Diocesi di Acqui Terme: l’inchiesta de Le Iene, i debiti e il contenzioso giudiziario

Il 25 ottobre 2016 Le Iene dedicò un servizio di Matteo Viviani alla gestione dei soldi e dei beni della Diocesi di Acqui Terme. L’inchiesta riguardava l’utilizzo delle risorse destinate alla carità per ripagare debiti nati da operazioni finanziarie definite “molto discutibili”.

Al centro della vicenda vi erano un debito di circa 4 milioni di euro, alcune operazioni immobiliari, la gestione di Villa Paradiso, poi ribattezzata Villa Malesia e trasformata in resort, l’affitto a canoni molto bassi di altri immobili e il ruolo di don Giacomo Rovera, ex economo del Seminario della Diocesi di Acqui Terme.

Il servizio de Le Iene del 25 ottobre 2016

Alle 21:55 Matteo Viviani si occupa della Diocesi di Acqui Terme e di come vengono gestiti soldi e beni. Questa Diocesi sta utilizzando i soldi della carità per ripagare i propri debiti. I debiti nascono da operazioni finanziarie “molto discutibili”.

La puntata del programma di Italia 1 presentò la situazione economica della diocesi attraverso interviste, documenti e riferimenti alle operazioni immobiliari contestate. L’inchiesta suscitò una forte reazione ad Acqui Terme e alimentò il dibattito sulla gestione dei beni ecclesiastici e delle risorse dell’Otto per Mille.

Il debito della Diocesi di Acqui Terme

La diocesi, che si estende da Alessandria a Savona, da Genova ad Asti, è gravata da un debito di svariati milioni di euro a causa di operazioni immobiliari decise in riunioni con clima non sereno e a volte intimidatorio.

Il sacerdote lamentava di essere stato rappresentato nel servizio, a suo dire in maniera non corrispondente al vero, come uno dei soggetti che aveva contribuito a determinare un debito per la Diocesi di Acqui Terme di circa 4 milioni di euro con operazioni anti-economiche.

Una situazione che non sarebbe più sostenibile avendo la diocesi come unica fonte di introito i proventi dell’Otto per Mille che in questi anni è stato già utilizzato in gran parte per coprire le rate dei debiti.

Elemento della vicendaInformazione riportata
Debito contestatoCirca 4 milioni di euro
Risorsa utilizzata per coprire le rateProventi dell’Otto per Mille
Servizio televisivoLe Iene del 25 ottobre 2016
Autore del servizioMatteo Viviani
Ex economo coinvolto nel contenziosoDon Giacomo Rovera

Villa Paradiso e Villa Malesia

La Diocesi di Acqui Terme ha acquistato un immobile, Villa Malesia, dove, successivamente, un privato ha costruito un resort di lusso.

Si contestava al sacerdote l’affitto a canoni irrisori di una casa religiosa sulla Riviera ligure, Villa Paradiso, poi diventata Villa Malesia, trasformata in resort, caso che era finito anche all’attenzione del Vaticano.

Dopo la lettera dei parroci a marzo arrivava ad Acqui l’arcivescovo di Gorizia, Carlo Radaelli, in qualità di visitatore apostolico, praticamente un ispettore della Santa Sede, che doveva indagare anche sulla vicenda di Villa Paradiso, ribattezzata Villa Malesia, l’ex casa religiosa di Varazze ora resort, proprietà del Seminario gestita da Renato Bonora nonostante la volontà del vescovo di riaverla indietro.

Del resort di lusso Villa Paradiso, di Renato Bonora e dei suoi rapporti con l’ex economo don Giacomo Rovera, si parla già da almeno un paio d’anni.

Gli altri immobili e gli affitti contestati

Si parla anche di un altro immobile, diventato un ristorante, e affitato a 100 euro all’anno. Viviani intervista anche Don Claudio Barletta, amministratore di una società immobiliare appartenente all’istituto diocesano di Acqui Terme.

Hanno invece fatto scalpore da un lato la cessione di un alloggio della Curia a un parente di don Rovera («Affine, non consanguineo» ha precisato il notaio Garbarino rogatore dell’atto, ma il diritto canonico vieta la vendita in entrambi i casi) per una cifra definita inferiore a quella di mercato, però col passaggio di 10 mila euro «in nero» come ha detto il religioso; dall’altro l’affitto a prezzi stracciati del ristorante nel chiostro a fianco della Cattedrale (100 euro all’anno) e dell’hotel vicino.

La società Norimberga e il trasferimento di 2,5 milioni

Ma la vicenda più misteriosa è quella della società Norimberga, di cui è presidente don Claudio Barletta che presiede anche l’Istituto per il sostentamento del clero.

Quest’ultimo ha girato 2,5 milioni alla Norimberga senza interessi e senza scadenza. Ma mentre l’Istituto è sotto il controllo del vescovo, ufficialmente di controlli sulla misteriosa società non ce ne sarebbero.

