«Dio mi ha stabilito profeta delle nazioni»: la chiamata di Geremia dal grembo materno

La frase «Prima di formarti nel grembo materno, ti conoscevo, prima che tu uscissi alla luce, ti avevo consacrato; ti ho stabilito profeta delle nazioni» appartiene al racconto della vocazione del profeta Geremia, in Geremia 1,4-9. Il testo annuncia che la missione di Geremia nasce dall’iniziativa di Dio, che lo conosce, lo consacra e lo invia prima ancora della sua nascita.

Geremia, però, non accoglie immediatamente la chiamata senza esitazioni: «Ahimè, Signore Dio, ecco io non so parlare, perché sono giovane». Dio non nega la sua fragilità, ma gli promette la propria presenza: «Non temerli, perché io sono con te per proteggerti». Poi gli tocca la bocca e gli affida le sue parole.

Il testo biblico di Geremia 1,4-9

C.E.I. «Mi fu rivolta la parola del Signore: “Prima di formarti nel grembo materno, ti conoscevo, prima che tu uscissi alla luce, ti avevo consacrato; ti ho stabilito profeta delle nazioni”. Risposi: “Ahimé, Signore Dio, ecco io non so parlare, perché sono giovane”. Ma il Signore mi disse: “Non dire: Sono giovane, ma va' da coloro a cui ti manderò e annunzia ciò che io ti ordinerò. Non temerli, perché io sono con te per proteggerti”. Oracolo del Signore. Il Signore stese la mano, mi toccò la bocca e il Signore mi disse: “Ecco, ti metto le mie parole sulla bocca”».

Nuova Riveduta «La parola del SIGNORE mi fu rivolta in questi termini: “Prima che io ti avessi formato nel grembo di tua madre, io ti ho conosciuto; prima che tu uscissi dal suo grembo, io ti ho consacrato e ti ho costituito profeta delle nazioni”. Io risposi: “Ahimè, Signore, DIO, io non so parlare, perché non sono che un ragazzo”. Ma il SIGNORE mi disse: “Non dire: ‘Sono un ragazzo’, perché tu andrai da tutti quelli ai quali ti manderò e dirai tutto quello che io ti comanderò. Non li temere, perché io sono con te per liberarti”, dice il SIGNORE. Poi il SIGNORE stese la mano e mi toccò la bocca; e il SIGNORE mi disse: “Ecco, io ho messo le mie parole nella tua bocca”».

Nuova Diodati «La parola dell'Eterno mi fu rivolta, dicendo: “Prima che io ti formassi nel grembo di tua madre, ti ho conosciuto; prima che tu uscissi dal suo grembo, ti ho consacrato e ti ho stabilito profeta delle nazioni”. Io risposi: “Ahimè, Signore, Eterno, io non so parlare, perché sono un ragazzo”. Ma l'Eterno mi disse: “Non dire: ‘Sono un ragazzo’, perché tu andrai da tutti coloro ai quali ti manderò e dirai tutto ciò che ti comanderò. Non temere davanti a loro, perché io sono con te per liberarti, dice l'Eterno”. Poi l'Eterno stese la sua mano e toccò la mia bocca; quindi l'Eterno mi disse: “Ecco, io ho messo le mie parole nella tua bocca”».

Riveduta 2020 «La parola dell'Eterno mi fu rivolta, dicendo: “Prima che io ti avessi formato nel grembo di tua madre, io ti ho conosciuto; e prima che tu uscissi dal suo grembo, io ti ho consacrato e ti ho costituito profeta delle nazioni”. E io risposi: “Ahimè, Signore, Eterno, io non so parlare, poiché non sono che un ragazzo”. Ma l'Eterno mi disse: “Non dire: ‘Sono un ragazzo’, poiché tu andrai da tutti quelli ai quali ti manderò, e dirai tutto quello che io ti comanderò. Non li temere, perché io sono con te per liberarti, dice l'Eterno”. Poi l'Eterno stese la mano e mi toccò la bocca; e l'Eterno disse: “Ecco, io ho messo le mie parole nella tua bocca”».

«Prima di formarti nel grembo materno, ti conoscevo»

Nel v. 5 si afferma che Jahvé «ha conosciuto» Geremia fin dal grembo della madre, lo ha consacrato prima della sua nascita e lo ha stabilito «profeta delle nazioni». I tre verbi indicano il dinamismo dell’opera di Dio: il «conoscere» equivale già alla scelta e alla predestinazione del profeta da parte di Dio.

