Don Ciotti e la Parola di oggi: il Vangelo secondo Matteo

Il Vangelo secondo Matteo richiama a uno sguardo capace di riconoscere la fraternità, la cura delle fragilità e la responsabilità verso ogni persona: lo stesso sguardo che il buon samaritano mette in atto dinnanzi a quell'umanità ferita, marginalizzata, derubata. Leggere oggi questo Vangelo significa lasciarsi interrogare dalla realtà e scoprire che la Parola non rimane astratta, ma diventa ascolto, condivisione, giustizia, speranza e impegno.

Don Luigi Ciotti riconduce il Vangelo alla vita concreta: alle stragi dei migranti, alle morti sul lavoro, ai perseguitati, alle disuguaglianze, alle mafie, alla corruzione e a tutte le forme di illegalità. Il motore della sua attività è sempre stato il Vangelo, che per sua natura è incompatibile con il crimine e le ingiustizie.

Il Vangelo secondo Matteo come cammino verso la Pasqua

In questa quaresima abbiamo l'opportunità di camminare e preparare il cuore alla Pasqua di Gesù scoprendoci fratelli tutti: forse ci saranno passi di conversione, sguardi rinnovati, impensabili sorprese che permetteranno di guardare al futuro con occhi nuovi. Lo faremo introducendoci con testimoni locali durante la prima settimana, in cui cercheremo di vivere gli esercizi spirituali (in presenza oppure on line): la pagina del buon samaritano, lo sguardo sulle fragilità, la cura del dialogo e "il mondo che vorrei" ci permetteranno di iniziare a cogliere degli slarghi dentro il testo del Papa.

Cercheremo poi di lasciarci stimolare da letture più ampie: i testimoni che ci accompagneranno ci permetteranno di farci una idea generale, di mettere in atto uno sguardo missionario e di provare a guardare alla fraternità con occhi di altri, dai fratelli dell'islam a fratelli e sorelle di altre confessioni religiose. A questi spunti potrai aggiungere altri contributi che sono stati raccolti in questo periodo da diverse pubblicazioni e di cui abbiamo qui riportato degli stralci.

Insomma, tutto materiale che ti faccia venire voglia di addentrarti in questo testo che esplicita quel dettato del Concilio Vaticano II (Gaudium et spes in particolare) in cui si metteva in evidenza la simpatia per il mondo: mi piace pensare che si possa guardare al mondo con lo stesso sguardo di Gesù che lo ha amato fino a dare la vita per tutti.

Lo stesso sguardo di Gesù che ha saputo mettere in evidenza tutto il buono che è presente e operante nel tessuto che costituisce la storia tra le persone e le comunità. Lo stesso sguardo che il buon samaritano mette in atto dinnanzi a quell'umanità ferita, marginalizzata, derubata.

Buon samaritano soccorre uomo ferito

Forse non saremo in grado di avere la levatura di quel samaritano, di quello straniero, benchè questo ci provochi senza mezze misure, ma ci sarà data la grazia di assomigliare almeno un po' a quell'albergatore a cui il samaritano affiderà quell'uomo messo male affinché sia lui a prendersene cura.

Mi piacerebbe che questo tempo di quaresima ci educasse ad uno sguardo nuovo capace di cogliere nel mondo migliaia di gesti di bene che sorgono da ogni dove, che permettono di vivere da fratelli, che fanno raccontare fatti di vangelo e attendere di poter incontrare di nuovo samaritani che ci fanno restare a bocca aperta.

Scopriremo che il vangelo viaggia su strade ben poco controllabili e la mulattiera che conduce da Gerusalemme a Gerico forse è più vicina alle nostre vite di quanto possiamo realmente immaginare. Buona lettura e buon cammino verso la Pasqua di Gesù ovvero verso il passaggio di quell'uomo di Nazareth che qualcuno dice impersonare il samaritano perché con la sua morte in croce si è fatto carico di tutta l'umanità acciaccata, pagando di tasca propria, vivendo la pienezza della com-passione.

Uno sguardo evangelico sulla realtà

In questi giorni è uscito un libro di un importante teologo della nostra diocesi (Mons. Pierangelo Sequeri) intitolato “Lo sguardo oltre la mascherina”: bisognerà cimentarsi nella lettura, pur sapendo che non sarà così facile da decifrare. Ma al di là di questo, il titolo mi invita a rilanciare la questione degli sguardi.

E’ forse una delle acquisizioni maggiori di questo tempo: è d’obbligo guardare gli altri negli occhi …la mimica facciale possiamo solo immaginarcela! Ma capite bene che siamo obbligati, e per fortuna, ad accorgerci di sguardi ben differenti dai nostri!

