Per don Tonino Bello la giustizia si realizza quando al centro della vita non ci sono il proprio io, il profitto o il potere, ma i nomi, i volti e le storie delle persone più fragili. La giustizia nasce dal riconoscimento concreto dell’altro, soprattutto del povero, dell’escluso, dello straniero, di chi non viene visto.
La sua proposta unisce fede e responsabilità sociale: non basta denunciare l’ingiustizia, occorre riparare il male, stare accanto a chi è in difficoltà, difendere i diritti, contrastare la guerra e costruire comunità capaci di accoglienza, cura e solidarietà.
La giustizia come ricerca del bene
“Fratelli e sorelle carissimi, il tema scelto quest’anno per riflettere insieme nella Settimana di Preghiera per l’Unità dei Cristiani è quello della giustizia come via del bene. Questa preghiera ecumenica ci invita a meditare sulla ricerca sempre più necessaria della giustizia, perché si possa vivere in pienezza la fraternità.”
Il monito di Isaia (Is 1,17) ci spinge a guardare oltre le nostre miserie e le nostre piccole preoccupazioni quotidiane per entrare nell’amore di Dio che si china verso i poveri e gli esclusi, gli ultimi, i non veduti. Non possiamo chiudere gli occhi dinanzi ai poveri delle nostre città e far finta di non guardare chi ci è accanto e chiede il nostro aiuto.
I poveri non sono gli invisibili della società, sono i non visti, quelli a cui noi non rivolgiamo lo sguardo per paura di metterci in discussione, per non lasciarci scomodare dalle nostre sicurezze, per il nostro poco senso di giustizia. Preferiamo non guardarli per non lasciarci mettere in crisi.
Isaia grida dinanzi all’ipocrisia, ad un moralismo di facciata che si interessa dell’altro solo per ricavare qualcosa per se stesso. Allora, anche i sacrifici, le offerte diventano motivo di litigio, perché c’è qualcosa da guadagnare, da tenere solo per se.
Sembra di sentire le parole di Gesù che caccia via i venditori dal tempio, perché lo hanno reso una spelonca di ladri. Quando anche la preghiera, la liturgia si riducono a essere soltanto un rito esteriore, Isaia ci ammonisce invitandoci a cercare Dio nella giustizia da dare alla vedova, al povero, allo straniero.
La liturgia che il Profeta indica è quella della vita concreta degli uomini e delle donne, quella del bene da compiere; un bene che è prossimità, cura, custodia; un bene che esige che il nostro sguardo e il nostro cuore siano rivolti verso chi abbiamo accanto.
La denuncia del sopruso che Isaia evidenzia è azione profetica e ha una carica di rinnovamento delle nostre comunità. Mi sovviene un forte richiamo di Don Tonino Bello, vescovo di Molfetta, il quale, come Isaia, ci indica che non basta la denuncia dei mali presenti, della poca fraternità vissuta, dell’ingiustizia perpetrata proprio dai cristiani, ma c’è bisogno di riparazione, di quello stare accanto ai fratelli e alle sorelle in difficoltà, perché si possa essere una sola carne in Cristo Gesù.
Don Tonino Bello: profilo biografico e vocazione sociale
Antonio Bello, di seguito don Tonino, nasce il 18 marzo 1935 ad Alessano (Lecce). Si forma nei seminari di Ugento e di Molfetta. Completa gli studi a Bologna e nel dicembre 1957 viene ordinato sacerdote.
Nel 1959 si laurea in Teologia presso la Facoltà Teologica di Milano. Per lunghi anni svolge il suo ministero come educatore presso il seminario di Ugento. Nel 1962 diventa terziario francescano e nel 1965 consegue il Dottorato in Teologia presso l’Università Lateranense.
Nel 1979 diventa parroco a Tricase (Lecce). Nominato nel 1982 vescovo di Molfetta, Giovinazzo, Terlizzi, Ruvo, fa subito capire quale sarà il suo stile: Noi come Chiesa dobbiamo sostituire “ai segni del potere il potere dei segni!”
Promuove infatti iniziative di accoglienza per gli immigrati e realizza la Comunità di Accoglienza e Solidarietà Apulia (C.A.S.A.) per il recupero dei tossicodipendenti. Non esita ad ospitare nell’episcopio famiglie di senzatetto e profughi albanesi.