L’atto di «consacrare» evidenzia la «separazione» del candidato per un ministero. L’atto di «stabilire» (fondare) indica la costituzione ufficiale del chiamato in vista del ministero. Geremia è dunque un «prescelto» dal Signore per un progetto misterioso a cui egli dovrà aderire con tutto se stesso.

L’iniziativa divina inizia con l’avverbio «prima», nel senso che Dio precede! Il Dio descritto nel passo autobiografico è anzitutto «Colui che è all’inizio», «Colui che gli ha dato tutto», perché lo ha amato fin da principio.

Geremia non può pensare alla sua esistenza senza la certezza psicologica ed affettiva che prima di essa c’è la chiamata divina. Così egli fa l’esperienza di sentirsi amato e chiamato da Dio, come un bambino che prendendo coscienza di se stesso si sente attorniato, protetto e assistito dai suoi genitori.

La chiamata di Geremia parte da una dichiarazione d’amore che ha dell’incredibile per un essere umano, e che può venire solo da Dio, anzi, dall’Eterno: “ti ho amato da sempre, da quando tu ancora non eri, prima di formarti nel grembo materno… Da sempre ti ho conosciuto, consacrato, stabilito…”.

La chiamata è la più alta proclamazione della dignità dell’uomo, il quale in qualche modo esiste da sempre se Dio da sempre lo ha pensato. Ogni vocazione nasce da una esperienza particolarmente forte dell’amore di Dio.

Da quell’amore si scopre si essere stati pensati e voluti, in quell’amore si sente di vivere, per quell’amore si avverte di dover dare tutta la vita senza riserve e condizioni. La vocazione è una chiamata dell’Amore all’amore.

Geremia profeta davanti a Dio

Conoscere, consacrare, stabilire

VerboSignificato nella chiamata di Geremia
ConoscereLa scelta e la predestinazione del profeta da parte di Dio.
ConsacrareLa separazione del candidato per un ministero.
StabilireLa costituzione ufficiale del chiamato in vista del ministero.

La vocazione non è qualcosa di già definito, ma un evento che matura dentro la sua personalità con resistenze e conflitti, mostrando come Dio incontra l’uomo nella fatica della sua situazione psicologica, dei suoi limiti e delle sue paure.

Si può affermare che il libro si apre con un dialogo vocazionale: «Mi fu rivolta la parola del Signore: “Prima di formarti nel grembo materno, ti conoscevo, prima che tu uscissi alla luce, ti avevo consacrato; ti ho stabilito profeta delle nazioni”.

In primo luogo si pone il motivo della «parola del Signore che accade» nella vita del giovane interpellato da Dio. Ritroviamo questa espressione nei vv. 2.11 per indicare che l’iniziativa nasce da Dio e che il profeta non è altro che un «chiamato per annunciare» agli altri quella Parola che Dio gli ha messo sulle labbra e nel cuore.

La parola del Signore non è soltanto un suono o un messaggio astratto, ma è un evento che compie ciò che esprime. «Parola del Signore» indica l’azione che Dio stesso realizza nella storia, aprendo un dialogo con l’uomo.

Dio si auto comunica mediante la Parola ed accogliendo la Sua Parola, l’uomo fa l’incontro con il Dio che si rivela e si fa conoscere come «amico» dell’uomo.

La risposta di Geremia: «Io non so parlare»

La prima reazione emerge dalla risposta del profeta. Geremia fin dall’inizio mostra una tenace resistenza, avendo coscienza della sua inadeguatezza per quanto Dio gli chiede: «Risposi: “Ahimè, Signore Dio, ecco io non so parlare, perché sono giovane”».

L’obiezione del profeta non indica tanto un impedimento fisico, bensì una condizione sfavorevole rispetto agli anziani, i quali avevano diritto di parola. Il chiamato vuole dire: «Come faccio a presentarmi ai sacerdoti, ai magistrati, ai re, sprovveduto ed imberbe come sono? Con quale autorità?».

Sembra riecheggiare in questo dialogo la simile resistenza di Mosè nell’esperienza vocazionale del roveto ardente. Il giovane figlio del sacerdote Chelkia avverte tutta la sua debolezza e piccolezza nei confronti dei destinatari della Parola del Signore: egli non se la sente di prendersi questa responsabilità.

