Per don Tonino Bello, la Messa era il centro della vita personale, familiare, ecclesiale e sociale, perché rende sacramentalmente presente il sacrificio del Calvario e orienta i credenti alla preghiera, alla carità e al servizio.
La celebrazione eucaristica non doveva rimanere separata dalla vita quotidiana: la Messa domenicale doveva essere la fonte da cui partono i propositi di comunione, di carità, di servizio ai fratelli e di impegno nella realizzazione di un mondo più umano e più giusto.
La formazione liturgica e il mistero della Messa
A Bologna, don Tonino visse un’esperienza straordinaria che lo aiutò a percepire i “fermenti conciliari” e, sotto l’influsso del cardinale Lercaro, a comprendere il legame tra la liturgia, l’attenzione alla realtà sociale e la testimonianza in favore dei poveri[1]. La formazione impartita nel seminario Onarmo, infatti, riguardava tre ambiti: spirituale, culturale e pastorale.
La vita spirituale aveva come culmine e fonte la Messa, vissuta in tutta la sua ricchezza liturgica. Una forte impronta comunitaria regolava i tempi della preghiera liturgica, della meditazione, della lettura spirituale. L’ascolto comunitario della Parola di Dio era un elemento caratterizzante la vita del chierico.
Tutto si traduceva nello studio della realtà sociale e nella frequentazione dei luoghi di lavoro degli operai. Lo stesso impegno in campo liturgico egli profuse nel suo ministero sacerdotale ad Ugento e a Tricase, in sintonia con il magistero di mons. Giuseppe Ruotolo che, a suo dire, «viveva coscientemente queste indicazioni del Concilio»[2].
Generosa fu la sua dedizione nel promuovere nel clero e nei laici la consapevolezza dell’importanza della celebrazione liturgica e dell’unità tra la vita e il rito. Confezionò una raccolta di canti e di musiche a servizio di tutte parrocchie della Diocesi. Lui stesso insegnava i canti prima della Messa.
Molto spesso si recava nelle parrocchie per illustrare agli animatori liturgici e ai gruppi parrocchiali la Costituzione Sacrosanctum Concilium. Riteneva, infatti, che l’approvazione della Costituzione sulla divina liturgia avesse una portata storica «di dimensioni colossali», paragonabile all’influsso che alcuni decreti del Concilio di Trento avevano avuto negli orientamenti dei secoli successivi.
L’aspetto più importante della nuova Costituzione non era solo il suo contenuto normativo, ma soprattutto l’irruzione prepotente della liturgia nel campo della pastorale. Non si trattava di un romantico archeologismo promosso dalla voglia di riportare indiscriminatamente tutto alle origini, ma il desiderio di fare emergere lo stretto legame tra lex orandi, lex credendi e lex vivendi.
Don Tonino era consapevole che la liturgia era non solo il momento rivelativo del mistero, ma anche l’azione educativa della fede dei singoli e delle comunità. Per questo egli esortava i sacerdoti: «Non diamoci pace, finché vedremo i nostri fedeli assenti e come staccati dai misteri che celebriamo sull’altare […] Accostiamo alle anime affamate i tesori che la Chiesa racchiude nello scrigno della sua preghiera ufficiale. Utilizziamo tutte le risorse inesauribili dell’anno liturgico, della Messa, del breviario, dei sacramenti. Non lasciamo perdere nemmeno un briciolo di queste incalcolabili ricchezze»[3].

L’Eucaristia al centro della vita cristiana
Particolare attenzione pose alla pastorale eucaristica incentrata sulla domenica e alla pastorale battesimale. Nello scritto L’eucaristia fonte di vita cristiana (agosto 1968), egli afferma: «È ora di ricentrare sull’Eucarestia, con più intelligenza e con maggior dinamismo, tutta la nostra vita personale, familiare e sociale.
L’Eucarestia ci deve far superare le barriere del nostro individualismo, aprendoci ai bisogni degli altri e dando al nostro cristianesimo insospettate dimensioni di vitalità. Attorno all’Eucarestia deve fare perno anche la famiglia in quanto tale.
