardinali ed annesse.

Il sottoscritto Cardinale Prefetto ha quindi presentato al Sommo Pontefice Francesco un’accurata sintesi di tutte queste cose.

Sua Santità, accogliendo e confermando i voti della Congregazione delle Cause dei Santi, ha oggi dichiarato: Sono provate le virtù teologali Fede, Speranza e Carità verso Dio e verso il prossimo, nonché le cardinali Prudenza, Giustizia, Fortezza e Temperanza ed annesse in grado eroico del Servo di Dio Antonio Bello, Vescovo di Molfetta-Ruvo-Giovinazzo-Terlizzi, nel caso e per il fine di cui si tratta.

Il Sommo Pontefice ha poi disposto che il presente decreto venga pubblicato e inserito negli atti della Congregazione delle Cause dei Santi.

Dato a Roma il 25 novembre nell’anno del Signore 2021.

Il linguaggio, gli scritti e le preghiere

Don Tonino Bello è stato anche un teologo e scrittore di grande sensibilità, noto per le sue bellissime pagine dedicate a Maria.

La sua devozione mariana è stata una caratteristica distintiva del suo ministero.

Famose anche molte sue frasi, con le quali affermava che Dio ci parla attraverso i poveri che incontriamo per la strada ed è presente nel cuore di ogni individuo.

Altre frasi esprimono la sua profonda gratitudine per il dono della vita, l’invito a essere fieri di questa preziosa esistenza e a vivere con amore e compassione verso gli altri, riconoscendo in ognuno il riflesso dell’amore divino.

Le frasi di Don Tonino Bello rispecchiano la profondità della sua fede e la sua visione di un mondo migliore.

Frasi di don Tonino Bello

  • “La nostra preghiera non è mai stata tanto urgente quanto oggi. Preghiamo, ma poi diventiamo preghiera”;
  • “Vogliamo servire Cristo, ma a modo nostro, senza capire che servire Cristo è mettersi sulle orme di Cristo”;
  • “Dividete le vostre ricchezze, fatene parte a coloro che non ne hanno, ai diseredati della vita. Non solo a coloro che non hanno denaro, ma anche a coloro che hanno il portafoglio gonfio e il cuore vuoto! E a coloro che non hanno salute, che sono esauriti, stanchi, che non ce la fanno più”:
  • “Voglio ringraziarti, Signore, per il dono della vita. Ho letto da qualche parte che gli uomini sono angeli con un’ala soltanto: possono volare solo rimanendo abbracciati. A volte, nei momenti di confidenza, oso pensare, Signore, che anche tu abbia un’ala soltanto. L’altra la tieni nascosta: forse per farmi capire che tu non vuoi volare senza di me.”

Preghiere di don Tonino Bello

Le preghiere di Don Tonino Bello sono un tesoro spirituale per molti fedeli, e alcune di esse sono diventate vere e proprie invocazioni per trovare conforto, speranza e ispirazione.

La sua profonda spiritualità si riflette nelle sue preghiere, nelle quali emergono la sua fiducia in Dio e la sua dedizione alla causa dell’amore universale.

Pensiamo alla Preghiera per lo Spirito Santo in onore di Pentecoste, un’invocazione accorata al coraggio e alla conversione.

Spirito di Dio, che agli inizi della creazione ti libravi sugli abissi dell’universo e trasformavi in sorriso di bellezza il grande sbadiglio delle cose, scendi ancora sulla terra e donale il brivido dei cominciamenti.

Questo mondo che invecchia, sfioralo con l’ala della tua gloria. Dissipa le sue rughe.

Fascia le ferite che l’egoismo sfrenato degli uomini ha tracciato sulla sua pelle. Mitiga con l’olio della tenerezza le arsure della sua crosta.

Restituiscigli il manto dell’antico splendore, che le nostre violenze gli hanno strappato, e riversa sulle sue carni inaridite anfore di profumi.

Permea tutte le cose, e possiedine il cuore. Facci percepire la tua dolente presenza nel gemito delle foreste divelte, nell’urlo dei mari inquinati, nel pianto dei torrenti inariditi, nella viscida desolazione delle spiagge di bitume.

Restituiscici al gaudio dei primordi. Riversati senza misura su tutte le nostre afflizioni.

Librati ancora sul nostro vecchio mondo in pericolo. E il deserto, finalmente, ridiventerà giardino, e nel giardino fiorirà l’albero della giustizia, e frutto della giustizia sarà la pace.

O una delle Preghiere a Maria di Tonino Bello, dove la Vergine diventa la nostra compagna di viaggio contro le ingiustizie del mondo, per costruire un futuro migliore per noi e per le nuove generazioni:

Santa Maria, Vergine del mattino, donaci la gioia di intuire, pur tra le tante foschie dell’aurora, le speranze del giorno nuovo.

Ispiraci parole di coraggio. Non farci tremare la voce quando, a dispetto di tante cattiverie e di tanti peccati che invecchiano il mondo, osiamo annunciare che verranno tempi migliori.

Non permettere che sulle nostre labbra il lamento prevalga mai sullo stupore, che lo sconforto sovrasti l’operosità, che lo scetticismo schiacci l’entusiasmo, e che la pesantezza del passato ci impedisca di far credito sul futuro.

Aiutaci a scommettere con più audacia sui giovani, e preservaci dalla tentazione di blandirli con la furbizia di sterili parole, consapevoli che solo dalle nostre scelte di autenticità e di coerenza essi saranno disposti ancora a lasciarsi sedurre.

Moltiplica le nostre energie perché sappiamo investirle nell’unico affare ancora redditizio sul mercato della civiltà: la prevenzione delle nuove generazioni dai mali atroci che oggi rendono corto il respiro della terra.

Da’ alle nostre voci la cadenza degli alleluia pasquali. Intridi di sogni le sabbie del nostro realismo.

Rendici cultori delle calde utopie dalle cui feritoie sanguina la speranza sul mondo.

Aiutaci a comprendere che additare le gemme che spuntano sui rami vale più che piangere sulle foglie che cadono.

E infondici la sicurezza di chi già vede l’oriente incendiarsi ai primi raggi del sole.

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