La croce sulla quale Gesù fu crocifisso: il Golgota, la Vera Croce e il significato cristiano

La croce sulla quale Gesù fu crocifisso si trovava sul Golgota, chiamato anche Calvario, un’altura situata fuori dalle mura di Gerusalemme. Oggi il luogo è inglobato nella Basilica del Santo Sepolcro, dove la tradizione cristiana identifica la roccia della crocifissione.

La croce non è soltanto lo strumento della morte di Gesù, ma il segno dell’offerta libera della sua vita per la salvezza dell’umanità. La Chiesa insegna che Cristo «morì per i nostri peccati secondo le Scritture» e che la sua morte fu il sacrificio unico e definitivo, attraverso il quale l’uomo viene riconciliato con Dio.

Dove fu crocifisso Gesù

Il luogo della crocifissione era il Golgota, il “luogo del cranio”, chiamato Calvario in latino. Entrambi i nomi indicano il “luogo del cranio”, ossia il monte sul quale venne crocifisso Gesù.

La chiesa del Santo Sepolcro a Gerusalemme è il cuore della cristianità e della Città Santa. Qui avvennero passione, morte e resurrezione di Gesù Cristo. Per questo motivo, oggi come nel passato, la chiesa è una tappa obbligatoria per qualunque pellegrino.

Situata nel Christian Quarter, il quartiere cristiano della città vecchia, la Basilica del Santo Sepolcro di Gerusalemme fu costruita nel IV secolo su richiesta di Sant’Elena, madre dell’Imperatore Costantino, sul luogo identificato dalla tradizione cristiana come il Golgota, il colle della crocifissione di Gesù.

Roccia del Golgota nella Basilica Santo Sepolcro

L’attuale basilica del Santo Sepolcro custodisce e protegge i più importanti luoghi santi legati al mistero della nostra redenzione e più precisamente i luoghi legati alla crocifissione, alla morte e sepoltura di Gesù Cristo e alla sua risurrezione.

Oltre al luogo fisico che racchiude la tomba vuota di Cristo, il Calvario dove fu crocifisso, la pietra dell’unzione dove fu deposto e il luogo dell’incontro con Maria Maddalena dopo la risurrezione, la tradizione cristiana ha arricchito la basilica con i ricordi di una storia lunga 2000 anni.

La cava che divenne il Golgota

Nei secoli VII-I a.C. quest’area era una vasta cava situata all’esterno delle mura di Gerusalemme. Gli scalpellini dell’epoca cercavano la pietra malaky, pregiato per la sua durezza, ma proprio in corrispondenza dell’attuale Calvario trovarono una roccia di qualità inferiore, friabile e venata.

Questo sperone fu dunque risparmiato dal taglio e abbandonato, rimanendo come un’altura isolata. Con il passare dei secoli, le buche provocate dalle attività estrattive si riempirono di detriti e terra, trasformando la zona in una necropoli suburbana intervallata da piccoli appezzamenti agricoli.

Questo spiega perfettamente la descrizione dell’evangelista Giovanni: «Nel luogo dove era stato crocifisso, vi era un giardino».

Il Golgota era quindi già all’origine “diviso in varie proprietà: una che poteva appartenere al governo, dove poteva fare anche le crocifissioni; una ad un giardiniere o ortolano ed una dove Giuseppe di Arimatea poteva essere padrone”.

Perché il Golgota era adatto alle esecuzioni

Il luogo della crocifissione era perciò un piedistallo naturale perfetto per le esecuzioni romane, che richiedevano luoghi visibili e vicini alle vie di transito per svolgere una funzione di deterrenza.

La sensibilità giudaica, inoltre, voleva che ciò avvenisse fuori dal perimetro delle mura cittadine, in analogia alla prassi della lapidazione da eseguire all’esterno dell’accampamento sia per i bestemmiatori sia per i violatori del sabato.

Lo stesso autore della Lettera agli Ebrei, in una interpretazione sacrificale della morte di Gesù, annota che “i corpi degli animali, il cui sangue viene portato nel santuario dal sommo sacerdote per l’espiazione, vengono bruciati fuori dell’accampamento. Perciò anche Gesù, per santificare il popolo con il proprio sangue, subì la passione fuori della porta della città”.

