L’abito dei sacerdoti babilonesi apparteneva a una categoria solenne e riccamente decorata, distinta dall’abbigliamento comune per la lunghezza delle vesti, la qualità dei tessuti, l’uso di mantelli frangiati, cinture ricamate e copricapi simbolici. Nelle rappresentazioni mesopotamiche il sacerdote indossa generalmente una tunica lunga fino alle caviglie, spesso accompagnata da un ampio scialle-mantello avvolto intorno al corpo.
Il costume sacerdotale assiro-babilonese si comprende soprattutto attraverso le raffigurazioni di re, dignitari, divinità e sacerdoti, poiché il suolo della Mesopotamia, meno secco di quello dell’Egitto, non ha conservato esempi originali dei tessuti. Le immagini mostrano quindi la struttura delle vesti, le decorazioni, le acconciature e i copricapi, anche se gli artisti tendevano a stilizzare gli abiti eliminando pieghe e drappeggi per mettere in risalto ricami e ornamenti.
Il contesto storico e culturale dell’abbigliamento babilonese
Nel corso dei secoli sono state molte le popolazioni che hanno vissuto nell’antico Oriente. La Mesopotamia, la terra fertile tra i fiumi Tigri ed Eufrate, è stata abitata da diverse civiltà tra cui i Sumeri, gli Assiri ed i Babilonesi e poco più distante vissero altri popoli che tutti conosciamo dai libri di storia, i Fenici e i Persiani.
L’abbigliamento era in parte molto simile perché si trattava di posti contigui, le civiltà erano contadine e gli indumenti erano per questo semplici e pratici. C’erano però alcune differenze tra di loro che vediamo nel dettaglio.
La civiltà babilonese - in minor misura quella assira, che in moltissime sue manifestazioni non è che un riflesso di quella babilonese - ha agito fortemente su tutti i popoli che vennero in contatto diretto o indiretto con la Valle dei due fiumi.
In un certo periodo della storia dell’Asia anteriore la lingua babilonese fu la lingua internazionale, nella quale i potentati del tempo redigevano la loro corrispondenza. Gli Elamiti a SE., i Persiani e i Medi ad oriente, gli Urartei a NE., gli Hittiti ed altre popolazioni dell’Asia Minore, tutta la Siria coi suoi molti stati e popoli, persino l’Egitto e la lontana Arabia risentirono più o meno l’azione civilizzatrice del popolo babilonese.
In Mesopotamia i Sumeri riuscirono a mantenere un’unità imperiale, con periodi di vittorie e di sconfitte, fino alla fine del III millennio a.C., quando continue invasioni da parte di popoli confinanti misero fine alla cosiddetta civiltà neosumerica e alla III dinastia di Ur.
Questi popoli invasori erano gli Elamiti, provenienti dalle regioni a est del Tigri, e gli Amorrei, originari della Mesopotamia settentrionale. Entrambi non riuscirono mai a dominare l’intera Mesopotamia, così l’eredità della potenza sumera passò ad altre città: prima a Isin e poi a Babilonia, che iniziò a crescere ed assorbire città autonome come Kish, per poi imporsi definitivamente alla metà del XVIII secolo a.C. con il re Hammurabi.
Con Hammurabi e il figlio Samsu-iluna la civiltà babilonese raggiunse l’apice dello splendore, a cui seguì una fase di decadenza e scorrerie distruttive da parte degli Hittiti. Del declino babilonese approfittarono i Cassiti, nomadi di origine iranica che nel XV secolo a.C. formarono un regno comprendente la maggior parte della Mesopotamia.
Dal X secolo a.C. in poi anche i Cassiti furono sostituiti da un’altra potenza, quella degli Assiri della Mesopotamia settentrionale. Mercanti ed eredi della cultura sumera e babilonese, adottarono una politica espansionistica che li portò a soggiogare gran parte del Medio Oriente.
Tuttavia, anche la potenza assira ebbe termine, seguita da una breve rinascita dell’impero babilonese nel 626 a.C. e dall’occupazione definitiva delle terre mesopotamiche da parte di Medi e Persiani nel VI secolo a.C., i quali misero fine per sempre agli imperi sumero-accadici e assiro-babilonesi.
La tunica sacerdotale: la kandys
Il costume maschile degli assiri è un’evoluzione della veste-mantello, con l’introduzione di una tunica semiaderente di lunghezza variabile, detta kandys, con tre aperture per testa e braccia, e maniche che arrivavano poco sopra il gomito o quasi ai polsi.
