Native della zona di Monza: soprannomi, dialetto e memoria della Brianza

Gli abitanti di Monza sono tradizionalmente chiamati Bilòtt, un appellativo dialettale legato, secondo la tradizione, ai proclami del generale francese Jean-Baptiste Billot durante il periodo napoleonico. La parola, non propriamente lusinghiera, viene utilizzata con il significato di sciocco, stupido o sempliciotto e sarebbe nata dalle “bilottate”, cioè dai proclami considerati inutili o stravaganti dai monzesi.

Il soprannome dei monzesi fa parte di una vasta tradizione brianzola che assegna a ogni paese un appellativo in dialetto. La mappa della “Brianza Granda” raccoglie quasi 250 nomignoli riferiti a 137 comuni della Brianza monzese, comasca e lecchese, mostrando una realtà linguistica ricca di ironia, riferimenti alla vita quotidiana e tracce della storia locale.

Perché i monzesi sono chiamati Bilòtt

Probabilmente la parola più curiosa è bilòtt. A Monza non è propriamente un complimento: viene utilizzata con il significato di sciocco, stupido, sempliciotto. Ma la parte interessante è la sua origine.

Secondo la tradizione riportata anche dallo studioso del dialetto monzese Felice Camesasca, il termine sarebbe legato al generale francese Jean-Baptiste Billot, comandante della piazza di Monza durante il periodo napoleonico. I suoi proclami, considerati inutili o stravaganti dai monzesi, sarebbero diventati delle "bilottate". Da lì sarebbe nato anche il soprannome.

I monzesi, si sa, sono i Bilòtt. Non è un appellativo molto lusinghiero e affonda le sue origini nel periodo francese di Villa reale quando il generale Billot si era messo in testa di collegare la reggia di Monza con Versailles. I suoi proclami, spesso bizzarri, per i bravi monzesi era delle vere “bilottate”.

Ancora oggi Bilòtt è uno degli appellativi tradizionalmente associati proprio ai monzesi. Ed è un termine particolare perché viene indicato come quasi esclusivamente monzese.

Monza in dialetto: Munscia e le parole della tradizione

La stessa Monza, in dialetto, diventa Munscia. Il monzese non è semplicemente "milanese parlato a Monza". È una varietà del lombardo occidentale, storicamente molto vicina al milanese ma contaminata anche dalle parlate della Brianza.

Persino all'interno della città, nel tempo, sono esistite sfumature differenti a seconda delle zone e degli ambienti sociali. E alcune parole raccontano Monza molto meglio di quanto potrebbe fare una lunga lezione di storia.

Poi c'è un universo di termini che il monzese condivide, con varianti e sfumature, con il resto della Brianza e dell'area milanese. Tra quelli tramandati nelle raccolte dedicate al dialetto compare barlafüs, parola diffusa anche fuori da Monza e utilizzata, con sfumature differenti, per indicare una persona di poco conto, inconcludente o che parla a vanvera.

C'è poi bugnòn, il rigonfiamento o foruncolo, parola appartenente più in generale alla tradizione linguistica lombarda. E andando verso la Brianza compaiono termini ancora più lontani dall'italiano di oggi: abéet, ad esempio, indica la voglia, mentre zu-zu veniva utilizzato nelle campagne come modo affettuoso per chiamare il maiale.

Vecchia Monza e dialetto monzese

I soprannomi degli abitanti della Brianza

Ad ogni paese il suo abitante. E ad ogni abitante il suo nome. In dialetto.

Sta avendo molto successo su Facebook una mappa della “Grande Brianza” che assegna a tutti i cittadini dei singoli comuni il proprio nome in brianzolo. La foto, che Roberto Ornaghi ha condiviso nel gruppo “Per quei che parla lombard”, un ‘canale’ che esalta l’utilizzo proprio del dialetto, raccoglie quasi tutti i centri - piccoli e grandi - della Brianza monzese, comasca e lecchese.

Così, ad esempio, i monzesi diventano “Bilott”, i vimercatesi “Gratta gainn” e i desiani “Goss”.