Come vescovo, prende l’abitudine, a Natale, di fare gli auguri agli esponenti politici della città con un messaggio di esortazione, pungente, circa la loro attività pubblica. Ben presto, anno dopo anno, l’uditorio si assottiglia vistosamente.
Senza perdersi d’animo don Tonino registra su nastro auguri e riflessioni e li invia ugualmente ad amministratori e politici. Il suo modo di essere vescovo non separa la fede dalla vita pubblica, la preghiera dalla responsabilità, la pastorale dalla difesa dei diritti.
La giustizia come riparazione e solidarietà
Come lui stesso ha affermato, tutti «intuiscano insieme le vie della riparazione per la complicità di tanti peccaminosi silenzi. Percorrano di comune accordo itinerari di giustizia, e pongano veramente l’uomo come principio architettonico del loro impegno nello spazio e nella storia.
Con grande coraggio profetico! Un coraggio che denunci i guasti degli egoismi corporativi, le sperequazioni economiche, l’idolatria del profitto, lo sterminio per fame tollerato se non provocato dai ricchi ai danni di tutti i Sud della terra, la crescente produzione di armi e il loro commercio clandestino, la militarizzazione del territorio e dello spazio, le discriminazioni razziali, la tragica esposizione debitoria dei poveri del Terzo Mondo, il «business» di certi ipocriti aiuti economici, l’imperialismo culturale veicolato dai mass-media…
È su questo principio di solidarietà delle religioni tra loro e delle religioni con l’uomo che esse si giocano oggi la propria vocazione planetaria» (Don Tonino Bello, Mani Alzate sul monte 27 ottobre 1986 Assisi).
Una solidarietà che parte da noi credenti in Cristo Gesù, una solidarietà che possa tradursi in ecumenismo della carità, perché per amore e con amore possiamo avere cura dei nostri fratelli e delle nostre sorelle che fanno fatica.
La giustizia si realizzerà, quando al centro della nostra vita non ci sarà il nostro io ma i nomi, i volti, le storie dei nostri fratelli e delle nostre sorelle; la giustizia si realizzerà quando al centro della nostra vita, delle nostre liturgie, delle nostre scelte pastorali, delle nostre comunità, ci sarà la parola noi.
Il povero come luogo dell’incontro con Dio
Isaia ci mostra la strada del bene come un’azione comunitaria e non individuale. Gesù Cristo ci insegna a superare ogni intimismo soggettivo nel fare il bene, ci insegna a lavorare insieme senza avere la paura di condividere e confrontarci per trovare vie comuni per vivere in pienezza il messaggio evangelico.
L’amore che coinvolge ogni uomo e ogni donna in tutte le parti del mondo è il fondamento della parabola che Matteo ci consegna (Mt 25, 31-40). Gesù indica l’orizzonte della fraternità senza far pesare le differenze di cultura, di razza o di fede.
Egli nel Vangelo, sfiora una sorta di identificazione. Sembra quasi una risposta alla domanda: dove oggi incontriamo Dio, dove e come oggi possiamo accogliere Dio.
Nel Vangelo è scritto che ad alcuni dirà: mi hai dato da bere. E questi chiederanno: e quando se non ti abbiamo mai incontrato. Risponderà: quando hai dato da bere a questi piccoli l’hai fatto a me.
Una identificazione precisa. “Tutto quello che voi avete fatto a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me”. Che cosa vuol dire? Vuol dire che il povero è come Dio.
Un Dio che ha legato la salvezza non ad azioni eccezionali, ma a opere quotidiane semplici e soprattutto possibili a tutti. Non a opere di culto verso di lui, ma al culto degli ultimi della fila.
I piccoli, una categoria vasta, che include chiunque è in situazione di piccolezza, fragilità disagio. A noi, proiettati su cose grandi, su gesti di grande impatto, spesso sfugge il valore dei gesti piccoli.
Che ne sai tu cosa può significare per l’altro un gesto piccolo, ma ricco di umanità? Un sorriso, una stretta di mano, un incoraggiamento, un modo di guardare, il tono della tua voce… anche il valore delle relazioni brevi, quelle che si consumano nello spazio di qualche istante, che cosa può significare nella vita un incontro di pochi minuti, un istante?
