Crocifisso “Io sono la luce”: significato, iconografia e meditazione cristiana

Il crocifisso “Io sono la luce” richiama la parola di Gesù: “Io sono la luce del mondo. chi segue me, non camminerà nelle tenebre, ma avrà la luce della vita” (Gv 8,12). L’immagine unisce il mistero della Croce alla luce come rivelazione di Dio, orientamento dell’esistenza e promessa di vita.

Il Crocifisso non rappresenta soltanto la sofferenza, ma anche l’amore che attraversa il dolore, la speranza che nasce dalla fragilità e la presenza di Cristo accanto all’uomo. La luce, in questo contesto, non è un semplice elemento decorativo: indica la verità, la salvezza e il passaggio dalle tenebre alla vita.

“Io sono la luce del mondo”: il significato della frase evangelica

Questa parola è così pregnante e così bella che i cristiani, da subito, la scelsero come una delle designazioni preferite di Cristo. In molte basiliche antiche - come nel duomo di Cefalù e di Monreale in Sicilia - nel mosaico dell’abside, Gesú è rappresentato come il Pantocrator, o Signore dell’universo.

Tiene un libro aperto davanti a sé e mostra la pagina dove sono scritte, in greco e in latino, proprio quelle parole: “Egô eimi to phôs tou cosmou - Ego sum lux mundi”: “Io sono la luce del mondo”. Gesú luce del mondo: per noi, oggi, questo è diventato una verità creduta e proclamata, ma ci fu un tempo in cui essa non era soltanto questo; era una esperienza vissuta, come succede talvolta a noi, quando, dopo un blackout ritorna improvvisamente la luce, o quando, al mattino, aprendo la finestra, si è inondati della luce del giorno.

La Prima Lettera di Pietro ne parla come di un essere “trasferiti dalle tenebre all’ammirabile luce” (1 Pt 2, 9; Col 1, 12 ss. ). Rievocando il momento della sua conversione e del suo battesimo, Tertulliano lo descrive con l’immagine del bambino che esce dall’utero buio della madre e si spaventa al contatto con l’aria e con la luce.

“Uscendo -scrive - dal comune grembo di una stessa ignoranza, noi trasalimmo alla luce della verità”: ad lucem expavescentes véritatis” [1]Tertulliano, Apologeticum, 39, 9.

La luce di Cristo come rivelazione della verità

L’espressione “luce del mondo” ha due significati fondamentali. Il primo significato è che Gesú è la luce del mondo in quanto la sua è la suprema e definitiva rivelazione di Dio all’umanità.

Lo afferma nel modo più netto e in tono solenne l’incipit della Lettera agli Ebrei: Dio, che molte volte e in diversi modi nei tempi antichi aveva parlato ai padri per mezzo dei profeti, ultimamente, in questi giorni, ha parlato a noi per mezzo del Figlio, che ha stabilito erede di tutte le cose e mediante il quale ha fatto anche il mondo (Ebr 1, 1-2).

La novità consiste nel fatto unico e irripetibile che il rivelatore è lui stesso la rivelazione! “Io sono la luce”, non io porto la luce nel mondo. I profeti parlavano in terza persona: “Così dice il Signore!”, Gesú parla in prima persona: “Io vi dico!”.

Questo detto si applica in maniera unica e trascendente a Cristo. In lui, il mezzo di trasmissione è davvero il messaggio; il messaggero è il messaggio! Questo, dicevo, è il primo significato dell’espressione “luce del mondo”.

La definizione classica di verità è “corrispondenza tra la cosa e l’idea che si ha di essa” (adaequatio rei et intellectus); la verità rivelata è corrispondenza tra la realtà e la parola ispirata che la proclama.

Le grandi parole che mediteremo sono dunque di Gesú: non del Gesù storico, ma del Gesú che -come aveva promesso ai discepoli (Gv 16,12-15) - ci parla con l’autorità del Risorto, mediante il suo Spirito.

La luce che illumina il mondo e l’esistenza umana

Il secondo significato è che Gesú è la luce del mondo in quanto fa luce sul mondo, cioè rivela il mondo a se stesso; fa vedere ogni cosa nella sua giusta luce, per quello che è davanti a Dio.