Il processo e la condanna di Gesù

Gesù venne trascinato davanti al tribunale del Sinedrio con l’accusa di “bestemmia” o “blasfemia”. Infatti, come apprendiamo dai Vangeli, egli aveva trascorso gli ultimi anni girovagando e predicando la proclamazione del Regno di Dio.

Non solo. Gesù sosteneva di essere il Figlio di Dio, e, come tale, di essere stato mandato per giudicare gli uomini.

Le autorità religiose di Gerusalemme non sono state unanimi nella condotta da tenere nei riguardi di Gesù. I farisei hanno minacciato di scomunica coloro che lo avrebbero seguito.

Il Sinedrio, avendo dichiarato Gesù reo di morte in quanto bestemmiatore, ma avendo perduto il diritto di mettere a morte, consegna Gesù ai Romani accusandolo di rivolta politica.

La Giudea, dove Gesù viveva, era dominata dai romani, e solo all’Impero romano spettava decidere chi dovesse morire o meno. Le autorità religiose ebraiche dovevano convincere il governatore romano dell’estremo pericolo rappresentato da Gesù, in modo che anche lui convalidasse la condanna.

Ponzio Pilato, messo alle strette dal fanatismo dei sacerdoti, accuserà Gesù per il suo proclamarsi Messia Re, mettendo in dubbio l’autorità legittima di Roma su quelle terre.

Il titulus crucis

Questa è l’accusa con cui Gesù verrà mandato a morire, questo il titulus crucis, il cartello che veniva posto sulla croce per indicare la motivazione della condanna: Gesù Nazareno Re dei Giudei.

Nel caso di Nostro Signore, “Gesù di Nazareth, Re dei Giudei”, secondo San Giovanni nel suo Vangelo.

Alcuni sostengono che ciò che è rilevante per identificare la croce di Gesù sarebbe il titolo, “titulus”, del crimine del giustiziato che è stato posto sul suo capo, una volta crocifisso.

Chi fu responsabile della morte di Gesù

Tenendo conto della complessità storica del processo a Gesù espressa nei racconti evangelici, e qualunque possa essere stato il peccato personale dei protagonisti del processo, Dio solo conosce, non si può attribuirne la responsabilità all’insieme degli Ebrei di Gerusalemme, malgrado le grida di una folla manipolata.

Gli Ebrei non devono essere presentati né come rigettati da Dio, né come maledetti, come se ciò scaturisse dalla Sacra Scrittura.

La Chiesa, nel magistero della sua fede e nella testimonianza dei suoi santi, non ha mai dimenticato che «ogni singolo peccatore è realmente causa e strumento delle sofferenze» del divino Redentore.

Tenendo conto del fatto che i nostri peccati offendono Cristo stesso, la Chiesa non esita ad imputare ai cristiani la responsabilità più grave nel supplizio di Gesù, responsabilità che troppo spesso essi hanno fatto ricadere unicamente sugli Ebrei.

Il significato della morte sulla croce

La morte violenta di Gesù non è stata frutto del caso in un concorso sfavorevole di circostanze. Essa appartiene al mistero del disegno di Dio.

Questo linguaggio biblico non significa che quelli che hanno consegnato Gesù siano stati solo esecutori passivi di una vicenda scritta in precedenza da Dio.

Dio ha permesso gli atti derivati dal loro accecamento al fine di compiere il suo disegno di salvezza.

Questo disegno divino di salvezza attraverso la messa a morte del «Servo Giusto» era stato anticipatamente annunziato nelle Scritture come un mistero di redenzione universale, cioè di riscatto che libera gli uomini dalla schiavitù del peccato.

San Paolo professa, in una confessione di fede che egli dice di avere «ricevuto», che «Cristo morì per i nostri peccati secondo le Scritture».