ComuneNome dialettale degli abitanti
Agrate BrianzaGratton
AicurzioFasoeulott
AlbiatePeciott
ArcorePorcelitt
BarlassinaAsnitt
BarzagoGiò i man dal tavol
BelluscoMajapolenta a tradiment
BernareggioPeciott
Besana in BrianzaBesasc
BiassonoSgorbatt
Bovisio MasciagoBus e Baloss
BrioscoPaltee
BrugherioBeritt
BuragoBorios
BusnagoBus
CambiagoCambiaa
CaponagoMoletta
CarateCornett
CarnateCrapon
CarugoMaja broeud
CasatenovoPersegatt
Cassago BrianzaLumagon
Castello BrianzaMaja cazzoeula
CavenagoSaracch
Cesana BrianzaBilott
Cesano MadernoTocch
CogliateCugiaa
Colle BrianzaTegnòn
ConcorezzoMaja polt
CorrezzanaCarozz
DesioGoss
GiussanoBorsett
LazzateLacett
Lentate sul SevesoBalòn
LesmoBau bau
LimbiateFasoeu
LissoneCraponi
MacherioGattitt
MedaStrii
MeratePiattej
MezzagoStornej
MisintoGallett
MonzaBilott
MuggiòFerrèe
Nova MilaneseLovitt
OrnagoSciatt
Paderno d’AddaGuastett
RenateLorocch
RoncelloRonchett
Ronco BriantinoCoditt
SeregnoCoppitt
SevesoDottor
SovicoCucù
SulbiateSciusciaa
TriuggioGugitt
Usmate-VelateMaja moeuj
VaredoPomatt
Vedano al LambroBalabiott
VeduggioMaja gugg
Verano BrianzaBuscitt
VillasantaOcch
VimercateGratta gainn

Gli appellativi più curiosi della Brianza

Poi ci sono i “Mazzapret” di Caponago, che evidentemente non godono della fama di “baciapile”, i Ciaparatt di Cabiate, i “Crapon” di Carnate che, in fatto di vivacità intellettiva, fanno concorrenza ai Bilòtt monzesi.

Dai Gratton di Agrate ai “Gratta gainn” di Vimercate è un viaggio tra gli appellativi più coloriti, rigorosamente in dialetto, quello che ha raccolto Renato Ornaghi. Centotrentasette comuni dalle Grande Brianza che si estende da Monza al lecchese e al comasco con quasi 250 appellativi diversi, perché anche all’interno di un unico comune i campanili sono tanti e così anche i nomignoli.

Difficilmente gli appellativi sono lusinghieri e anche i “Bei” o gli “Sciori” di Erba o gli “Avvocatt” di Caponago, nascondono sicuramente una bonaria presa in giro.

Quello che emerge è l’umanità di un territorio che, a dispetto di chi ritiene la Brianza una terra un po’ chiusa e un po’ musona, fa prova di grande verve, una buona dose di ironia e di autoironia.

Le origini agricole, operaie e gastronomiche dei soprannomi

Ci sono nomi che affondano le loro radici nella Brianza agricola, così non deve stupire se a Montevecchia dove si produceva, e si è tornato a produrre vino, gli abitanti sono i “Brusa palett”, ovvero coloro che bruciavano i paletti che sostengono i filari.

Ci sono poi i nomi della Brianza operaia come i “Maja colla” di Meda, probabilmente perché da bravi mobilieri di colla dovevano mangiarne parecchia, e poi c’è tutto un “menù” della tavola Brianzola di un tempo.

Dai Polenton di Albese con Cassano ai Peveron di Alzate, dai Cappon di Anzano ai Porcelitt di Arcore, dai Pescitt di Brivio ai “pan e latt” di Carimate.

Insomma c’è da divertirsi e anche da contribuire ad arricchire l’elenco con nuove espressioni o con nuove storie. Chi sa dire, per esempio, perché gli abitanti di Barzago sono i “Giò i man dal tavol”?

La tradizione orale e la raccolta delle parole monzesi

È una ricerca di qualche tempo fa che l’ingegnere di Missaglia, già autore di cd con i classici del pop e rock tradotti, come i successi dei Beatles in “lengua mader”, del Cammino di Sant’Agostino e ora alle prese con la traduzione in dialetto monzese delle poesie di Giacomo Leopardi, ha voluto postare sul suo profilo Facebook.

«Un divertissement - spiega - ma anche un modo per tramandare una storia dal colore locale che rischia di perdersi».