Certo perché dinnanzi alla realtà emergono molti sguardi, molti modi differenti di guardare alla realtà. Ed è interessante pensare che si possa andare oltre la mascherina, al di là …che sguardo ci sarà nascosto? Quale interpretazione della vita, della storia, della fede, si nasconde al di là delle mascherine?

Credo che uno dei rischi del momento sia quello di non riuscire a riflettere su ciò che sta succedendo, ancora surclassati da numeri, distanze, desiderio di tornare al più presto alla normalità. Il rischio è di accontentarsi di dire: “andrà tutto bene!” senza però interrogarsi circa la possibilità di imparare qualcosa da questo evento epocale che sta segnando la vita del mondo intero.

Certo dobbiamo poterci chiedere che cosa stiamo imparando di noi, della vita, del mondo. Insomma sarebbe bello potersi scambiare sguardi che sanno porsi oltre la mascherina e ci permettano di liberarci da tute le maschere che vestiamo a seconda dei contesti o delle convenienze.

E’ necessario elaborare un pensiero, riflettere sulle prassi che accompagnano la nostra quotidianità ma anche il nostro credere, le nostre abitudini ma anche la sorprendente creatività nella solidarietà. Insomma sarebbe una occasione veramente persa se semplicemente ci accontentassimo di venirne fuori!

E così, con il consiglio pastorale abbiamo pensato di non essere corridori affannati ma di prenderci un po' di tempo per riflettere. Non sappiamo bene dove ci potrà portare questo desiderio di indugiare nelle cose ma forse ci permetterà di rileggere la vita e la morte, la cura e la paura, la scuola ed il lavoro … forse potrà essere anche l’occasione per ripensarsi e per ripensare al modo di vivere la Chiesa e di compiere azioni pastorali.

Ecco dunque l’invito per poter lanciare lo sguardo oltre la mascherina: non sappiamo dove ci condurrà ma potrebbe aprirci scenari nuovi ed inaspettati … sarebbe un peccato accontentarsi di togliere la mascherina il più in fretta possibile!

La fraternità come responsabilità condivisa

La strada dell’impegno, afferma Ciotti, è scandita da tre parole: corresponsabilità: la nostra democrazia non si sarebbe ammalata se i cittadini avessero vissuto con coscienza maggiormente inquieta, coinvolta, aperta al dubbio, di chi vive con generosità il proprio ruolo di cittadino; continuità: troppo spesso l’indignazione degli italiani è passeggera e svanisce come neve al sole senza trasformarsi in un sentimento stabile su cui costruire azioni efficaci ed incisive condivisione: l’individualismo ha minato la politica, la preoccupazione per la propria vita individuale deve essere sostituita dalla preoccupazione per il bene comune.

Guidato da queste tre “parole chiave”, Ciotti illustra un percorso “tra denuncia e proposta”. Una serie di grandi temi scandiscono i capitoli del libro: Disuguaglianze, Migranti, Solidarietà e Diritti, Democrazia, Costituzione, Mafie, Chiese che “interferiscono”, Legalità, Educazione e Responsabilità, Speranza.

Il libro è un invito all’impegno sociale in un momento storico in cui disillusione e indifferenza convivono con forti ingiustizie. “Finchè c’è vita c’è speranza” detto antico, spiega Ciotti, ma vero solo per metà. “Non basta infatti essere vivi, per sperare: bisogna anche credere nella giustizia e impegnarsi a costruirla.”

Anche questa volta Don Ciotti “graffia” le coscienze e offre buone ragioni per reagire al decadimento politico e culturale che ci circonda. Tutti conosciamo la concretezza del lavoro da lui svolto, la fondazione del “Gruppo Abele” e” di Libera”, la sua opera contro le mafie e a supporto degli “ultimi” (anche se Ciotti sottolinea di non amare le definizioni di “prete di mafia” “di strada” o “antidroga”che rischiano di far passare come eccezionale ciò che dovrebbe essere normale visto che “un sacerdote non può che schierarsi con forza contro le mafie, la corruzione, le ingiustizie sociali, la violenza e l’illegalità diffusa essendo la parola del Vangelo parola di vita, di liberazione, di speranza.)

Dalla strada all’ascolto degli ultimi

Esaminando la nascita del Gruppo Abele e, successivamente, di Libera si può capire l’approccio e lo spirito con il quale Ciotti svolge il suo percorso di fede e di vita. Nel capitolo “solidarietà e diritti” ripercorre il suo lavoro a fianco degli ultimi che dura da quarantasette anni, da quando, nel 1965, partendo dalla constatazione che l’emarginazione era un fenomeno prodotto, un effetto collaterale della città industriale, iniziò con altri a mettere le basi per la fondazione del Gruppo Abele.