OperazioneDettaglio
Ristorante nel chiostroAffitto di 100 euro all’anno
Società NorimbergaPresieduta da don Claudio Barletta
Somma trasferita alla Norimberga2,5 milioni
Condizioni del trasferimentoSenza interessi e senza scadenza

Il ruolo del vescovo Pier Giorgio Micchiardi

La Iena ha anche intervistato Monsignor Micchiardi, vescovo della Diocesi di Acqui Terme, definita una persona “consigliata male”, che non fornisce risposte dettagliate: “Perché non faccio niente? Sarò un cattivo vescovo…”.

In mezzo monsignor Micchiardi che è apparso in tv come un uomo mite, a lungo accondiscendente, ora travolto dagli eventi. Conclude l’intervista tv con un remissivo «Sarò stato un cattivo vescovo». E per un attimo suscita persino tenerezza.

Acqui Terme - Il piano del vescovo di Acqui Pier Giorgio Micchiardi per saldare i debiti, verificare gli investimenti e dare nuove risorse alle parrocchie non è mai partito.

A fermare il progetto di risanamento è stata una lettera, firmata da 38 parroci sui 93 attivi tra Liguria e Piemonte, inviata a metà dicembre 2015 anche al cardinale Angelo Bagnasco, presidente della conferenza episcopale Italiana.

La lettera dei parroci e la richiesta di un intervento esterno

Nella lettera si spiegava che la diocesi era gravata da un debito di svariati milioni di euro a causa di operazioni immobiliari decise in riunioni con clima non sereno e a volte intimidatorio.

Di qui la richiesta di un intervento esterno e la recente convocazione in Vaticano.

Intanto da Gorizia confermano che oggi tornerà ad Acqui il visitatore apostolico monsignor Carlo Maria Radaelli, appunto arcivescovo del capoluogo giuliano.

«Si tiene a precisare - si leggeva qualche giorno fa in un comunicato della curia acquese - che gli argomenti trattati (da Le Iene; ndr) sono già oggetto di verifica da parte del visitatore apostolico per gli affari economici, nominato dal Santo Padre».

Diocesi di Acqui Terme e Villa Malesia

Il visitatore apostolico Carlo Radaelli

Dopo la lettera dei parroci a marzo arrivava ad Acqui l’arcivescovo di Gorizia, Carlo Radaelli, in qualità di visitatore apostolico, praticamente un ispettore della Santa Sede.

Il visitatore apostolico doveva indagare anche sulla vicenda di Villa Paradiso, ribattezzata Villa Malesia, e sulle questioni economiche della diocesi.

Il vescovo di Acqui Terme, Pier Giorgio Micchiardi, venerdì è stato ricevuto in udienza a Roma da Papa Francesco, mentre giovedì sono arrivate “Le Iene” per un’inchiesta che coinvolge la Diocesi.

Il fascicolo della Procura di Alessandria

A gennaio la procura di Alessandria a questo proposito aveva aperto un fascicolo per reati quali truffa e appropriazione indebita, ma poco dopo lo stesso vescovo di Acqui aveva ritirato la querela facendo cadere il procedimento.

L’avvocato Claudio Simonelli, che aveva curato gli interessi della Diocesi fino alla revoca da parte di Micchiardi, è deciso a portare la registrazione della puntata de Le Iene in Procura.

D’altro canto non si esclude che anche la Guardia di Finanza, che pure aveva suo tempo già esaminato i bilanci della Diocesi acquese, faccia nuovi accertamenti.

Le reazioni alla puntata

La situazione che troverà è però un po’ cambiata. Se le reazioni ufficiali sono caute («Questioni delicate che andrebbero se mai seguite dalla magistratura e non da una trasmissione scandalistica e unidirezionale. Il vescovo è un buon pastore» dice ad esempio il sindaco Enrico Bertero) sul web, soprattutto sui social, i commenti sono molto meno misericordiosi.

La città tutta è colpita dalla gestione dei beni ecclesiastici e dei soldi dell’8 per mille emersa dal servizio de Le Iene.

Dopo la puntata de Le Iene andata in onda martedì sera sugli «affari» in Curia ad Acqui fra i numerosi commenti on line c’era anche chi sottolineava il prossimo riordino dei territori diocesani, con gli accorpamenti richiesti da Papa Francesco.

Quella acquese è una delle più vaste in Italia, a cavallo tra due regioni e tre province, ma proprio per questo forse anche smembrabile, se oltretutto venisse meno la sua guida.

Le due diverse impostazioni sulla gestione dei beni ecclesiastici

Insomma la pentola ormai è scoperchiata. Ne escono, illeciti a parte, almeno due concezioni diverse della Chiesa: quella di don Rovera, da quarant’anni amministratore di beni ecclesiastici, che privilegia l’autorità tradizionale, quindi una gestione dirigistica e poco trasparente, e quella post-conciliare di Papa Francesco.

La vicenda portò quindi al centro del dibattito non soltanto il valore economico delle operazioni, ma anche il rapporto tra autorità, trasparenza, controlli e responsabilità nella gestione dei beni appartenenti a istituzioni religiose.