Perché i nomignoli, quasi mai lusinghieri, fanno parte di quella tradizione orale che, tempo una generazione, rischia di cadere nel dimenticatoio. «Il social è invece un modo per mantenere viva la memoria - prosegue Ornaghi - ma anche per aggiungere nuovi appellativi o rintracciare l’origine di molte espressioni».

C'è una Monza che non si trova sulle mappe e che rischia lentamente di scomparire. È quella delle parole pronunciate dai nonni, delle espressioni ascoltate in famiglia e di un dialetto che per generazioni ha accompagnato la vita quotidiana della città.

Parole che oggi possono sembrare quasi incomprensibili a un ragazzo, ma che fino a qualche generazione fa appartenevano alla normalità.

Il dizionario del dialetto monzese e brianzolo

A provare a mettere ordine in questo patrimonio è stato proprio Felice Camesasca, monzese classe 1928, che dedicò decenni alla raccolta delle parole ascoltate nella sua città.

Nel 2009 il suo lavoro portò alla pubblicazione del Breve dizionario del dialetto monzese e brianzolo, una raccolta di circa 2mila parole. Il lavoro comprendeva inoltre centinaia di espressioni legate al monzese e alle sue varianti brianzole.

Un'impresa che oggi assume un significato ancora maggiore. Perché il problema non è soltanto sapere come si dice una parola in dialetto.

Dentro quelle espressioni ci sono mestieri scomparsi, abitudini, ironia, rapporti familiari e un modo di osservare il mondo che apparteneva alla Monza di qualche decennio fa. Il dialetto cambia, si mescola con l'italiano e inevitabilmente perde spazio.

Ma basta ancora una parola pronunciata da un nonno, un soprannome o una vecchia espressione per riaprire un pezzo di storia locale. E forse è proprio questo il bello del monzese: per raccontare Monza qualche volta non servono grandi discorsi. Basta un bilòtt.

Monza prima dei soprannomi: le origini della città

La storia di Monza inizia in epoca romana, con l’attestazione del vicus di “Modicia”, anche se nel territorio monzese sono state rinvenute testimonianze di presenza umane molto anteriori.

I primi rinvenimenti di civiltà antiche scoperti nel territorio della provincia risalgono all’età del bronzo, II millennio a.C., e consistono in vari tipi di oggetti: vasellame, lucerne, armi, spilloni e corredi funerari. Questi oggetti, scoperti sul finire del ventesimo secolo, sono ora conservati nei musei civici di Monza.

L’origine di questa popolazione antica è sicuramente celtica e si può per di più dire, più precisamente, che questa popolazione celtica era quella degli Insubri, che avevano già fondato Mediolanum e vari villaggi attorno, tra cui Monza.

Documentata è anche la sicura presenza nella regione di comunità socialmente organizzate di origine celtica. Infatti la tribù celtica degli Insubri, valicate le Alpi, si era stabilita intorno a Mediolanum, Milano, dividendosi in numerosi villaggi, tra cui quello che sarebbe diventata l’odierna Monza.

Monza romana e il vicus di Modicia

Nel secondo secolo a.C. questo territorio sarebbe entrato nell’orbita di Roma, divenendo parte della provincia della Gallia Cisalpina. Nell’anno 222 a.C. i consoli romani Gneo Cornelio Scipione Calvo e Marco Claudio Marcello sottomisero i Celti insubri che tuttavia, pochi anni più tardi, si sollevarono all’arrivo di Annibale, 218 a.C.

Tornata nell’orbita di Roma nei primi decenni del II secolo a.C., la Gallia Cisalpina fu integrata con un diffuso insediamento di coloni e ottenne da Giulio Cesare la cittadinanza romana nel 49 a.C., Lex Roscia.

Nella ripartizione di Augusto Modicia era inclusa nella Regio XI, il cui territorio corrispondeva all’antica Gallia Transpadana. La città non era un municipio autonomo in quanto per la relativa vicinanza dipendeva dal municipio di Mediolanum.

Nodo stradale importante per le vie che collegavano Milano a Como e a Bergamo, la sua importanza cominciò a manifestarsi dalla fine del III secolo anche se il luogo continuò a mantenere un carattere essenzialmente agricolo.

Il nome latino della città era probabilmente Mòdicia, come testimonia la dedica incisa su di un’ara del II secolo dedicata ad Ercole dagli Juvenes Modiciates, anche se non lo si ritrova menzionato nei documenti né di età repubblicana, né imperiale.