La croce come offerta libera di Gesù

Dal primo istante della sua incarnazione, il Figlio abbraccia nella sua missione redentrice il disegno divino di salvezza: «Mio cibo è fare la volontà di colui che mi ha mandato e compiere la sua opera».

Il sacrificio di Gesù «per i peccati di tutto il mondo» è l’espressione della sua comunione d’amore con il Padre: «Il Padre mi ama perché io offro la mia vita».

Questo desiderio di abbracciare il disegno di amore redentore del Padre suo anima tutta la vita di Gesù perché la sua passione redentrice è la ragion d’essere della sua incarnazione.

Accogliendo nel suo cuore umano l’amore del Padre per gli uomini, Gesù «li amò sino alla fine», «perché nessuno ha un amore più grande di questo: dare la propria vita per i propri amici».

Infatti, egli ha liberamente accettato la sua passione e la sua morte per amore del Padre suo e degli uomini che il Padre vuole salvare: «Nessuno mi toglie la vita, ma la offro da me stesso».

La croce e l’Agnello di Dio

Dopo aver accettato di dargli il battesimo tra i peccatori, Giovanni Battista ha visto e mostrato in Gesù l’Agnello di Dio, che toglie il peccato del mondo.

Egli manifesta così che Gesù è insieme il Servo sofferente che si lascia condurre in silenzio al macello e porta il peccato delle moltitudini e l’Agnello pasquale simbolo della redenzione di Israele al tempo della prima pasqua.

Tutta la vita di Cristo esprime la sua missione: servire e dare la propria vita in riscatto per molti.

La morte di Cristo è contemporaneamente il sacrificio pasquale che compie la redenzione definitiva degli uomini per mezzo dell’Agnello che toglie il peccato del mondo e il sacrificio della Nuova Alleanza, che di nuovo mette l’uomo in comunione con Dio riconciliandolo con lui mediante il sangue versato per molti in remissione dei peccati.

Le parole di Gesù sulla croce

Secondo il Vangelo di Luca, appena prima di morire Gesù avrebbe detto: “Padre, nelle tue mani consegno il mio spirito.”

Sempre a Luca è attribuita l’altra frase pronunciata da Gesù morente: “Padre, perdonali, perché non sanno quello che fanno”, sebbene non tutte le fonti documentali la confermino.

Secondo il Vangelo di Giovanni, invece, la frase pronunciata da Gesù crocifisso prima di spirare sarebbe stata: “Tutto è compiuto!”.

  • “Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?”
  • “In verità io ti dico: oggi con me sarai nel paradiso”.
  • “Donna, ecco tuo figlio!”; “Ecco tua madre!”.
  • “Ho sete”.

Al di là delle differenze tra le diverse stesure evangeliche, tutte le parole di Gesù in croce sono ricche di significati profetici, che costituiranno la base stessa di molti aspetti del culto a lui dedicato, successivamente.

Ogni singola parola lascia intendere il profondo amore che animava il Cristo perfino in quel momento di sofferenza assoluta, perfino quando Egli dubita che Dio, suo Padre, lo abbia abbandonato.

Eppure, anche allora, non una parola di biasimo per i suoi aguzzini, non una condanna per gli uomini che lo stanno uccidendo.

La roccia del Calvario nella basilica

Attualmente il Calvario è, per così dire, una cappella laterale sopraelevata all’interno della basilica. La montagnola originaria è inglobata.

Gli architetti di Costantino lavorarono infatti, a partire dal 326 d.C., per isolare il Sepolcro e il luogo della Crocifissione, spianando l’intera area ed eliminando i riempimenti artificiali e i templi pagani preesistenti voluti dall’imperatore Adriano.

Lo sperone del Golgota fu “scolpito” e regolarizzato: la roccia circostante fu rimossa, lasciando solo il monolite centrale.

Oggi, salendo i ripidi gradini che portano alla cappella, si cammina su quella stessa roccia che vide il Cristo dare la vita per noi.

Difficile rendersene conto, ma una collina alta cinque metri è inglobata nel Santo Sepolcro. La roccia viva del calvario si può ancora toccare inserendo la mano in un’apertura sotto l’altare greco ortodosso della Crocifissione.