Scrive Ciotti: “siamo partiti dalla strada, nell’incontro con chi vive situazioni di disagio e di sofferenza, dalla voglia di ascoltare, di capire e di condividere la fatica di tanta gente e di ricercare insieme soluzioni possibili.” Inizialmente l’associazione, che poi è diventata il Gruppo Abele, si focalizza sulle persone alcool dipendenti, sulle ragazze costrette a prostituirsi, sui giovani del carcere minorile.

Successivamente, negli anni ’70, emerge il problema gravissimo delle tossicodipendenze affrontato attraverso il metodo della condivisione e della solidarietà. Sia il Gruppo Abele che Libera nascono da uno “sguardo strabico” verso problemi come la droga e la mafia, “uno sguardo capace sia dilungimiranza - occhi che sappiano scorgere nel presente i segni del futuro - sia di profondità.”

Uno sguardo che cerca le cause dei problemi e capisce che non basta un approccio terapeutico per combattere la droga ma occorre anche agire sul piano della prevenzione e dell’educazione da un lato e sul piano della repressione dall’altro, perché non si capisce il problema se non si parte dal fatto che esiste un vero e proprio “mercato” della droga controllato dalle mafie.

Come spiega Ciotti: “ci impegnammo perché le istituzioni e l’opinione pubblica ponessero l’attenzione sull’offerta degli stupefacenti: il problema della droga era anche il problema delle mafie, anzi delle “narcomafie” considerato il peso crescente che stava assumendo il traffico di stupefacenti nei fatturati delle organizzazioni criminali.”

La nascita di Libera e la lotta alle mafie

Contro la mafia nasce, nell’estate del 1992, l’estate delle stragi di Capaci e via D’Amelio, Libera. Libera è la storia di una “speranza”, che nasce da un gruppo di cittadini i quali, nell’angoscia e nella disperazione di quel momento, hanno, come le definisce Ciotti, “tre piccole convinzioni”: indignarsi non basta più, il contrasto alla criminalità riguarda tutti, non solo i magistrati e le forze di polizia; le mafie non saranno mai sconfitte se non cambia tutto ciò che sta loro intorno.

Il primo passo di Libera prende spunto dalla nota intuizione di Pio La Torre, sindacalista e poi deputato siciliano ucciso dalla mafia nel 1982, che chiedeva, oltre alla confisca dei beni appartenenti ai mafiosi, l’uso sociale dei beni stessi.

Libera coglie la forza simbolica di questo nuovo elemento e avvia una mobilitazione per raccogliere un milione di firme a sostegno della approvazione della legge n. 109/1996, legge che abbandona una logica emergenziale del contrasto alla mafia e affianca alla magistratura e alle forze dell’ordine uno strumento che agisce in un’ottica di responsabilità condivisa (tornano le tre parole chiave: corresponsabilità, continuità, condivisione).

Uso sociale, scrive Ciotti, deve dunque significare: “diritti invece di favori, dignità invece di sottomissione, coraggio invece di paura, speranzainvece di rassegnazione, cultura invece di ignoranza, libertà invece di dipendenza, lavoro invece di sfruttamento, democrazia invece di oppressione”

Terre confiscate alle mafie coltivate

A quindici anni dalla legge 109 sono nati tanti piccoli baluardi di una cultura antimafia: cooperative sui terreni confiscati, volontari che resistono di fronte alle intimidazioni e ai vandalismi lavorando quelle terre e vendendo prodotti che fanno parte di una economia “giusta e sana”.

E ancora percorsi nelle scuole e nelle università, settori dell’imprenditoria che si ribellano e denunciano estorsioni e soprusi, strumenti d’informazione e ricerca per evitare che di mafie si parli solo in modo estemporaneo, senza il rigore necessario, e tante storie più o meno note di riscatto.

Il tutto nella vicinanza ai familiari delle vittime delle mafie e, contemporaneamente, cercando di guardare oltre i confini nazionali diffondendo i principi della legge 109 in tutta Europa. Occorre però perseverare con continuità, evitando quelle che Borsellino chiamava “perniciose illusioni” di fronte a una mafia che ha saputo mutare, come un virus, la propria natura mimetizzandosi nell’economia legale.

Le zone grigie dell’illegalità

Non possiamo dimenticare poi il tema, comprovato da un gran numero di inchieste e di procedimenti giudiziari, dei rapporti tra mafia e politica. Ciotti critica le reticenze e le falsificazioni come “l’acrobazia verbale con la quale il primo telegiornale del servizio pubblico ha dato, nel giugno del 2010, la notizia della condanna di un senatore per concorso in associazione mafiosa per fatti accertati fino al 1992 spacciando la condanna come una vittoria soltanto perché la pena era stata ridotta in appello”

Scrive Ciotti: “presenti da più di un secolo le mafie hanno trovato inedite sponde nella “società dell’io” e del narcisismo, nel suo diffuso analfabetismo etico”. E ancora “la forza delle mafie è fuori dalle mafie”, in quelle “zone grigie” che permettono l’infiltrazione delle organizzazioni criminali nelle vita economica e sociale.

