Il passerotto beige e marrone racconta la vita di chi attraversa ogni stagione sotto il peso delle preoccupazioni, senza accorgersi che, passo dopo passo, ha già ricevuto aiuto, protezione e nutrimento. La sua storia illumina le parole di Gesù sugli uccelli del cielo: «Guardate gli uccelli del cielo: essi non seminano, non mietono e non mettono il raccolto nei granai… eppure il Padre vostro che è in cielo li nutre!».
Il messaggio non invita a ignorare le responsabilità, i pericoli o i bisogni concreti, ma a non permettere che l’ansia domini l’esistenza. Gesù ci ricorda che il Padre vostro celeste sa che ne avete bisogno e ci invita a cercare anzitutto il regno di Dio e la sua giustizia.
Il passerotto e la successione delle ansie
C’era una volta un passerotto beige e marrone che viveva la sua esistenza come una successione di ansie e di punti interrogativi. Era ancora nell’uovo e si tormentava: “Riuscirò mai a rompere questo guscio così duro? Non cascherò dal nido? I miei genitori provvederanno a nutrirmi?”. Fugò questi timori, ma altri lo assalirono, mentre tremante sul ramo doveva spiccare il primo volo: “Le mie ali mi reggeranno? Se mi dovessi spiaccicare al suolo… Chi mi riporterà quassù?”.
Naturalmente imparò a volare, ma cominciò a pigolare: “Troverò una compagna? Potrò costruire un nido?” Anche questo accadde, ma il passerotto si angosciava: “Le uova saranno protette? Potrebbe cadere un fulmine sull’albero e incenerire tutta la mia famiglia. E se dovesse arrivare un falco a divorare i miei piccoli? Riuscirò a nutrirli?”
Quando i piccoli si dimostrarono belli, sani e vispi e cominciarono a svolazzare qua e là, il passerotto si lagnava: “Troveranno cibo a sufficienza? Sfuggiranno al gatto e agli altri predatori?” Poi, un giorno, sotto l’albero si fermò un maestro. Additò il passerotto ai discepoli e disse: “Guardate gli uccelli del cielo: essi non seminano, non mietono e non mettono il raccolto nei granai… eppure il Padre vostro che è in cielo li nutre!”
Il passerotto beige e marrone improvvisamente si accorse che aveva avuto tutto… E non se n’era mai accorto.

Il Vangelo della Provvidenza
In quel tempo Gesù disse ai suoi discepoli: «Nessuno può servire due padroni, perché o odierà l’uno e amerà l’altro, oppure si affezionerà all’uno e disprezzerà l’altro. Non potete servire Dio e la ricchezza. Perciò io vi dico: non preoccupatevi per la vostra vita, di quello che mangerete o berrete, né per il vostro corpo, di quello che indosserete; la vita non vale forse più del cibo e il corpo più del vestito?».
«Guardate gli uccelli del cielo: non séminano e non mietono, né raccolgono nei granai; eppure il Padre vostro celeste li nutre. Non valete forse più di loro? E chi di voi, per quanto si preoccupi, può allungare anche di poco la propria vita?»
«E per il vestito, perché vi preoccupate? Osservate come crescono i gigli del campo: non faticano e non filano. Eppure io vi dico che neanche Salomone, con tutta la sua gloria, vestiva come uno di loro. Ora, se Dio veste così l’erba del campo, che oggi c’è e domani si getta nel forno, non farà molto di più per voi, gente di poca fede?»
«Non preoccupatevi dunque dicendo: “Che cosa mangeremo? Che cosa berremo? Che cosa indosseremo?”. Di tutte queste cose vanno in cerca i pagani. Il Padre vostro celeste, infatti, sa che ne avete bisogno. Cercate invece, anzitutto, il regno di Dio e la sua giustizia, e tutte queste cose vi saranno date in aggiunta. Non preoccupatevi dunque del domani, perché il domani si preoccuperà di se stesso. A ciascun giorno basta la sua pena».