Geremia si presenta come un «giovane», inesperto della vita e soprattutto impaurito di fronte a un incarico così gravoso, quale quello di dover esercitare il ministero profetico in un ambiente tanto difficile.

Troppo bello per essere vero! Infatti il chiamato non ci crede e oppone resistenza: “ma io non so parlare…” (1,6). La solita contraddizione di chi da un lato è sempre alla ricerca di una immagine stabilmente positiva di sé, e dall’altro gli vengono le vertigini, teme di pensarsi troppo in grande dinanzi alla proposta dell’Eterno.

Al Signore che gli dice: “Prima di formarti nel grembo materno, ti conoscevo, prima che tu uscissi alla luce, ti avevo consacrato; ti ho stabilito profeta delle nazioni” (v. 5), Geremia oppone resistenza: “Ahimè, Signore Dio, ecco io non so parlare, perché sono giovane” (v. 6).

È l’esperienza di ognuno di noi. Qualsiasi sia la nostra vocazione, per dire di sì a Dio dobbiamo superare resistenze, sciogliere dubbi, vincere paure, metterci in cammino.

«Non dire: sono giovane»

Come nella vocazione di Mosè, anche in questo caso il Signore riprende il profeta: «Non dire: Sono giovane, ma va’ da coloro a cui ti manderò e annunzia ciò che io ti ordinerò. Non temerli, perché io sono con te per proteggerti».

Si può comprendere la situazione emotiva del «giovane» di fronte ad una missione così problematica. Egli è investito di una parola rivoluzionaria, contraria a qualunque aspettativa umana, che improvvisamente gli chiede di pronunciarsi contro l’iniquità dei re, dei sacerdoti e dei potenti del suo tempo.

La missione sembra impossibile, la tentazione della paura è grande. La paura è la prima grande resistenza di fronte alla chiamata.

Il Signore non abbandona i suoi profeti. Se sei stato chiamato ad un ministero, riceverai anche la forza per portare a compimento l’opera di Dio.

In questa pagina iniziale viene sottolineata la gratuità dell’iniziativa divina che precede qualsiasi cedimento umano. Jahvé gli ripete: «Non temere». Dio interviene nella vita del profeta prescindendo dalle qualità, dalle prestazioni e dai propositi dell’uomo.

Il Signore non nega la debolezza di Geremia, ma gli chiede di non lasciarsi definire dalla propria paura. La risposta divina non consiste in una spiegazione teorica, bensì in una promessa di presenza: «Io sono con te».

«Io sono con te per proteggerti»

Il tema della paura sarà una delle grandi resistenze nella scelta della volontà di Dio e provocherà nel protagonista crisi e sconforto. La paura di Geremia non è un episodio marginale, ma attraversa la sua esperienza profetica.

Solo l’amore trasforma la resistenza della paura in «timore di Dio». Egli vuole far comprendere a Geremia che l’amore misericordioso e liberante è la condizione preliminare per realizzare qualsiasi progetto, come la luce per poter vedere.

Il Signore si rivela in tutta la sua tenerezza e comprensione, come un padre nei riguardi di un figlio. La risposta di Dio è consolante: «non temere».

Geremia si fida, si getta in un’avventura impossibile, solo scommettendo su Dio. La sua forza non nasce dalla sicurezza personale, dall’esperienza o dall’abilità oratoria, ma dalla presenza di colui che lo manda.

All’inizio Geremia non pensava che sarebbe stato un buon profeta. “Io non so parlare”, obiettò. Ma il Signore lo rassicurò dicendo: “Io ho messo le mie parole nella tua bocca”.

Geremia riteneva di essere un “fanciullo” senza esperienza, ma il Signore gli spiegò che in realtà era più preparato di quanto pensasse: era stato ordinato a questa chiamata ancor prima di nascere.

Perciò Geremia mise da parte le sue paure e accettò la chiamata. Ammonì i re e i sacerdoti di Gerusalemme che la loro presunta santità non li avrebbe salvati.

La bocca toccata da Dio

Nel v. 9 segue il gesto simbolico della purificazione della bocca, la consegna delle «parole di Dio» e il mandato profetico: «Ecco, oggi ti costituisco sopra i popoli e sopra i regni per sradicare e demolire, per distruggere e abbattere, per edificare e piantare».