Nei reati “non propriamente mafiosi” di corruzione, evasione fiscale, abusivismo edilizio, traffici illeciti di rifiuti che affliggono questo paese. Pensavo a queste parole leggendo una recente intervista di Piercamillo Davigo su Repubblica (10-2-2012 ad Alberto Statera), dice il noto magistrato: “Edwin Sutherland che, negli anni Trenta, creò un modello criminologico, sosteneva che è più pericoloso per la società il crimine dei colletti bianchi che il crimine comune.

In Italia è definito ladro chi ruba una bicicletta o una mela al supermercato e soltanto disonesto chi fa la cresta su una fornitura. E infatti i corpi di polizia tendono a privilegiare l’attività di sicurezza pubblica rispetto a quella di polizia giudiziaria.”

E ancora: “Quanto possono scippare a una signora per la strada? Mille euro? Nel processo Parmalat c’erano 40mila parti civili, tra cui gente che ha perso tutti i risparmi della vita. Quanto ci mette uno scippatore a fare 40mila scippi? “.

Il mercato della corruzione ha prodotto un sistema di regole non scritte antagonistico rispetto a quello che disciplina il corretto esercizio della pubblica amministrazione, per cui il mercato legale tende via via ad adeguarsi all’illegalità imperante, riducendo anche la propensione alla denuncia.

Nell’arco di un ventennio sono state pronunciate due condanne per corruzione nel distretto di Reggio Calabria, meno che in Finlandia, paese tra i meno corrotti del mondo.

Legalità, giustizia e responsabilità

Ecco quindi imporsi il tema della legalità. La legalità, dice Ciotti, è la bandiera di Libera ma è solo uno strumento ed è soggetta a volte a strumentalizzazioni, è vero infatti che solo in un contesto in cui vigono e vengono fatte rispettare le regole si può tutelare chi è “meno uguale” è anche vero però che, a volte, la legalità viene invocata da pulpiti poco credibili e che esiste una profonda differenza tra la legalità formale e quella sostanziale che attraversa la storia e la filosofia.

L’uso corretto della legalità presuppone la compresenza di due elementi: la responsabilità individuale e la giustizia sociale. La legalità in sostanza non può sostituire la politica.

Premesso che viviamo in un paese in cui le leggi sono tanto numerose quanto violate, occorre definire delle priorità, è questa è una scelta politica. Ciotti espone numerosi esempi in proposito: “si può cominciare lottando contro le mafie o liberando le città dalla presenza fastidiosa di accattoni e lavavetri, contrastando la speculazione edilizia e l’inquinamento ambientale o perseguendo chi protesta (magari con qualche eccesso) a tutela della salute propria e dei propri figli, impegnandosi per combattere l’evasione fiscale oppure sgomberando edifici abbandonati, occupati da contestatori o marginali.”

“Che tipo di “legalità” vogliamo ?” si domanda Ciotti affrontando il tema dei migranti, vi è oggi in Italia e in Europa un atteggiamento di fronte al fenomeno della immigrazione che tende a “rimuovere” il problema non prestando attenzione alla nascita di forme di xenofobia ( e a volte di razzismo) e alla presenza di organizzazioni criminali che sfruttano e prosperano sulla pelle di uomini e donne migranti

Una Chiesa aperta, con il Vangelo in mano

Don Luigi Tellatin parroco di Facca e grande amico di don Luigi Ciotti, anima di Libera nel Veneto, ha ben presente il retroterra culturale alla base delle critiche di don Matteo: «Sono quarant’anni che dico queste cose, ma non dobbiamo fermarci a contestare la ricchezza della Chiesa».

Per don Gigi, il vero problema del pontificato di Benedetto XVI sta nella «sconfessione» del Concilio Vaticano II. L’idea di una Chiesa aperta, una rivoluzione nella gerarchia, l’apertura ai laici: oggi, si sta tornando indietro.

«L’identità cristiana viene agitata in certi momenti, in altri no. Al fondo di questa dimensione, c’è un problema: la Chiesa che si manifesta come uno Stato. C’è il problema di un potere temporale ancora duro a morire».

Ma quali sono i problemi veri? Cosa dovrebbe orientare l’agire della Chiesa? «Io penso alla giustizia nel mondo, alla questione della libertà, della coscienza. Invece di stare a criticare il Papa per i suoi ornamenti, chiediamoci quanto la Chiesa si misura con i problemi della gente, col quotidiano? Noi dobbiamo recuperare il senso del Concilio Vaticano II, la capacità della Chiesa di aprirsi nel suo insieme, a tutti».