Noi non sappiamo. I poveri sono soggetti di evangelizzazione, segno di fede, di fiducia e di attesa. Profezia di Dio!
“Chi pecca contro il prossimo, pecca contro se stesso; chi fa torto al suo prossimo, pecca contro se stesso; chi fa del bene al suo prossimo, fa del bene a se stesso e chi sa amare se stesso, ama anche gli altri”. E amando l’altro amerò anche il Signore.
Facendo il bene in maniera semplice e quotidiana a un misero, dando da bere a una persona assetata, dando riparo a una persona smarrita, portando sulle spalle un anziano, si scopre di aver fatto questo a Cristo stesso.
Non perché quella persona non fosse un vecchio o un assetato o uno che ha perso la strada, ma perché Dio è in quell’amore.
Il peccato del silenzio e la responsabilità dello sguardo
Non basta giustificarsi dicendo: io non ho mai fatto del male a nessuno. Perché si fa del male anche con il silenzio, si uccide anche con lo stare alla finestra.
Mi fa sempre pensare la domanda che i giusti pongono al Re: «quando mai ti abbiamo visto affamato, assetato, in carcere?». Gesù risponde che il più piccolo è Lui.
Non dice semplicemente il piccolo, ma il più piccolo. C’è una dimensione ulteriore alla piccolezza, quella più nascosta, perché ha bisogno di occhi esperti per essere vista.
C’è bisogno di un cuore allenato che sappia cercare ciò che è piccolissimo. Un cuore attento a trovare la monetina perduta, a incamminarsi sui passi della pecorella smarrita, passi conosciuti solo da chi ama.
Un cuore disposto a mettersi alla finestra ore e ore per scrutare l’orizzonte per vedere da lontano una sagoma piccolissima e sapere nel proprio intimo che è il figlio piccolo che ritorna.
Ci vuole una mente aperta e disponibile a non cercare il difetto negli altri, ma a gioire insieme per ciò che è considerato perduto. Gesù si rivolge al Padre confidandogli che non ha perso nulla di ciò che ha ricevuto da Lui.
È venuto per i poveri in spirito, per i tanti abbandonati a se stessi, un’umanità fragile, debole, messa in ginocchio. Sono proprio i diseredati i suoi fratelli.
La fraternità al centro della giustizia
Vi è una fratellanza che Gesù sperimenta e trasmette ai suoi discepoli. Gesù è fratello dei più piccoli; è la loro carne e la loro voce. La fratellanza nasce dal cuore di Gesù.
Se accogliamo la speranza dei poveri e impegniamo la nostra vita ad ascoltarla e metterla in pratica, si rivelerà a noi e al mondo intero la giustizia di Dio.
Convertire lo sguardo vuol dire riconoscere l’efficacia della vita del giusto, dei crocifissi della storia, quale lievito di cambiamento, annuncio della vita compiuta nel far vivere.
Allora è tempo di essere credenti inquieti, resi tali dal Vangelo, dall’incontro con il Signore, dall’urgenza che questo incontro fa nascere dentro ciascuno di noi…
Siamo chiamati a costruire fraternità, a riedificare le antiche rovine e le città desolate. Al povero spetta sempre il primo posto per giustizia.
Sarà espressione anche visibile della nostra corresponsabilità nella comunione, contribuendo a non creare altre forme di povertà, di esclusione, di emarginazione, nella chiesa e nel mondo.
Mettere al primo posto i poveri vuol dire mettere al centro non noi stessi ma l’altro. L’altro che abbiamo di fronte ci chiede di essere accolto, guardato negli occhi e amato.
Ma è anche maestro di fede perché incarna l’evidenza che tutti noi viviamo solo perché custoditi da altri, che esistiamo solo perché accolti da Qualcuno, impaziente di ripetere: Vieni, benedetto!
I volti concreti degli ultimi
Il più piccolo fratello di Gesù lo incontriamo ovunque. Lo incontriamo in quegli occhi che ci guardano con la paura di essere nuovamente discriminati; lo vediamo nelle mamme che crescono da sole i figli, in quei padri che vanno in cerca di un posto di lavoro e non lo trovano e tornano a casa stanchi e delusi dalla vita.
Dove Signore ti incontriamo oggi? Ti trovo negli affamati e assetati di giustizia che spendono la loro vita per aiutare gli altri.