All’inizio Geremia ha ascoltato con le sue orecchie, ora egli riceve la purificazione delle labbra. «Oggi» è l’avverbio che viene usato da Dio per costituire in autorità il giovane profeta.

Esso indica la «presenza operante» di Jahvé nella storia quotidiana degli uomini. L’Altissimo interviene per invitare il suo popolo alla conversione e alla vita.

Geremia «è costituito sopra i popoli e sopra i regni» in quanto l’autorità della sua Parola non potrà essere fermata da nessun potere umano.

Verbi della missioneDirezione dell’azione profetica
Sradicare e demolireRimuovere ciò che è radicato nel male.
Distruggere e abbattereDenunciare e rovesciare l’ingiustizia.
Edificare e piantareCostruire il bene e seminare la speranza.

I verbi che condensano l’attività profetica sono quattro negativi e due positivi. Questi verbi ritorneranno diverse volte nel decorso del libro, per ricordare il senso della missione profetica: essa è un invito a liberarsi dal male e dal peccato e un impegno a costruire il bene e la pace.

Geremia non dovrà temere di «gridare la verità» contro ogni forma di iniquità, e allo stesso tempo dovrà sollecitare il popolo a edificare una nuova società e a seminare la speranza per un futuro migliore.

Di fronte ad una comunità corrotta dal peccato e segnata dall’orgoglio di poter bastare a se stessa, la Parola che il profeta dovrà proclamare sarà dura e chiara: l’invito al riconoscimento del proprio peccato e alla conversione in vista della salvezza.

Solo facendo verità, eliminando il peccato, fuggendo da ogni forma di iniquità e di male la comunità ebraica potrà sperimentare la salvezza e la pace futura.

Il ramo di mandorlo e la vigilanza sulla Parola

Nello stesso contesto della chiamata, il Signore concede al profeta una prima visione: un «ramo di mandorlo». Poi Dio soggiunge: «io vigilo sulla mia parola per realizzarla».

In ebraico c’è un gioco di parole tra «mandorlo» e «vigilanza»: Dio stesso attraverso il profeta sarà «colui che vigilerà» e che «anticiperà i tempi della rinascita», così come il fiore del mandorlo spunta anticipatamente rispetto alle altre piante, per annunciare la primavera.

L’immagine può essere applicata alla vita stessa del profeta: di fronte alle iniquità del suo tempo, Geremia proclama una «parola di conversione», che gli consentirà di vigilare sul popolo e di annunciare una nuova primavera di speranza e di pace.

La Parola di Dio non rimane inattiva. Il Signore vigila sulla propria parola per realizzarla nella storia, anche quando il suo compimento sembra ritardare.

Ramo di mandorlo simbolo biblico

Geremia, profeta in un tempo difficile

Nato in un ambiente rurale, nel villaggio di Anatot, Geremia si presenta come un uomo che vive la fatica della chiamata, evidenziando lungo la sua esperienza profetica un permanente conflitto.

Tale situazione nasce dalla tensione tra l’ideale della tranquillità e della normalità della vita e la complessità del ministero profetico a cui Jahvé lo chiama, dopo averlo conosciuto ed amato «fin dal grembo materno».

L’attività di questo grande profeta si colloca in un contesto storico tormentato da minacce esterne al Regno del Sud e da conflitti interni al popolo.

Nel libro profetico si possono leggere notizie biografiche e racconti di avvenimenti politici riguardanti l’ultimo quarantennio che precede la tragedia nazionale della conquista di Gerusalemme e della distruzione del tempio da parte dell’esercito babilonese.

A differenza di altri profeti, la cui vicenda personale è spesso celata e di cui ignoriamo gran parte della loro vita, il profeta Geremia si coinvolge pienamente nell’avventura missionaria e non teme di confessare la sua umanità ferita con una immediatezza sorprendente.

La storia di Geremia è una storia tutta particolare, costruita sulla testimonianza sincera di un uomo che si è trovato costantemente a combattere con un Dio sempre inedito e imprevedibile, duro e sconcertante, e pure dall’immenso potere seduttivo nei confronti del profeta regolarmente perdente con lui.

Geremia è “un poeta che sa cantare sul balcone della storia la canzone d’amore di Dio per il suo popolo”. Ma non è stato certo facile per il figlio di Chelkia imparare questo canto e sentirlo prima di tutto rivolto a sé, come canto dalle sonorità contrapposte e spesso pure stridenti.