Meno dottrina, meno precetti, e più vita, più Parola. «Io vorrei - conclude don Gigi - una Chiesa col Vangelo in mano. Oggi l’identità cristiana, tanto proclamata, è un’identità senza Vangelo».

Don Luigi Ciotti: una vocazione vissuta nella strada

«Ciotti, Ciotti, putissimo pure ammazzarlo». Queste parole risultano da un’intercettazione fatta nel carcere di Opera dagli inquirenti palermitani che lavoravano all’inchiesta sulla presunta trattativa Stato-mafia. Erano dette da Totò Riina ad Alberto Lorusso, la cosiddetta “badante” dell’indiscusso boss di Cosa Nostra.

Ma chi è questo Ciotti che Riina voleva morto? Pio Luigi Ciotti è nato a Pieve di Cadore nel 1945. Il suo cognome risale al medioevo, quando in quelle terre del bellunese bazzicava una compagnia di mercenari privi di anagrafe, che i locali chiamavano «ehi tu», in dialetto locale «ciò ti», da cui venne «Ciotti».

Cognome tipico della zona. Come non dimenticare Sandro Ciotti, il giornalista sportivo dall’inconfondibile voce roca? Pio Luigi Ciotti, chiamato Luigi o Gigi, ha cinque anni quando la sua famiglia si trasferisce a Torino.

Suo padre trova lavoro come manovale nel cantiere in cui si sta costruendo la nuova struttura del Politecnico. La famiglia trova sistemazione nelle baracche che alloggiano gli operai.

Fin da giovane Luigi si sente spinto a occuparsi degli ultimi. A vent’anni fonda il gruppo “Gioventù”, per dedicarsi ai disadattati e ai tossicodipendenti che incontra per strada.

È il primo embrione dal quale nel 1974 nascerà poi il “Gruppo Abele”. Il cui programma sta già nel nome.

«Nella Bibbia - spiega Luigi Ciotti - Abele è debole e incapace di resistere a chi alza la mano contro di lui. Dio rivolge a Caino la domanda: “Dov’è tuo fratello?”. E come risposta ottiene un interrogativo: “Sono forse io il custode di mio fratello?”. Il Gruppo Abele sceglie di stare dentro questa domanda, per assumersi la responsabilità di ogni altro, inteso come fratello».

Il giovane Luigi Ciotti si sente in grande sintonia con quella Torino che è ormai diventata casa sua, la città in cui hanno operato i santi sociali: Don Bosco, Cafasso, Allamano, Cottolengo, Giulia di Barolo.

Sente la chiamata al sacerdozio. «Vocazione - spiega - più che scegliere è essere scelti, strumenti di un disegno nel quale riconosciamo la nostra essenza».

È ordinato sacerdote nel 1972 da quel geniale Cardinale Michele Pellegrino che capisce al volo la stoffa del giovane prete. E gli affida una parrocchia sui generis: la strada.

Quel luogo dove «Terra e Cielo spesso s’incontrano e si abbracciano», per usare le parole di don Ciotti, quel luogo dove s’incontrano le domande e i bisogni più profondi della gente, come sottolineava Pellegrino.

Il Vangelo come impegno per il presente

Dopo le stragi di Capaci e di via D’Amelio, in cui furono ammazzati dalla mafia i giudici Falcone e Borsellino, don Ciotti fonda “Libera”, un’associazione impegnata contro la criminalità organizzata e la corruzione.

La figura di don Ciotti diventa col tempo un punto di riferimento nella lotta alla mafia e alle organizzazioni criminali, un punto di riferimento per la legalità, i diritti umani, la giustizia sociale.

Uno degli obiettivi principali di Libera è il recupero delle terre e dei beni confiscati alle mafie, trasformandoli in risorse utili per le comunità. Nonostante le minacce e le difficoltà incontrate nel corso degli anni, don Ciotti ha continuato a portare avanti la sua missione con coraggio.

La sua voce è un faro per i tanti che cercano di contrastare l’illegalità e di promuovere una società più giusta e libera. Il motore della sua attività è sempre stato il Vangelo, che per sua natura è incompatibile con il crimine e le ingiustizie.

Una coppia di amici che ha vissuto come volontari in una delle prime comunità fondate da don Ciotti, a Rivalta, nei pressi di Torino, mi confida: «Per noi don Luigi è stato uno stimolo a uscire da noi stessi, dai luoghi comuni del lieto vivere, per essere al servizio del prossimo. Don Luigi è un amico e un fratello che continua ad aiutarci a lottare per la giustizia e la trasparenza dei rapporti».

