San Giustino Maria Russolillo nacque il 18 gennaio 1891 a Pianura di Napoli e dedicò tutta la sua vita alla formazione cristiana, alla santificazione delle persone e alla promozione delle vocazioni sacerdotali e religiose. Fu parroco di San Giorgio Martire, fondatore della Società Divine Vocazioni, comunemente chiamata dei Padri Vocazionisti, della Congregazione delle Suore delle Divine Vocazioni e dell’Istituto Secolare Apostole Vocazioniste della Santificazione Universale.
È stato definito “l’apostolo delle vocazioni” perché la sua idea era quella di lavorare perché tutto il mondo fosse santo attraverso la vocazione alla vita e alla fede. Il suo saluto abituale era Fatti santo davvero, che tutto il resto è zero. Secondo Don Giustino il problema non era la mancanza di vocazioni ma dei coltivatori di vocazioni, coloro che si dedicavano a suscitare la nostalgia di Dio nei giovani e a formarli adeguatamente.
La nascita e la famiglia
Il 18 gennaio 1891 Pianura si svegliò sotto la neve; mai se n’era veduta tanta. Durò dodici tredici giorni. Crollò qualche vecchia casa. I parenti avrebbero voluto rimandare il battesimo per organizzare i festini.
Giustino Russolillo, terzo di dieci figli, nacque il 18 gennaio 1891 a Pianura di Napoli, in Diocesi di Pozzuoli, dai coniugi Luigi Russolillo, piccolo imprenditore edile, e Giuseppina Simpatia, casalinga e ottima sarta. Il giorno dopo, Giuseppina avvolse il neonato in uno scialle, chiamò il marito Luigi e gli disse molto risolutamente: - Il Signore ci manda i figli per la sua gloria e non per i nostri festini; mandiamo subito a battezzare questa creatura.
Luigi precedette il piccolo corteo spalando la neve. La levatrice osservò che il bimbo, rimasto quieto durante il sacro rito, al momento dell’infusione aveva abbozzato un sorriso di beatitudine celeste. - Sentite che vi dico, divinò poi alla mamma, questo bambino sarà prete, e fin d’ora pretendo una messa per l’anima mia.
Questa prima impressione resterà immutata: dovunque andrà, con chiunque tratterà, Giustino comparirà sempre come l’uomo di Dio, una creatura del cielo vivente sulla terra. Fin dai primissimi anni, fu chiaro che Giustino non era fatto per un mestiere, nemmeno per una professione: egli aveva una missione.
L’infanzia e la prima educazione
Furono le zie paterne, Enrichetta e Giovannina, maestre elementari, ad influire molto sull’educazione e formazione culturale di Giustino, che ben presto si distinse tra i coetanei per l’ingegno non comune, per la spiccata inclinazione allo studio, per la docilità e pietà veramente singolari. Le zie paterne, tre delle quali - Maria, Enrichetta, Giovannina - erano maestre elementari, aiutavano molto la mamma nell’educazione di Giustino; se lo portavano in classe dove apprendeva le prime nozioni e rendeva piccoli servizi.
Era tutto sale, né gli mancava qualche acino di pepe. Stava, quieto, solo quando poteva celebrare, confessare, predicare all’uditorio senile delle casigliane che poi si sdebitavano insegnandogli il ricamo, l’uncinetto, la calza tanto che da grande egli fu un competente nel distinguere ed apprezzare i lavori donneschi.
A cinque anni ricevette la prima comunione e si innamorò subito di Gesù Eucarestia. A chi gli chiedeva cosa avrebbe fatto da grande, rispondeva prontamente e con decisione: “Farò il prete”.
Da bambino, raccoglieva i suoi coetanei per insegnare loro il catechismo. I piccoli gli volteggiavano intorno come farfalle intorno alla lampada che brilla nella notte. Egli li accoglieva con giovialità, poggiava un tavolone da muratore su due grosse pietre, vi sistemava i frugoli e insegnava il catechismo.
La consapevolezza della vocazione
Un giorno tornava dalla scuola al fianco della zia Giovanna, reggendo i registri sottobraccio. Rachele Marrone che camminava dall’altro lato chiese a bruciapelo: - Giustiniello, che farai da grande? - Il prete! Rispose con prontezza.
Quell’anno partì un paesano per il Seminario; la mamma e i familiari in pianto lo salutavano dal balcone mentre egli, asciugando le lacrime, si allontanava in carrozza. Giustino, presente alla scena, commentò con stupore: - Perché piangi? potessi andarci io!