In quegli uomini e donne che ogni giorno sperano in un mondo migliore, in quelli che non hanno paura di opporsi alla camorra e si impegnano a far crescere i giovani nella legalità.
Incontriamo il Signore in mezzo a noi, perché, dove due o tre si riuniscono nel suo nome, il Signore si fa presente e ci consegna lo Spirito dell’unità.
È proprio nell’amore vicendevole che il Signore ci indica la via del bene. Un amore che è accoglienza, cura, custodia della vita. Amore per la vita, per ogni vita. Amore che ci insegna a fare il bene e realizza la giustizia.
Don Tonino Bello contro la guerra e la militarizzazione
Nominato presidente nazionale di Pax Christi nel 1985, matura più profondamente il suo impegno come operatore di pace, sospinto proprio dagli avvenimenti e dai fermenti che affronta nella sua nuova carica.
Così, denuncia instancabilmente le cause che producono guerra e fame. Si schiera contro le spese militari e il traffico di armi, e a favore dell’obiezione di coscienza.
Nel decennio 1980-90 la Puglia è una fucina di iniziative di pace. Si protesta sia contro la militarizzazione del territorio che contro il nucleare.
In particolare, il Governo Italiano ha deciso di installare i cacciabombardieri F-16 a Gioia del Colle. Don Tonino prende una chiara posizione contro la militarizzazione della Puglia.
Su sua iniziativa, nel 1987, alcuni vescovi pugliesi firmano l’appello “Terra di Bari, terra di pace” e l’anno dopo la lettera “Puglia: arca di pace e non arco di guerra”.
Dal 1985 il movimento “Beati i costruttori di pace” organizza grandi incontri su tutti i temi più scottanti della pace all’Arena di Verona, dove, nell’aprile 1989, don Tonino interviene appassionatamente, lanciando l’appello “In piedi, costruttori di pace!”
Nel gennaio 1991 don Tonino scrive la sua “Lettera ai parlamentari” contro la Guerra del Golfo. Interviene a tutto campo, nei dibattiti, sui giornali, in televisione.
Naturalmente è in sintonia con Giovanni Paolo II, che grida “Mai più la guerra, avventura senza ritorno”, ma, nonostante appelli e dichiarazioni con Pax Christi, non è molto compreso né all’interno né all’esterno dell’ambito ecclesiale.
Prende spesso la parola a favore dei poveri e degli emarginati. Quando prende le difese dei diritti dei profughi albanesi, viene addirittura fatto segno a ironia.
Giustizia, pace e salvaguardia del creato
Più che un sentimento, la pace è un’ansia profonda che percorre il mondo e le società ad ogni latitudine. Non c’è persona che non ne senta il bisogno.
Nonostante tutto, la cronaca ci dice quanto sia difficile camminare su sentieri di pace, tanto che le guerre proliferano quotidianamente. Secondo il Global Peace Index 2024, a giugno scorso le guerre erano 56 e ancora non c’era l’attacco al Libano e all’Unifil.
Messe insieme tutte le guerre giustificano ampiamente l’idea di un conflitto mondiale a pezzi, come dice papa Francesco. Se paragonassimo la pace ad una malattia dovremmo dire, paradossalmente, che è curabile, ma che per essa non c’è ancora una terapia.
La pace è molte cose insieme, per questo don Tonino Bello diceva che più che un vocabolo, la pace è un vocabolario.
Di sicuro ha a che fare con la guerra e con le armi, ma ha soprattutto a che fare con la libertà, con la giustizia, la povertà, l’equità sociale, le discriminazioni, la verità, la solidarietà e persino con la salvaguardia del creato e l’economia.
Uno dei più importanti incontri ecumenici, quello di Basilea del 1989, aveva per tema Pace, giustizia e Salvaguardia del creato. Un incontro profetico.
Don Tonino Bello, grande profeta di pace proclamato venerabile lo scorso 25 novembre, ricordava spesso di “non scommettere sulla pace che prenda le distanze dalla giustizia e che si proclami estranea alla salvaguardia del creato: è peggio della guerra”.
È con questa coscienza “trinitaria”, con queste tre gambe che si muove l’impegno sui sentieri della pace. La pace, la giustizia e la salvaguardia del creato non sono ambiti separati, ma dimensioni inseparabili della vita umana.