Interrogare la coscienza davanti alle ferite del mondo

Ha presieduto la Messa per la nostra comunità di lavoro in vista della Pasqua. "Facciamoci interrogare dalle stragi dei migranti, dalle morti sul lavoro, dai perseguitati" .

Don Ciotti ha preso spunto dal brano del Vangelo di Giovanni che racconta l’episodio di Maria che unge i piedi di Gesù a pochi giorni dalla sua Passione. «In quel brano - ha sottolineato il sacerdote nell’omelia - troviamo l’atteggiamento di Maria che è un atto d’amore e quella del "calcolo" rappresentato da Giuda che rubava dalla cassa».

Gesù risponde a Giuda: «Poiché i poveri li avete sempre con voi; ma me, non mi avete sempre». Ecco «sono parole che ci devono graffiare dentro - dice don Ciotti -. C’è il bisogno di lasciarsi alle spalle frammentazioni, dogmi rassicuranti. Un morire rispetto ad alcune cose per poter rinascere».

E per farlo «dobbiamo interrogarci su ciò che accade attorno a noi». L’elenco di situazioni che ci devono interrogare fornito dal sacerdote è davvero denso: le stragi di migranti, quelle per la fame, le morti sul lavoro, i disastri ambientali, i perseguitati dai regimi dei propri Paesi, «Nazioni con cui stringiamo compromessi per la logica del profitto, come moderni Giuda».

Servono quanto mai «coscienze vive, consapevoli che ci è chiesto un supplemento di impegno. Vivere la vita ora, ma essere capaci di anticipare il futuro che si apre davanti a noi».

Don Luigi Ciotti celebra messa pasquale

«Auguro che Avvenire continui ad avere uno sguardo sul presente capace allo stesso tempo di essere profezia per il futuro».

Proprio in questo, si è augurato don Ciotti, sta il compito di chi fa informazione, come Avvenire che «ha una informazione profonda, non allineata, puntuale. Siate sempre capaci di anticipare le lancette del futuro, raccontando anche un avvenire che è adesso. Cercate di essere una luce di pensiero in un tempo buio su questo fronte».

E soprattutto «siate portatori di speranza» si raccomanda più volte don Luigi Ciotti anche al momento del commiato della Messa. «Penso sempre alla benedizione di Dio come a una pedata, perché ci serve per andare avanti - dice sorridendo don Ciotti -. Ecco questa pedata di Dio vi accompagni nel vostro lavoro».

Preparare il futuro insieme

E’ questo un tempo assai strano, mi verrebbe da dire ricolmo di spinte … penso al cambio della guardia negli USA, alla situazione ballerina in Italia, alla voglia di ripartire e alle chiusure a singhiozzo nelle diverse regioni, alla distribuzione dei vaccini e ai no vax.

Penso ai finanziamenti che arrivano dall’Europa in ordine alla copertura dei danni da pandemia ma anche (e forse soprattutto) nel desiderio di sostenere l’innovazione … Ci ritroviamo a vivere un tempo che varia repentinamente e forse dovremmo chiederci: “che tempo che fa?”.

Da un tempo sospeso ad un tempo rallentato ed ora ad un tempo concitato proprio perché ricco di spinte che provengono da diverse parti e non si capisce dove possano portare.

In tutto questo sento forte l’urgenza di preparare il futuro: qualcuno avrà il compito di prepararlo a livello planetario o nazionale, forse a noi è chiesto di provare a metterci mano nel nostro piccolo… l’arcivescovo Mario ci ha ripetuto più volte che “tocca a noi, tutti insieme”.

Come possiamo dunque preparare il futuro? Senza andare a scomodare i massimi sistemi, in questi mesi noi possiamo iniziare a raccoglierci (con le dovute distanze ancora!) per guardare all’estate, almeno all’estate!

Perché mi immagino che i ragazzi abbiano bisogno di incontrare esperienze che ridiano loro il gusto del vivere … forse stanno dimenticando come si gioca a “mosca cieca”, a nascondino, a calcio e basket … ma forse quest’estate potranno ritrovarne non solo il desiderio ma anche la bellezza che esprime il significato del giocare insieme, del trascorrere tempo con i coetanei, del sentire l’appartenenza al proprio oratorio, nel farlo diventare casa.

Non sappiamo bene cosa potremo fare con i piccoli ma per preparare il futuro abbiamo scelto di iniziare a ripartire con la catechesi in piccoli gruppi: forse non sarà un’invenzione rivoluzionaria ma ci aiuterà a coltivare una familiarità che rischiamo di perdere per strada quando si è in gruppi grandi e forse chi fatica di più ad esprimersi sarà facilitato nel venire allo scoperto.

Preparare il futuro forse ha a che fare con le cose piccole e la cura per chi è più fragile.

