Destrezza in senso biblico: significato e valore spirituale

In senso biblico, la destrezza indica soprattutto agilità, prontezza e abilità nell’azione, ma anche accortezza e avvedutezza nel superare difficoltà e situazioni complesse. Il significato non si limita quindi all’abilità fisica o manuale: comprende anche la vivacità dell’intelligenza, la sagacia e la capacità di agire con prudenza.

La destrezza biblica può essere collegata alla capacità di affrontare le vicende della vita con lucidità, fermezza e discernimento, senza confonderla con l’astuzia ingannevole o con la ricerca del proprio vantaggio. Nei testi biblici, infatti, l’abilità acquista valore quando è orientata al bene, alla giustizia, alla fedeltà e alla relazione con Dio.

Che cosa significa «destrezza»

Destrezza significa «Agilità, prontezza fisica e intellettuale nell’azione, nel movimento, nello scansare pericoli, ecc.». Il termine può indicare la capacità di maneggiare con abilità un oggetto, di muoversi rapidamente, di evitare un pericolo o di affrontare una situazione con prontezza.

La parola può essere riferita anche all’abilità nel compiere un’azione: «maneggiare con d. l’arco, la spada; guidare con d. una vettura in mezzo al traffico; parare con d. i colpi dell’avversario». In senso figurato, la destrezza riguarda anche i «giochi di d.» e la «d. di mano», cioè l’abilità e la sveltezza nel fare giochi di prestigio o attività simili.

Come qualità dell’ingegno, la destrezza è «accortezza, avvedutezza nel districare situazioni difficili e nel superare le difficoltà che si frappongono al raggiungimento di uno scopo». In questo significato, avere destrezza significa saper usare intelligenza, prontezza e prudenza per procedere in modo efficace.

SignificatoDescrizione
AgilitàProntezza fisica nel movimento e nell’azione.
AbilitàCapacità di compiere un’azione con precisione e sveltezza.
Vivacità intellettualeProntezza della mente, dell’ingegno e dell’immaginazione.
AccortezzaCapacità di affrontare difficoltà e situazioni complesse con sagacia.

La destrezza nella prospettiva biblica

La Bibbia non presenta la destrezza come una semplice qualità tecnica o come una forma di abilità individuale separata dalla vita morale. La capacità di agire con prontezza e intelligenza acquista significato in base all’uso che se ne fa e all’orientamento del cuore.

La destrezza può quindi essere positiva quando aiuta a proteggere la vita, a perseguire il bene, a superare gli ostacoli e a mantenere la fedeltà a una scelta giusta. Può invece diventare ambigua quando è utilizzata per ingannare, danneggiare gli altri o ottenere un vantaggio ingiusto.

In questa prospettiva, la destrezza è vicina alla sagacità, all’avvedutezza e al discernimento. Non consiste soltanto nel reagire rapidamente, ma nel comprendere una situazione, riconoscere i pericoli, scegliere il comportamento più adeguato e procedere con equilibrio.

Destrezza, prudenza e discernimento

Il significato biblico della destrezza può essere chiarito mettendolo in rapporto con la prudenza. La prudenza non è passività e non coincide con la paura di agire: è la capacità di valutare le circostanze e di scegliere con consapevolezza.

La destrezza permette di «districare situazioni difficili» e di «superare le difficoltà che si frappongono al raggiungimento di uno scopo». In ambito spirituale, questo significa saper affrontare prove, opposizioni e imprevisti senza lasciarsi dominare dalla confusione o dallo scoraggiamento.

La destrezza, tuttavia, non deve essere separata dalla fermezza. Una persona può essere abile nel trovare soluzioni, ma se cambia continuamente direzione per paura delle difficoltà non dimostra perseveranza. Per questo la destrezza raggiunge il suo significato più profondo quando è unita alla costanza e alla fedeltà.

Il rapporto tra destrezza e perseveranza

La perseveranza consiste nella «costanza e fermezza nel perseguire i propri scopi o nel tener fede ai propri propositi, nel proseguire sulla via intrapresa o nella condotta scelta». Nella teologia morale cattolica è la virtù che impegna l’uomo «a lottare per il conseguimento del bene senza soccombere agli ostacoli e senza farsi vincere dalla stanchezza e dallo sconforto».