Don Giorgio Mele racconta che egli e i primi, assistendo in parrocchia alla vestizione di seminaristi, piangevano. - Non verrà mai il nostro turno, dicevano? Nessuno farà un miracolo per noi?
Completati i primi tre anni di scuola elementare, provvide alla sua maggiore istruzione la zia Giovannina. Solo per il latino chiamò in aiuto il Parroco del tempo, il degnissimo Don Orazio Guillaro. Giustino era assiduo alle lezioni.
Così fece progressi rapidissimi e bisognò pensare a chiuderlo in Seminario. La famiglia di don Giustino, pur essendo agiata, in seguito ad un infortunio sul lavoro occorso a papà Luigi, in quel periodo dovette ricorrere al barone Zampaglione.
Giustino - il viso di porpora, gli occhi gonfi di pianto - non fiatò. Appena usciti, la mamma con fierezza e tenerezza lo rassicurò: Non temere: mamma ti farà prete anche a costo di impegnarsi gli occhi. In casa furono tutti d’accordo con lei.
Il seminario e gli studi
A dieci anni entrò nel Seminario di Pozzuoli, dove, superati brillantemente gli esami di ammissione, frequentò direttamente la seconda classe ginnasiale e portò a termine con successo gli studi umanistici e i primi due anni di teologia. Il padre e gli zii lo accompagnarono a Pozzuoli.
Il chierico Russolillo attirò subito e conservò sempre la stima dei superiori, l’ammirazione dei professori, l’affezione dei condiscepoli, la venerazione della servitù. Anche il Vescovo, S. E. Monsignor Michele Zezza, lo preferiva come suo caudatario, a Pozzuoli e in Diocesi.
Tanta generale benevolenza l’aiutò ad aggirare i due ostacoli che gli ostruivano la strada al sacerdozio: la malferma salute e le momentanee difficoltà economiche. Ci volle l’intervento diretto del vescovo presso il barone Zampaglione a ridare slancio al cammino vocazionale del piccolo Giustino.
Agli esami fu sempre il primo assoluto. Lo nominarono prefetto della camerata dei minori un po’ per evitargli il contatto con i maggiori e molto più per affidargli la formazione di quelli.
Mons. Zezza, apprezzando il valore del Russolillo, volle che si presentasse per le licenze ginnasiale e liceale. Alla prima (1905) fu rimandato in francese da un astioso mangiapreti; all’esame di riparazione pigliò dieci. Alla seconda ebbe un trionfo.
Il Liceo Umberto I aveva il primato della severità. Giustino si presentò con l’abito talare che non era, certo, una raccomandazione presso la commissione esaminatrice ché, in quell’epoca, il liberalismo massonico aveva il monopolio incontrastato della Pubblica Istruzione; non di meno l’abatino disarmò tutti rispondendo con prontezza, con precisione, con modestia.
Seguì l’anno di propedeutica e i quattro di teologia. Gli ultimi due anni (1911-13) li passò a Posillipo nel Seminario Regionale S. PIO X, affidato ai Padri Gesuiti; fu tra i primi sei alunni fondatori.
Al Seminario Regionale di Posillipo-Napoli, diretto dai padri Gesuiti, completò gli studi teologici con grande merito, ottenendo la medaglia d’oro. Come primo prefetto seppe accoppiare fermezza e dolcezza. Egli stesso diceva in seguito: “Era come una famiglia”.
L’ordinazione sacerdotale e il voto per le vocazioni
Il 20 settembre 1913 fu ordinato sacerdote nella Cattedrale di Pozzuoli. Prostrato a terra, mentre l’assemblea invocava i santi, don Giustino fece voto di fondare una Congregazione religiosa “per il culto, il servizio e l’apostolato delle vocazioni di Dio, nostro Signore, alla fede, al sacerdozio, alla santità”.
Stabilitosi al suo paese, continuò a fare catechismo ogni giorno, ai fanciulli e agli adolescenti. L’ardente passione per le vocazioni si consolidava sempre di più e cercava di alimentare la medesima fiamma negli altri.
Il catechismo in tutte le forme, dalle più rudimentali alle più elevate, sarà la sua arma preferita per le sante conquiste del bene, la sua passione. Già sacerdote incontrò Mons. Cafiero, Rettore del Seminario di Napoli, che volle conoscere il regolamento della sua giornata.
