Don Ernesto Mandelli, già parroco di Lissago e San Carlo Borromeo e responsabile della pastorale del lavoro a Varese, è cappellano alla Fondazione Molina di Varese. Dal 2011 è operativo come cappellano alla RSA Molina di viale Borri.
La sua scelta è stata quella di dedicare gli ultimi anni del proprio ministero agli anziani ospiti della struttura, «stando insieme a quelli che stanno “per spiccare il grande volo”». Al Molina Don Ernesto celebra la messa, ascolta le confessioni, porta l’eucarestia e si occupa della cura delle anime, ma la sua presenza va oltre le attività liturgiche e comprende l’ascolto quotidiano, l’incontro con ospiti e familiari e numerose iniziative sociali e spirituali.
Il novantesimo compleanno di Don Ernesto
Oggi, 30 gennaio, Don Ernesto Mandelli, già parroco di Lissago e ora cappellano alla Fondazione Molina di Varese, compie 90 anni. Un traguardo importante per un sacerdote che, con umiltà e dedizione, ha dedicato la sua vita al servizio degli altri, incarnando con coerenza i valori della carità e della solidarietà.
All’RSA Molina di viale Borri a Varese il giovedì 30 gennaio è stato epocale. Sono stati festeggiati i primi 90 anni per il mitico Don Ernesto Mandelli, che da 15 anni ha a cuore le anime dei quasi cinquecento ospiti e altrettanti funzionari e inservienti, nonché di decine di visitatori e parenti, che lo conoscono e ne apprezzano le virtù e la disponibilità, avvalorate da uno stile e un’ironia originali e accattivanti.
Fedele alla sua missione, Don Ernesto affronta questo importante compleanno con la stessa umiltà che ha sempre contraddistinto il suo cammino, chiedendo che eventuali doni vengano trasformati in offerte per la Mensa dei poveri della Brunella e il Centro diurno Il Viandante, due realtà di Varese che da anni sostengono chi è in difficoltà.
A Don Ernesto gli auguri più sentiti da parte di tutti coloro che lo hanno incontrato e apprezzato in questi lunghi anni di ministero, con gratitudine per il suo esempio di vita autentica e generosa.

Dalla nascita a Olginate all’ordinazione sacerdotale
Nato a Olginate il 30 gennaio 1935, Don Ernesto è stato ordinato sacerdote il 24 settembre 1960 dal cardinale Giovanni Battista Montini, futuro Papa Paolo VI.
Il “Don” nacque nel 1935 ad Olginasio (LC) sulle rive dell’Adda, appena uscito dal ramo di Lecco, che riprende ad essere fiume. Come altri ragazzi cattolici, anche il Nostro, divenuto adolescente, sentì quella strana vocazione per l’“oltre”, che fatalmente lo portò a studiare da prete nei seminari di Seveso e Venegono (prov. Varese) della diocesi ambrosiana.
Terminato il normale programma didattico, gli studi culminarono come sognato nell’ordinazione a sacerdote, che avvenne solennemente a 24 anni nel 1959 nel Duomo di Milano, con l’imposizione delle mani di un futuro Papa, il leggendario cardinal Montini, in seguito Papa Paolo VI e poi santo.
La data dell’ordinazione è indicata anche come 24 settembre 1960: Don Ernesto è stato ordinato sacerdote dal cardinale Giovanni Battista Montini, futuro Papa Paolo VI.
Gli incarichi pastorali
Il suo lungo ministero lo ha portato a ricoprire numerosi incarichi: parroco nella frazione Due Cossani di Dumenza, responsabile della pastorale del lavoro per Varese, parroco a Calco (LC) e nelle parrocchie di San Carlo Borromeo e Lissago a Varese, e infine cappellano alla Fondazione Molina.
Al novello pretino toccò subito un’esperienza epica e disagevole, che avrebbe testato la sua fede e volontà. Infatti, fu parroco “di frontiera” a Due Cossani in val Dumentina per undici anni.
