Suor Dorotea di Gubbio è madre Dorotea Mangiapane, religiosa della congregazione delle Suore domenicane missionarie di San Sisto e figura indissolubilmente legata alla storia e all’identità della Casa Famiglia Santa Lucia. Nominata responsabile nel 1981, ha trasformato una realtà complessa e fragile in un luogo di accoglienza, cura e speranza per minori e ragazze madri.
Grazie al suo impegno, alla collaborazione con le istituzioni e alle reti educative e sociali del territorio, Santa Lucia è divenuta nel 1990 Casa Famiglia riconosciuta a livello regionale, ampliando nel tempo anche i servizi educativi per l’infanzia. La sua vicenda personale si inserisce nella storia quasi centenaria di un’istituzione nata per accogliere persone rimaste senza famiglia e divenuta, nel tempo, un punto di riferimento per l’intera comunità di Gubbio.
Chi è suor Dorotea Mangiapane
Madre Dorotea Mangiapane ha compiuto 90 anni, che vengono festeggiati sabato 24 gennaio alle 16 con una celebrazione eucaristica presieduta da padre Marco Bellachioma, guardiano del convento francescano di Gubbio, nella chiesa della Casa Famiglia Santa Lucia. Religiosa della congregazione delle Suore domenicane missionarie di San Sisto, madre Dorotea è legata in modo indissolubile alla storia e all’identità della Casa Famiglia Santa Lucia.
Nominata responsabile nel 1981, ha saputo trasformare una realtà complessa e fragile in un luogo di accoglienza, cura e speranza per minori e ragazze madri, affrontando difficoltà strutturali, emergenze sociali e le ferite lasciate dai terremoti, sempre con tenacia, visione e profondo senso evangelico.
Una vita spesa nel silenzio operoso, riconosciuta anche da importanti onorificenze civili ed ecclesiali, e oggi consegnata con fiducia alle nuove generazioni: dal 2022 la responsabilità della Casa Famiglia è affidata a suor Maria Teresita Caal Caal, che per anni ha camminato accanto a madre Dorotea, raccogliendone lo spirito e gli ideali.
La Casa Famiglia Santa Lucia
L’operato della religiosa è legato alla Casa Famiglia Santa Lucia della quale è stata responsabile per lungo tempo. Grande festa per i 90 anni di madre Dorotea Mangiapane, religiosa della congregazione delle Suore domenicane missionarie di San Sisto e legata in modo indissolubile alla storia e all'identità della Casa Famiglia Santa Lucia.
Santa Lucia è diventata un luogo di accoglienza per minori in difficoltà e ragazze madri e ospita anche una scuola paritaria. Nel corso degli anni la struttura ha ampliato i servizi educativi per l’infanzia, mantenendo al centro la cura delle persone più fragili.
Le suore, madre Dorotea e la comunità tutta della Casa Famiglia Santa Lucia, hanno rivolto un sentito ringraziamento a quanti, con la propria affettuosa presenza e i gentili pensieri e auguri, hanno partecipato ai festeggiamenti.
Dall’orfanotrofio alla Casa Famiglia
La sala trecentesca del Comune di Gubbio ha ospitato la presentazione del volume “Santa Lucia: la sua storia, il suo servizio agli ultimi” scritto da Paolo Salciarini, alla presenza delle autorità civili, militari e religiose e di tutta la cittadinanza. Come moderatori e “Ciceroni” dell’opera sono stati scelti i giornalisti eugubini Daniele Morini e Massimo Boccucci.
Il sindaco Filippo Stirati ha salutato la presentazione con queste toccanti parole “Il monastero di Santa Lucia ha rappresentato e tuttora rappresenta un punto di riferimento per tutta la nostra comunità. Sono pertanto grato a Salciarini per il suo lavoro documentale che ha toccato la storia di questo luogo fin da quando era orfanotrofio ai tempi della Grande Guerra, di cui sono ancora in corso le celebrazioni, fino alla sua trasformazione nella attuale Casa Famiglia.
Vorrei rimarcare anche che tutto ciò è stato possibile grazie alla proficua relazione che Madre Dorotea ha saputo costruire con le varie istituzioni. Vorrei aggiungere in chiusura un mio personale ricordo di questo luogo: mia madre visse lì per circa 12 anni negli anni venti . Conservo quindi molti ricordi personali della mia infanzia legati a questo luogo e per questo sono grato a Salciarini non solo come sindaco ma anche a livello personale“.