E poi penso agli adolescenti, dagli umori ballerini, che protestano perché vogliono tornare a trovare i loro compagni di scuola e che contemporaneamente stanno a casa in simbiosi con il divano, alimentati dalla play o da qualche serie televisiva.

Che ne sarà di loro? E’ questo il tempo in cui attivarsi per cercare vie di bellezza che sappiano conquistare il loro cuore, che ha anche la capacità di essere generoso, che sa infiammarsi … ma c’è da trovare il modo di accendere il fuoco!

Non sarà facile la sfida con loro ma è questo il tempo in cui coinvolgerli, uno ad uno. E capisco che questo non può essere solo compito del prete di turno ma c’è bisogno di gente che muova pensieri, soldi, attività…

Se non ci muoviamo ora, anche questa estate volerà via più veloce di quella trascorsa. Ma capite bene che sarebbe un devasto per gli ado: due estati in questa stagione della vita, sono un’eternità!

Non sappiamo bene cosa potremo fare con gli ado ma per preparare il futuro, con qualcuno si stanno tirando ponti verso la Moldova, qualcuno proverà a dipingere in oratorio, qualcuno si cimenterà in un teatro (forse!): forse non sarà qualcosa di rivoluzionario ma sarà la possibilità per alcuni di allargare gli orizzonti, per altri di mettersi in gioco, per altri di trovare casa.

Preparare il futuro forse ha a che fare con la voglia di vivere! Ma questa voglia rischia di essere assopita e tale rimarrà se non pensiamo a qualche via da percorrere.

Ecco questo non è più tempo sospeso o rallentato; non è nemmeno semplicemente tempo confuso. E’ evidente: questo è tempo in cui preparare il futuro …tocca a noi, tutti insieme!

Comunità, accoglienza e vita quotidiana

Un’estate certamente anomala questa che stiamo vivendo, eppure capace di ricondurci all’essenziale e di aiutarci ad allargare gli orizzonti. Estate tempo da inventare … disponibili a costruire comunità

Sappiamo bene che quest’estate per le famiglie e per i ragazzi non è stata diversa solo per aver indossato mascherine multicolor ma per aver vissuto in modo diverso l’esperienza dell’oratorio estivo, sempre atteso e desiderato.

Che dire? Tanti adulti che si sono attivati per permettere ai ragazzi di fare esperienze indimenticabili (ma quando mai capiterà loro di progettare la casa dei propri sogni? O di fare esperimenti come Archimede pitagorico?).

Così chi c’è stato ad inventare ha provato a costruire un po' di più la nostra comunità

Estate tempo di accoglienza …pronti a parlare altre lingue

Beh di stranieri ce ne sono in giro, sono arrivati! Insomma il turismo tanto desiderato per sostenere le nostre terre non è venuto meno.

Ma non basta che la gente venga da diversi luoghi del mondo per gustare queste terre. E’ necessario che ci interroghiamo sul nostro grado di accoglienza … a volte basta un foglietto in lingua per far sentire a casa chi viene da altrove.

Meglio ancora se questo foglietto regala parole belle, parole significative … parole della Scrittura …

Estate tempo di silenzio …curare la dimensione contemplativa della vita

Non si può dire che da noi manchi il silenzio. Ma serve fare silenzio interiormente. Un buon libro, magari scegliendo di fermarsi a leggerlo in una location speciale (da noi proprio non mancano!): certo è occasione per nutrire la dimensione contemplativa della vita.

Certo che sarebbe bello porre dei segni che richiamino questa dimensione sui sentieri disegnati nelle nostre montagne!

Estate tempo di feste patronali …tornare alla radice

Certo che eravamo abituati a vivere ogni domenica una festa …affezionati al patrono ma forse anche di più alla possibilità di ritrovarsi.

Le feste di questa estate sono necessariamente in tono minore ma ci danno la possibilità di ricentrare il nostro cammino di fede: confessione, adorazione, celebrazione dell’eucarestia …sembrerà poco ma è ciò che nutre fortemente la vita del cristiano, fa tornare alla radice, il Signore Gesù!

Estate tempo di stelle …Maria, la stella che ci conduce in cielo

Ripartire senza dimenticare

Certamente è stata un’estate anomala ma ricca di sorprese: due mesi intensi di attività, incontri, piccoli gruppi, grande impegno da parte di molti.

Questa nuova modalità ci invita a pensare insieme, come comunità adulta in primo luogo, la proposta dell’oratorio anche durante il resto dell’anno. Ci proveremo!

Ma intanto siamo già pronti a ripartire e lo facciamo dentro un clima di generale incertezza. Con un gran desiderio di riprendere ritmi e relazioni “normali” e con la consapevolezza però che non è ancora passato totalmente l’uragano! Anche qui ci sarà da stare all’erta.