Fortificato dai “bricchi”, ridiscese a Varese dove per tre anni fu assistente delle ACLI e della Pastorale del Lavoro. Ma le amate brume dell’Adda incombevano ed ecco i tre anni da parroco a Calco, vicino al suo paese di nascita.
Ma Varese ancora lo reclama presso la Comunità di San Carlo Borromeo degli ospedali di Varese. Nel 1983 dà il suo contributo alla famiglia Bossi a Velate. Nel maggio 1984 è promotore e fondatore della Cooperativa Primavera 84.
Seguono 27 anni come parroco a Lissago nell’ormai familiare hinterland varesino, sempre assistito dall’amata mamma Virginia, che lo lascerà nel 1994.
| Periodo o incarico | Attività |
|---|---|
| Undici anni | Parroco “di frontiera” a Due Cossani in val Dumentina |
| Tre anni | Assistente delle ACLI e della Pastorale del Lavoro a Varese |
| Tre anni | Parroco a Calco |
| 1983 | Contributo alla famiglia Bossi a Velate |
| Maggio 1984 | Promotore e fondatore della Cooperativa Primavera 84 |
| 27 anni | Parroco a Lissago |
| Dal 2011 a oggi | Cappellano alla RSA Molina di viale Borri |
La scelta di lasciare Lissago per il Molina
Dopo 51 anni di sacerdozio don Ernesto Mandelli, il parroco dell’integrazione, da decenni nella parrocchia di Lissago, se ne va. Trascorrerà i suoi prossimi anni al Molina, l’istittuo per l’accoglienza degli anziani di Varese: per sua volontà, ed esplicita richiesta.
«Passare gli ultimi anni della mia vita stando insieme a quelli che stanno “per spiccare il grande volo”, magari con cqualche difficoltà, mi sembra un’esperienza importante - ha commentato don Ernesto - E poi, come dico ai miei, visto che sono in età geriatrica, se per caso mi rimbabisco non devo neanche spostarmi».
Don Ernesto ha infatti 76 anni: «Quasi 77», precisa e ha intenzione di «Fare il cappellano del Molina a tempo pieno: tant’è che mi sposterò lì in un appartamento» ma non abbandona chi l’ha seguito per tanti anni: «Ho detto a tutti: se avete bisogno, venite a chiedere e io sarò lì».
La vita al Molina e la cura delle anime
Al Molina il nostro Don fa il parroco, svolgendo le attività tipiche per l’assistenza ai fedeli. Dal celebrare la messa mattutina, alla confessione, all’eucarestia e in genere alla cura delle anime.
Che cotante siano ormai in fase terminale della vita, è la specificità che contraddistingue la situazione. Tant’è che non si fanno battesimi, cresime o matrimoni, ma quasi solo estreme unzioni e funerali, con frequenza quasi quotidiana.
Ma il nostro eroe va oltre la mera routine, peraltro doverosa e svolta in piena dedizione e sacrificio. Per tutti noi, amici del Molina, l’immagine esemplare di Don Ernesto è, quando, appena finita la messa, lascia l’altare e scende tra noi mortali, intrattenendosi al bar coi tanti gruppetti e tavolini di ospiti, parenti e volontari, coi quali è sempre pronto a discutere e scherzare.
Una convenzione con la Diocesi, in fase di rinnovo, prevede la presenza a tempo pieno di un cappellano, oggi don Ernesto Mandelli, e anche di una piccola comunità di suore della Santa Croce. Figure discrete e preziose.
«L’assistenza spirituale non verrà meno» assicurano i sacerdoti.
Le iniziative sociali e spirituali
Negli ultimi anni ha ideato e organizzato diverse iniziative sociali e spirituali come: il gruppo “parenti”, che si ritrova per risolvere i problemi degli ospiti, formulando proposte migliorative alla direzione, in un’ottica di collaborazione e sinergia.
Tra le attività c’è anche il gruppo di studio su temi morali e religiosi, che segue un preciso percorso di confronto e crescita.