Il Vescovo di Gubbio Monsignor Mario Ceccobelli ha ringraziato l’autore del libro “per tutte le belle cose scritte sulla nostra città. Gubbio è piena di opere d’arte e Paolo è innamorato della sua città. Santa Lucia è un’eccellenza di Gubbio; ha dato una famiglia a chi famiglia non aveva più“.

Il servizio agli ultimi
L’ultimo intervento è stato quello del direttore Giancarlo Sollevanti, che ha collaborato alla stesura del libro, e che riassume chiaramente la storia di Santa Lucia: “Questa è una storia di tante sofferenze, che parte da lontano ed è quasi centenaria. E’ una storia in cui queste sofferenze si contrappongono all’impegno di tante persone che si sono fatte carico di accogliere, di amare, di farsi Famiglia per coloro che non avevano nulla o avevano perso tutto“.
La Casa Famiglia Santa Lucia rappresenta quindi la continuità tra la precedente esperienza dell’orfanotrofio e una forma più ampia di accoglienza educativa e familiare. La sua storia è fatta di sofferenze, ma anche dell’impegno di tante persone che hanno scelto di accogliere, amare e diventare famiglia per chi non aveva più una famiglia o aveva perso tutto.
Il sindaco di Gubbio ha sottolineato il valore della relazione costruita da madre Dorotea con le istituzioni. La collaborazione con le realtà civili, religiose, educative e sociali del territorio ha permesso alla Casa Famiglia di consolidarsi e di affrontare le emergenze nel corso del tempo.
Le parole di madre Dorotea
Non poteva naturalmente mancare Madre Dorotea Mangiapane, che ha ringraziato “quanti lavorano con noi. I bambini sono gli occhi di Dio e ciascuno di noi è adulto nella maniera in cui ci è stato concesso di essere bambini“.
La frase riassume il modo in cui madre Dorotea ha interpretato il servizio educativo e religioso: i bambini sono considerati persone da proteggere, accompagnare e aiutare a crescere, mentre l’adulto è chiamato a riconoscere la propria storia e la responsabilità ricevuta.
“Un vivissimo ringraziamento va al nostro sindaco Vittorio Fiorucci - hanno scritto - per la splendida pianta di ulivo e per le sue parole, che ci hanno particolarmente onorati”.
La ricostruzione storica di Santa Lucia
Questa pubblicazione - ha esordito Paolo Salciarini - è nata quasi per caso, come molte delle mini guide delle chiese che scrivo per hobby. L’occasione è arrivata quando, per via della chiusura di Santa Croce per la Settimana Santa, dovemmo chiedere come Confraternita ospitalità alle suore di Santa Lucia per la celebrazione delle quarant’ore.
Stando li mi misi ad osservare le opere d’arte del monastero e chiesi alla Madre il permesso di scattare qualche fotografia. Poi però l’appetito vien mangiando e sentii come irrefrenabile la necessità di indagare la storia del monastero come luogo di servizio per gli ultimi.
Ho iniziato quindi a cercare fotografie degli anni venti in cui c’erano gli orfani, presso gli archivi del monastero, della Società Operaia di Mutuo Soccorso, del museo diocesano e della Biblioteca Sperelliana. Ho trovato delle foto molto particolari: una che rappresentava la fanfara degli orfani che era la seconda Banda musicale più importante della città; la seconda in cui ho ritrovato mio padre all’età di otto anni.
In questo volume ho voluto ricordare anche la figura per me importante a livello storico della Signorina Lucia Smacchi, grande benefattrice di Gubbio nel post Grande Guerra. Fu proprio lei a donare lo stabile dove vive ora la Casa Famiglia.
La vocazione e la presenza a Gubbio
Le telecamere di Rai Uno sono di nuovo a Gubbio, oggi per registrare una puntata di “A Sua immagine”. La popolare trasmissione del primo canale, infatti, racconterà la storia della casa-famiglia “Santa Lucia”.
La popolare trasmissione del primo canale, infatti, racconterà la storia della casa-famiglia “Santa Lucia”, la struttura eugubina che accoglie minori in difficoltà, ragazze-madri e che ospita anche una scuola paritaria.
Attraverso la storia di Giuseppina Mangiapane, che a Gubbio tutti conoscono come Madre Dorotea, la puntata di “A Sua immagine” avrà modo di parlare della Giornata della vita consacrata, che la Chiesa italiana celebra quest’anno sabato 2 febbraio, nella giornata che sul calendario liturgico ricorda la presentazione di Gesù al tempio.