Si tratta, dicevo, del significato, per così dire, strumentale, in cui Gesú è luce del mondo: in quanto, cioè, fa luce su tutte le cose; fa, nei confronti del mondo, quello che fa il sole nei confronti della terra.

Il sole non illumina e non rivela se stesso, ma illumina tutte le cose che sono sulla terra e far vedere ogni cosa nella luce giusta. Anche in questo secondo senso, Gesú e il suo Vangelo hanno un concorrente che è il più pericoloso di tutti, essendo un concorrente interno, un nemico in casa.

L’espressione “luce del mondo” cambia completamente di significato secondo che si prende l’espressione “del mondo” come genitivo oggettivo, o come genitivo soggettivo; a seconda, cioè, che il mondo sia l’oggetto illuminato, o invece il soggetto che illumina.

Il Crocifisso come luce nel buio della vita

Il mistero e il paradosso della Croce rappresentino uno sprazzo di luce nel buio in cui ci cacciano le contraddizioni e le fragilità della vita. Convinto, come Dietrich Bonhoeffer, il teologo protestante tedesco morto in un campo di concentramento nazista, che Cristo “non ci aiuta in virtù della sua onnipotenza, ma della sua sofferenza”.

La visione del Crocifisso non solo favorisce il frequente insorgere di domande e riflessioni esistenziali, ma consente l’irruzione nella mia mente di una folla di ricordi legati all’infanzia, che, se pur mimetizzati, permangono in vita a dispetto del tempo.

Davanti al Cristo, in Croce inchiodato, io naufrago e mute dico parole al Dio fattosi Uomo per la salvezza del mondo. Trafigge il sole, d’un tratto, l’abside oscura del tempio e incendia il serto di spine, terribile icona di scherno …

Il Volto dolce e dolente, che accoglie i peccati del mondo con sovrumana clemenza, esorta a morire d’amore … Divina Follia! Mi spauro e brancolo allora nel sacro mister de la Croce, la paradossale risposta a tutto il dolore innocente, che ogn’ora l’uomo sgomenta.

La Croce tra sofferenza, amore e speranza

Non è solo un crocifisso: è una finestra spalancata. Il San Damiano non ti chiede di guardarlo, ma di lasciarti guardare. Cristo non è curvo dal dolore: è dritto, vigile, con gli occhi aperti.

È il “Cristo vivente”, quello che muore amando e già risorge amando. Per questo il fondo brilla: l’oro non è decorazione, è il colore di Dio, una luce che non fa ombra.

Il corpo allungato di Gesù sembra un ponte: dalla terra in basso al cielo in alto, dove una piccola scena lo mostra già accolto nell’abbraccio del Padre tra angeli sorpresi. Le sue piaghe sono come cinque porte rosse: ferite che non chiudono, ma aprono.

I colori parlano una lingua antica e semplice: il rosso è l’amore che arde, il nero è la notte che non vince, il bianco è la promessa del terzo giorno. Ogni linea è calma, come se la croce fosse già diventata un trono.

È curioso: qui la morte è disarmata, e perfino il legno sembra fiorire. Per questo il San Damiano “parla” ancora.

Icona del Crocifisso con fondo dorato

Il Crocifisso che parla al cuore

Se ti fermi un momento, ti insegna a leggere al contrario: non dalla ferita alla sconfitta, ma dalla ferita alla gloria; non dall’angoscia al silenzio, ma dal silenzio alla chiamata.

È una “mappa tascabile” del cuore di Dio: al centro, un amore che si dona; tutt’intorno, chi si lascia toccare e cambia. E tu dove ti metti nel quadro?

Forse proprio lì, tra i piccoli ai piedi della croce: abbastanza vicino da sentire che quelle braccia, aperte, sono aperte anche per te. L’icona fece ciò per cui è nata: non intrattenere, ma orientare.

Gli occhi di Cristo lo attraversarono e misero a fuoco ciò che contava: non solo una chiesetta da rimettere in piedi, ma una vita da ricostruire, un Vangelo da riportare all’essenziale.

“Io sono la luce” nella tradizione cristiana

Durante una processione del Corpus Domini, quattro ragazzi sorreggevano una sorta di scudo con sopra scritte due sole parole, a formare, tutte insieme, la frase: IO SONO - LA LUCE - LA VERITA’ - LA VITA.