Don Ernesto ha inoltre promosso il coinvolgimento con comunità esterne, nel mondo delle Onlus o delle strutture benefiche lombarde, come fu alcuni anni fa col sostegno del “Comitato Maria Letizia Verga”, una fondazione meritoria per il miglioramento della qualità della vita dei bambini con malattie ematoncologiche.
Una presenza quotidiana accanto agli ospiti
Il Molina è molto più di una casa di riposo: si fa carico di situazioni di estrema complessità: pazienti in stato vegetativo, malati di Alzheimer, ricoverati in geriatria psichiatrica. E’ uno spazio di civiltà e di speranza.
La presenza di un rappresentante della Chiesa locale, designato dal prevosto e nominato dal sindaco, è segno di una fedeltà a questa storia e di un impegno costante nel tempo accanto a centinaia di famiglie e degli operatori che ogni giorno sostengono la vita degli ospiti.
«Semplicemente attenti alle persone, a chi è più fragile e più soffre. Perché questo è il Molina: un luogo dove gli anziani sono accolti e curati nella loro debolezza e nel loro dolore».
La presenza di Don Ernesto non si limita ai momenti di preghiera. Il suo stile è fatto di vicinanza, ironia, disponibilità e dialogo con gli ospiti, i parenti, i volontari e il personale della struttura.
La povertà come stile di vita
«La vita di Don Ernesto è segnata dalla povertà - Si legge in un ricordo dell’informatore parrocchiale della sua città natale, Olginate - Povertà non tanto proclamata, ma vissuta e incarnata in uno stile di vita; povertà generatrice di attenzione particolare verso i poveri.
Di qui la sua particolare attenzione al mondo del lavoro e il suo impegno nei confronti degli emarginati, dei diseredati, degli sfruttati. Chi ha bussato alla sua porta non è stato deluso.
Questo suo modo di essere prete gli ha procurato sofferenze, incomprensioni e giudizi superficiali ed affrettati: ma egli ha saputo andare oltre, da generoso e convinto operatore qual è di carità fraterna.
Il suo ‘sì’ obbediente e generoso alla Chiesa, è sicuramente frutto del suo robusto spirito interiore, che lo ha portato a vivere nel Signore con una pietà che punta diritto all’essenziale, ben sapendo che questo si trova non in ciò che noi facciamo o diciamo, ma in ciò che lasciamo a Dio fare e dire per mezzo nostro».
La famiglia e le origini
Ernesto è l’ultimo rimasto della famiglia, che ebbe come capostipite il padre falegname, morto giovane e il fratello maggiore Francesco (1927-93), che continuò l’arte paterna in bottega a Olginasio.
Il suo legame con i luoghi d’origine è rimasto una componente importante del suo percorso, insieme alla presenza della madre Virginia e alla memoria del lavoro artigiano della famiglia.
Il Molina come Casa degli anziani
Don Ernesto Mandelli, storico cappellano del Molina, ha scritto questa lettera al cda e al direttore generale della Casa di riposo varesina.
Il Molina è sorto per una presa di coscienza precisa: togliere dalla strada “vecchi poveri e bisognosi di cure” per offrire loro una Casa. Siamo alla fine del 1800.
Questa ispirazione iniziale, pur con modalità diverse, non può che essere lo stile con il quale anche oggi si regge e si qualifica la vita del Molina, in altre parole lo spirito di servizio.
È importante l’organizzazione, ma guai se a prevalere è l’organizzazione. È importante la divisione dei compiti, ma guai se a prevalere è la divisione.
Se questa è una Casa, tutti si prendono cura, nelle diverse competenze, delle persone accolte, per realizzare un’opera armoniosa e umanizzante. La logica contraria è quella aziendale, a impostazione piramidale, nella quale ognuno esegue il suo lavoro, prende il suo stipendio e se ne va.