Sarà la vocazione di questa suora siciliana, nativa di un paesino non lontano da Palermo, il filo conduttore della trasmissione, diretta dalla regista Gaia Valeria Rosa e realizzata con la collaborazione del giornalista e autore televisivo Daniele Morini.
La storia di Madre Dorotea e della casa-famiglia “Santa Lucia” si incrocerà anche con la fiction. Ma ci saranno anche molte testimonianze dei tanti eugubini che collaborano in vario modo con le Suore domenicane di Santa Lucia.
Il significato del nome Dorotea
Un DONO DI DIO: è questo il significato del nome della giovane vissuta nel III secolo in Cappadocia e condannata a morte per la sua fede in Gesù Cristo.
Dorotea è stata un DONO DI DIO per Crista e Callista, due amiche che le erano state poste accanto durante la prigionia per convincerla a rinnegare la propria fede, come esse già avevano fatto. Con la sua amicizia, la preghiera, l’esempio, Dorotea mostra loro la bellezza di un’esistenza consegnata a Dio, l’unico che può donare una vita che ha il sapore e il profumo dell’Eterno.
Crista e Callista, colpite e convinte dalla fedeltà di Dorotea, si convertiranno nuovamente al cristianesimo, condividendo con l’amica il martirio. Dorotea è stata un DONO DI DIO per Teofilo, giovane avvocato che assisteva ai processi fatti ai cristiani dal governatore Sapricio, e il cui nome porta in sé quell’identità profonda che scoprirà proprio grazie a Dorotea: essere amico di Dio.
Il racconto narra che durante il processo Dorotea rispondeva con semplicità alle domande del governatore, senza paura di essere condannata a morte, consapevole che questa l’avrebbe portata da Colui che amava e che la aspettava in paradiso, Gesù Cristo.
Il martirio di santa Dorotea
Teofilo cercò in tutti i modi di distoglierla dalla propria convinzione, ma Dorotea rispose: “In paradiso i boschi sono eternamente verdi, luccicano tra le foglie mele splendenti come oro e nella palude fioriscono gigli bianchi come l’argento. In paradiso zampillano limpide sorgenti, sulle colline l’erba è sempre fresca e la rosa del prato non avvizzisce mai”.
Udite queste parole, Sapricio condannò immediatamente Dorotea alla decapitazione e, mentre la giovane veniva condotta via dalle guardie, Teofilo la provocò strappandole una promessa: “O giovane fanciulla cristiana, mandami mele e rose dal tuo paradiso!”.
Mentre il giovane avvocato era in festa con i suoi amici, raccontò dell’incontro avuto con Dorotea. Tutti scoppiarono a ridere, ma la risata fu troncata quando apparve un bambino dall’aspetto angelico, con un cestino in mano.
“Te le manda Dorotea, che è arrivata ora in paradiso!”, disse a Teofilo. Erano tre rose e tre mele di una qualità e bellezza tali che non se ne erano mai viste prima.
Colpito dal dono di Dorotea, Teofilo si convertì e iniziò a proclamare apertamente la fede cristiana: anche lui fu condannato a morte.
Oggi Dorotea è UN DONO DI DIO per noi che ne festeggiamo la memoria e affidiamo alla sua protezione l’Opera omonima.
Memoria liturgica e fonti del racconto
Il racconto della vita di Dorotea lo troviamo negli Acta Sanctorum, Februarii, Die VI, I, Venezia 1753, pp. 771-776; nella “Passio Sanctae Dorotheæ” del secolo decimo, conservata nella Biblioteca Nazionale di Parigi.
La memoria liturgica è celebrata il 6 febbraio.
Le Suore domenicane di San Sisto
Madre Dorotea appartiene alla congregazione delle Suore domenicane missionarie di San Sisto. La storia della congregazione è legata alla vocazione e all’opera di suor Maria Antonia Lalìa, fondatrice delle Suore Domenicane dette di San Sisto dal convento in cui iniziò la sua opera.
Suor Maria Antonia Lalìa nacque a Misilmeri (Palermo) il 20 maggio 1839. Il giorno seguente venne battezzata e ricevette il nome di Rachele.
Sette anni più tardi, il 15 maggio 1846, fu cresimata dal cardinale Ferdinando Pignatelli, arcivescovo di Palermo. Suo padre, Vincenzo Lalìa, era un magistrato onesto e stimato, che per ragioni del su lavoro dovette spostarsi più volte da una città all'altra durante la fanciullezza di Rachele.
Per questa ragione la famiglia risiedeva a Palermo, nel 1854, quando Rachele, fu affidata al Collegio di Maria nel paese natale, collegio gestito da suore domenicane.