La marcia di Sarajevo e l’ONU dei popoli
Già profondamente minato da un male incurabile, nel dicembre 1992 partecipa alla marcia di 500 pacifisti nella Sarajevo assediata.
Durante la guerra balcanica, dal 5 aprile 1992 Sarajevo è cinta d’assedio dalle truppe serbo-bosniache: vittime e sofferenze indicibili.
Il movimento “Beati i costruttori di pace” organizza una marcia di pace, guidata da don Albino Bizzotto, con l’intento di raggiungere Sarajevo il 10 dicembre, anniversario della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani.
Vi aderiscono circa 500 pacifisti da ogni regione d’Italia, tra i quali Raniero La Valle, alcuni giornalisti, alcuni parlamentari, e anche alcuni gruppi di stranieri.
Don Tonino, già da tempo sofferente, vi partecipa con entusiasmo. A nulla valgono le pressioni per farlo desistere: è deciso ad andare “anche con le flebo”… Lo accompagna anche il vescovo don Luigi Bettazzi.
Il principale scopo della spedizione è quello di incontrare la gente di Sarajevo e testimoniare direttamente, con la presenza fisica, la solidarietà per la condizione drammatica in cui vive.
Ci si sente vicini alla sofferenza di quelle persone e si vuole portare loro una speranza di pace. A giudicare dalle reazioni degli abitanti di Sarajevo questo obiettivo sarà pienamente raggiunto.
Dopo un viaggio avventuroso, prima attraverso l’Adriatico da Ancona a Spalato con il mare in tempesta, dopo su 10 pullman guidati da autisti croati, lentamente diretti verso Sarajevo per strade secondarie, il 10 dicembre non è possibile entrare nella città martoriata.
Il giorno dopo, verso sera, dopo un estenuante negoziato con i militari serbo-bosniaci, la spedizione entra finalmente nella città assediata, viene ricevuta da alcune autorità e sistemata in alcune palestre scolastiche.
La mattina dopo, 12 dicembre, i pacifisti percorrono 2-3 Km nel centro cittadino, diretti ai quattro principali luoghi di culto delle varie comunità religiose: musulmana, cristiana cattolica, cristiana ortodossa, ebraica.
La gente saluta dalle finestre o stringe le mani per la strada, ringrazia, applaude. Alcuni piangono. Le condizioni della città, determinata a resistere, sono terribili: bombardamenti, colpi dei cecchini, freddo, fame.
Durante un incontro ecumenico in un cinema cittadino, alla presenza di tutte le autorità civili e religiose, si svolgono numerose testimonianze, tra cui quella molto intensa di don Tonino, e vengono distribuiti dei pani della pace.
Le parole profetiche e le immagini suscitate da don Tonino nei vari momenti della spedizione costituiscono un forte sostegno spirituale e un punto di riferimento continuo per tutti i partecipanti.
Egli esalta i valori della nonviolenza, ormai non più parola pronunciata da utopisti, ma oggetto di trattatistica scientifica. Invita le comunità cristiane ad essere più audaci, più profetiche, a non essere “semplici notaie dello status quo”.
Paragona i protagonisti della marcia ad una “ONU dei popoli”, che riesce ad entrare a Sarajevo persino col buio, quando invece i convogli dell’altra ONU, quella dei potenti, dopo le 16 non possono più entrare nella città.
La pace come responsabilità quotidiana
«I processi effettivi di una pace duratura - scrive papa Francesco nell’enciclica Fratelli tutti - sono anzitutto trasformazioni artigianali operate dai popoli, in cui ogni persona può essere un fermento efficace con il suo stile di vita quotidiana».
La pace, insomma, ha molteplici sfaccettature. La pace tiene insieme molti valori, perché tiene insieme la realtà della vita, il quotidiano essere dell’uomo.
«Questo implica - aggiunge papa Francesco - la capacità abituale di riconoscere all’altro il diritto di essere sé stesso e di essere diverso. Ignorare l’esistenza e i diritti degli altri, prima o poi provoca qualche forma di violenza, molte volte inaspettata».
In queste parole si sente l’eco di quanto sta accadendo tra israeliani e palestinesi. «La povertà genera violenza?», si chiedeva alcuni anni fa Amartya Sen.