Quando sentì: “nel pomeriggio, catechismo” interruppe quasi incredulo: - Tutti i giorni? Tutti i giorni, confermò Don Giustino. - Finalmente ho trovato un prete che fa il catechismo tutti i giorni.
La prima esperienza comunitaria
Il 30 aprile 1914, festa di Santa Caterina da Siena, iniziò, nella casa paterna, la vita comune con alcuni ragazzi del gruppo dei “Fedelissimi”, i ragazzi cioè che lo avevano seguito durante gli anni del Seminario. Ma il Vescovo Michele Zezza gli ingiunse di smettere.
Reagì come reagiscono i Santi: “Siamo figli della croce, sacrifichiamo dunque la nostra volontà a quella dei superiori, come Gesù sacrificò la sua a quella del Padre”, disse ai suoi ragazzi.
Scoppiata la prima grande guerra (1915-1918), anche don Giustino fu chiamato alle armi, arruolato nella Sanità e venne inviato all’ospedale militare. Attraverso una fitta corrispondenza continuava a seguire i suoi ragazzi.
In questo periodo di vita militare, notando lo zelo di alcune suore nel soccorrere e curare i feriti, maturò anche l’idea di una Congregazione femminile che avrebbe dovuto affiancare quella maschile nel servizio delle vocazioni.
Ottenuto il congedo militare e ritornato a Pianura, conquistò subito alla causa delle vocazioni un gruppo di ragazze da lui spiritualmente dirette ed animate dalla giovane Rachele Marrone. Furono le prime leve della benemerita “Pia Unione”, associazione da lui fondata.
Il parroco di San Giorgio Martire
Intanto, incoraggiato dal Padre spirituale, accettò nel 1920, la nomina a Parroco di S. Giorgio martire, in Pianura, dopo regolare concorso. L’Amministratore Apostolico di Pozzuoli Mons. Pasquale Ragosta, che apprezzava molto Don Giustino, gli consentì ogni libertà per l’Opera vocazionale, da tempo progettata.
Don Giustino Maria Russolillo, il parroco del quartiere Pianura di Napoli, fu proclamato Santo nel corso della cerimonia in piazza San Pietro presieduta da Papa Francesco. Il sacerdote resse la parrocchia di San Giorgio Martire, nel quartiere della periferia occidentale di Napoli, dal 1920 al 1925.
Don Giustino, entusiasta anche della benedizione vescovile, il 18 ottobre 1920, accogliendo 12 promettenti ragazzi nella casa parrocchiale, riprese la vita comune, interrotta nel maggio del 1914. Così nasceva il suo primo Istituto di vita consacrata, denominato Società Divine Vocazioni, comunemente chiamato dei Padri Vocazionisti.
La parrocchia era il luogo privilegiato per la pastorale vocazionale. Non a caso, è stato parroco fino alla morte senza abbandonare mai questa forma di apostolato nonostante fosse predicatore di esercizi spirituali, fondatore, padre spirituale e conferenziere.
La nascita delle opere vocazioniste
L’anno dopo, la sera del 1° ottobre 1921, con il permesso del Vescovo, alcune giovanette dell’associazione femminile, si ritirarono a vita comune. A fine ottobre, il nuovo Vescovo Giuseppe Petrone, visitando la sede ben organizzata delle future suore, si congratulò e “benedisse il loro religioso lavoro” per le vocazioni.
Nacque così la Congregazione delle Suore delle Divine Vocazioni, secondo Istituto di vita consacrata, fondato dal Beato Giustino. Più tardi, sua sorella Giovanna divenuta Madre Generale, contribuì molto allo sviluppo dell’Opera femminile.
Altre giovani, che non riuscirono ad entrare nella vita comune, o non vollero perché non chiamate, scoprirono, sotto la sua guida, la vocazione alla vita consacrata laicale nella condivisione dello stesso spirito di servizio delle vocazioni.
Esse furono il fermento iniziale per l’Istituto secolare femminile, approvato poi dalla Chiesa di Napoli nel 1977. Ora porta il nome di Istituto Secolare Apostole Vocazioniste della Santificazione Universale.
Il Vocazionario e la parrocchia come luogo di formazione
Consapevole del servizio singolare che le vocazioni ai ministeri ordinati e di speciale consacrazione offrono alla santità del popolo di Dio, Giustino fondò il “Vocazionario”, sua Opera caratteristica, semenzaio di vocazioni, collegio vero e proprio della Congregazione dei Vocazionisti.