Il Lambro e il ponte di Arena

Dai ritrovamenti archeologici si è trovato che il nucleo principale della città era sulla sponda destra del fiume Lambro verso il Duomo, e un secondo nucleo, forse più tardo, era sulla sponda sinistra verso l’odierna chiesa di S. Maurizio.

Le due zone erano collegate dall’unico monumento tuttora rimasto della Monza romana: il ponte sul fiume Lambro detto “di Arena”. Il ponte sarebbe così chiamato perché si trovava nelle vicinanze di un luogo in cui i giovani praticavano attività ginnico-sportive.

Un’altra ipotesi si riferisce invece alla possibile esistenza di un piccolo anfiteatro, sulla riva sinistra del fiume, come suggerito dalla curva ellittica descritta dall’andamento dell’attuale via Vittorio Emanuele II.

Il ponte, che fu demolito nel XIX secolo per far posto all’odierno ponte dei Leoni, era lungo 70 m e largo 4, era composto di sette archi ribassati in cotto e serizzo, uno dei quali è tuttora visibile.

Da qui passava la strada che da Milano conduceva a Lecco e a Bergamo.

Ponte romano di Arena sul Lambro

Le testimonianze archeologiche

Della Monza romana sono rimaste varie testimonianze quali ceramiche, grezze o dipinte, di uso quotidiano, are dedicate a Giove, Ercole e Mercurio, iscrizioni, sarcofagi, lapidi sepolcrali ed epigrafi di militari, commercianti e piccoli proprietari, spesso dai nomi celtici romanizzati.

Le fondazioni di un ninfeo tardo romano sono state risistemate nel giardino della cosiddetta casa dei Decumani, poco lontano dal luogo del ritrovamento avvenuto ad est della cappella del Rosario del Duomo.

In una zona non molto distante poteva anche trovarsi un’area sepolcrale, poiché i relativi materiali lapidei di recinzione furono reimpiegati come pilastri della stessa casa dei Decumani.

Dalle invasioni barbariche ai Longobardi

Nell’ultimo periodo della decadenza dell’impero, nel 402, i Goti di Alarico saccheggiarono la regione Transpadana. Nel periodo successivo, Monza vive le stesse vicende del resto d’Italia.

Infatti, nuovi popoli barbari andavano via via stanziandosi nell’area. Inizialmente arrivarono gli Eruli, il popolo di Odoacre, che avrebbe poi deposto l’ultimo imperatore d’Occidente.

Poi arrivarono gli Ostrogoti di Teodorico, nel 493, che fecero costruire proprio a Monza il Palatium Magnum, che era di fatto una delle residenze del re. Dell’antico palazzo purtroppo non è rimasta traccia, però sappiamo della sua esistenza perché menzionato da Paolo Diacono nella sua “storia dei longobardi”.

I Bizantini di Giustiniano avrebbero poi riconquistato l’Italia e sconfitto gli Ostrogoti nel 553, per poi perdere i territori del centro-nord con l’arrivo dei Longobardi nel 568.

Teodolinda e la Monza longobarda

I Longobardi sono un popolo molto importante per la storia di Monza e il personaggio per noi più importante è sicuramente la regina Teodolinda.

Autari, terzo re in Italia dei Longobardi, aveva sposato, nel 589, Teodolinda, principessa cattolica bavarese, figlia del duca Garibaldo e di Valdrada principessa della stirpe longobarda dei Letingi.

Morto improvvisamente Autari nel 590, Teodolinda sposò in seconde nozze il duca di Torino, Agilulfo, incoronato re d’Italia. La coppia regale stabilì a Milano la propria capitale e a Monza la residenza estiva.

Teodolinda si fece allora costruire un ricco palazzo a Monza. Anche di questa residenza regale non è rimasta traccia, se non nell’iscrizione sull’Evangeliario donato dalla regina alla chiesa di San Giovanni.

Teodolinda fece anche costruire, nel 595, vicino al suo palazzo e sulla riva del fiume Lambro un oraculum, cioè un luogo di preghiera, presto ampliato e dotato di molti ornamenti d’oro e d’argento: la prima basilica di San Giovanni Battista, adiacente al Palazzo Reale.