Se è vero che si diventa sposi cristiani col sacramento del matrimonio, è pur vero che si vive da sposi cristiani mediante l’Eucarestia. Essa è il centro della spiritualità familiare, in quanto perfeziona e compie quanto il matrimonio comunica»[4].
Era convinto che da questo ricentramento attorno all’Eucarestia avrebbe tratto giovamento anche «la vita sociale, dal momento che vivere il mistero pasquale significa impegnarsi di persona nel rinnovamento di se stessi, dei costumi e delle strutture.
Gli orientamenti pratici che derivano da queste considerazioni si esprimano quindi in una migliore, più attiva e più intelligente partecipazione alla S. Messa, che è lo stesso sacrificio del calvario reso sacramentalmente presente sui nostri altari.
La Messa domenicale, momento culminante della settimana in cui tutta la famiglia parrocchiale si raduna nella casa del Padre, sia la fonte da cui partono tutti i nostri propositi di riunione, di carità, di servizio ai fratelli, di impegno nella realizzazione di un mondo più umano e più giusto»[5].
La Messa domenicale e le sue tre dimensioni
Fin dal primo progetto pastorale (1984) “Insieme alla sequela di Cristo sul passo degli ultimi” ha insistito sulla centralità della domenica e sulla necessità della catechesi liturgica. Ha sottolineato la necessità di «riscoprire la “tridimensionalità” della domenica.
Essa è: a) Giorno del Signore. È l’incontro pasquale con il Signore risorto. Èl’appuntamento con lo Sposo. Se questo incontro, come quello di due innamorati, non è atteso, desiderato, preparato e goduto, si riduce ad un cerimoniale da farisei.
b) Giorno dell’assemblea. È la celebrazione di una appartenenza. Non è solo l’assolvimento di un dovere personale con il Signore, ma l’esperienza di una consanguineità con la famiglia dei credenti.
Se quest’ottica entra nella nostra pedagogia, c’è da augurarsi che cambieranno molte cose nella “congelata” routin di gesti e di parole che marginalizza non poco l’assemblea, modellata ancora su un registro di stampo clericale.
c) Giorno dei poveri. Non si tratta di guardare la domenica con filtri sociologici o con categorie orizzontali. Si tratta invece, di convincere che se non c’è fractio panis non c’è riconoscimento del Signore.
Cristo è nel pane. Ma i discepoli lo riconoscono allo spezzare del pane. È tutta una dimensione ancora da inventare»[9].
Sul tema della domenica, ha incentrato il progetto pastorale “Insieme per camminare. Linee programmatiche d’impegno pastorale per l’anno 1986-1987”, seguendo lo schema della nota pastorale della CEI del 1984, intitolata “Il giorno del Signore”.
La catechesi liturgica e la preparazione della Messa
Sempre nel primo progetto pastorale, ha richiamato l’importanza della catechesi liturgica. Era, infatti, convinto che «per i più è l’unico approccio con la Parola.
Pertanto si comprende bene con quale severità, con quale “ansia”, con quanta scrupolosa preparazione di studio e di preghiera vada “costruita” una liturgia. Non si può improvvisare.
Se la Messa domenicale diviene privilegiato momento in cui la parola viene celebrata, se l’omelia, soprattutto, si tramuta in occasione forte da offrire al Signore perché converta i suoi figli, allora veramente, l’anno liturgico sarà la scuola migliore di catechesi permanente.
È superfluo aggiungere che questo tipo di catechesi che si articola attorno alla domenica e si schematizza sull’anno liturgico, deve trovare dei momenti particolarmente densi nella quaresima e nell’avvento.
È in questi periodi che, in ogni comunità parrocchiale, vanno collocate speciali iniziative di annuncio promotrici di conversione»[10].
Le linee pastorali programmatiche per il 1988-89[11] insistono sull’attenta applicazione delle norme liturgiche in riferimento ai sacramenti al fine di intendere i “momenti rituali” non semplicemente come codici rituali, ma come “spia della comunione” tra i fedeli e tra questi e i sacerdoti.
La Messa come celebrazione della comunione
Una rilevanza particolare, nel suo magistero episcopale, riveste la Messa crismale. Nella prima omelia, come su Gesù nella sinagoga di Nazaret, egli vede gli occhi della gente puntati su di lui.