Questa logica non costruisce la Casa, ma solo un ostello, privo di umanità. A chiedere una Casa sono proprio” i vecchi poveri” che hanno dato la ispirazione iniziale, ma anche gli Ospiti di oggi, che, lasciando le loro case, sperano di trovarne un’altra accogliente.
Dobbiamo difenderci e andare oltre la cultura egoistica dilagante e devastante del nostro tempo, che nella vita sociale tende a creare sacche di benessere chiuse e sacche di malessere abbandonate.
Gestire e operare anche oggi al Molina significa per tutti assumere il compito di umanizzare il nostro lavoro, la nostra presenza accanto agli Ospiti, superando il muro di indifferenza nostro e di solitudine loro, rendendo più bella per tutti la vita al Molina.
Il rapporto con ospiti, familiari e personale
Questa Casa di riposo è cresciuta nel tempo ed è diventata una struttura di prestigio, capace di grande ospitalità. La amministrazione è solida, esistono capitali notevoli di riserva grazie a donazioni generose nei decenni passati ad opera di molte famiglie varesine, alle quali sono state intitolate le quattro Case: Caravatti - Buzio Maccecchini-Molina-Perelli Paradisi Carcano.
A richiamare incisivamente il messaggio ispiratore sta la lapide marmorea all’ingresso della Casa Molina: “Per una cristiana assistenza agli anziani ammalati Donna Luisetta Molina Tola D’oria volle a perenne ricordo dell’amato consorte dott. Luigi Molina”.
L’incontro e la conoscenza degli Ospiti diventa scelta di umanizzazione e dà il vero carattere alla Casa di riposo, creando le premesse per una vita dignitosa e serena degli Ospiti.
Inoltre gli stessi Ospiti, che sono le persone più importanti al Molina, non hanno alcuna rappresentanza nella loro Casa. Occorre creare una qualche forma che superi questa carenza; ad esempio un Comitato degli Ospiti e dei Parenti, con i quali la Direzione possa tenere contati costanti.
L’obiettivo di offrire e conservare livelli di assistenza e di qualità della vita degli Ospiti rischia di essere compromesso, perché il lavoro del Personale di assistenza è sempre più impegnativo e logorante.
Gli Ospiti in condizioni precarie e non autosufficienti sono aumentati notevolmente. Il Personale fatica a trovare tempi utili per “stare con gli Ospiti”, come invece era possibile in anni passati a detta del Personale più anziano, esperienza preziosa per creare un clima umano e fraterno.
Va sottolineato anche un certo disagio degli Ospiti autosufficienti a vedere limitata la possibilità di relazioni utili con altri Ospiti.
La solidarietà e il servizio
La nascita del Molina è stata originata da un forte e lungo movimento di solidarietà; per i “vecchi e poveri” si è mobiliata la Chiesa locale e la Società civile. La storia registra molta sensibilità e cospicue donazioni.
La presenza della Chiesa locale nella vita del Molina è legata alla storia dell’istituto e alla sua attenzione verso gli anziani, le famiglie e gli operatori.
Oggi come ieri abbiamo a cuore solo il bene della Fondazione Molina e la tutela di una capacità di servire le persone anziane che è iscritta nella storia della comunità varesina fin dal 1837, quando un lascito di don Giuseppe Veratti (anche se negli atti ufficiali è citato Giuseppe Verrati) diede origine a quest’opera.
La qualità delle prestazioni nell’istituto non è mai stata messa in discussione.
Un sacerdote tra Adda e Olona
Speriamo che questo simpatico “ometto”, trionfo di umiltà, moderazione e fantasia, viaggiatore indefesso tra l’Adda e l’Olona e tra il lago di Como e di Varese, continui a fare del bene alla galassia che orbita intorno alla RSA Molina.
La sua storia pastorale unisce i luoghi della formazione, le parrocchie in cui ha prestato servizio, l’impegno nel mondo del lavoro e la quotidianità al Molina, dove continua a incontrare persone fragili e famiglie che cercano ascolto.