Una parola rivolta a grandi e piccoli
Qualcuno di voi, dopo l'ascolto del Vangelo di oggi, potrebbe pensare che San Matteo abbia detto delle cose che non riguardano molto voi bambini: si parla infatti di padroni, di ricchezze, di preoccupazione per il cibo, per i vestiti, per il domani. “Tutte cose che interessano gli adulti! Ci sono mamma e papà che pensano a tutto ciò!” direte voi.
Sicuramente al vostro sostentamento ci pensano i vostri genitori, ma vi assicuro che la Parola di Dio è sempre per tutti, per grandi e piccini. Naturalmente, bisogna impegnarci per capire quello che Gesù vuole dire a ciascuno di noi e, per fare questo, dobbiamo sempre metterci in ascolto pensando che Gesù sta parlando proprio a me.
Non servire la ricchezza come un idolo
Il Vangelo inizia dicendo: “Nessuno può servire due padroni perché o odierà l'uno e amerà l'altro, oppure si affezionerà all'uno e disprezzerà l'altro. Non potete servire Dio e la ricchezza”. Vi ricordate il Comandamento che dice: “Amerai il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua mente”?
Ecco, è questo che vuole il Signore: ci vuole tutti per Lui e per questo non ci possono essere compromessi. Se le nostre ricchezze, tutte le cose che possediamo diventano il motivo più importante di vita, il nostro idolo, rischiamo di dimenticarci di Dio.
Voi direte che non avete ricchezze, ma le ricchezze non sono solo i soldi. Ora vorrei che ognuno di voi pensasse a quali sono le sue ricchezze e, per fare questo, proviamo a stare in silenzio per qualche minuto cercando di essere sinceri con noi stessi.
Sono certa che tutti voi avete trovato qualcosa a cui siete attaccati in modo eccessivo, un idolo che, a volte, nel vostro cuore prende il posto di Dio. Anche se siete ancora piccoli, siete chiamati anche voi a scegliere tra Dio e le varie ricchezze che avete scoperto di avere.
E' una scelta impegnativa mettere Dio al primo posto perché questo comporta una vita coerente con gli insegnamenti del Vangelo, ma è l'unica scelta che può dare quella gioia che contagia il mondo. Vogliamo anche noi impegnarci a vivere in modo tale che ci riconoscano cristiani a prima vista?
La preoccupazione per il necessario
Nel Vangelo di oggi Gesù ci dice, inoltre, di non preoccuparci per quello che mangeremo, o berremo, o vestiremo. Certamente il Signore non nega l'importanza del nutrimento, del vestire e di quanto serve alla vita di ogni giorno.
Non vuole certo dirci che dobbiamo digiunare o rimanere nudi, né che dobbiamo aspettare che altri ci diano il necessario, ma vuole dirci di non vivere nella esagerata ricerca di queste cose.
Vuole metterci in guardia dalle troppe preoccupazioni che abbiamo e da quell'attaccamento alle nostre cose che poi spesso ci lascia insoddisfatti, e ci ricorda che il nostro Padre del cielo sa di che cosa abbiamo bisogno prima ancora che glielo chiediamo.
Per farci capire meglio ciò, il Maestro ci fa l'esempio degli uccelli del cielo e dei gigli dei campi. Che cosa significa questo? Gesù ci dice che non c'è creatura, per quanto piccola ai nostri occhi, di cui Dio non si prenda cura.
E noi che siamo figli suoi? A noi dice: “Non valete voi più di loro?”. Con queste parole ci fa proprio riflettere, perché, a volte, ci dimentichiamo dell'amore che Dio ha per noi, ci dimentichiamo che lui è nostro Padre.