Si presenta quindi la perseveranza come una virtù caratterizzata dalle componenti di costanza e fermezza. Perseverare per raggiungere un obiettivo significa allora mettere in campo la propria energia interiore, senza lasciarsi sconfiggere o fuorviare da difficoltà, opposizioni o parziali sconfitte.

Perseverare è agire in modo sapiente: non si assolutizza il fine perseguito prescindendo dalla situazione concreta, ma non si è neanche proni ad arrendersi all’avvisaglia delle prime difficoltà. In questo senso, la destrezza aiuta a trovare il modo concreto di restare fedeli a ciò che è giusto, mentre la perseveranza mantiene la direzione nel tempo.

La destrezza riguarda soprattutto il modo di affrontare una situazione; la perseveranza riguarda la continuità della scelta. La prima richiede prontezza e avvedutezza, la seconda costanza e fermezza. Insieme possono descrivere un comportamento capace di agire con intelligenza senza abbandonare il bene davanti agli ostacoli.

La perseveranza nel Nuovo Testamento

Il vocabolo greco che nel Nuovo Testamento viene tradotto con perseveranza, o talvolta con pazienza, costanza o fermezza, è upomonè, composto da upo, preposizione che si traduce generalmente con sotto, in senso sia locale che metaforico, e meno, verbo che significa stare, dimorare, abitare.

Il verbo greco upomeno, da cui deriva il vocabolo upomonè, ha anch’esso connotazione sia di modalità di resistere, di perseverare nella fede nelle vicende del mondo, sia di attendere con desiderio e fiducia la venuta di Cristo mantenendo la fede.

Potremmo tradurre upomonè in maniera letterale come il sotto-stare e più esistenziale come lo star-ci, nel senso di rimanere, stare, imparare ad abitare e vivere le situazioni che la vita e le sue vicende presentano.

Già questo semplice sguardo al significato del vocabolo ci dà un’indicazione preziosa del suo utilizzo nei testi biblici in cui compare. La destrezza, letta alla luce di questa prospettiva, non è soltanto la capacità di evitare ogni difficoltà, ma anche quella di stare dentro una situazione e di affrontarla con intelligenza, fede e responsabilità.

A parte un paio di occorrenze nel Vangelo di Luca, upomonè compare solo nelle lettere di Paolo e nell’Apocalisse, per un totale di 32 volte. Paolo utilizza il termine come costanza e fermezza nel portare avanti la scelta della vita nuova in Cristo, sia da parte di colui che annuncia il Vangelo, sia soprattutto come risposta di vita del fedele che accoglie e vuole vivere quanto la predicazione dell’apostolo gli ha fatto comprendere.

Si tratta quindi di uno stile di vita che sa tenere ferma la scelta fatta anche a costo di difficoltà e contrarietà, sapendo che questa costanza, fermezza e pazienza producono in ultima analisi la speranza. E la speranza non delude, dice ancora Paolo.

Romani 5,3-5

«E non solo: ci vantiamo anche nelle tribolazioni, sapendo che la tribolazione produce pazienza [upomonè], la pazienza una virtù provata e la virtù provata la speranza. La speranza poi non delude, perché l’amore di Dio è stato riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo che ci è stato dato».

Per l’Apostolo il fondamento della perseveranza è l’amore di Dio versato nei nostri cuori attraverso il dono dello Spirito, un amore che ci precede e ci rende capaci di vivere il tempo dell’attesa del suo ritorno appunto con perseveranza.

La destrezza spirituale, in questo quadro, non è il tentativo di controllare ogni cosa con le proprie forze. È piuttosto una capacità di discernere come vivere una situazione concreta, confidando in Dio e mantenendo la direzione del bene anche quando l’esito non è immediatamente visibile.

La destrezza di fronte alle difficoltà

Nel testo dell’Apocalisse, upomonè prende maggiormente la sfumatura di fortezza e capacità di resistere nella fede in tempo di difficoltà e persecuzione nell’attesa della manifestazione di Cristo.