Gli assiri indossavano una tunica semiaderente detta kandys, di solito di lino bianco di lunghezza variabile con maniche corte al gomito e fermate in vita da una cintura. I soldati e i contadini portavano la stessa kandys, corta fino al ginocchio.
Invece, i re, gli altri funzionari e i sacerdoti portavano una kandys talare, lunga alla caviglia e molto decorata. I soldati e i contadini portavano una semplice kandys corta al ginocchio, mentre quella di re, alti funzionari e sacerdoti era lunga fino alle caviglie e arricchita con molte guarnizioni e ricami colorati.
Alcuni storici pensano che questa novità della tunica sagomata possa derivare dai popoli provenienti dalle regioni montane, con clima più rigido, che erano entrati in contatto con le popolazioni di valle e pianure.
Nel costume babilonese per esempio riconosciamo forti influenze derivate dagli Accadi e dai Gutei, che già erano visibili nel costume neosumerico. Nelle raffigurazioni del primo periodo babilonese, detto paleobabilonese, ritroviamo le tuniche lunghe fino alle caviglie, a balze sovrapposte e frangiate, che avevamo già visto rappresentate sui sigilli accadici, indossate dalle divinità.
Alcuni dipinti del 1.700 a.C. circa, ritrovati nel Palazzo di Mari, malgrado non siano totalmente leggibili, sembrano mostrare questa tipologia d’abito, con le varie balze vivacemente colorate con sezioni alternate di rosso e di bianco.
Sempre di derivazione accadica è l’utilizzo, da parte delle figure maschili, di gonne corte al ginocchio, coperte da un’ulteriore gonna lunga fino alle caviglie, aperta sul davanti.
Il kaunace e lo scialle-mantello
Sulla tunica base si sovrapponeva un kaunace, la cui reale foggia è incerta: secondo alcuni storici il kaunace era una specie di scialle-mantello, frangiato e riccamente decorato, che veniva drappeggiato a spirale intorno al corpo, anche con più giri, gettato sul davanti su una spalla e fermato con una cintura in vita.
Altri storici ritengono fosse una seconda tunica sovrapposta alla prima, sagomata quindi e non solo drappeggiata. Era sempre realizzata in tessuto colorato e decorato, e guarnita con frange.
Alla tunica base si accompagnava una kaunace, una sorta di scialle-mantello, frangiato e riccamente decorato, era drappeggiato a spirale con più giri intorno al corpo. In vita un’altra cintura ricamata fermava lo scialle-mantello ed era un utile sostegno per il pugnale.
Della popolazione dei Gutei nel costume babilonese rimane l’uso di uno scialle-mantello, drappeggiato a spirale intorno al corpo e fatto ricadere sulla spalla sinistra, con bordi frangiati e decorati.
Il kaunace, ampio e imponente, era prerogativa di divinità, re e gran sacerdote, mentre gli alti dignitari della corte portavano uno scialle frangiato più corto e piegato a sciarpa. Il visir aveva un abbigliamento simile, ma distinto dalla maggior lunghezza delle frange.
Anche il sacerdote vestiva entrambe le tuniche, arricchite da un lungo scialle arrotolato attorno alle reni. Il kaunace, ampio e imponente, era prerogativa delle divinità, dei re e del gran sacerdote, mentre gli altri dignitari portavano uno scialle più corto e piegato a sciarpa.
| Elemento dell’abito | Caratteristiche | Valore distintivo |
|---|---|---|
| Kandys | Tunica semiaderente, lunga fino alle caviglie per sacerdoti e sovrani | Base dell’abbigliamento solenne |
| Kaunace | Scialle-mantello frangiato, riccamente decorato e drappeggiato a spirale | Indumento riservato a divinità, re e gran sacerdote |
| Cintura | Alta, ricamata e utilizzata per fermare le vesti | Funzione pratica e decorativa |
| Scialle sacerdotale | Lungo scialle arrotolato intorno alle reni | Completamento del costume del sacerdote |
| Frange | Presenti su mantelli, scialli e bordi delle vesti | Ricchezza e rango sociale |
Tessuti, colori e decorazioni
I tessuti ebbero un grande sviluppo, grazie al perfezionarsi dei metodi di tessitura. Le fibre più usate erano sempre lana e lino; sulle tavolette dette della ‘Cappadocia’ sono menzionati frequentemente abiti e stoffe di lana e a Babilonia c’erano corporazioni dei tessitori di lino e di lana, che producevano grandi quantità di stoffe.