Ma a differenza di Cristo sente di non avere la forza di sostenerli. Per questo esclama: «Dio solo sa come vorrei, in questo Giovedì Santo, affiggere anch’io gli occhi sul Vescovo, star seduto dalla parte vostra, abbandonarmi come negli anni passati al flusso della grazia, all’onda dei richiami, all’urto della parola; lasciarmi scavare il cuore dalle tenerezze della liturgia, sentirmi scuotere dalla prepotenza del rito.
Stavolta, però, sono chiamato a vivere con vibrazioni diverse la solennità di questa Messa crismale, perché, esattamente cinque mesi fa lo Spirito del Signore mi ha consacrato con l’unzione e mi ha mandato per annunziare ai poveri il lieto messaggio»[12].
Il Giovedì santo, secondo don Tonino, si potrebbe chiamare il giorno delle “due lavande”. Se nella Messa in Coena Domini è Cristo a lavare i piedi ai discepoli, nella Messa crismale è la donna a bagnare con le lacrime i piedi a Gesù.
In questo caso, vi è «al posto dell’acqua, l’olio profumato. Al posto del catino, un vaso d’alabastro. E invece dell’asciugatoio, i morbidi capelli di una donna»[13].
Nelle due lavande si evidenzia la Chiesa del profumo al mattino e la Chiesa del grembiule alla sera. La Messa crismale è la liturgia dell’accensione del «fuoco della festa e olio di esultanza»[14], la festa somigliante alla «sagra del grano, dell’uva e dell’olio»[15].
La gioia della festa, però, non fa dimenticare i problemi del mondo e della Chiesa: la guerra, lo sbandamento a cui sono sottoposti i Marocchini; vilipendio nei confronti degli Albanesi, a cui si negano i più elementari diritti umani.
«La pace è finita, andate a Messa»
Per don Tonino, la Messa doveva mettere in crisi l’egoismo e l’ipocrisia dei credenti, impedendo che l’Eucaristia fosse ridotta a una pratica rassicurante e separata dalle sofferenze del mondo.
Il frutto dell'eucaristia dovrebbe essere la condivisione dei beni. I nostri comportamenti invece sono l'inversione di questa logica. Le nostre messe dovrebbero smascherare i nuovi volti dell'idolatria.
Le nostre messe dovrebbero metterci in crisi ogni volta. Per cui per evitare le crisi bisognerebbe ridurle il più possibile. Non fosse altro che per questo.
Dovrebbero smascherare le nostre ipocrisie e le ipocrisie del mondo. Dovrebbero far posto all'audacia evangelica. Non dovrebbero servire agli oppressori.
Bonhoeffer diceva che non può cantare il canto gregoriano colui che sa che un fratello ebreo viene ammazzato. Non si può cantare il canto gregoriano quando si sa che il mondo va così.
Tante volte anche noi, presi da una fede flaccida, svenevole, abbiamo fatto dell'eucaristia un momento di compiacimenti estenuanti, che hanno snervato proprio la forza d'urto dell'eucaristia e ci hanno impedito di udire il grido dei Lazzari che stanno fuori la porta del nostro banchetto.
Se dall'eucaristia non parte una forza prorompente che cambia il mondo, che dà la voglia dell'inedito, allora sono eucaristie che non dicono niente.
Se dall'eucaristia non si scatena una forza prorompente che cambia il mondo, capace di dare a noi credenti l'audacia dello Spirito Santo, la voglia di scoprire l'inedito che c'è ancora nella nostra realtà umana, è inutile celebrare l'eucaristia.
Questo è l'inedito nostro: la piazza. Lì ci dovrebbe sbattere il Signore, con una audacia nuova, con un coraggio nuovo. Ci dovrebbe portare là dove la gente soffre oggi.
La Messa ci dovrebbe scaraventare fuori. Anziché dire la messa è finita, andate in pace, dovremmo poter dire la pace è finita, andate a messa. Ché se vai a Messa finisce la tua pace.