Di questo luogo rimangono solo alcuni muri e qualche lastra colorata a soggetto religioso, presenti oggi nell’odierno Duomo. Vestigia del tempio teodolindeo, quali muri del VI secolo, iscrizioni, lastre decorate a soggetto religioso si trovano tuttora a far parte dell’odierno Duomo, che forse ne comprende alcune navate.

A lato dell’abside rimane anche una torre longobarda usata più tardi come campanile della Basilica e forse in origine posta a difesa dell’adiacente Palazzo Reale.

La leggenda di Modoetia

Rispetto al nome della città ci fu ancora un cambiamento da quello romano. Mutamento che è spiegato da una leggenda che ha come ambientazione la città di Monza.

Secondo una leggenda, la regina Teodolinda, per riposarsi durante una battuta di caccia del re e della corte longobarda, si addormentò lungo la riva del fiume Lambro. In sogno avrebbe visto una colomba, simbolo dello Spirito santo, che le avrebbe pronunciato la parola modo, ad indicare che avrebbe dovuto dedicare quel luogo a Dio.

La regina a quel punto avrebbe risposto etiam, indicando la sua piena accondiscendenza al volere divino. Dall’unione delle due parole modo ed etiam sarebbe poi quindi nato il nome della città: Modoetia.

L’episodio è narrato, insieme ad altri della vita della regina, nel ciclo di affreschi, eseguito nel XV secolo dai fratelli Zavattari, che decora interamente le pareti della Cappella di Teodolinda nel Duomo di Monza.

Teodolinda morì nel 627 e venne sepolta nell’Oraculum. Nel 1308 i suoi resti furono trasferiti in un sarcofago nella Cappella a lei dedicata.

La Corona Ferrea e il ruolo della città

Papa Gregorio Magno, grazie all’influenza della regina, sostenne la conversione al cattolicesimo del popolo longobardo, ancora in gran parte pagano o ariano.

Per incoraggiare e confermare la fede del popolo il papa donò una serie di oggetti di culto, molti dei quali, carichi di valore storico ed artistico, sono ancora oggi conservati nel museo del Duomo, insieme anche a numerosi oggetti d’arte di questo popolo.

Tra questi l’Evangeliario di Teodolinda, che papa Gregorio Magno donò nel 603 alla regina dei Longobardi.

La fine dei Longobardi avvenne con la sconfitta nel 774 del re Desiderio, ad opera di Carlo Magno, re dei Franchi. Questi sarebbe poi stato incoronato con la Corona Ferrea nel 775 re dei Franchi e dei Longobardi.

Monza nel Medioevo

Dopo Teodolinda la Chiesa monzese andò assumendo un’importanza spirituale e temporale sempre maggiore. A suo capo fu posto un “Diacono custode” che successivamente, nell’anno 879, divenne “Arciprete”.

In questo periodo la Basilica monzese e le sue terre furono prima soggette a “Principi”, cioè a feudatari inviati dai re longobardi residenti a Pavia. Più tardi l’Arciprete di Monza giunse ad associare il potere temporale a quello spirituale.

Nell’843 l’Impero carolingio venne diviso in tre regni: Monza fa parte del Regnum Italicum, assegnato a Lotario I. Negli stessi anni Monza diviene possesso del conte franco Ugo di Tours.

Il Glossario di Monza risale probabilmente ai primi decenni del X secolo. Con Berengario, 850-924, duca del Friuli, divenuto re d’Italia e poi, nel 915, anche imperatore del Sacro Romano Impero, Monza torna nuovamente ad assumere l’importanza perduta dopo la morte della regina Teodolinda.

Berengario, incoronatovi imperatore con la Corona Ferrea, sceglie Monza come sede imperiale e dalla città emana molti decreti per il governo dell’impero stesso. Vi fa anche costruire un castrum fortificato contro le incursioni degli Ungari.

Sotto il suo regno, Monza poté godere di una certa indipendenza: disponeva infatti di un proprio sistema di pesi e di misure; poteva anche confiscare beni e contrassegnare gli atti notarili con proprie segnature.

Berengario I fu molto generoso con Monza con numerose donazioni al suo Duomo, tra cui la famosa Croce, e concedendo ampi benefici ai suoi 32 canonici ed alle altre chiese.

Il rapporto con Milano e la nascita del Comune

In particolare il dominio della chiesa monzese divenne consistente ed il suo Arciprete venne a riunire i ruoli di capo della Basilica e di Signore con potere politico.