Il Padre che conosce i nostri bisogni
Noi sappiamo bene come sono i nostri papà: anche se sono lontani non dimenticano mai i loro figli e fanno arrivare il loro amore, la loro tenerezza, la loro cura in ogni modo. Se i nostri papà terreni sono così, pensate un po' a come può essere il nostro papà del cielo che ci ha donato la vita!
Gesù ci invita ad essere a Lui riconoscenti, ad avere sempre la gioia nel nostro cuore perché ogni cosa che abbiamo è dono. Ci invita a non essere come i pagani.
Sapete chi erano? Erano persone che non credevano nel Signore: avevano anche loro delle divinità ma le guardavano con preoccupazione e timore perché questi loro dei avevano invidia della felicità degli uomini. Noi, invece, sappiamo bene che Dio ci vuole felici!
Il Vangelo conclude con una frase bellissima: “Cercate invece, anzitutto, il Regno di Dio e la sua giustizia, e tutte le altre cose vi saranno date in aggiunta”. Gesù ci invita a fare la Sua volontà, ci invita a cercare l'essenziale, a cercare ciò che rimane per sempre e che nessuno mai ci potrà portare via.
L'essenziale è Lui e il suo amore per noi. Se noi siamo convinti di ciò, anche nelle situazioni tristi della vita troveremo forza perché c'è un qualcosa di Dio in ciascuno di noi che gioisce con noi, che piange con noi, che cammina con noi.
La Provvidenza non è passività
La Provvidenza non viene così, la provvidenza arriva se ti muovi, non se stai fermo ad aspettare che arrivino i miracoli. La provvidenza degli angeli, e poi viene fuori questo miracolo del figlio inaspettato.
È perché Abramo apre la porta, Abramo accoglie, altrimenti non sarebbe successo nulla. Provvidenza parola detta con tanta naturalezza.
Ma per i nostri nonni la provvidenza era come una luce che splende dall’altra riva, come la luna e le stelle che illuminano il cammino di una notte, era il loro appuntamento con un eco che parlava di futuro, era il lievito del pane quotidiano.
Attendevano i nostri nonni la provvidenza, con schiene dritte e volentieri. Accoglievano Dio nella loro casa, perché lo sentivano camminare dentro i giorni, vedevano crescere il grano e contemporaneamente vedevano un angelo volargli accanto.
Quando mi sorreggo alla provvidenza, sento in me una pace calda e finiscono i miei lamenti, sento ogni giorno, con tanta semplicità, che il mio cuore batte più regolare.
Provvidenza, dono del cielo diretto ai mansueti, ai miti e a tutti i custodi della vita.
Fare spazio alla fiducia
«La Provvidenza è una gran Signora che si fa avanti con estrema discrezione, ma è proprio là dove noi arretriamo per farle credito che essa si introduce con la sua benefica presenza».
Questa bellissima riflessione del Fondatore del Patronato San Vincenzo ci insegna che, a volte, dobbiamo fare un passo indietro per permettere alle cose di sistemarsi. Don Bepo fa notare lo stile discreto dell’agire della Provvidenza: non entra mai a forza, rispetta i nostri spazi e le nostre scelte.
Quando noi “arretriamo”, cioè quando smettiamo di voler avere tutto sotto controllo creiamo lo spazio per una soluzione inaspettata. Quando facciamo credito alla Provvidenza fioriscono la fiducia e la certezza che anche se non vediamo subito una via di uscita, tutto concorrerà al bene.
Come in un puzzle in cui i pezzi si incastrano solo quando smettiamo di forzarli, così la vita trova il suo equilibrio quando impariamo ad affidarci. Alessandro Manzoni nel suo celebre romanzo I Promessi Sposi fa dire a Renzo Tramaglino: “La c’è la Provvidenza”. Ma oggi, c’è ancora, oggi, la Provvidenza?
La vita ricevuta come dono
Signore, aiutaci a fidarci di te, della tua Provvidenza. Guardando a ciò che siamo e a ciò che abbiamo, fa' che ci sentiamo dei privilegiati, appagati e pieni di gratitudine.