Il Vocazionario fu istituito per giovani, soprattutto poveri, inclini al sacerdozio, alla vita consacrata, ma non ancora ben orientati per i Seminari, Ordini e Congregazioni. La parrocchia di S. Giorgio Martire, di cui ormai era pastore, risultava lo strumento della Provvidenza, un grembo accogliente, un ambito ben protetto, dove potevano sbocciare fiori di santità e maturare frutti di vocazioni sacerdotali e religiose.
I “Volontari di Gesù”, i “Fedelissimi”, le “Schiave di Maria”, le giovani della “Pia Unione”: questi gruppi da lui fondati, esprimevano la fecondità vocazionale di una parrocchia viva, che lo vide protagonista in comunione con i suoi predecessori, Don Orazio Guillaro e Don Giosuè Scotto Di Cesare.

Il Vocazionario “Deus Charitas” si trova in Via Parroco Giustino Russolillo, 14 - 80126 Napoli. La Casa Madre dei Vocazionisti conserva la memoria del fondatore e comprende la cripta-santuario dedicata a San Giustino Russolillo.
La vita spirituale e il ministero parrocchiale
La vita spirituale era ben curata in parrocchia. Celebrando i santi sacramenti, dimostrava di viverli nella loro pienezza. Ciò si notava nell’espressione del suo volto o nelle lacrime che talvolta accompagnavano la celebrazione liturgica.
Agiva alla luce delle sue profonde convinzioni: “La perfezione della Fede è la visione e quindi, mentre le nostre labbra dicono credo, la nostra mente e il nostro cuore devono poter dire vedo”. La Trinità era il centro della sua spiritualità e del suo apostolato. La preghiera era l’anima del suo apostolato.
Curava molto il decoro della casa di Dio, adornandola in tutti i modi possibili. Rinnovava spesso paramenti e arredi sacri. Organizzò l’Azione Cattolica in tutti i suoi rami, la confraternita della dottrina cristiana, il cui statuto, redatto da lui stesso, fu adottato anche dal Vescovo Alfonso Castaldo per tutta la Diocesi di Pozzuoli.
Preparava e nominava i catechisti per la parrocchia con regolari esami, gare e premi. Invitava sacerdoti, noti per dottrina e santità, a tenere ritiri, esercizi spirituali al popolo, soprattutto nei tempi forti dell’anno liturgico.
Il catechismo e l’apostolato nei cortili
Non meno significativo l’apostolato nei cortili. Erano, questi, gli spazi di ritrovo per piccoli e grandi, luoghi di socializzazione degli abitanti dei caseggiati, dai quali si poteva osservare facilmente quanto avveniva nell’area sottostante.
E ci si dedicava con tanta competenza, ci metteva tanto entusiasmo, che l’uditorio cresceva volta per volta. Ogni catechizzato faceva proseliti “Vuoi venire da Giustiniello?”
Al Catechismo alternava il canto - con voce intonata, delicata, insegnava motivi facili - e poi organizzava giochi e competizioni cui partecipava egli stesso; e poi leggeva con arte finissima brani della Bibbia o dell’Agiografia; e poi li guidava a passeggio.
Un piccolo esercito disciplinato, fino a 200 ragazzi, marciava cadenzando il passo al canto d’alcune strofette composte da lui stesso. Ai ragazzi del Vocazionario farà leggere ogni mattina il catechismo di perseveranza dell’Abate Gaume.
Anche da soldato conservò questa passione. Scrisse alla zia Giovannina: ”Vi prego di trasmettere in via privata e quanto più segreto è possibile un mio nuovo appello alle signore e alle signorine insegnanti di Pianura per una loro cooperazione fuori scuola all’insegnamento del catechismo. Mi è parso volontà del Signore e come tale lo trasmetto”.
Da Parroco, per ordine del suo Vescovo, l’Ecc.mo Monsignor Castaldo, stenderà lo statuto diocesano per la confraternita della dottrina cristiana. C’è ancora chi ricorda la sua splendida relazione al congresso catechistico di Napoli e la sua lezione al sinodo diocesano di Teggiano.