Se è vero che una delle tentazioni più forti è quella di “giocare a fare i profeti senza esserlo”, Geremia non ha per niente “giocato a fare il profeta”. Lo è stato e l’ha vissuto, semmai, come un dramma.

La missione profetica: conversione, giudizio e speranza

Il profeta annuncia la novità di Dio: chi accoglie la sua Parola partecipa ad una speranza nuova e interpreta anche gli avvenimenti della storia come «anticipazione» dell’amore e della salvezza futura.

Vediamo come la novità sia poggiata su tre aspetti:

  • l’iniziativa divina del perdono dei peccati;
  • la responsabilità personale di ciascun credente a cui corrisponde la retribuzione personale;
  • l’interiorizzazione della legge, che non sarà più esterna, ma interiore.

Geremia è il «profeta della conversione»: la conversione è la parola che segna il continuo e costante appello rivolto al popolo da parte di Dio. Geremia è l’uomo della conversione.

Lungo la sua vicenda profetica Geremia vedrà dissolversi l’orgoglio di Gerusalemme e del suo tempio, come conseguenza della mancanza di ascolto della Parola e di conversione da parte di Israele.

La sua parola non ha lo scopo di distruggere senza rimedio, ma di aprire una possibilità di ritorno a Dio. I verbi negativi della missione preparano i verbi positivi: dopo avere sradicato e demolito, il profeta deve edificare e piantare.

La vocazione profetica comprende quindi sia la denuncia sia la promessa, sia il giudizio sul peccato sia l’annuncio della salvezza. La severità della parola è inseparabile dal desiderio di guarire e ricostruire.

Il profeta e il fuoco della Parola

Il “fanciullo” che credeva di non saper parlare arrivò a sentire la parola di Dio “nel suo cuore come un fuoco ardente” e non poté restare in silenzio.

Geremia confessa: «Mi hai sedotto, Signore, e io mi sono lasciato sedurre; mi hai fatto forza e hai prevalso». Sono diventato oggetto di scherno ogni giorno; ognuno si fa beffe di me.

Quando parlo, devo gridare, devo proclamare: «Violenza! Oppressione!». Così la parola del Signore è diventata per me motivo di obbrobrio e di scherno ogni giorno.

Mi dicevo: «Non penserò più a lui, non parlerò più in suo nome!». Ma nel mio cuore c'era come un fuoco ardente, chiuso nelle mie ossa; mi sforzavo di contenerlo, ma non potevo.

Questa confessione mostra che la missione non elimina la libertà, la fatica o il dolore del profeta. Geremia può lamentarsi, protestare e desiderare il silenzio, ma la Parola ricevuta continua ad agire dentro di lui.

La vocazione profetica diventa così una forza interiore che supera la paura e l’opposizione. La Parola non è posseduta dal profeta: è la Parola a possedere il profeta e a spingerlo verso il popolo.

La chiamata di Geremia e ogni vocazione

La storia di Geremia è anche la tua storia. Dio conosceva anche te prima che nascessi e ti ha preparato per la tua missione nella vita.

Tra le altre cose, questa missione include una cosa che Geremia previde: il raduno del popolo di Dio, individuo per individuo, per ricondurli a Sion.

Anche se non sai esattamente cosa fare o cosa dire, non hai bisogno di temere, perché dice il Signore: «Io sono con te».

Nella vita di ogni uomo, ci sono tante esitazioni nel rispondere alla chiamata di Dio. La vocazione di Geremia ne è un paradigma.

Nessuno di noi è esente da questo travaglio, perché Dio ci ha fatto come un’“incompiuta” e vuole che ognuno di noi porti a termine il lavoro della creazione di sé, un po’ come fa lo scultore, che a suon di martellate toglie via il marmo in più perché venga fuori l’opera d’arte.

Il primo e fondamentale atteggiamento da vivere per il credente è quello dell’«ascolto» della Parola. L’obbedienza della fede nasce dall’ascolto di Colui che mi parla con autorità.

Prima di «ascoltare se stessi» siamo chiamati a metterci in ascolto di Dio. Il Signore «conosce il nostro cuore» e supera le paure umane di fronte al futuro.

Davanti a Lui si schiude la storia della nostra esistenza e il progetto della salvezza. Dio ti viene incontro per aiutarti a comprendere il grande valore della vita.