Secondo la tradizione, in questo punto fu eretta la croce.

La fenditura nella roccia e la tradizione di Adamo

Protetta da teche di vetro, la pietra mostra una profonda fenditura. Non è solo un dato geologico: per la tradizione, è la memoria del terremoto descritto dai Vangeli, il segno fisico di una frattura che separa il vecchio mondo dalla nuova creazione.

La fenditura osservata al piano superiore prosegue fin qui, svelando il cuore della roccia.

Secondo una tradizione antichissima, il cranio del primo uomo, Adamo, era sepolto proprio sotto il luogo della crocifissione del “Nuovo Adamo”.

Il significato è potente: il sangue di Cristo, colando attraverso la spaccatura della terra, raggiunge le spoglie del capostipite dell’umanità, lavando il peccato del Progenitore nel momento stesso del sacrificio sulla croce.

È su questa narrazione che si fonda anche l’iconografia che raffigura spesso il Crocifisso con ai piedi un teschio, che rappresenta Adamo.

Lo stesso nome “Golgota”, cioè “luogo del cranio”, potrebbe aver indirizzato verso questa lettura.

Adriano e la conservazione involontaria del luogo

Dopo la soppressione della rivolta di Bar Kochba nel 135 d.C., egli decise di cancellare ogni traccia di identità giudaica e cristiana da Gerusalemme, rifondandola come Aelia Capitolina.

Per profanare i luoghi santi, Adriano fece costruire una vasta terrazza artificiale sopra il Golgota e il Sepolcro, erigendo sopra il secondo un tempio dedicato a Giove e sopra il primo una statua di Afrodite.

Tuttavia, da un punto di vista archeologico, coprendo il sito con tonnellate di materiale di riempimento e sigillandolo con un santuario pagano, l’imperatore preservò involontariamente la conformazione originale dei luoghi.

Questo contribuì a proteggerli dall’erosione e garantì che, due secoli dopo, l’imperatrice Elena e il vescovo di Gerusalemme Macario potessero identificarli.

Costantino e la prima monumentalizzazione del Calvario

Il primo grande edificio eretto per volontà di Costantino fu la basilica del Martirio, consacrata il 13 settembre 335.

Non dobbiamo immaginarla come l’attuale struttura crociata, ma come un’immensa aula a cinque navate, il cui orientamento era rivolto a ovest, verso il Calvario.

In questa fase, il Golgota rimaneva all’aperto, in un cortile porticato che fungeva da cerniera tra la basilica del Martirio e l’Anastasis.

Il Calvario era ancora uno sperone a cielo aperto, decorato solo da una grande croce gemmata.

Questa configurazione rimase intatta per quasi tre secoli, finché l’invasione persiana del 614 e il successivo incendio non segnarono l’inizio di una lunga serie di distruzioni e ricostruzioni.

Restauro del SANTO SEPOLCRO a Gerusalemme

Il ritrovamento della Vera Croce

La Vera Cruz, “vera croce”, è la croce sulla quale, secondo la tradizione, fu crocifisso Gesù Cristo.

Elena giunse a Gerusalemme nel 326 d.C. allo scopo preciso di recuperare il più importante Luogo Santo e alla ricerca della reliquia più preziosa: la croce sulla quale morì Gesù Cristo.

Nelle viscere della basilica, scendendo ancora più in basso rispetto alla roccia del Calvario, si raggiunge la Cappella di Sant’Elena e, infine, la grotta del Ritrovamento della Vera Croce, situata in una delle parti più antiche della cava.

La “leggenda” del ritrovamento delle tre croci è riportata in una duplice tradizione: Rufino di Aquileia narra di una nobildonna gravemente malata che guarisce al contatto con la Vera Croce; Socrate Scolastico e Sozomeno narrano che il vescovo Macario fa mettere a contatto con le tre croci un cadavere, che, toccando la reliquia autentica, ritorna in vita.

Sono state trovate tre croci: quella di Gesù e quella dei due ladroni.