Una pastorale capace di raggiungere ogni ambiente
Don Giustino regolarizzò molti matrimoni e consacrò al S. Cuore diversi nuclei familiari. La sua azione pastorale non si limitava al tempio, alle celebrazioni e all’amministrazione dei sacramenti, ma cercava di entrare nella vita concreta delle famiglie e della comunità.
Nel 1952, ormai con un notevole bagaglio di esperienza apostolica acquisita sul campo, non trascurando il cambiamento in atto nella società, contagiata da un secolarismo incipiente, ma non per questo meno subdolo, Don Giustino darà nuove indicazioni sul ministero e organizzazione parrocchiale.
“È vero! - ha lasciato scritto - non basta più il tempio o la scuola. Occorrono altre sedi e fare tempio e scuola di Evangelo ogni casa, strada o piazza. Non basta più l’esercizio delle sacre funzioni e l’amministrazione dei Santi Sacramenti a chi li chiede, ma occorre riconquistare a Gesù il prossimo, anima per anima.”
“Il sacerdote non sta per divertire, ma per convertire. Il sacerdote non va per piacere all’uomo, ma per giovare alle anime. Occorre l’Evangelo integralmente osservato, integralmente propagato.”
La spiritualità delle vocazioni
Don Giustino diceva che dietro la scorza più indurita di un peccatore incallito c’è sempre un possibile santo. Per questo, la prima fondamentale regola del vocazionista è: mai disperare.
Anche davanti al peccatore conclamato c’è un possibile santo. C’è sempre qualcosa di positivo da poter trarre dagli uomini. Nasce da questa convinzione la passione a servizio delle vocazioni che don Giustino declinava sempre in vocazione alla vita, alla fede e alla santità.
Alla Vergine, onorata particolarmente con i titoli di “Celeste Superiora” e di “Nostra Signora delle divine vocazioni”, affidava le sue opere vocazionali. Alla scuola dei grandi mistici, egli è fedele all’aforisma: “La contemplazione nell’azione e l’azione per la contemplazione”.
I suoi numerosi scritti, oggi raccolti parzialmente in 26 volumi, lo attestano. La preghiera, la contemplazione, il catechismo, la cura della liturgia e l’accompagnamento delle persone costituivano un’unica forma di apostolato.
Le prove e gli ultimi anni
A causa delle restrizioni e limitazioni imposte dalle autorità ecclesiastiche, che vietarono le ammissioni al noviziato, alle professioni e agli Ordini, il Fondatore avvertì la sensazione di una lenta agonia per la sua Congregazione.
Tuttavia ai suoi religiosi scrisse: “Il Signore che l’ama, ha applicato le forbici ai suoi tralci sul verde: guardiamoci bene dal mormorare contro le forbici, mentre sappiamo le Mani che le muovono”.
Consunto dalle fatiche apostoliche e dalla situazione economica disastrosa in cui vennero a trovarsi le sue Congregazioni negli ultimi anni della sua vita terrena, confortato dal Sacramento dell’Unzione degli Infermi, si spense “serenamente” a Pianura di Napoli il 2 agosto 1955.
I funerali furono una vera apoteosi, una Festa per il Parroco “santo”. La fama di santità, goduta dal Servo di Dio in vita, si è ulteriormente sviluppata e consolidata dopo la sua morte, avvenuta il 2 agosto 1955, quando don Russolillo aveva 64 anni.
Dalla causa di beatificazione alla canonizzazione
La Causa di beatificazione fu iniziata nel 1978 presso la Curia di Pozzuoli, secondo le norme del Motu Proprio Sanctitas Clarior del 1969. L’inchiesta sulla vita e sulle virtù del Servo di Dio dal 1980 proseguì presso la Curia di Napoli, che disponeva di officiali competenti in materia.
Ascoltati 33 testimoni, l’inchiesta fu chiusa nel 1985. Preparata la Positio, si procedette ai consueti esami delle virtù: il 7 febbraio 1997 si tenne, con esito positivo, il Congresso Peculiare dei Consultori Teologi.
Il 18 novembre dello stesso anno si celebrò la Sessione Ordinaria dei Cardinali e Vescovi. San Giovanni Paolo II, il 18 dicembre 1997, promulgò il Decreto sulle virtù eroiche.
In vista della beatificazione, presso la Curia di Paterson, negli anni 2004-2005 fu istruita un’inchiesta sulla asserita guarigione miracolosa di una signora di 59 anni, affetta da carcinoma, avvenuta nel 1998, grazie alla intercessione del Venerabile Servo di Dio.