Spesso infatti l’autore sottolinea la perseveranza legata alla fatica e appunto alla sopportazione di situazioni di grande sofferenza o persecuzione. L’abilità spirituale non coincide dunque con l’assenza di pericoli, ma con la capacità di affrontarli senza perdere la fede.

Apocalisse 2,2-3

«Conosco le tue opere, la tua fatica e la tua perseveranza, per cui non puoi sopportare i cattivi. Hai messo alla prova quelli che si dicono apostoli e non lo sono, e li hai trovati bugiardi. Sei perseverante e hai molto sopportato per il mio nome, senza stancarti».

Il contesto storico in cui nasce l’Apocalisse era infatti quello delle prime persecuzioni dei cristiani nell’impero romano. Oggi vorremmo poter leggere questi testi solo in maniera metaforica, parlando di difficoltà interiori che il cristiano deve vivere, ma le vicende storiche che viviamo ci mettono di fronte, invece, a vere e proprie situazioni in cui i credenti in Cristo si trovano a vivere la perseveranza anche a costo della vita.

In questo contesto, la destrezza può assumere il significato di vigilanza, discernimento e capacità di riconoscere ciò che è autentico da ciò che è falso. Il testo dell’Apocalisse collega infatti la perseveranza alla capacità di mettere alla prova coloro che si presentano come apostoli e di non lasciarsi ingannare.

Manoscritto biblico e simboli di discernimento

La destrezza nell’Antico Testamento

Volendo indagare la perseveranza nell’Antico Testamento, è necessario rivolgersi ai testi della letteratura profetica e sapienziale, in particolare i Salmi e Giobbe, in cui si concentra la ricorrenza dei termini perseveranza, in ebraico miqweh, con un’accezione di speranza e fiducia, e perseverare.

In ebraico i vari verbi utilizzabili sottolineano sfumature diverse: attendere fiducioso in Dio; attendere impaziente legato allo sperare; attendere persistente e perseverante; attendere paziente.

Queste diverse sfumature aiutano a comprendere che la destrezza biblica non è una qualità rigida o uniforme. Può manifestarsi come capacità di attendere, di agire, di resistere, di riconoscere il momento opportuno e di mantenere la fiducia anche quando la situazione non offre una soluzione immediata.

Giobbe: la destrezza di affrontare la sofferenza

Proprio il libro di Giobbe può offrirci delle piste interessanti sul come perseverare. Il protagonista è Giobbe: un uomo giusto ingiustamente sottoposto alla prova della sofferenza, propria e delle persone che gli sono care, da parte di Dio e dell’avversario.

Dal testo - volutamente ambiguo - non è chiaro di chi sia la colpa; l’avversario agisce toccando Giobbe in ciò che ha di più caro e nella sua stessa persona, ma Dio glielo permette, proprio per saggiare la sua fede, perché non sia solo dovuta al fatto che la sua vita è riuscita in ricchezze, figli e saggezza.

Sotto l’egida di questa scommessa, che Giobbe non conosce, ma che il lettore sa fin dall’inizio, inizia una serie di discorsi di Giobbe e dei suoi tre amici, venuti per consolarlo, ma che di fatto diventano suoi avversari, nel tentativo di giustificare ciò che sembra essere un castigo di Dio.

«Se stai male è perché hai agito male», gli ripetono continuamente i tre amici. All’ascolto di queste parole, Giobbe si ribella, discute e protesta.

In maniera veemente, ora accusando gli amici di essere falsi consolatori, che per giustificare Dio e la classica teoria della retribuzione devono condannare lui, ora prendendo direttamente l’iniziativa per interloquire con il Signore.

In questo suo rivolgersi a Dio nella sofferenza, Giobbe presenta una serie di modalità molto interessanti, perché profondamente umane e che dimostrano come la perseveranza in una relazione con il Signore abbia bisogno di una molteplicità di atteggiamenti anche di fronte a lui.

Il lamento e la protesta

E allora abbiamo il lamento, che arriva a desiderare il nulla e la morte piuttosto che la sofferenza: «Perché non sono morto fin dal seno di mia madre e non spirai appena uscito dal grembo?».

In seguito Giobbe interpella direttamente il Signore ingaggiandosi in ciò che viene definito un litigio, accusandolo di essere un aguzzino che spia per fare il male alla sua vittima, senza lasciargli scampo ma mantenendolo in vita, mentre Giobbe desidera morire.