Poiché era impossibile sapere quale delle tre croci fosse quella di Gesù, la leggenda narra che Elena fece portare un malato che, a contatto con la croce di Gesta, peggiorò di salute, e quando fu toccato con la croce di Dimas rimase come all’inizio; ma quando fu toccato da quella di Gesù, guarì completamente.

Questo ritrovamento viene celebrato il giorno dell’Invenzione della Santa Croce, il 3 maggio.

Le testimonianze antiche sulla Vera Croce

Già nel 160 d.C. il vescovo Melitone di Sardi scrive: “è al centro della piazza e della città, in pieno giorno e alla vista di tutti, che ebbe luogo l’ingiusta uccisione del Giusto. Così egli è innalzato sul legno e un titolo viene applicato per indicare chi è l’ucciso”.

Abbiamo diverse testimonianze dirette di incontri con la Vera Croce, come la visita di Egeria la spagnola nel 383 d.C. al Santo Sepolcro.

O quella di Socrate Scolastico nel V secolo, che descrisse la reliquia come “una tavoletta con diversi simboli scritti da Pilato, in cui si dice che Cristo, re dei Giudei, è stato crocifisso”.

Anche Somozene di Gaza conosceva alcuni degli operai che hanno scoperto le croci sul Gogotha, e testimonia dei titoli scritti in ebraico, latino e greco.

Il valore storico delle reliquie

Esistono prove che confermano l’esistenza storica di Gesù di Nazareth. Diverso è il discorso per gli oggetti che usava e che sono arrivati fino ai giorni nostri, la cui autenticità nella stragrande maggioranza dei casi può essere certificata solo dalla tradizione che accompagna la pietà.

La Vera Croce è quindi una reliquia venerata dalla tradizione cristiana, ma l’autenticità dei singoli frammenti non può essere verificata con certezza nella maggior parte dei casi.

In ogni caso, questi dati non sembrano decisivi per determinare l’autenticità della reliquia.

C’è un test che non è stato possibile effettuare a causa delle dimensioni ridotte dei campioni di reliquie: l’analisi dendrologica del legno.

Tuttavia, l’esame paleografico potrebbe essere effettuato per esaminare la grafia e determinare l’epoca e il luogo della scrittura sulla base della calligrafia.

Per quanto riguarda il “titulus”, l’abbreviazione del nome di Gesù nelle tre lingue, ebraico, greco e latino, è in linea con la prassi dell’epoca.

Per quanto riguarda la modalità di scrittura ebraica, essa è coerente con l’uso, nel I secolo d.C., di lettere oblique con code lunghe.

I paleografi ebrei specializzati concludono che le lettere del “titulus” sono tipiche del I secolo.

La dispersione dei frammenti della Vera Croce

La dispersione delle reliquie in diverse chiese di vari Paesi è documentata, a partire dalla divisione delle reliquie trovate sulla Vera Croce da Sant’Elena.

Padri della Chiesa come San Gregorio di Nissa e San Giovanni Crisostomo hanno scritto che alcuni cristiani portavano al collo frammenti della Croce in reliquiari d’oro.

In molte chiese del mondo sono presenti frammenti della Vera Croce, anche se in molti casi non è possibile verificarne l’autenticità, in quanto non si sa se corrispondano a quella ritrovata da Sant’Elena o comunque a quella su cui morì Gesù Cristo.

La documentata divisione della reliquia in 19 parti da parte del patriarca Sofronio I nel 638 disperse i frammenti in varie città per evitare che i musulmani le distruggessero.

Tra le città in cui furono portati diversi esemplari della reliquia spiccava Venezia, dove ancora oggi la Basilica di San Marco ospita uno dei pezzi più grandi della Vera Croce.

Altri frammenti, anch’essi ritenuti da molti autentici, si trovano nel monastero di Santo Toribio de Liébana in Cantabria, a Caravaca de la Cruz in Spagna, a Caspe, Saragozza, in Spagna, oltre che a Parigi.

Le norme sull’autenticità delle reliquie

Storicamente ci sono state molte contraffazioni e riproduzioni delle reliquie di Vera Cruz, al punto che la Chiesa ha imposto regole severe per determinarne l’autenticità ed evitarne il più possibile il traffico e la contraffazione.