L’economista, pur non ammettendo una relazione diretta, dimostrava quanto la frustrazione della povertà, la mancanza di futuro generi violenza.
E don Tonino in un appunto senza data scriveva quasi a se stesso come promemoria chissà in quale circostanza di guerra: «Eccoci in una più tragica ricaduta, tanto più tragica quanto più solerte sembra l’intervento delle potenze internazionali, in contrasto con la deplorevole indifferenza con cui le stesse si pongono di fronte ad altre situazioni che meriterebbero ben altra considerazione: il problema dei profughi palestinesi, le sconosciute situazioni di conflitto e di fame in Africa.
Quello che mi affligge di più è il terrore di dover ripetere, in un mondo di sordi, le stesse argomentazioni contro la guerra, di dover risentire le filastrocche sul pacifismo a senso unico, di dover rispondere che il pacifismo si desta solo quando c’è puzza di America.
E poi il dover constatare che gli interessi economici prevalgono sui più elementari diritti umani».
Nella sua semplicità disarmante e concreta madre Teresa di Calcutta annotava: «Ciascuno oggi sembra essere in una terribile corsa, ansioso per un maggior sviluppo ed un più grande benessere; cosicché i figli hanno ben poco tempo per i loro genitori, i genitori hanno poco tempo per i figli e l’un per l’altro ed è nella stessa famiglia che inizia lo sgretolamento della pace nel mondo».
Insomma la pace è la costruzione di un mondo migliore nella misura in cui la nostra vita e il nostro quotidiano diventano migliori.
La Chiesa del grembiule e la concretezza del servizio
Don Tonino auspica una “Chiesa del grembiule”, cioè del servizio, piuttosto che quella dei paramenti e dell’incenso. Il grembiule è l’unico paramento sacerdotale ricordato nel Vangelo (Gv 13, 3-5).
La pace si vive mettendo all’opera tre verbi: “annunziare, rinunziare, denunziare”. La pace, praticata come nonviolenza attiva, va intesa come “convivialità delle differenze”, cioè la pace non solo accetta, ma anzi valorizza le differenze.
Le diverse culture degli altri ci arricchiscono, senza sminuire la nostra identità. Vuol dire mettere tutto sul tavolo in comunione con l’umanità.
La pace è intesa anche come “organizzazione della speranza”. Don Tonino invita a trasformare le nostre “ferite” in “feritoie”, da cui entra la luce, o attraverso cui si può guardare oltre.
Non basta dare un letto a qualcuno per dormire se non si sa dare la buona notte. A chi ha bisogno, oltre a fornire l’aiuto materiale, si deve far sentire anche la nostra vicinanza umana.
Dobbiamo essere dei contempl-attivi, con due t, cioè partire dalla contemplazione e poi fare sfociare l’impegno nell’azione.
La solidarietà non è quindi soltanto un sentimento, ma un impegno operativo. Don Tonino vede Pax Christi come un movimento di cerniera tra i grandi problemi teorici, pace, giustizia, diritti umani, e la prassi concreta, come per esempio esporsi personalmente con segni eloquenti come l’obiezione di coscienza.
Giustizia sociale, economia e poveri
Così finisce che i poveri restano ognora poveri, mentre i ricchi diventano sempre più ricchi. Giova riconoscerlo: è il principio del liberalismo, come regola degli scambi commerciali, che viene qui messo in causa.
La libertà degli scambi non è equa se non subordinatamente alle esigenze della giustizia sociale. La situazione presente deve essere affrontata coraggiosamente e le ingiustizie che essa comporta combattute e vinte.
Il liberismo, già messo in discussione dalla Populorum Progressio e la revisione del nostro Modello di Sviluppo invocata dalla Caritas in Veritate possono essere i due pilastri per la revisione profonda e lungimirante sul bene comune lì invocata.
Per uscire dall’attuale crisi finanziaria ed economica - che ha per effetto una crescita delle disuguaglianze - sono necessarie persone, gruppi, istituzioni che promuovano la vita favorendo la creatività umana per trarre, perfino dalla crisi, un’occasione di discernimento e di un nuovo modello economico.