In questo ambiente sorse e maturò la vocazione di Rachele alla vita religiosa e, due anni più tardi, nello stesso collegio, vestì l'abito di San Domenico assumendo come nome di religione, quello della sua mamma da poco defunta, Maria Antonia, con l'aggiunta del complemento possessivo «del Sacro Cuore».
Nell'ottobre del 1857, all'età di 18 anni "Suor Maria Antonia del Sacro Cuore", nel collegio di Maria del suo paese, dove era stata educanda, fu ammessa alla professione dei voti con i quali intese consacrare a Dio tutta la sua vita, vestendo l'abito domenicano.
La formazione della fondatrice
A 26 anni, nel 1865, fu eletta all'unanimità, Superiora di quel convento-scuola e lo governò per quasi cinque lustri, rinnovandolo con lo spirito di fervente religiosa e di saggia amministratrice.
In questo periodo si dedicò alla riforma interna della comunità, cercando di riportarla all'osservanza della vita comune prescritta dalla regola di San Domenico.
Erano gli anni del Risorgimento italiano, ed essa, che già nel 1860, da giovane religiosa, aveva affrontato i «garibaldini» (i quali, giunti a Misilmeri, in attesa di procedere alla conquista di Palermo, avevano tentato di requisire il convento per usarlo come caserma), una volta diventata superiora, dovette sostenere dure lotte, specialmente dopo il 1870, per difendere il collegio e le sue scuole contro i soprusi delle autorità governative e locali.
La vocazione missionaria verso la Russia
Ma il suo cuore palpitava anche per popoli lontani, tant'è che nel 1877 sentì il bisogno di pregare per la Russia e scrisse allo Zar Alessandro II perché le concedesse di fondare un collegio di Maria a Pietroburgo per l'educazione cristiana delle bambine russe, nell'intento di aprire nel cuore stesso dell'impero russo una porta per la Chiesa cattolica.
L'ispirazione le era venuta già nel 1863 durante una visione, e da allora seguì e sognò senza tregua la sua vocazione missionaria.
A questa vocazione missionaria in Russia sicuramente pensava con entusiasmo quando nel 1890 fu liberata dall'incarico iniziale di Superiora. Anche la morte del babbo, avvenuta il 30 gennaio 1891, le parve facilitare l'esecuzione di quanto le stava a cuore.
Con l'aiuto morale del padre domenicano Vincenzo Lombardo, suo assistente spirituale, poté finalmente partire dalla Sicilia per Roma, dove giunse ai primi di settembre del 1891: prima tappa, essa pensava, nel cammino verso la Russia.
Ma a Roma si sentì rispondere da padre Alberto Lepidi, reggente del Collegio San Tommaso d'Aquino: « In Russia andranno le tue figlie, non tu. La tua Russia sarà Roma ».
La nascita della congregazione a San Sisto
Evidentemente padre Lepidi ed altri eminenti religiosi domenicani, pensavano che Lei, svolgendo la sua azione in Roma, avesse dovuto e potuto preparare delle religiose missionarie pronte a partire quando fosse scoccata l'ora della Russia.
Ai primi di ottobre dello stesso anno (1891) visitò per la prima volta il desolato convento di San Sisto sull'Appia, fondato da San Domenico di Guzman, e incamerato dallo Stato dopo il 1870.
La chiesa con pochi locali era allora affidata ai domenicani irlandesi di San Clemente, dai quali l'ottenne in veste di custode e restauratrice.
Il 17 gennaio 1893 vi si stabilì con altre due suore venute da Misilmeri, dando così inizio alla sua Congregazione delle Suore Domenicane dette di San Sisto, dal convento in cui Suor Antonia iniziò la sua opera.

Le prime fondazioni
Nel febbraio del 1895 fondò ad Asti la prima casa filiale. Nell'agosto del 1896 inviò le sue suore a Latiano, in Puglia.
Il 17 maggio 1899 ebbe il decreto di approvazione dal cardinale Parecchi, vicario generale della diocesi romana, per la casa di San Sisto, riconosciuta come istituto diocesano.
Nell'ottobre del 1900 fondò un'altra casa a Sassari. Nel maggio del 1901 si recò con alcune suore in Svizzera per dedicarsi all'assistenza dei figli di emigrati italiani a Berna.
Nel giugno dello stesso anno rilevò l'antico monastero di San Mauro Castelverde in Sicilia, e vi assegnò alcune suore per l'assistenza agli infermi e la scuola ai fanciulli.