Viene poi l’immagine di Dio che potremmo dire opposta: non ricevendo nessun segno dal cielo, Giobbe accusa Dio di essere assente, di non volerlo guardare, o di trattarlo addirittura come un suo nemico, che mette inciampo a ogni suo passo senza farsi vedere: «Perché mi nascondi la tua faccia e mi consideri come un nemico?».

Alla fine dei dialoghi - che in realtà diventano sempre più un riflettere tra sé e sé a voce alta - Giobbe lancia la sfida finale, proclamandosi innocente e chiamando il Signore a farsi vivo.

La sua destrezza non consiste nel trovare una spiegazione facile alla sofferenza. Consiste piuttosto nel mantenere aperta la relazione con Dio, anche quando questa relazione diventa conflitto, domanda, accusa e protesta.

La risposta di Dio

Dio risponde, senza dare in realtà risposte a Giobbe; lo aiuta piuttosto a calarsi in una creazione di cui anche lui è parte, ma non finisce con lui. Si parla di distacco terapeutico dalla propria sofferenza.

Giobbe afferma ora di comprendere, ma che cosa? Sembra rendersi conto che la sua condizione umana di sofferenza fa parte di una vita che comunque chiede di essere affrontata e vissuta.

Il testo termina ancora una volta con una sorpresa: il Signore dice ai tre amici che Giobbe ha detto cose rette di lui. Allora quella protesta, quelle immagini di Dio che nella sua sofferenza Giobbe ha evocato, sono corrette? Sembrerebbe proprio di sì.

Giobbe 42,1-7

«Giobbe prese a dire al Signore: “Comprendo che tu puoi tutto e che nessun progetto per te è impossibile. Chi è colui che, da ignorante, può oscurare il tuo piano? Davvero ho esposto cose che non capisco, cose troppo meravigliose per me, che non comprendo. Ascoltami e io parlerò, io t’interrogherò e tu mi istruirai! Io ti conoscevo solo per sentito dire, ma ora i miei occhi ti hanno veduto. Perciò mi ricredo e mi pento sopra polvere e cenere”. Dopo che il Signore ebbe rivolto queste parole a Giobbe, disse a Elifaz di Teman: “La mia ira si è accesa contro di te e contro i tuoi due amici, perché non avete detto di me cose rette come il mio servo Giobbe”».

Il libro di Giobbe mostra quindi una forma di destrezza spirituale diversa dall’abilità di evitare il dolore. Giobbe affronta la prova senza accettare spiegazioni semplicistiche, senza rinunciare alla propria dignità e senza abbandonare il dialogo con Dio.

La perseveranza come «stare-dentro»

Quanto visto non può che farci guardare alla perseveranza come una modalità di stare-dentro alle situazioni di vita che implicano sofferenza, prova, dolore, senza negarle, senza aver paura di chiamare in causa anche Dio, ma gridando a gran voce il desiderio di uscirne, la volontà positiva di portare avanti un progetto di vita che non si adagi nella rassegnazione, come in una specie di morte anticipata.

La perseveranza diventa così, soprattutto da un punto di vista credente, la capacità di saper vivere tutta una serie di vicissitudini, per quanto difficili e dolorose, affidandosi a un Dio che va chiamato in causa.

In situazioni di difficoltà, ci si rende conto che una cosa è parlare di Dio, altra cosa - e ben più essenziale - è parlare con Dio. E questo cammino di protesta con Dio, di ricomprensione della propria vita, non solo è permesso o tollerato, ma è addirittura richiesto per una sana relazione di fede.

La destrezza, in questa prospettiva, è la capacità di abitare la realtà senza negarla e senza lasciarsi schiacciare da essa. Significa riconoscere il dolore, valutare ciò che sta accadendo, cercare una via possibile e continuare a vivere una relazione autentica con Dio.

Giobbe è tutt’altro che il paziente e rassegnato saggio che talvolta viene presentato. In questo senso, la nuova traduzione della CEI del versetto di Giacomo 5,11 che presenta il paziente Giobbe non rende giustizia alla sua figura.