La querela di don Giacomo Rovera

Nel 2016 la trasmissione «Le Iene» raccontò di alcune questioni economiche riguardanti la diocesi di Acqui che ebbero strascichi giudiziari.

La decisione segue l'archiviazione del Gup del Tribunale di Alessandria, nel luglio 2020, della querela presentata da don Giacomo Rovera.

Il sacerdote lamentava di essere stato rappresentato nel servizio in maniera non corrispondente al vero, come uno dei soggetti che aveva contribuito a determinare un debito per la Diocesi di Acqui Terme di circa 4 milioni di euro con operazioni anti-economiche.

L’archiviazione del 2020

La decisione del Gup alessandrino nel 2020 aveva seguito la querela presentata da don Rovera contro la rappresentazione fornita dal servizio televisivo.

Il sacerdote contestava in particolare l’attribuzione di responsabilità rispetto alle operazioni immobiliari e all’affitto a canoni molto bassi di una casa religiosa sulla Riviera ligure poi trasformata in resort.

Nel luglio 2020 il Gup del Tribunale di Alessandria aveva archiviato la querela di don Rovera, che contestava la sua rappresentazione nel servizio televisivo.

La sentenza del Tribunale di Milano

Milano - Respinta la richiesta di risarcimento danni presentata da don Giacomo Rovera, ex economo del Seminario della Diocesi di Acqui Terme, relativa a un servizio televisivo trasmesso nell’ottobre 2016 dalla trasmissione di Italia 1 ‘Le Iene’.

La decisione è della prima sezione civile del Tribunale di Milano. Stessa decisione per la richiesta di risarcimento nei confronti dell’autore del servizio, Matteo Viviani, nonché di Vincenzo Sassi e Pier Domenico Garrone, intervistati nel corso del programma.

A distanza di nove anni da quei fatti, il tribunale ha stabilito che nelle rispettive interviste, Garrone e Sassi, professionisti incaricati dall’allora vescovo di Acqui Terme di stabilire i motivi del debito, “hanno riferito in termini imparziali e asciutti i risultati dei loro accertamenti” e si sono astenuti “da commenti personali e offensivi nei confronti di don Giacomo Rovera”.

E che il servizio delle Iene ha rispettato i canoni del diritto di cronaca.

Il ruolo di Vincenzo Sassi e Pier Domenico Garrone

Vincenzo Sassi e Pier Domenico Garrone erano professionisti incaricati dall’allora vescovo di Acqui, monsignor Pierluigi Micchiardi, di stabilire i motivi del debito.

Il tribunale ha stabilito che nelle loro interviste avevano riferito in termini imparziali e asciutti i risultati dei loro accertamenti.

La sentenza ha dunque riconosciuto come la condotta di Garrone sia stata “del tutto conforme ai criteri della pertinenza, della continenza formale”.

«Ovviamente non posso che essere soddisfatto di questa sentenza - dice Pierdomenico Garrone, comunicatore di professione da 35 anni -. Con il verdetto, in maniera inconfutabile, si conferma la verità dei fatti. Senza se e senza ma».

In pratica si conferma che i professionisti, i quali all’epoca erano stati chiamati dalla Diocesi, avevano lavorato correttamente.

La decisione della Corte d’Appello di Milano

La vicenda dei debiti della Diocesi di Acqui Terme si chiude anche in secondo grado con una piena conferma della correttezza della due diligence svolta dai professionisti incaricati dall’allora vescovo monsignor Micchiardi.

La Corte d’Appello di Milano, Sezione Seconda Civile, ha infatti rigettato l’appello di don Giacomo Rovera, confermando la sentenza di primo grado e l’assoluzione in sede civile di Pier Domenico Garrone dall’accusa di diffamazione legata al servizio de Le Iene del 25 ottobre 2016.

Il giudice ha ribadito che i risultati della due diligence e il piano di ristrutturazione della Diocesi, elaborati dai professionisti incaricati, erano «ineccepibili» e fondati su fatti e dati reali.

La decisione d’appello consolida inoltre l’idea che la trasparenza e la verifica indipendente dei conti siano strumenti essenziali tanto per le istituzioni religiose quanto per l’informazione pubblica.

Il diritto di cronaca

Il servizio realizzato da Matteo Viviani per Le Iene è stato ritenuto rispettoso dei canoni del diritto di cronaca, escludendo così la sussistenza di una lesione dell’onore del sacerdote.

A distanza di anni, i giudici hanno stabilito che nelle loro interviste Garrone e Vincenzo Sassi, autori degli accertamenti economici sulla Diocesi, si erano limitati a esporre in modo «imparziale e asciutto» i risultati del proprio lavoro.

La sentenza chiude un contenzioso che ha accompagnato per anni il dibattito interno alla Diocesi di Acqui e conferma la centralità dei riscontri tecnici nella documentazione del dissesto economico dell’epoca.

È stata una vicenda che ha provocato tanta amarezza ma anche una immagine non troppo bella per Acqui.

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