Io non avevo ancora compiuto otto anni e per la prima volta mi toccava di recitare in pubblico. Era comprensibile, perciò, il mio stato di agitazione all’approssimarsi dell’ora fatidica.

Quando vidi la chiesa stracolma di gente, ne rimasi letteralmente terrorizzato. Mi rifugiai in un angolo. Provai a ripetere mentalmente almeno le battute iniziali della lunga parte che mi era stata assegnata.

Non riuscivo a ricordare una parola. Un buio totale era calato nella mia mente. In preda al panico, fui tentato di sgattaiolare via e darmela a gambe.

Alzai allora uno sguardo implorante verso il Crocifisso e mi affidai completamente a Lui. Finalmente, in un silenzio surreale, la recita ebbe inizio.

Presto arrivò il mio turno. L’ansia di colpo svanì. La luce riapparve nella mia mente. Come per incanto. Presi a recitare con speditezza.

Alla fine non potei non pensare che il Crocifisso avesse fatto la sua parte, venendo in mio soccorso e compiendo quello che ero persuaso fosse un vero e proprio miracolo.

Il Crocifisso di Stigliano: arte, devozione e memoria

Il Crocifisso miracoloso, che secondo la tradizione popolare annunciò la cessazione della peste piegando la testa dal lato opposto a quello originario, si trova nella Chiesa di S. Antonio, inizialmente intitolata “Santa Maria la Nova” dai Frati Minori Osservanti, che l’avevano costruita nel 1619.

Ammirevole per la sua straordinaria forza espressiva, la pregevole scultura lignea fu realizzata da Frate Umile di Petralia. L’artista era un frate francescano, al secolo Giovanni Francesco Pintorno.

Durante la sua vita monastica frate Umile realizzò ben 32 Crocifissi lignei, ma l’opera destinata al “Convento” di Stigliano è sicuramente una delle più suggestive per la straordinaria resa artistica: della stupenda scultura colpisce ed incanta, in modo particolare, il Volto del Cristo, segnato da una sconvolgente tensione drammatica.

Perché questa predilezione per il Crocifisso, e come lo stesso sia finito a Stigliano, è difficile da dire. Di certo c’è che le opere d’arte di argomento religioso erano frequentissime, se non uniche nei tempi della Controriforma.

Tra i soggetti dominanti era proprio la Crocifissione, insieme al peccato originale e alla cacciata dal Paradiso Terrestre. Il modo di sentire la religione, nel Seicento, fu quasi sempre tragico, perché, come al tempo del gotico e di Dante, doveva dare il senso sconvolgente della vita, suscitando sentimenti di paura, terrore e penitenza.

È scontato che, con tale caratteristica, non il Cristo trionfante lo affascinava, ma piuttosto il Cristo sofferente. Il Cristo che, col capo coperto di spine e il costato trafitto, fa suo il dolore del mondo.

La contemplazione del Crocifisso

In Congdon non c’è tanto la croce, quanto il Crocefisso. E questo è importante. Pochi, secondo me, riescono a capirlo, perché all’interno del cattolicesimo il devozionalismo, diffuso soprattutto negli anni del dopoguerra, era principalmente attratto dalla croce più che dal Crocefisso, secondo una ipotesi di “dolorismo”.

Viceversa, all’interno di un cristianesimo serio, è esattamente il contrario: è il Crocefisso che ha reso la croce, da strumento di esecuzione, un simbolo glorioso. Non è Cristo che ha ricevuto gloria dalla croce, ma è piuttosto Cristo che ha dato a lei gloria, essendo crocefisso.

Perciò, sì “analogia dell’icona”, ma un altro possibile titolo potrebbe anche essere: “Al centro il Crocefisso”. C’è anche un’altra possibilità: “Tenere fisso lo sguardo sul Crocefisso”.

Ma è proprio colui che è il vero oggetto di theoria per i credenti - cioè oggetto di contemplazione. Purtroppo non è mai stato messo in evidenza che l’unica volta in cui i vangeli impiegano questo termine, theoria, è per dire lo “spettacolo” di Gesù in croce.

Infatti, che cosa significava la parola theoria verso la fine del I secolo? Theoria, a partire da Platone, era la contemplazione che portava all’unità, all’Uno.