Fa', o Signore, che arriviamo a comprendere che nel tuo amore c'è tutto ciò di cui abbiamo bisogno per vivere e per essere felici. A noi, che desideriamo possedere sempre di più, fa' comprendere che il tuo amore è la ricchezza più grande che possiamo avere e che il sentirci amati da te è il tesoro più prezioso che possiamo desiderare.
Donaci di capire che non serve essere invidiosi di chi ha più di noi, non serve essere tristi se agli altri le cose vanno meglio che a noi. Se noi abbiamo te, se tu sei con noi, noi abbiamo tutto.
Ma veramente tutto. E questo ci deve bastare e avanzare, perché, tu, Signore, sei il massimo che noi possiamo avere. Tu sei il nostro bisogno appagato, il nostro cuore riposato, il nostro sogno realizzato.
Cercare il Regno nella solidarietà
Concretamente, cercare il regno di Dio e la sua giustizia è vivere come fratelli e sorelle che si vogliono bene, per cui a nessuno deve mancare mai nulla e nessuno deve accumulare ricchezze solo per sé: proprio come vivevano le prime comunità cristiane!
Tutti voi, anche se siete piccoli, dovete sentirvi responsabili gli uni degli altri: la presenza del Signore si manifesta attraverso l'aiuto reciproco, la solidarietà verso chi ha meno di voi, di noi.
Voi siete le mani di Dio, perché Dio non ha mani, ma ha le vostre mani per dare a tutti il Suo amore. Cerchiamo di godere di quello che abbiamo e non guardiamo al poco che pensiamo di non avere!
Viviamo nella certezza che il nostro Padre non ci farà mancare mai nulla: “Non valete voi più di loro?”.
Il passerotto che non si accorge del dono
Questi timori passarono, ma altri lo assalirono mentre tremante sul ramo doveva spiccare il primo volo: «Le mie ali mi reggeranno? Mi spiaccicherò al suolo? Chi mi riporterà quassù?».
Naturalmente imparò a volare, ma cominciò a pigolare: «Troverò una compagna? Potrò costruire un nido?». Anche questo accadde, ma il passerotto si angosciava: «Le uova saranno protette? Potrebbe cadere un fulmine sull’albero e incenerire tutta la mia famiglia. E se verrà il falco e divorerà i miei piccoli? Riuscirò a nutrirli?».
Quando i piccoli si dimostrarono belli, sani e vispi e cominciarono a svolazzare qua e là, il passerotto si lagnava: «Troveranno cibo a sufficienza? Sfuggiranno al gatto e agli altri predatori?».
Poi, un giorno, sotto l’albero si fermò il Maestro. Additò il passerotto ai discepoli e disse: «Guardate gli uccelli del cielo: essi non seminano, non mietono e non mettono il raccolto nei granai. Eppure il Padre vostro che è nei cieli li nutre!».
Il passerotto beige e marrone improvvisamente si accorse che aveva avuto tutto. E non se n’era mai accorto.
La fiducia nelle prove della vita
Signore Gesù, Tu sei i miei giorni, non ho altri che te nella mia vita. Quando troverò un qualcosa che mi aiuta, te ne sarò immensamente grato; però Signore, quand’anche io fossi solo, quand’anche non ci fosse nulla che mi dà una mano, non ci fosse neanche un fratello di fede che mi sostiene, Tu, o Signore, mi basti, con Te ricomincio da capo.
Tu mi basti, Signore: il mio cuore, il mio corpo, la mia vita, nel suo normale modo di vestire, di alimentarsi, di desiderare è tutta orientata a Te.
Io vivo nella semplicità e nella povertà di cuore; non ho una famiglia mia, perché Tu sei la mia casa, la mia dimora, il mio vestito, il mio cibo, Tu sei il mio desiderio.