L'8 novembre 1903 la nuova congregazione delle Domenicane di San Sisto venne riconosciuta dalla curia generalizia domenicana e accolta dall'Ordine.
Nel 1904 la sua ultima fondazione: l'istituto Santa Rosa a Palermo. Nel 1905 vennero approvate dal vicariato le costituzioni della congregazione, dove tra gli scopi era fissato l'apostolato missionario.
| Anno | Avvenimento |
|---|---|
| 1891 | Suor Maria Antonia Lalìa arriva a Roma e visita il convento di San Sisto. |
| 1893 | Si stabilisce a San Sisto con altre due suore e dà inizio alla congregazione. |
| 1895 | Fonda ad Asti la prima casa filiale. |
| 1899 | La casa di San Sisto viene riconosciuta come istituto diocesano. |
| 1903 | La congregazione viene riconosciuta dalla curia generalizia domenicana e accolta dall’Ordine. |
| 1905 | Vengono approvate le costituzioni della congregazione. |
La crisi e gli ultimi anni di suor Maria Antonia
Nel 1907 celebrò il cinquantesimo anno della sua professione religiosa, ma la sua congregazione attraversava a Roma una crisi, che provocò prima un'inchiesta e poi una visita canonica disposta dal vicariato, guidata da Madre Gusmana Romanengo, fondatrice di una comunità di suore domenicane ad Asti.
La visita comincia in dicembre. Madre Lalìa si sente sola. Anche il suo confidente, padre Lombardo, è morto il 4 settembre 1909.
Padre Lepidi, diventato maestro del sacro palazzo, non può intervenire in suo favore, come nemmeno i religiosi del Sant'Uffizio che l'hanno aiutata e protetta.
Il 27 aprile 1910, con decreto del cardinal vicario Respighi, Madre Lalìa viene esonerata dal governo della congregazione e le viene intimato di abbandonare la casa di San Sisto.
Al suo posto è nominata vicaria della congregazione Suor Maria Enrichetta Incannella, dietro suggerimento della Romanengo.
La fondatrice della "Congregazione delle Suore Domenicane di San Sisto", il 10 maggio parte per Ceglie Messapico, dove trascorrerà i suoi ultimi anni di vita.
Nel 1911 fa la conoscenza del servo di Dio canonico Annibale Di Francia, che diventa il suo nuovo padre spirituale e il depositario delle sue memorie e delle sue aspirazioni missionarie ed ecumeniche.
La morte e la memoria della fondatrice
Il 9 aprile 1914, giovedì santo, alle ore 23 Madre Maria Antonia Lalìa spira all'età di anni 75, dopo 57 anni di professione religiosa e muore come semplice suora dell'Ordine da lei fondato.
Le sue spoglie, subito circondate di venerazione, vengono deposte nel cimitero comunale di Ceglie Messapico, dove rimangono fino al 22 luglio 1939, data in cui sono solennemente trasferite a Roma e tumulate nell'aula capitolare di San Sisto Vecchio, da lei tanto amata e riscattata dallo stato di abbandono e di squallore in cui si trovava dopo l'incameramento statale del monastero fondato da San Domenico.
Oggi la venerazione di Suor M. Antonia Lalìa è sempre molto sentita ed è in corso il processo della sua Beatificazione.
In effetti, un secolo dopo, nel 1993 una Missione fu aperta in Russia, a San Pietroburgo, mentre era Madre Generale dell'Ordine Suor M.Sistina Milan.
La continuità dell’opera a Gubbio
La storia di madre Dorotea Mangiapane a Gubbio si colloca nella continuità di questa tradizione domenicana, fondata sulla vita consacrata, sull’educazione e sul servizio alle persone più vulnerabili.
Nel caso della Casa Famiglia Santa Lucia, tale tradizione si è espressa nella cura dei minori, nell’accoglienza delle ragazze madri, nella collaborazione con le istituzioni e nella costruzione di una rete educativa e sociale capace di sostenere la comunità.
Dal 2022 la responsabilità della Casa Famiglia è affidata a suor Maria Teresita Caal Caal, che per anni ha camminato accanto a madre Dorotea, raccogliendone lo spirito e gli ideali.
La trasmissione dell’esperienza alle nuove generazioni non interrompe quindi la storia iniziata da madre Dorotea, ma ne conserva i valori fondamentali: accoglienza, cura, responsabilità educativa, attenzione agli ultimi e fiducia nella possibilità di ricostruire una famiglia attorno a chi l’ha perduta.