E dunque, per Congdon, la vera contemplazione è quella del Crocefisso, è il tenere gli sguardi fissi su di Lui. I suoi Crocefissi sono sempre dei colpi di spatola e, man mano, procedono a una sintesi che ne diminuisce il numero, fino agli ultimi in cui basta un solo colpo di spatola e di cenere, quasi una colata di lava, per indicare il Crocefisso.

Il Crocifisso come mistero della vita

Massimo il Confessore, uno dei più grandi contemplativi dell’Oriente, in alcune espressioni, in alcuni aforismi estremamente difficili da tradurre e da comprendere, arriva a dire: “Colui che conosce il mistero del Crocefisso è iniziato a tutti i misteri e al mistero della vita”.

La forma di Dio, la morphè theou, è diventata davvero la forma dello schiavo, la forma di colui che mostra semplicemente il suo corpo, corpo destinato alla morte, corpo che porta i segni del peccato.

E, proprio per questo, credo che Congdon avesse la consapevolezza, come dice nei suoi diari, di voler narrare non la croce ma il corpo sempre più ridotto a quel nulla da cui può germinare la resurrezione.

“Il dipingere - diceva - è rendere presente il futuro. Incomincia a dipingere nell’istante che vedi il futuro. La notte è l’istante in cui si comincia a vedere l’immagine “.

Quindi, la morte non è morte per sempre, ma Congdon raffigura la morte; il peccato non è peccato per sempre, ma Congdon ne sente la potenza devastatrice.

Congdon scende agli inferi sperando che la tenebra diventi luce. Sapendo che il peccato viene narrato, soprattutto, dalla schiavitù dell’uomo sulla croce.

Il “Crocifisso di Luce” e il simbolismo del bianco e dell’oro

L’Opera è stata creata con legno di scarto, pulito, restaurato e scolpito. Ho scelto io i colori, bianco e oro, sia per la loro armonia sia per il loro significato esoterico.

Nella più classica interpretazione, il bianco viene associato alla purezza, alla divinità, a qualcosa di non contaminato. L’oro è il simbolo divino del valore, del prezioso e anche in questo caso, di puro.

Ho inserito la scritta ebraica “אור”, che significa Luce. Ai Piedi di Cristo crocifisso, c’è una Croce di Gerusalemme.

L’Opera è dedicata alla Luce di Cristo, poichè è ciò che ho maggiormente sentito durante la mia “Epifania”.

Crocifisso bianco e oro con scritta ebraica

Materiali recuperati e significato dell’opera

Come sempre ho utilizzato legno di recupero, trattato, restaurato e poi scolpito. A parte rarissimi casi, adopero sempre materiali di scarto, odio fare violenza, come detto prima, alla Natura.

Il legno usato è un racconta storie: chissà prima di arrivare a me dove ha viaggiato, a cosa è servito e chissà se gli altri lo hanno visto come materia creativa o solo come un oggetto usa e getta.

Ho recuperato del legno di scarto, perchè odio tagliare alberi, l’ho trattato, restaurato e scolpito. Avevo già l’“Epifania” di doverlo fare luminoso, quindi, anziché tenerlo grezzo, l’ho colorato con smalto bianco lucido e acrilico opaco oro.

Due colori, che con la Luce divina hanno molta affinità, oltre a un’armonia cromatica non indifferente. Una volta terminato, sotto ai piedi di Cristo ho inserito la Croce di Gerusalemme e sulla Sua testa contornata da una Corona di Spine che sembra anche un’Aureola.

Ho concluso inserendo la parola ebraica “אור” sopra Gesù. Particolari solo nella grandezza fisica, perchè in realtà il loro significato è molto importante.

La processione del Crocifisso di Luce

Ho sentito Dio dirmi (chiamiamola Epifania), verso metà Dicembre 2024, di “realizzare un Crocifisso a mia grandezza e successivamente portarlo a spalla alla Chiesa di Santo Stefano.

Da Chiesina di Ponte di Serravalle, fino a Serravalle Pistoiese“, dove sorge dal 1200, la chiesa menzionata. Così, come sempre ho fatto.