E poi il cammino di chiesa che stiamo provando a mettere in atto nel nostro decanato: in profonda sintonia con l’invito dell’arcivescovo a coltivare un pensiero sapiente, una lettura sapienziale della realtà, stiamo insieme provando a ripensare il modo di vivere la Chiesa nelle nostre terre: certo sarà una bella sfida!

Insomma questo nuovo anno pastorale che bussa alle porte, sta già spingendo eppure è come se non fossimo ancora pronti.

Certo perché siamo soliti partire con programmi e date ben definite, un calendario ad incastri per farci stare tutto, date intoccabili, cresime e comunioni da tempo indicate per potersi organizzare almeno con i parenti … quest’anno, almeno per ora, nulla di tutto ciò.

Ma a dire il vero sono contento che sia così, non solo perché questo ci permette di non essere subito in affanno, con il fiato corto, ma soprattutto perché questo tempo ci chiede di avere il coraggio di non girare subito pagina.

A dire il vero questo è il rischio che stiamo correndo come società civile ed ecclesiale: uscire il prima possibile da questo corona maledetto e riprendere a fare come prima!!! Ma sarà mai possibile? Sarà mai possibile riprendere la corsa forsennata di prima, come se niente fosse?

Personalmente sento il bisogno di avere tempi, luoghi, ambiti in cui rileggere il vissuto di questi mesi per poter andare in profondità ed in seguito provare a progettare il futuro.

Ma cosa avrà da dirci chi ha scritto qualche testo in questo tempo? E chi ha dovuto ripensare le modalità di insegnamento? E la voce di ragazzi e adolescenti: quali risonanze nei loro cuori?

Mi piacerebbe aprire un dibattito, un dialogo attraverso gli sguardi (di fatto è ciò che spunta dalle mascherine!): narrare che cosa abbiamo vissuto, raccogliere ciò che abbiamo imparato, riflettere insieme su possibili scelte personali o comunitarie da mettere in atto.

Insomma non credo che sia saggio ripartire come se niente fosse, come se ci fosse stata semplicemente una parentesi. Vedremo cosa si riuscirà a fare …

Intanto buon inizio, soprattutto a voi ragazzi, a voi genitori, a voi insegnanti: ci mancano un po' le campanelle della scuola che suonano … almeno quelle dell’intervallo!

Il Vangelo secondo Matteo sullo schermo

Don Luigi Ciotti e il regista Marco Tullio Giordana, all'ombra del Casale della Cervelletta, giovedì 23 giugno presenteranno uno dei grandi capolavori di Pier Paolo Pasolini: "Il Vangelo secondo Matteo" (1964).

Un film diretto da PPP con attori non professionisti, usando integralmente il vangelo di Matteo come sceneggiatura. 137 minuti di poesia su cellulosa che vanno oltre la Storia e guardano direttamente al Mito

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Il film offre una lettura cinematografica del testo matteano attraverso volti non professionisti e una sceneggiatura costruita integralmente sul Vangelo di Matteo.

ElementoInformazione
RegistaPier Paolo Pasolini
Anno1964
SceneggiaturaIl vangelo di Matteo
InterpretiAttori non professionisti
Durata137 minuti

Il Vangelo secondo Matteo diventa così anche un’occasione per guardare alla figura di Gesù attraverso una forma artistica capace di oltrepassare la semplice ricostruzione storica e di restituire alla narrazione evangelica intensità, concretezza e forza simbolica.

La Parola che diventa vita

“Facciamoci interrogare dalle stragi dei migranti, dalle morti sul lavoro, dai perseguitati”. L’invito non propone una fede separata dal mondo, ma una fede capace di riconoscere nelle ferite della storia il luogo concreto della responsabilità cristiana.

Mi piacerebbe che questo tempo di quaresima ci educasse ad uno sguardo nuovo capace di cogliere nel mondo migliaia di gesti di bene che sorgono da ogni dove, che permettono di vivere da fratelli, che fanno raccontare fatti di vangelo e attendere di poter incontrare di nuovo samaritani che ci fanno restare a bocca aperta.

La fraternità, in questa prospettiva, non è un sentimento generico, ma una pratica quotidiana: ascoltare, capire, condividere la fatica di tanta gente e ricercare insieme soluzioni possibili.

Preparare il futuro forse ha a che fare con le cose piccole e la cura per chi è più fragile. Preparare il futuro forse ha a che fare con la voglia di vivere!

Il Vangelo secondo Matteo, letto alla luce dell’esperienza pastorale e civile di don Luigi Ciotti, conduce dunque verso uno sguardo capace di tenere insieme contemplazione e azione, compassione e giustizia, fede e responsabilità, memoria delle ferite e speranza operosa.

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