Tre passi per accogliere la chiamata

1. Conoscere se stessi

La prima tappa del nostro itinerario per vincere le resistenze alla chiamata è conoscere in profondità noi stessi, imparare la lingua dei cani latranti, chiamare per nome i draghi che scorazzano nella nostra anima.

Allo stato brado, essi sono: sesso, cibo, soldi, violenza, potere, gloria; quando non trovano niente da mangiare, si trasformano in depressione, tristezza, frustrazione, amarezza, rancore; quando si trovano nelle tenebre, diventano esitazione, paura, angoscia.

È importante che comprendiamo la lingua delle forze primarie che ci abitano e scoprire il tesoro che esse rappresentano. Prima di tutto è necessario ascoltare e chiamare per nome i nostri desideri e le nostre passioni; sono forze trasgressive, ma anche grandi tesori.

Non dobbiamo vergognarci di possederle. Finché non raggiungiamo questa libertà, siamo sottoposti al loro dominio e dunque loro prigionieri.

Il guardare onestamente in faccia ciò che si muove nel nostro cuore, non è per reprimerlo, neanche per lasciarlo andare a briglia sciolta, ma per risanarlo e accrescerlo.

Ciò che a questo punto è urgente fare è l’innesto dello Spirito. Dove questo innesto riesce, i latrati si trasformano in canti, i draghi cattivi in draghi buoni, i vizi in virtù, i peccatori in santi.

La nostra energia vitale non viene distrutta, ma risanata e trasfigurata; la nostra vita diviene, nonostante ogni difficoltà e sofferenza, bella, beata e felice.

2. Consegnare a Dio la propria libertà

È normale che un giovane si domandi: “Perché non posso fare quello che voglio io, ma devo fare quello che vuole Dio? Perché devo dire di sì a una vocazione che è Dio a darmi e non nasce dalla mia volontà?”.

Sono domande legittime, che esigono risposte sensate. Le rane della fiaba ci invitano a camminare oltre, ad entrare nel Mistero, a consegnare la nostra libertà a Dio.

Il corretto uso della ragione ci rimanda sempre oltre, ci apre al Mistero. La ragione orienta, discerne, aiuta a comprendere il Mistero della vita.

La resistenza più grande e pericolosa anche per la nostra vocazione è quella che mette al primo posto la propria volontà e finisce con l’adorare se stesso, non riconducendo più la propria vita e quella del mondo a Dio.

La massima di questo comportamento autoreferenziale è: “fa’ ciò che vuoi”; i suoi comandamenti escludono ogni regola, se non quella di seguire la propria volontà e soddisfare i propri desideri.

Considero dignitoso per l’uomo ricevere la vocazione da Dio? Mi sono messo in ascolto della sua chiamata? Ho già trovato qualche segno del suo mandato per me?

3. Avere fiducia in Dio

Dobbiamo prima comprendere la lingua dei latrati dei cani e la lingua delle rane, per poter poi parlare la lingua dello Spirito.

La lingua dello Spirito dice fiducia in Dio, abbandono al suo Amore; le ultime resistenze si vincono buttandosi tra le sue braccia.

Questo è l’ingrediente principale che ci permette di accogliere con gioia e con frutto la vocazione che Dio vuole darci.

La fiducia non significa ignorare la paura, ma attraversarla sapendo che Dio precede, accompagna e sostiene il chiamato. La promessa «Io sono con te» rende possibile il cammino anche quando la missione appare superiore alle proprie forze.

Ho fiducia in Dio? So abbandonarmi tra le sue braccia come un bambino in braccio a sua madre?

Geremia e san Giovanni Battista: una missione dal grembo materno

Il tema della chiamata prima della nascita compare anche nella liturgia di san Giovanni Battista. L’antifona proclama: «Giovanni sarà grande davanti al Signore, sarà pieno di Spirito Santo fin dal seno di sua madre, e per la sua nascita molti gioiranno».

Nel Vangelo secondo Luca, l’angelo annuncia a Zaccaria: «Avrai gioia ed esultanza, e molti si rallegreranno della sua nascita, perché egli sarà grande davanti al Signore; non berrà vino né bevande inebrianti, sarà colmato di Spirito Santo fin dal seno di sua madre e ricondurrà molti figli d’Israele al Signore loro Dio».