Sfortunatamente il suolo della Mesopotamia, meno secco di quello dell’Egitto, non ne ha conservato nessun esempio. L’uso del cotone era più limitato.
I tessuti utilizzati dagli assiro-babilonesi avevano colori particolarmente vivaci, quali rosso, giallo, grigio, bianco, bruno e blu. Molto amate erano le stoffe purpuree prodotte dai fenici.
Anche gli Assiro babilonesi, così come i Persiani in seguito, si vestivano con la Kandys: per loro l’abito era provvisto di maniche e poteva essere realizzato in materiali più pregiati come il lino o la seta a seconda del prestigio sociale; inoltre il tessuto era ricamato con colori vivaci e rivestito di frange e drappi.
Diversamente dagli Egizi che sviluppavano i loro motivi ornamentali attraverso una perfezionata tecnica di tessitura, gli Assiri usavano maggiormente il ricamo e l’asimmetria dei motivi ornamentali secondari porta a supporre che essi fossero ricamati separatamente e poi applicati.
Gli artisti che crearono le sculture e i bassorilievi tesero a stilizzare al massimo gli abiti, eliminando pieghe e drappeggi per sottolineare gli elaborati ricami e le ricche decorazioni che ricoprivano gli abiti.
Questi motivi ornamentali erano caratterizzati da disegni sia geometrici che floreali, quali rosette, palmette e fiori di loto.

Cinture, armi e accessori
In vita viene quasi sempre rappresentata un’alta cintura ricamata, utile sia a fermare le vesti che per infilarvi il pugnale.
La cintura aveva quindi una duplice funzione: sosteneva la tunica e il mantello, ma contribuiva anche a definire il rango di chi la indossava attraverso la ricchezza del ricamo e dei materiali.
L’oreficeria era amata sia dagli uomini che dalle donne. I gioielli assiri avevano forme massicce ed erano realizzati con pietre e metalli; gli assiri erano abili nella lavorazione dei metalli, soprattutto nella laminatura dell’oro.
Molto utilizzati erano i bracciali, portati sia ai polsi che alti sulle braccia, a forma di anello semplice o doppio, con testa di animale su un’estremità, a forma di fascetta adorna di rosette, o a forma di serpente.
Alle orecchie cerchi o orecchini a forma di noce. E poi ciondoli, anelli, collane a più fili per le donne, e scettro per il re.
Acconciature e copricapi sacerdotali
Le acconciature assire furono tra le più curate dell’antichità. Le persone dall’alto rango portavano i capelli lunghi alla nuca pettinati in ordinate ondulazioni; una frangia di riccioli decorava la fronte arricchita da fasce con rosette.
Le sculture assiri documentano con estrema precisione le elaborate acconciature maschili. Il re, i sacerdoti e le persone d’alto rango portavano i capelli lunghi, con ordinate ondulazioni e riccioli.
Spesso una fascia cingeva la fronte, decorata con il familiare motivo a rosette. La barba sembra fosse ancora più curata della capigliatura: portata folta e lunga sul petto, era raffigurata con riccioli ben disegnati, disposti su vari piani e spesso lumeggiati d’oro.
La barba era lunga e inanellata sul labbro superiore e sulle guance, intrecciata per tutta la sua lunghezza. I ceti più bassi invece portavano capelli più corti e la barba accorciata al naturale.
La sofisticatezza di questi capelli e barbe fa ipotizzare l’uso di posticci e parrucche. La cura dell’aspetto contribuiva a distinguere il sacerdote, il sovrano e i dignitari dai ceti inferiori.
I copricapi avevano una funzione decorativa, protettiva e simbolica. Diverse erano le fogge: la tiara a “corna multiple”, copricapo delle divinità, il kirbase, una tiara di forma troncoconica, sormontata da un puntale e decorata con infule, per i re.
I copricapi maschili erano diversi e spesso ricchi di simbologie: le tiare a ‘corna multiple’ continuano ad essere indossate dalle divinità, sia nel periodo babilonese che in quello assiro.
Come abbiamo detto sopra, i sovrani babilonesi indossavano una tiara a calotta con alto bordo, simile a quella utilizzata nel periodo guteo. Nei bassorilievi assiri invece il re porta il kirbase, una tiara di forma troncoconica, sormontata da una punta e da cui scendono dei lunghi nastri ricadenti su spalle e schiena, dette infule.
Gli altri dignitari erano rappresentati con berretti conici rigidi o flosci con punta ricadente all’indietro. I soldati assiri indossavano elmi con punta e copri guance, o copricapi a forma di basso cilindro.