Superati felicemente gli esami della Consulta Medica (8 giugno 2009), dei Consultori Teologi (12 dicembre 2009) e dei padri Cardinali e Vescovi (1° giugno 2010), il Santo Padre Benedetto XVI autorizzò la promulgazione del Decreto sul miracolo.
Il 7 maggio a Pianura di Napoli, in diocesi di Pozzuoli, si svolse la solenne beatificazione del Servo di Dio.
Il miracolo per la canonizzazione
La prodigiosa guarigione di un giovane religioso Vocazionista, affetto da “crisi tonico-cloniche generalizzate e prolungate, stato di male epilettico, coma, gravissima rabdomiliosi, polmonite ab ingestis, insufficienza respiratoria acuta”, avvenne il 21 aprile 2016 nell’ospedale di Pozzuoli, dove il giovane era stato ricoverato in stato di coma.
La prognosi era riservata quoad vitam e quoad valetudinem, nonostante la pertinenza delle cure. Vista la gravità del caso, tutta la Congregazione Vocazionista iniziò una catena di preghiere al Beato Giustino.
La mattina del 21 aprile, l’infermo improvvisamente aprì gli occhi, parlò, mosse gli arti e dopo non molte ore si mise anche a servire gli altri.
L’inchiesta sul presunto miracolo fu istruita a Pozzuoli nel 2017-2018. Furono ascoltati 18 testi. La maggioranza dei Periti della Consulta Medica del 5 marzo 2020 riconobbe che la guarigione fu “rapida, completa e duratura. Non spiegabile scientificamente”.
I Consultori teologi, riuniti nel Congresso del 16 giugno 2020, e i Padri Cardinali e Vescovi, riuniti nella Sessione Ordinaria del 6 ottobre successivo, diedero risposta affermativa circa la natura miracolosa della guarigione, attribuita all’intercessione del beato.
Il Santo Padre Francesco, il 27 ottobre 2020, ha autorizzato la Congregazione delle Cause dei Santi a promulgare il decreto super miraculo.
La canonizzazione di San Giustino Russolillo
Don Giustino Maria Russolillo è stato proclamato Santo nel corso della cerimonia in piazza San Pietro presieduta da Papa Francesco. Una vera e propria ovazione si è levata dai 45 mila fedeli presenti in Piazza San Pietro dopo che Papa Francesco ha pronunciato la formula di canonizzazione dei dieci nuovi santi.
I nuovi canonizzati, sei uomini e quattro donne, sono cinque italiani, tre francesi, un indiano e un olandese. I cinque italiani sono tutti religiosi fondatori di ordini ecclesiastici: il bergamasco Luigi Maria Palazzolo, il napoletano Giustino Maria Russolillo (1891-1955), la piemontese Maria Francesca di Gesù Rubatto (1844-1904), la palermitana Maria di Gesù Santocanale (1852-1923) e la veneta Maria Domenica Mantovani (1862-1934).
Il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella era presente in Piazza San Pietro, dove guidava la delegazione ufficiale italiana per la canonizzazione dei nuovi santi.
La memoria del parroco santo a Pianura
Da Pianura, dove restano forti la sua memoria ed i segni della sua attività, centinaia di fedeli sono partiti per Roma ed hanno assistito alla cerimonia di canonizzazione. Era molto legato al fondatore del Santuario di Pompei, Bartolo Longo, e dedicò la vita, oltre che alla formazione dei ragazzi di famiglie disagiate, alla ricerca di nuovi sacerdoti.
Attualmente, i consacrati e le consacrate dei tre Istituti da lui fondati, fedeli al carisma iniziale, servono il popolo di Dio in 18 Nazioni.

La cripta conserva i resti mortali di don Giustino Russolillo e rappresenta uno dei luoghi principali della memoria spirituale di Pianura. Nella Casa Madre dei Vocazionisti si trovano la chiesa della cripta, l’altare e il tabernacolo dedicati a Gesù, Maria e Giuseppe.
Verso la Canonizzazione del Beato Don Giustino Russolillo, ecco l'ufficio stampa
La sua figura continua a essere ricordata come quella di un sacerdote profondamente legato alla parrocchia, alla preghiera, al catechismo e alla formazione dei giovani. La sua opera nacque a Pianura, ma il suo servizio alle vocazioni si estese attraverso le comunità maschili, femminili e secolari da lui fondate.