Il quarto Concilio Lateranense del 1215 proibì il trasferimento delle reliquie, vietandone la compravendita sotto pena di scomunica.

D’altro canto, si è speculato sul volume della croce di Cristo che potrebbe essere stato conservato, e abbiamo lo studio del 1870 di Charles Rohault de Fleury che ha concluso che la somma di tutte le reliquie esistenti ammontava a un terzo di una croce alta tre metri.

In molte chiese del mondo sono presenti frammenti della Vera Croce, anche se in molti casi non è possibile verificarne l’autenticità.

La croce come simbolo cristiano

La figura di Gesù in croce rappresenta per ogni cristiano il simbolo d’amore per eccellenza, l’incarnazione della propria missione di fede e di vita.

Non è facile spiegare questa contraddizione, poiché essa appartiene alla chiesa fin dalle sue origini. Può sembrare un paradosso che i cristiani abbiano fatto della croce, lo strumento utilizzato per uccidere Gesù, il Salvatore, inviato nel mondo da Dio Padre, il loro simbolo principale.

Ancora più sorprendente come, al di là della simbologia potente della croce vuota, la figura di Cristo in croce, la raffigurazione più o meno realistica di Gesù crocifisso, sia diventata nei secoli un ancor più potente emblema di fede.

È di un uomo torturato, che stiamo parlando, un uomo picchiato, spogliato di ogni dignità, deriso da coloro i quali era venuto a salvare, e infine ucciso in un modo barbaro, orribile.

Eppure chi crede in Lui, non può fare a meno di guardare alla raffigurazione della Sua agonia senza provare un impeto d’amore.

Perché è esattamente questo che la figura di Gesù in croce simboleggia: un misericordioso, gratuito, immenso atto d’amore.

Nella figura di Gesù in croce c’è tutto l’immenso amore di Dio per l’umanità e il ricordo della speranza della Resurrezione.

Le prime rappresentazioni di Cristo crocifisso

I primi cristiani non raffiguravano Cristo crocifisso. Per sfuggire alle persecuzioni dovevano ricorrere a simboli che ricordavano la figura di una croce su cui fosse assiso un uomo, come le lettere greche tau e rho, oppure simboli presi dalla mitologia o da altre religioni, come il delfino e il tridente.

Successivamente al riconoscimento della religione cristiana, tuttavia, le rappresentazioni di Cristo crocifisso iniziarono subito a diffondersi.

Alcune, molto antiche, sono giunte fino a noi, come la gemma di diaspro probabilmente di origine siriana, risalente al II secolo d.C., incisa con la figura di un uomo nudo con le braccia legate al braccio traverso di una croce, o la scatola d’avorio custodita al British Museum di Londra che risale al 420-430 d.C. e raffigura la crocifissione.

L’evoluzione delle forme d’arte, così come della chiesa, con le sue vicissitudini, portarono a una distinzione dell’iconografia del crocifisso che continuò a mutare nel tempo.

Ancora oggi, tuttavia, l’immagine di Cristo in croce è oggetto di rappresentazioni pittoriche e artistiche di ogni tipo, dalle icone russe e greche, tipiche della Chiesa d’Oriente, alle statue e bassorilievi.

Il Golgota come testimonianza della salvezza

Il Golgota, nonostante le mutilazioni subite nei secoli, dall’odio del califfo Al-Hakim nel 1009 all’incendio devastante del 1808, è rimasto uno dei due punti focali della basilica.

Il valore del Golgota non risiede nella sua estetica, ma nella sua testimonianza.

Esso ci ricorda che la salvezza non è un’idea astratta, ma un evento accaduto in un tempo e in un luogo preciso.

È lì che Gesù ha manifestato l’amore più grande nel dare la vita per un’umanità peccatrice.

Il pellegrino, giungendo qui, dovrebbe semplicemente poter fare l’esperienza dell’apostolo Paolo e dire con lui: “Il Figlio di Dio mi ha amato, e ha dato se stesso per me”.

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