Il copricapo e l’identità del sacerdote
Nell’iconografia mesopotamica il copricapo non era un semplice elemento ornamentale. La forma, l’altezza, la presenza di una punta, di un bordo rialzato o di nastri pendenti potevano distinguere divinità, re, sacerdoti e dignitari.
La tiara a corna multiple apparteneva soprattutto alle divinità, mentre il kirbase era associato alla regalità. I sacerdoti potevano essere rappresentati con abiti lunghi, mantelli elaborati e copricapi che li inserivano visivamente nell’ordine gerarchico del palazzo e del tempio.
Gli alti dignitari sono spesso rappresentati con berretti conici rigidi o flosci con punta ricadente all’indietro. Questa forma conica assume particolare importanza anche nella successiva iconografia dei Magi.
Dai sacerdoti mesopotamici ai Magi dell’Adorazione
Le figure dei re magi compaiono esclusivamente nel Vangelo di Matteo. Il testo sacro racconta come alcuni uomini provenienti dall’Oriente avevano seguito fino a Betlemme una stella che annunciava la nascita del «re dei giudei».
«Si inginocchiarono e adorarono il Bambino. Poi aprirono i bagagli e gli offrirono i regali: oro, incenso e mirra»: l’oro rappresenta un omaggio alla regalità di Cristo, l’incenso alla sua divinità, la mirra, impiegata nell’imbalsamazione, prefigura la sua morte.
Tertulliano nel II-III secolo fu il primo a definirli re. Di probabile origine persiana, la parola magi significa uomini sapienti.
Si trattava probabilmente di babilonesi, esperti nell’osservazione degli astri e sacerdoti di Mitra, un culto che si era largamente diffuso nell’impero romano.
Nella cultura figurativa delle origini - nelle catacombe, nei bassorilievi dei sarcofagi e in alcuni mosaici bizantini - i magi indossano proprio le vesti dei sacerdoti di Mitra e il berretto frigio a forma conica con la punta ripiegata.
Il riferimento ai sacerdoti orientali non implica che ogni rappresentazione dei Magi riproduca fedelmente un abito babilonese storico. A partire dal primo Rinascimento sono invece effigiati soprattutto con abiti di corte.
Nel loro seguito sono spesso presenti elementi che denotano la loro origine orientale, come cammelli e leopardi. Oltre all’adorazione, può essere rappresentato il loro incontro prima della partenza o il viaggio stesso.
I loro nomi derivano forse da un pontificale, libro contenente le preghiere e il rituale per le funzioni, ravennate del IX secolo: il più anziano, Gaspare, è inginocchiato davanti al Bambino seduto in grembo alla Vergine; in piedi dietro di lui Baldassarre e Melchiorre, il più giovane.
Nel tardo Medioevo i magi potevano rappresentare la personificazione delle tre parti del mondo; in questa accezione Baldassarre, incarnando l’Africa, può essere moro.
Il più delle volte il tema rappresenta la sottomissione del potere temporale all’autorità della Chiesa.
LA LUNGA CAVALCATA DEI MAGI NELLA STORIA DELL’ARTE - Relatrice: Manuela Brocco
Il berretto frigio e la tradizione figurativa orientale
Il berretto frigio a forma conica con la punta ripiegata all’indietro costituisce uno degli elementi più riconoscibili dell’iconografia dei Magi nelle opere cristiane antiche.
La sua presenza deriva dalla volontà di indicare visivamente l’origine orientale dei personaggi e il loro legame con la sapienza astronomica e sacerdotale. La forma conica richiama inoltre i copricapi rigidi o flosci attribuiti ai dignitari nelle rappresentazioni assiro-babilonesi.
Il passaggio dalle vesti sacerdotali ai costumi di corte modifica progressivamente l’aspetto dei Magi, ma conserva la funzione principale del costume: comunicare origine geografica, autorevolezza, ricchezza e posizione gerarchica.
Calzature e piedi nudi nell’antico Oriente
Molto spesso nell’antico Oriente le calzature non venivano indossate e le persone circolavano a piedi nudi con soltanto una gonna e niente sul petto. Col passare del tempo sono entrati nell’abbigliamento i calzari, i sandali e gli stivali in pelle di montone.
Le calzature erano costituite da vari tipi di sandali. Il più diffuso era a infradito o a fasce con un copritallone, nella parte posteriore, e vari lacci annodati sul collo del piede.