Monza città fortificata ospitò, nel 980, Ottone II proveniente dalla Germania. Nell’anno 1000 suo figlio Ottone III divenne protettore di Monza e di tutti i suoi possedimenti: Bulciago, Cremella, Lurago, Locate e Garlate.

La potenza economica della città ed il suo prestigio come sede di incoronazione affermatosi nel corso del X secolo andrà consolidandosi nei due secoli successivi, suscitando la rivalità di Milano che cercherà con varie e alterne vicende di sottometterla.

Nel 1018, Ariberto d’Intimiano, 970-1045, Signore di Monza, viene consacrato vescovo di Milano: così la città perde la propria autonomia rispetto alla potente e troppo vicina Milano.

Non si hanno documenti certi per ricostruire storicamente l’origine del Comune di Monza. La maggior parte degli studiosi propende per collocarla alla fine dell’XI secolo, o all’inizio di quello successivo, come reazione al forte potere politico esercitato dall’Arciprete sulla città.

Monza tra XII secolo e Rinascimento

Si stima che la città di Monza contasse circa settemila abitanti. L’agricoltura ne costituiva l’attività prevalente, anche se l’artigianato iniziava a crescervi d’importanza.

Nel 1128, a Monza nella chiesa di San Michele, Corrado III di Svevia, della famiglia degli Hohenstaufen, viene incoronato re d’Italia dall’arcivescovo di Milano Anselmo Pusterla.

Nel terzo decennio del secolo nasce a Monza San Gerardo dei Tintori, fondatore di un ospedale. Nel 1135 Corrado III deve cedere il proprio regno a Lotario II, secondo un’altra numerazione, Lotario III.

Nello stesso anno papa Innocenzo II prende la Chiesa di Monza sotto la protezione apostolica e ne conferma i beni e i privilegi. L’anno successivo Lotario garantisce al clero monzese l’indipendenza da Milano.

Monza riacquista così la propria autonomia che non è solamente limitata al governo feudale di terre e di beni, ma è estesa anche al potere spirituale: infatti, mentre è negata ad altri, all’arciprete di Monza è confermata la facoltà di ordinare i chierici della propria chiesa, anno 1150.

Naturalmente tale autonomia non fu mai assoluta, non potendosi svincolare completamente dall’autorità del vescovo di Milano.

Federico I Barbarossa succede allo zio Corrado III di Svevia ed è due volte nella città di Monza: nel 1158 e nel 1163. In questo periodo la città torna ad assumere grande importanza e riacquista la propria indipendenza da Milano, città fortemente ostile all’imperatore.

Federico dichiara Monza di sua proprietà e le concede anche la “curraria”, cioè il diritto di riscuotere la dogana sulle strade, diritto solitamente concesso solo alle città di “sede regia”.

Nel periodo delle lotte contro Milano e le altre città della Lega, Monza è soprattutto un centro amministrativo per il Barbarossa che vi vuole un palazzo sul Lambro per tenervi corte e amministrare la giustizia.

Dalla storia della città ai nomi dei suoi abitanti

La storia di Monza attraversa dunque epoche diverse: le comunità celtiche degli Insubri, il vicus romano di Modicia, la presenza ostrogota e longobarda, il ruolo di Teodolinda, le incoronazioni con la Corona Ferrea, la rivalità con Milano e la crescita delle attività agricole e artigianali.

Accanto alla storia ufficiale esiste però una memoria più quotidiana, conservata nei nomi con cui gli abitanti dei paesi venivano riconosciuti dagli altri. I “Bilòtt” di Monza, i “Crapon” di Carnate, i “Porcelitt” di Arcore, i “Gratta gainn” di Vimercate e tutti gli altri appellativi raccontano un territorio attraverso il sarcasmo, la cucina, i mestieri, le abitudini e le caratteristiche attribuite alle comunità.

Questi nomignoli non sono soltanto etichette scherzose. Sono parte di quella tradizione orale che, tempo una generazione, rischia di cadere nel dimenticatoio, insieme alle parole pronunciate dai nonni e alle espressioni ascoltate in famiglia.

La Brianza dei soprannomi è quindi una carta linguistica della zona di Monza: una mappa fatta di campanili, dialetti, memorie locali e ironia, nella quale il nome di ogni abitante conserva una piccola storia.

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