“É stato qualcosa di meraviglioso. La fatica fisica si è trasformata in pura essenza spirituale, regalandomi un trasporto che è impossibile da raccontare“.

Sono stati momenti faticosi fisicamente, anche familiari, considerando il periodo natalizio. Sono partito da solo, ma poco dopo è arrivata mia cognata; poi mia moglie.

Ci siamo incamminati, con gli automobilisti che ci guardavano straniti e questo mi faceva ridere. Ormai siamo arrivati al paradosso che se vedi qualcuno picchiato per strada te ne freghi, ma se vedi una persona con un Crocifisso nel periodo natalizio sembra una cosa fuori dal mondo…

Del resto però, io ciò che mi è stato chiesto, l’ho fatto. Mi ha fatto piacere, ci ha fatto piacere. Vado diritto per la mia strada e continuo a lavorare per un Sereno dialogo fra tutte le forze guerra. Pace.

Il Crocifisso come invito al dialogo

Vorrei parlare di “dialogo”. Hai notato com’è diventata la società oggi? Passi per strada, qualcuno accoltella qualcun altro, e a parte rarissimi casi, le persone tirano diritto o peggio ancora iniziano a fare i video per i social.

A causa della velocità di comunicazione pensiamo di essere al centro dell’attenzione, pensiamo di essere parte di qualcosa di grande. Invece siamo soli, viviamo con persone a noi vicine con cui non parliamo.

E se parliamo, litighiamo. Siamo dei gusci vuoti in putrefazione, che non portano rispetto per niente e nessuno. “Roba” inutile che io invece vorrei vedere rigermogliare, dialogare, portare rispetto, tornare alla vita vera.

Spero sia un’Opera che faccia pensare alla fratellanza. Il Crocifisso di Luce diventa così un segno rivolto non soltanto alla devozione individuale, ma anche alla responsabilità verso gli altri.

La luce che nasce dal silenzio e dalla contemplazione

Quanto all’ultima fase della pittura di Congdon - quella della Bassa, della nebbia, del monastero, le cui finestre compaiono nei suoi dipinti - la cosa che più mi sconvolge e che sembra sempre presente, è il silenzio.

Perciò, mi sembra che ci sia una continuità: dopo il Crocefisso, questa stagione del silenzio. D’altronde Congdon ha anche scritto: “Cosa ti rivela la nebbia? Rivela l’uomo, l’uomo che soffre, non c’è niente di ciò che Dio ha fatto che non sia strutturato sull’uomo, anche il cielo.

Il mio occhio perfora trapassa il nulla della nebbia come il cielo e lo empie della mia vita”. Però, quando si vedono tutti questi paesaggi, queste nebbie, questa terra, certamente si vedono i solchi, si vedono le arature, si vedono le marcite, certamente si vede che tra cielo e terra non c’è più un confine: ma soprattutto c’è il silenzio, un grande silenzio.

Non un amen apologetico, non un amen trionfale, ma un “sì” a una ricerca di Dio faticosa, ma in cui si arriva anche a dire che, pur nella fragilità dell’uomo, c’è la possibilità di quella che è, ancora una volta, vita e luce.

Una preghiera davanti al Crocifisso “Io sono la luce”

Mi ha spinto in passato e tuttora mi sollecita a interrogarmi. Mi fa meditare sulle ragioni dell’umana esistenza. Mi consola.

Pur se tante domande sono rimaste finora senza risposte, e tali purtroppo sempre resteranno, penso che il mistero e il paradosso della Croce rappresentino uno sprazzo di luce nel buio in cui ci cacciano le contraddizioni e le fragilità della vita.

La luce di Cristo può essere contemplata come una presenza che orienta, consola e richiama alla verità. Davanti al Crocifisso, la preghiera diventa ascolto, memoria, domanda e affidamento.

La fede non si oppone alla ragione ma suppone la ragione, così come “la grazia suppone la natura”[2]Tommaso d’Aquino, S.Th. I, q.2, a.2, ad 1.

Da questa situazione si esce solo con la preghiera, parlando con Dio, prima ancora di parlare di Dio. “Se sei teologo pregherai veramente, e se preghi veramente sarai teologo”, diceva un antico Padre del deserto[6]Evagrio Pontico, De oratione, 60 (PG 79, 1180).

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