Quello prevalso negli ultimi decenni postulava la ricerca della massimizzazione del profitto e del consumo, in un’ottica individualistica ed egoistica, intesa a valutare le persone solo per la loro capacità di rispondere alle esigenze della competitività.
In un’altra prospettiva, invece, il vero e duraturo successo lo si ottiene con il dono di sé, delle proprie capacità intellettuali, della propria intraprendenza, poiché lo sviluppo economico vivibile, cioè autenticamente umano, ha bisogno del principio di gratuità come espressione di fraternità e della logica del dono…
Da più parti viene riconosciuto che oggi è necessario un nuovo modello di sviluppo, come anche un nuovo sguardo sull’economia. Sia uno sviluppo integrale, solidale e sostenibile, sia il bene comune esigono una corretta scala di beni-valori, che è possibile strutturare avendo Dio come riferimento ultimo.
È poi fondamentale ed imprescindibile la strutturazione etica dei mercati monetari, finanziari e commerciali; essi vanno stabilizzati e maggiormente coordinati e controllati, in modo da non arrecare danno ai più poveri.
La sollecitudine dei molteplici operatori di pace deve inoltre volgersi - con maggior risolutezza rispetto a quanto si è fatto sino ad oggi - a considerare la crisi alimentare, ben più grave di quella finanziaria.
Lasciarsi evangelizzare dai poveri
Che cosa può venire di buono da Nazareth? Che cosa può venire di buono da Debrezeit, da Addis Abeba, dai villaggetti africani?
Noi siamo venuti a dare, a portare! A noi c’è rimasta questa idea che i missionari, le missionarie sono quelli che vano a portare aiuti.
Dovremmo dire ai missionari: “Quando tornate qui in Europa, riempite gli aerei, riempite le navi, portateci vi preghiamo, dei pacchi dono perché stiamo morendo non di fame, ma morendo di tutti questi grandi valori, mandateci pacchi dono di speranza, di fiducia, di solidarietà che qui si muore.
E’ ancora più importante mettersi sulla pelle la camicia del povero, quella che il povero ti dona, mettersi sulla pelle il dono che ti fa un povero.
Chi? Sarà la prostituta, sarà il malato di aids, sarà per noi il marocchino che viene a darci un dono che tu non sai indossare…
E’ una cosa grande lasciarsi evangelizzare dai poveri, per portare il lieto annunzio ai poveri, che non sono stati abbandonati dal Signore.
Se svuoto tutta la casa per darla ai poveri, questa è generosità, ma la carità più grande è quella di introdurre qualcosa, sia pure una piccola cosa da mettere come souvenir in mezzo a mobili stile impero.
Il Signore un giorno ci rovisterà il guardaroba, così come fanno all’aeroporto per vedere non che cosa abbiamo esportato ma importato, che cosa abbiamo preso, ricevuto dagli altri, quali cose ci portiamo a casa.
Il modello meridiano e la scelta degli ultimi
Oggi è tempo di rispondere con chiarezza e fermezza che può venire a livello politico la nonviolenza e a livello economico un Modello di Sviluppo Integrale e Meridiano!
Nonostante le mafie, nonostante i rifiuti e i rifiutati, clandestini! Nonostante il nostro essere ultimi a livello di nazioni, di gruppi e di persone.
In questo momento di grave esplosione della crisi finanziaria mondiale e dei suoi Modelli di Sviluppo, e di grave questione settentrionale in Italia con il crollo del suo Modello di Sviluppo economico e la mancanza di ‘crescita’ del Pil, e con le sue chiusure, la sua perdita di valori e di orientamento spirituale e culturale possiamo, anzi dobbiamo affermare, che da ‘Nazareth’, dai secondi e dagli ultimi della nostra storia e della nostra geografia, a cominciare dal Mezzogiorno d’Italia e dal Mediterraneo può venire una Mistica Meridiana per un Modello di Sviluppo Meridiano più umano.
Alla ricerca del meridiano perduto: con occhi e cuori di secondi. La ricerca del proprio posizionamento nei confronti di stessi e del mondo, quello vicino del prossimo, e quello lontano dei popoli, la si può fare, invece, solo con occhi e con cuore di ‘secondi’, uscendo, cioè, dal borioso complesso di superioritá di coloro che si sentono, o si credono, superiori agli altri per intelligenza, bravura, civiltá, oppure per sviluppo fama e soldi, oppure per meriti spirituali, cultura o altro.