Se per paziente si intende colui che ha fiducia che alla fine Dio compirà la sua giustizia, può anche essere corretto; ma sarebbe stato meglio tradurre il greco upomonè con perseverante.

In questa maniera si dà la giusta misura della virtù della perseveranza, la quale non rifugge dalla fiducia che Dio farà giustizia perché è Dio, ma, senza confinare l’uomo in una passiva pazienza, gli lascia al contempo la possibilità di vivere questa virtù alla luce delle circostanze.

E se le circostanze sono difficili, difficile e duro sarà o potrà essere anche il confronto, e la protesta, con Dio. In questa maniera, nulla di veramente umano viene lasciato perdere.

Non Dio o l’uomo, ma Dio e l’uomo sono coinvolti in quella virtù che è la perseveranza. La destrezza biblica può essere compresa proprio come una capacità di vivere questo coinvolgimento con intelligenza, libertà, responsabilità e fede.

Panoramica: Giobbe

Destrezza e rifiuto della rassegnazione

Costanza e fermezza sono le componenti della perseveranza. Proprio due regole per il discernimento degli spiriti di sant’Ignazio, assai ben conosciute ma assai meno praticate, recitano che «Nel tempo della desolazione non bisogna mai fare cambiamenti, ma rimanere saldi e costanti nei propositi e nella decisione in cui si era nel giorno precedente a quella desolazione. […] Durante la desolazione non dobbiamo cambiare i propositi precedenti; però giova molto reagire intensamente contro la stessa desolazione».

Che tradotto dal linguaggio degli Esercizi spirituali significa chiaramente che in tempi di difficoltà, prova, ecc. la cosa peggiore da fare è rassegnarsi, tornare sulle proprie scelte, mutare, in genere al ribasso, i propri obiettivi in maniera da sopravvivere, mentre invece occorre esercitare la costanza, insieme al reagire intensamente espressione della fermezza.

La destrezza, in questo contesto, non consiste nel cambiare ogni volta obiettivo per evitare la fatica. Consiste nel reagire in modo intelligente e proporzionato, mantenendo ferme le decisioni giuste e cercando il modo concreto di viverle nelle circostanze presenti.

La perseveranza quindi diventa virtù da vivere in maniera ben concreta: essa è il cammino che, anche attraverso la lotta interiore e/o con Dio, porta a scoprire la propria autenticità di progetto di vita.

Di fatto ogni cammino spirituale che predichi la rassegnazione non è veramente nell’ottica cristiana. Quanto dice Ignazio per il singolo in desolazione spirituale, ovvero in tempo di difficoltà, sofferenza, ecc., vale anche per la sfera pubblica, e cioè politica e sociale.

La destrezza come virtù concreta

La perseveranza, lungi dall’essere semplice pazienza o arrendevolezza, diventa la modalità con cui si affrontano le situazioni di crisi, mettendo in comune anche le energie e capacità dei singoli, perché quanto è giusto e veramente umano si possa alfine conseguire per il bene comune.

Questa affermazione amplia il significato della destrezza: l’abilità non è soltanto una dote personale, ma può diventare una risorsa condivisa. Le energie e le capacità dei singoli possono essere messe al servizio di un progetto comune, soprattutto quando le difficoltà richiedono collaborazione, lucidità e fermezza.

In senso biblico, dunque, la destrezza comprende l’agilità dell’azione, la prontezza dell’intelligenza, l’accortezza nel discernimento e la capacità di affrontare situazioni difficili. Non è semplicemente sveltezza, né è sinonimo di astuzia interessata.

La destrezza è autenticamente orientata al bene quando permette di scansare i pericoli senza abbandonare gli altri, di superare le difficoltà senza perdere la giustizia, di procedere con prudenza senza cadere nella paura e di restare fedeli senza confondere la perseveranza con la rassegnazione.

Per questo la destrezza biblica può essere considerata una qualità dinamica: richiede movimento, attenzione, discernimento e capacità di adattarsi alle circostanze, ma conserva una direzione morale stabile. Agire con destrezza significa affrontare la realtà con abilità e avvedutezza, mantenendo la relazione con Dio e perseguendo ciò che è giusto e veramente umano.

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