Le calzature sono difficili da identificare per i periodi più antichi, perché spesso le raffigurazioni mostrano piedi scalzi o troppo stilizzati. Per il periodo assiro invece sono visibili vari tipi di sandali, con suola alta e a infradito, con una o più fasce sul collo del piede e un anello a bloccare l’alluce.
I Babilonesi furono il popolo che si contraddistinse per l’abilità nella lavorazione dei pellami e del cuoio: sapevano creare calzature in capretto e le arricchivano di ricami e gioielli molto particolari.
La loro pelle di un rosso caratteristico divenne famosa al punto che anche gli imperatori romani portavano i loro calzari.
Differenze tra sacerdote, dignitario, re e soldato
Il costume sacerdotale non deve essere confuso con quello dei soldati o dei contadini. La lunghezza della kandys, la quantità delle decorazioni, l’ampiezza del mantello, la cintura e il copricapo contribuivano a indicare il ruolo sociale.
I soldati e i contadini portavano la stessa kandys, corta fino al ginocchio e meno elaborata. I re, gli altri funzionari e i sacerdoti portavano una kandys talare, lunga alla caviglia e molto decorata.
Il kaunace, ampio e imponente, era prerogativa di divinità, re e gran sacerdote, mentre gli altri dignitari portavano uno scialle più corto e piegato a sciarpa.
Il costume militare era ricco e fastoso come si conviene a un popolo bellicoso. Era composto da una kandys al ginocchio con maniche corte su cui si indossava una corazza protettiva.
La corazza copriva il torace ed era in cuoio o metallo. La spada era tenuta in vita da una bandoliera. Le calzature erano degli stivali aperti sul davanti e fermati da lacci.
I tipici scudi assiri erano rotondi e solitamente privi di decorazioni; tuttavia compaiono anche scudi decorati e dalle forme molto particolari.
Ai piedi i soldati indossavano degli alti stivali, chiusi sul davanti da una serie di lacci, con copritalloni di colore contrastante rispetto alla tomaia, e la parte interna e superiore dello stivale o forse delle specie di calze decorate da strisce multicolori.
Come leggere un’immagine di un sacerdote babilonese
Per identificare un sacerdote in una raffigurazione è utile osservare contemporaneamente diversi elementi: la lunghezza della tunica, la presenza del mantello, il modo in cui il tessuto è drappeggiato, l’ampiezza delle frange, la cintura, il copricapo e l’acconciatura.
Una kandys lunga fino alle caviglie e riccamente decorata suggerisce un personaggio di alto rango. Un grande kaunace avvolto a spirale indica una posizione particolarmente elevata, soprattutto quando il mantello è associato a una cintura ricamata e a un copricapo elaborato.
La barba lunga, folta e ordinata, i capelli ondulati e le fasce con rosette rafforzano l’identificazione di un personaggio appartenente all’élite. Al contrario, capelli corti, barba accorciata e abito semplice caratterizzano generalmente i ceti più bassi.
Nell’arte assiro-babilonese, tuttavia, la stessa veste può assumere significati diversi secondo il contesto. Una figura con abito elaborato può essere un sacerdote, un sovrano, un dignitario o una divinità; per questo l’abbigliamento deve essere interpretato insieme alla postura, agli attributi, alla scena rituale e all’iscrizione eventualmente presente.
Il significato simbolico dell’abito sacerdotale
L’abito sacerdotale babilonese esprimeva autorità religiosa, appartenenza a una gerarchia e vicinanza al mondo divino. La lunghezza della tunica, la ricchezza del ricamo, il numero delle frange e l’ampiezza del mantello trasformavano il corpo del sacerdote in un’immagine visibile dell’ordine sacro.
Il colore, il materiale e la decorazione contribuivano alla distinzione sociale. Le stoffe di lana e lino, i colori vivaci, le applicazioni ricamate, le rosette, le palmette e i fiori di loto rendevano la veste immediatamente riconoscibile all’interno della rappresentazione.
La cintura sottolineava la verticalità della figura e organizzava il rapporto tra tunica e mantello. Il copricapo stabiliva invece una gerarchia simbolica più precisa, soprattutto quando presentava una forma conica, un bordo rialzato, una punta o nastri ricadenti sulle spalle.
Nel caso dei Magi, questi elementi furono reinterpretati dalla cultura cristiana per comunicare l’origine orientale, la sapienza e la dignità dei personaggi. Le vesti dei sacerdoti orientali divennero così uno dei modelli visivi attraverso cui l’arte rappresentò gli uomini venuti dall’Oriente per adorare il Bambino.
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