La vita, giocatevela bene. Don Tonino Bello
L’Eucaristia e il servizio agli ultimi
I poveri sono i più presenti, in prima fila, nel cuore e nella parola di don Tonino, perché degli ultimi, dalla Parola evangelica, è detto che saranno i primi. È la povera gente, persone comunissime, cariche dei problemi della vita, anche di errori e di colpe, gente sporca della polvere dei cammini più duri, senza potere né giustizia, senza onore, senza affetti, senza questo e senza quello.
Sono i più “non” di tutti, i più laici di tutti. Gli ultimi degli ultimi. Tutti gli otto Scritti quaresimali del 19881 sono dedicati ai piedi: di Pietro, di Giuda, di Giovanni, di Bartolomeo, degli altri, del Risorto.
Nulla di più basso e di più fondamentale dei piedi. Riguardo a Pietro, don Tonino scrive: «A furia di difendere la tesi del “primato” di Pietro, abbiamo perso di vista che egli è il capostipite di quell’ultimato” di poveri verso cui Gesù ha sempre espresso un amore preferenziale.
I piedi dei poveri sono il traguardo di ogni serio cammino spirituale». Gesù, e don Tonino, onorano i piedi. I piedi degli ultimi, che Gesù ci ha chiesto di lavare, con gesto sacramentale, sono la mèta dell’elevazione spirituale.
Le sue liturgie annunciano davvero il largo banchetto del Regno esemplificato nelle parabole di Gesù: invita poveri, storpi, zoppi e ciechi, nel corpo o nell’animo, insomma quelli che non possono ricambiare e ti rendono beato, perché dai senza riavere.
Il grembiule e il servizio cristiano
Al centro della sua visione si trova la cosiddetta ecclesiologia del grembiule, legata al gesto di Cristo che lava i piedi ai discepoli.
Il grembiule è l’unico paramento sacerdotale registrato dal Vangelo. Il quale Vangelo, per la Messa solenne celebrata da Gesù nella notte del Giovedì Santo, non parla nè di casule, nè di amitti, nè di stole, nè di piviali.
Parla solo di questo panno rozzo che il Maestro si cinse ai fianchi con un gesto squisitamente sacerdotale. Chi sa che non sia il caso di completare il guardaroba delle nostre sacrestie con l’aggiunta di un grembiule tra le dalmatiche di raso e le stole a lamine d’argento.
La liturgia, in questa prospettiva, non si conclude nel momento celebrativo, ma prosegue nella disponibilità concreta verso le persone ferite dalla povertà, dall’emarginazione e dall’ingiustizia.
Concedere spazio conta poco, se non si sa offrire del tempo. Il tetto non copre, ci vuole un lembo di vita. Dare un letto non basta, se non si sa dare la buona notte.
La carità concreta che nasce dalla Messa
Era anche convinto che la liturgia doveva spingere alla carità. Tra gli altri aneddoti, si racconta questo episodio: «Un giorno venne a sapere che una famiglia con sei figli veniva sfrattata.
Resosi inutile ogni tentativo di accomodamento, noleggiò un camion e portò in Seminario genitori, figli e masserizie. A cose fatte, informò il Vescovo, mons. Michele Mincuzzi, che gli dette il suo assenso.
Continuò a seguire la famiglia finché non trovò un lavoro al padre come cameriere nella vicina marina di Ugento»[7].
La stessa prospettiva emerge nella sua attenzione agli stranieri e agli immigrati. So bene che il problema dell’immigrazione richiede molta avvedutezza e merita risposte meno ingenue di quelle fornite da un romantico altruismo.
Capisco anche le «buone ragioni» dei miei concittadini che temono chi sa quali destabilizzazioni negli assetti consolidati del loro sistema di vita. Ma mi lascia sovrappensiero il fatto che si stenti a capire le «buone ragioni» dei poveri allo sbando e che in questo esodo biblico non si riesca ancora a scorgere l’inquietante malessere di un mondo oppresso dall’ingiustizia e dalla miseria.
La tua storia ci provoca a vincere gli istinti xenofobi che ci dormono dentro. Che si ammantano di ragioni patriottiche. Che scatenano all’interno delle nostre raffinatissime città, inqualificabili atteggiamenti di rifiuto, di discriminazione, di violenza, di razzismo.