Solo se guardiamo noi stessi e gli altri, invece, con occhi e cuore di ‘secondi’ possiamo entrare in relazioni e comunicazioni veritiere, fondate, cioè, sulla verità di noi stessi e degli altri.
L’essere secondi, che caratterizza il ‘meridiano perduto’, è la secondità scelta di chi vede con gli occhi e il cuore dei ‘secondi’.
Per ritrovare il ‘Meridiano perduto’ allora bisogna riposizionarsi ‘con occhi e cuore di secondi’ non credendosi un padreterno che sa tutto, che ha le soluzioni per tutto, che pensa di potere tutto, sentendosi, quindi, onnipotente e sfidando Dio.
Si deve trovare la propria dimensione ‘minuscola nel Creato’, l’uomo non si vede neanche dalla navicella spaziale, dove invece si vedono gli oceani e gli atomi in movimento delle nubi.
La giustizia come cammino comunitario
Coniugare la memoria della famiglia di Tobia con i suoi progetti futuri, con la sua utopia, può essere la chiave affinché si possa passare da una politica della competizione ad un modello di cooperazione.
Per uscire dall’attuale crisi finanziaria ed economica - che ha per effetto una crescita delle disuguaglianze - sono necessarie persone, gruppi, istituzioni che promuovano la vita favorendo la creatività umana per trarre, perfino dalla crisi, un’occasione di discernimento e di un nuovo modello economico.
La giustizia non si esaurisce nella correttezza individuale, ma richiede relazioni, istituzioni e comunità capaci di condividere responsabilità e risorse.
Ma questo orizzonte ampio, questo desiderio di un mondo un po’ più giusto, più equo, più fraterno, più verde diventa sterile se non trova concretezza in azioni e percorsi che partono dai territori, dalle nostre case, dall’impego quotidiano di donne e uomini che sanno tessere relazioni, che si impegnano nelle istituzioni, che amano la vita e desiderano spenderla per costruire percorsi di vita e non di morte.
Nel cammino della pace serve il fiato lungo della costanza più che lo scatto breve della discontinuità, serve la lentezza del dialogo e del confronto più che la velocità del pensiero unico, serve la tenerezza della nonviolenza non la forza delle armi.
È nel rapporto tra padri e figli, tra nonni e nipoti che la pace trova l’humus ideale per crescere e affermarsi; è in famiglia, luogo di cura per elezione, che la pace assume il carattere identitario di una società solidale e più giusta.
Ma non basta. Tutto questo deve coinvolgere i luoghi di aggregazione, i sindacati, le associazioni, le chiese, la politica, le istituzioni.
E allora l’utopia, che in molti pensano sia un’illusione senza futuro, avrà la forza delle nostre mani e la solidità della speranza.
Le parole di don Tonino per una giustizia concreta
La scrittura e l’eloquio di don Tonino sono ricchi di passione, profondi, pieni di immagini poetiche e metafore suggestive.
Persona percepita immediatamente come autentica e sincera, Don Tonino possiede una vasta cultura e utilizza un vocabolario molto ampio.
Queste qualità, unite agli ideali incrollabili della pace, conferiscono alle parole di don Tonino una forza straordinaria.
I discorsi di don Tonino si sviluppano così in un intreccio continuo di parole sacre e altre parole chiave quali pace, giustizia, salvaguardia del creato, nonviolenza attiva, attenzione verso gli ultimi, protezione dei poveri, difesa dei diritti.
La violazione dei diritti umani, il problema della fame che investe popoli interi, la corsa alle armi e il commercio clandestino di esse, la logica di guerra sottesa a molte cosiddette ‘scelte di civiltà’, gli scudi stellari, certe visioni economiche… sono forme di peccato.
Non possono perciò considerarsi temi estranei alla predicazione del Vangelo.
Sul terreno della pace non ci sarà mai un fischio finale che chiuda la partita: bisognerà sempre giocare ulteriori tempi supplementari.
La giustizia, nella prospettiva di don Tonino Bello, è dunque un cammino mai concluso: richiede occhi capaci di vedere, cuore disposto a lasciarsi coinvolgere, mani pronte a servire e comunità capaci di scegliere il “noi”.