«Egli camminerà innanzi a lui con lo spirito e la potenza di Elia, per ricondurre i cuori dei padri verso i figli e i ribelli alla saggezza dei giusti e preparare al Signore un popolo ben disposto».

Nel racconto della nascita di Giovanni, la missione è indicata fin dall’inizio: egli sarà il precursore, il testimone della luce e colui che prepara al Signore un popolo ben disposto.

Per Elisabetta si compì il tempo del parto e diede alla luce un figlio. I vicini e i parenti udirono che il Signore aveva manifestato in lei la sua grande misericordia, e si rallegravano con lei.

Quando Zaccaria scrisse «Giovanni è il suo nome», all’istante si aprirono la sua bocca e la sua lingua, e parlava benedicendo Dio. Tutti coloro che le udivano, le custodivano in cuor loro, dicendo: «Che sarà mai questo bambino?». E davvero la mano del Signore era con lui.

Geremia e Giovanni Battista mostrano che una vita può essere custodita e orientata da Dio fin dal grembo materno. La precedenza della grazia non cancella la libertà, ma fonda una missione da accogliere e vivere.

Geremia e Paolo: scelti fin dal seno materno

Anche san Paolo interpreta la propria missione alla luce di una chiamata che precede la sua nascita: «Ma quando Dio, che mi scelse fin dal seno di mia madre e mi chiamò con la sua grazia, si compiacque di rivelare in me il Figlio suo perché lo annunciassi in mezzo alle genti».

Paolo afferma che il Vangelo da lui annunciato non segue un modello umano; infatti egli non l’ha ricevuto né l’ha imparato da uomini, ma per rivelazione di Gesù Cristo.

La chiamata di Paolo, come quella di Geremia, non viene fondata sulle capacità personali o su un progetto costruito autonomamente. Essa nasce da Dio e conduce verso una missione affidata per il bene degli altri.

La formula «fin dal seno di mia madre» sottolinea ancora una volta la precedenza dell’iniziativa divina. Prima della risposta umana c’è un Dio che conosce, sceglie, consacra e invia.

La chiamata come amore eterno

Da lontano gli è apparso il Signore: «Ti ho amato di amore eterno, per questo ti conservo ancora pietà». Essi erano partiti nel pianto, io li riporterò tra le consolazioni; li condurrò a fiumi d’acqua per una strada dritta in cui non inciamperanno; perché io sono un padre per Israele.

Ascoltate la parola del Signore, popoli, annunziatela alle isole lontane e dite: «Chi ha disperso Israele lo raduna e lo custodisce come fa un pastore con il gregge» perché il Signore ha redento Giacobbe, lo ha riscattato dalle mani del più forte di lui.

Verranno e canteranno inni sull'altura di Sion, affluiranno verso i beni del Signore, verso il grano, il mosto e l'olio, verso i nati dei greggi e degli armenti. Essi saranno come un giardino irrigato, non languiranno più.

Allora si allieterà la vergine della danza; i giovani e i vecchi gioiranno. Io cambierò il loro lutto in gioia, li consolerò e li renderò felici, senza afflizioni.

La chiamata di Geremia non è separata dalla promessa di Dio per il popolo. Il profeta è scelto per partecipare a un’opera più grande di lui: denunciare ciò che conduce alla rovina e annunciare il raduno, la consolazione e la vita.

L’annuncio riguarda direttamente l’antico Israele, ma fa già in qualche modo intravedere il messaggio evangelico. Ecco il cuore di questo annuncio: «Il Signore ha redento Giacobbe, lo ha riscattato dalle mani del più forte di lui».

La Bibbia non conosce un astratto spiritualismo. Dio vuole rendere felice l’uomo intero. Sulla roccia salda dell’amore irrevocabile di Dio, l’invito alla gioia evoca un futuro di Dio che, pur differito, prima o poi verrà, nonostante tutte le fragilità degli uomini.

Una parola per il presente

Si comincia la lettura del profeta Geremia in parallelo con le parabole del Signore Gesù, poste quasi incastonate nel cuore stesso del Vangelo secondo Matteo.

La prima delle parabole che il Signore racconta alla folla comincia proprio così: «Ecco, il seminatore uscì a seminare». Questo inizio ci mette di fronte all’opera stessa di Dio nella vita dell’umanità: siamo davanti a lui e per lui una terra destinata per sua stessa natura ad accogliere il dono che per sua natura è Dio stesso.