Ebbene, la tua storia ci fa capire che la segregazione è la risposta più sbagliata al problema razziale, così come rappresenta una iattura simmetrica il tentativo di voler assorbire nelle stratificazioni della nostra cultura i tratti emergenti della «diversità» altrui, senza lasciarne neppure la traccia.
La Messa e la riconciliazione
La larghezza del banchetto del Regno di Dio, ma anche l’esigenza, che stabilisce la precedenza della pace sul culto, secondo quella parola: «Se stai per deporre sull’altare la tua offerta e là ti ricordi che tuo fratello ha qualcosa contro di te, lascia la tua offerta davanti all’altare e vai prima a riconciliarti con tuo fratello, dopo verrai ad offrire il tuo dono».
Don Tonino, non per la necessità di riconciliarsi, ma per rispondere alla chiamata improvvisa del vescovo Paolino, di Città di Castello, di andare in un liceo a parlare della pace, cioè della riconciliazione, depone i paramenti già indossati, lascia gli altri vescovi a concelebrare e va in quel liceo a fare uno dei suoi discorsi più organici sulla pace.
Tra gli impegni legati alla pace, don Tonino affermava: «A tutti diciamo: deponete le armi, sottraetevi all’oppressione dei mercanti della guerra».
La Messa, quindi, doveva educare a una pace concreta, capace di contrastare la violenza, l’indifferenza e ogni forma di dominio esercitato sui più deboli.
Gesti, simboli e partecipazione nella celebrazione
A questo scopo, ha delle invenzioni liturgiche, che oggi forse sarebbero rimproverate. Una, l’eucarestia della rosa e della strada, riferita direttamente da una ragazza, “poco pratica di messe”, che don Tonino aveva invitato a tradurre la messa in altre lingue, in un convegno internazionale, e coinvolta profondamente in questa liturgia.
Ad un certo punto della messa, egli tirò fuori da sotto l’altare un secchio di rose, ne diede una a ciascuno dei presenti perché andassero in strada a regalarla al primo passante e rimase ad aspettare tutto contento e sorridente.
La ragazza esce, ma torna con la rosa: «Il primo passante che ho incontrato, che ha bisogno della rosa, sono io».Don Tonino l’abbraccia e le dice: «La prossima volta la invito a ballare, ma non a Molfetta, se no la gente chissà cosa dice».
In qualche altra occasione ravviva e infiora la liturgia di gesti parlanti improvvisati, che propone alla vivace partecipazione dei laici.
La celebrazione, nella sua prospettiva pastorale, doveva coinvolgere l’assemblea e condurla a riconoscere nel rito il legame tra la fede, la vita comunitaria e l’attenzione alle persone.
Il battesimo e la dimensione pasquale dei sacramenti
A suo giudizio, un’importanza non secondaria aveva il rinnovamento della pastorale battesimale. Spiegando il nuovo rito del battesimo, egli offrì una serie di annotazioni pastorali[6].
Per mettere in risalto la dimensione pasquale del battesimo, raccomandava di celebrare il sacramento nella veglia pasquale o di domenica, giorno in cui si commemora la risurrezione del Signore.
II ripristino del modo di battezzare per immersione, doveva significare meglio la morte e risurrezione di Cristo, ribadendo l’indole pasquale del sacramento.
I genitori dovevano prendere parte attiva alla celebrazione, in quanto convinti dell’importanza del dono della fede. La preparazione dei genitori doveva prevedere almeno un incontro in casa, con la consegna dell’opuscolo illustrante il rito del battesimo e con una sobria spiegazione dottrinale e liturgica.
I fedeli dovevano essere regolarmente preavvertiti delle date e degli orari della celebrazione. Questa doveva avvenire in modo comunitario, dando importanza alla distinzione dei luoghi dove celebrare i vari riti: la porta della Chiesa, il battistero, l’altare.
La veste bianca, da portare a casa e da conservare come ricordo del battesimo, poteva essere un dono della madrina o del padrino. Anche la candela, accesa al cero pasquale, doveva essere consegnata ai genitori, come ricordo del battesimo.
