La confessione di Giovanni Brusca è il racconto della sua vita dentro Cosa nostra, dell’ascesa come killer e uomo di fiducia di Totò Riina, della partecipazione alla strage di Capaci e del sequestro e omicidio di Giuseppe Di Matteo, fino all’arresto, alla collaborazione con la giustizia e alle scuse rivolte ai familiari delle vittime.
Nel carcere romano di Rebibbia, il pentito Giovanni Brusca snocciolava la sua vita di killer e capomafia, l’ascesa e la caduta alla corte di Totò Riina. Era il 10 gennaio 2016, e con il regista francese Mosco Levi Boucault ascoltavamo l’esecutore materiale della strage di Capaci ripercorrere la discesa negli inferi di Cosa nostra, il funzionamento della macchina di morte che lui stesso guidò per una ventina d’anni, fino alla cattura avvenuta il 20 maggio 1996; e poi la conversione alle leggi dello Stato, a cui s’è affidato per avviare una nuova esistenza che l’ha portato ad essere nuovamente un uomo libero.
Le scuse ai familiari delle vittime
Come premessa Brusca volle chiedere perdono per le vittime provocate; lo aveva già fatto in qualche processo e lo rifarà in seguito, ma in quell’occasione scelse di ribadirlo davanti a una telecamera: «Chiedo scusa a tutti i familiari delle vittime, a cui ho creato tanto dolore e tanto dispiacere - scandì sotto il passamontagna e gli occhiali scuri indossati per non svelare nulla del proprio volto, le mani coperte dai guanti -. Ho cercato di dare il mio contributo, e un minimo di spiegazione ai tanti che cercano verità e giustizia».
Il pentito si scusò pure con la moglie a cui all’epoca era ancora era legato e al figlio ormai cresciuto, «che per causa mia hanno sofferto e stanno pagando quelle che sono state le mie scelte di vita», ma rivendicò la propria collaborazione con la giustizia, utile a «mettere fine a Cosa nostra, una fabbrica di morte, un’agonia continua».
«Dopo il mio arresto ho toccato con mano il contrasto tra la mia disumanità e l’umanità dei rappresentati dello Stato. Pensavo che mi avrebbero ucciso, invece mi hanno fatto incontrare mio figlio; ho ricevuto una lezione di morale che non potrò mai dimenticare».
L’ingresso nella mafia e l’influenza della famiglia
Il resto fu il racconto di una vita immersa nella mafia; prima come affiliato e killer di fiducia del padrino corleonese (oggetto del documentario per la tv franco-tedesca Arte) e poi come traditore.
«Io ho respirato Cosa nostra fin dalla nascita» disse risalendo al nonno campiere arrestato per un omicidio e poi a suo padre Bernardo, che in carcere conobbe Totò Riina: «Una volta usciti diede ospitalità a Riina, Bagarella e Provenzano, che erano sotto attacco dei Navarra. Lui commise anche dei delitti, ma era un moderato; ha fatto alcuni omicidi ma sempre “da salotto”, strangolamenti o lupara bianca, non si metteva in macchina per andare a sparare in strada».
A metà anni Settanta Bernardo Brusca condusse il figlio Giovanni all’affiliazione, davanti a Riina che lo tenne sempre al suo fianco: «Riusciva a calamitare simpatia e fiducia, ma aveva il difetto di non affrontare le persone a quattr’occhi per risolvere i problemi; andava subito alla soluzione finale, come i nazisti. Se uno si lamentava con Riina di un altro soggetto, lui lo eliminava, così l’altro rimaneva in debito permanente con Riina».
La guerra di Totò Riina e i «giudici da salotto»
L’ascesa del capo corleonese, che sterminò la mafia tradizionale palermitana coincise - nella ricostruzione del pentito - con l’aggiustamento dei processi attraverso i giudici «avvicinati», un gioco che s’interruppe con l’arrivo a palazzo di giustizia di Rocco Chinnici e Giovanni Falcone.
Il primo saltò in aria il 29 luglio 1983, e all’attentato partecipò anche Brusca. Subito dopo Riina cominciò a pensare a Falcone: «Era diventata quasi una sfida personale, perché oltre a non essere corruttibile il dottore Falcone rendeva difficile corrompere gli altri,che si vergognavano o temevano di essere scoperti».