Questa immagine che mette in relazione il «seminatore» con i vari tipi di terreno, che accolgono come possono il seme sparso con abbondanza e prodigalità, sebbene ci faccia subito interrogare sul tipo di terreno che siamo, mai deve farci dimenticare di stupirci e ammirare il largo gesto di questo seminatore.

Cominciando la lettura di uno dei profeti più amati dal Signore Gesù e nel quale maggiormente si è identificato, possiamo dire che egli è icona di una «terra buona» che sa accogliere il seme e sa far raccogliere il frutto.

Ma non ci sfugga il fatto che dire «terra buona» non significa dire “terra già pronta”. In certo modo, lo stesso profeta ha bisogno di essere arato prima di essere realmente in-seminato con «la parola del Signore».

Infatti, davanti alla vocazione a profetare, ossia a mettere a disposizione la propria vita in tutta la sua interezza, il «giovane» non ha ritegno a recalcitrare e a stornare da sé l’appello.

Tuttavia, essere terra buona non significa non fare fatica ma, gradualmente, accettare che qualcosa di nuovo e di più grande di noi sia ospite della nostra esistenza, nutrendosi di tutte le nostre energie per germogliare, crescere e fruttificare.

Ciò che, a ragione, sempre ci spaventa davanti all’intervento di Dio nella nostra vita è che il suo entrare in relazione con il nostro vissuto esige il dono della nostra vita.

Davanti a un simile processo, segreto ma inarrestabile, non possiamo non temere. Ma, proprio al cuore del nostro sgomento, sempre, anche nei minimi appelli, ci raggiunge la parola del Signore: «Non avere paura di fronte a loro, perché io sono con te per proteggerti».

Sì, il Signore è sempre con noi per proteggere il seme della sua presenza che «prima di formarti nel grembo materno» ha posto dentro di noi come dono per tutti.

Conosciamo la Bibbia - Antico Testamento 17 - Geremia - "La vocazione del profeta"

Preghiera per ascoltare la chiamata

Vieni Santo Spirito facci gustare la dolcezza della Parola di Dio, la tenerezza del suo Amore, l’infinita pace che ci viene dal rispondere alla chiamata che Dio ha scritto nei nostri cuori.

Donaci di saper guardare con verità il nostro cuore per scoprirvi la presenza di Dio; sii tu il Maestro interiore che ci guida alla Verità e ci fa comprendere il progetto d’amore di Dio per ciascuno di noi.

Vieni Santo Spirito rendici capaci di conoscere, amare e seguire Cristo nel cammino della vita; orienta le nostre scelte secondo la mentalità del Vangelo; donaci il coraggio che ci fa essere sempre e dovunque autentici testimoni del Tuo nome. Amen.

Ti chiediamo, Signore: “manda operai nella tua messe”. Riconosci nella nostra preghiera, l’espressione di un grande bisogno: mentre diminuiscono i ministri del Vangelo, aumentano gli spazi dov’è urgente la loro presenza.

Abbiamo bisogno di sacerdoti, Signore! Dona, perciò, ai nostri giovani, un animo docile e coraggioso perché accolgano il tuo invito. Parla al loro cuore e chiamali per nome.

Siano, per tua grazia, sereni, liberi e forti; soltanto legati a un amore unico, casto e fedele. Siano apostoli appassionati del tuo Regno, ribelli alla mediocrità, umili eroi dello Spirito.

Un’altra cosa ti chiediamo, Signore: fa che non manchino coloro che, in tuo nome, si fanno voce della tua chiamata, impegnandosi ad invitare, consigliare, accompagnare e guidare.

Conforta nel lavoro apostolico coloro che già vivono la tua chiamata. Proteggili nelle ansie, custodiscili nelle solitudini, confermali nella fedeltà.

All’intercessione della tua Santa Madre, affidiamo, o Gesù, la nostra preghiera. Nascano, Signore, dalle nostre suppliche le vocazioni di cui abbiamo tanto bisogno. Amen.

Giovanni Paolo II ha detto parole indimenticabili ai giovani della Giornata Mondiale della Gioventù di Roma 2000: “Carissimi giovani, se sarete quello che dovete essere, incendierete il mondo”.

Vuol dire: “Se vivrete in pieno la vostra vocazione, vincendo tutte le resistenze, darete vita all’unica rivoluzione che può davvero cambiare il mondo”.

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