La partecipazione alla Messa e la vita della comunità
Non diamoci pace, finché vedremo i nostri fedeli assenti e come staccati dai misteri che celebriamo sull’altare. Accostiamo alle anime affamate i tesori che la Chiesa racchiude nello scrigno della sua preghiera ufficiale.
Utilizziamo tutte le risorse inesauribili dell’anno liturgico, della Messa, del breviario, dei sacramenti. Non lasciamo perdere nemmeno un briciolo di queste incalcolabili ricchezze.
Don Tonino insisteva sulla necessità di una partecipazione «migliore, più attiva e più intelligente alla S. Messa», perché il rito non fosse vissuto come un’abitudine priva di consapevolezza.
La preparazione della liturgia doveva comprendere lo studio, la preghiera, la catechesi e l’attenzione alle condizioni concrete della comunità. La Messa domenicale, momento culminante della settimana in cui tutta la famiglia parrocchiale si raduna nella casa del Padre, doveva diventare il punto di partenza della vita cristiana.
Il pane eucaristico come segno di comunione
“Un tempo, quando un vescovo voleva esprimere comunione e solidarietà con un altro vescovo, spezzava durante la messa un frammento del Pane consacrato, lo metteva in un piccolo calice dove c’era il sangue del Signore, e glielo inviava per mezzo di un diacono.
Oggi questo gesto lo voglio ripetere io. Ti invio il Corpo eucaristico del Signore che, consacrato nella messa di stamattina, festa della Madonna di Loreto (la Santa Casa che ha ‘trasvolato’), ti viene consegnato da don Ignazio, presbitero della mia Chiesa di Molfetta.
Trattieni con te il dono. Ma trattieni anche il portatore”: così il vescovo di Molfetta Tonino Bello (1935-1993) scriveva il 10 dicembre 1984 al vescovo di Viedma Miguel Esteban Hesayne “per la partenza di don Ignazio De Gioia missionario in Argentina”.
La lettera è alle pp. 162s del quinto volume dell’opera omnia del vescovo Bello (Molfetta 2003). Naturalmente il Viatico non compì il suo viaggio in una busta con sopra un francobollo - come ancora vanno affermando i denigratori del vescovo Bello - ma nella teca prevista dai canoni, appesa al collo del missionario.
La Messa, la Chiesa povera e il servizio
La povertà (del presbitero), la condivisione con gli ultimi, la gratuità del servizio che lo condurrà a vivere da uomo libero, mille miglia lontano dalle seduzioni della carriera e dai calcoli del tornaconto.
Lo spreco, il fasto, la mentalità sciupona, la concorrenzialità festaiola non depongono certo a favore di una Chiesa che vuole essere povera. Certe spese pazze, fatte in nome di Gesù Cristo o della Madonna o dei Santi, suonano insulto atroce al Signore, che continua ad agonizzare nel volto della gente diseredata.
Apriamo le nostre chiese. Anche esteriormente siano segni, sia pur lontani, dell’accoglienza di Dio.
La Chiesa, secondo questa impostazione, manifesta la propria fedeltà all’Eucaristia attraverso l’accoglienza, la sobrietà, la disponibilità e la vicinanza ai poveri.
Il rapporto tra Messa e vita quotidiana
Don Tonino rifiutava una separazione netta tra il culto e l’esistenza concreta. La liturgia doveva trasformare il modo di vivere, i rapporti sociali e la responsabilità verso gli altri.
Vivere il mistero pasquale significa impegnarsi di persona nel rinnovamento di se stessi, dei costumi e delle strutture. La Messa domenicale deve essere la fonte da cui partono tutti i nostri propositi di riunione, di carità, di servizio ai fratelli, di impegno nella realizzazione di un mondo più umano e più giusto.
La sua prospettiva comprendeva anche l’attenzione a chi era lontano dalla fede. Grazie, infine, a voi volontari non credenti, che, pur non essendo sostenuti da speranze ultramondane, vi prodigate per alleggerire la croce degli uomini. Voi non lo sapete, ma quella è la croce di Dio.
In questa visione, la celebrazione eucaristica non chiude il credente in uno spazio separato dal mondo, ma lo conduce verso le persone, soprattutto verso coloro che soffrono e che non possono ricambiare.