Un ostacolo da rimuovere a ogni costo, e Brusca ricordò i tentativi falliti, a partire dal 1984: sulla scalinata del tribunale, nella piscina frequentata dal giudice, con l’esplosivo nei cassonetti della via dove abitava a Palermo, nei ristoranti frequentati a Roma.
La strage di Capaci
Fino alla «soluzione finale», la bomba in autostrada che Brusca fece esplodere allo svincolo di Capaci: «Quando Nino Gioè mi dice “vai” io resto bloccato, la seconda volta pure, la terza lo ripete ancora più forte e allora io abbasso la leva; tutti parlano del pulsante del telecomando, ma era la levetta di un interruttore».

L’attentato rappresentò il punto culminante della strategia mafiosa contro Giovanni Falcone, già sottoposto a diversi tentativi di eliminazione. Nella ricostruzione di Brusca, la decisione di colpire il magistrato maturò dopo il fallimento delle azioni precedenti e nel contesto della contrapposizione tra Cosa nostra e i magistrati non corruttibili.
Il sequestro e l’uccisione di Giuseppe Di Matteo
La macchina di morte che era Giovanni Brusca - «inizialmente uccidere è stato fastidioso, poi è diventato un lavoro normale» - non s’è fermata nemmeno davanti all’innocenza di Giuseppe Di Matteo, figlio del pentito Santino.
Il ragazzino stava per compiere 15 anni ed era ostaggio dei mafiosi da oltre due quando, a gennaio ‘96, la tv annunciò le condanne per l’omicidio di Ignazio Salvo, provocate proprio dalle accuse di Santino Di Matteo: «Io già ero pieno di difficoltà e, maledetto me, ho avuto uno scatto di nervi. Ho detto “usciamocene e non se ne parla più”. È stato ucciso come un uomo d’onore normale, strangolato come tanti altri, poi sciolto nell’acido per far scomparire il cadavere.
Le regole sono regole e io ci credevo totalmente, avrei dato la mia vita per ottenere un risultato per gli affiliati; fare ritrattare Santino Di Matteo sarebbe stato un successo enorme per Cosa nostra».

Il sequestro del ragazzo aveva l’obiettivo di costringere Santino Di Matteo a ritirare le accuse. La vicenda mostrò fino a quale livello di violenza potesse arrivare la ritorsione mafiosa contro i collaboratori di giustizia e contro i loro familiari.
Dall’arresto alla collaborazione con la giustizia
Ma Di Matteo non ritrattò, quattro mesi più tardi Brusca fu arrestato e dopo altri tre fece ai magistrati la sua prima confessione. Poi ne sono arrivate molte altre, nella nuova vita da pentito.
| Momento | Data o periodo |
|---|---|
| Cattura di Giovanni Brusca | 20 maggio 1996 |
| Prima confessione ai magistrati | Tre mesi dopo l’arresto |
| Registrazione delle scuse ai familiari delle vittime | 10 gennaio 2016 |
| Pubblicazione del testo | 3 giugno 2021 |
La collaborazione con la giustizia segnò il passaggio dalla fedeltà a Cosa nostra all’affidamento alle leggi dello Stato. Brusca rivendicò questa scelta come utile a «mettere fine a Cosa nostra, una fabbrica di morte, un’agonia continua».
Fino alle scuse ai parenti delle vittime, registrate in vista di ulteriori benefici e di un «fine pena» giunto tre giorni fa.
Il contrasto tra il passato criminale e la nuova vita
Il racconto di Brusca mette in rapporto la violenza esercitata per decenni, la responsabilità per gli omicidi e le stragi, la collaborazione successiva e il ritorno alla libertà. La confessione non riguarda soltanto le scuse ai parenti delle vittime, ma anche il percorso attraverso cui l’ex mafioso descrisse la propria trasformazione e il rapporto con lo Stato.
«Dopo il mio arresto ho toccato con mano il contrasto tra la mia disumanità e l’umanità dei rappresentati dello Stato. Pensavo che mi avrebbero ucciso, invece mi hanno fatto incontrare mio figlio; ho ricevuto una lezione di morale che non potrò mai dimenticare».
Giovanni Brusca, il video in cui il pentito chiede scusa ai familiari delle vittime
La confessione comprende così diversi livelli: la formazione mafiosa ricevuta nell’ambiente familiare, l’affiliazione davanti a Riina, la partecipazione alla macchina stragista, il delitto di Giuseppe Di Matteo, l’arresto del 20 maggio 1996, le dichiarazioni ai magistrati e le scuse rivolte alle famiglie colpite.
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