Tu ci dai la convinzione che noi non siamo soli in questo universo. Al di sotto e al di sopra delle sabbie mobili del tempo, delle incertezze che oscurano i nostri giorni e delle vicissitudini che offuscano le nostre notti, ci sei tu, Dio sapiente e amoroso.
Il tuo illimitato amore ci sorregge e ci contiene come un immenso oceano contiene e sorregge le piccole gocce di ogni onda. Con la pienezza di una marea tu muovi eternamente verso di noi, cercando di colmare le piccole insenature e baie della nostra vita con illimitate risorse.
Ogni uomo che trova questo sostegno cosmico può camminare per le vie maestre della vita senza il travaglio del pessimismo e il peso di morbose paure.
“Dio si prenderà cura di voi”: questa fede trasformerà il turbine della disperazione in una calda e vivificante brezza di speranza.
La fede che risponde alla paura
Le parole di un motto che nella passata generazione si trovavano sulle pareti delle case delle persone, devono essere impresse nei nostri cuori: “La paura ha bussato alla porta. La fede ha risposto: non c'è nessuno là fuori”.
Non ho lasciato la speranza della tua grazia: ho con me tanta viltà, tante vergogne, eppure non ho lasciato la speranza.
Nessuno sa come la tua provvidenza segretamente tesse una rete magica nascosta agli occhi di tutti. Al tempo da te fissato, improvvisamente, chi sa dove, arriva l’impossibile, manifestandosi nella sua stessa luce, sempre aspettato, sempre in vesti di possibile!
Tu sei il testimone interiore. In questo timido paese; all’insaputa di tutti, di cuore in cuore, di casa in casa, la tua virtù misteriosa vigila e lavora notte e giorno.
Vivere senza possedere tutto sotto controllo
Vorrei salire molto in alto, Signore, sopra la mia città, sopra il mondo, sopra il tempo. Vorrei purificare il mio sguardo e avere i tuoi occhi.
Vedrei allora l’universo, l’umanità, la storia, come li vede il Padre. Vorrei la bella, eterna idea d’amore del tuo Padre che si realizza progressivamente: tutto ricapitolare in te, le cose del cielo e della terra.
E vedrei che, oggi come ieri, i minimi particolari vi partecipano, ogni uomo al suo posto, ogni gruppo ed ogni oggetto. Vedrei la minima particella di materia e il più piccolo palpito di vita; l’amore e l’odio, il peccato e la grazia.
Commosso, comprenderei che dinanzi a me si svolge la grande avventura d’amore iniziata all’alba del mondo. Comprenderei che tutto è unito insieme, che tutto non è che un minimo movimento di tutta l’umanità e di tutto l’universo verso la Trinità, in te e per te, Signore.
Lo Spirito che apre le porte
Il racconto del dono dello Spirito Santo nel giorno di Pentecoste si apre con i discepoli raccolti in quella «casa» tradizionalmente identificata come il cenacolo in cui avevano celebrato la Pasqua con Gesù, e in cui egli aveva promesso loro il suo Spirito consolatore.
Il cenacolo farà così da sfondo ai momenti decisivi in cui la Chiesa nascente prende coscienza di sé e muove i suoi primi passi. Tuttavia, subito dopo la morte di Gesù il cenacolo più che luogo dell’attesa del compiersi delle promesse sembra ridursi per i discepoli a una sorta di rifugio, un riparo dal mondo in cui chiudersi dentro «per timore dei Giudei» (Gv 20,19), come nota il vangelo di Giovanni.
La comunità dei discepoli di Gesù sembrerebbe destinata, in questo modo, a ridursi a una delle piccole sette di Israele: chiusa in sé stessa, chiusa al mondo, piena di paure e destinata a conservare un mero ricordo del perduto maestro.
Tuttavia, come abbiamo potuto contemplare lungo tutto l’itinerario del tempo pasquale, fin da subito ogni tentazione di chiusura viene vinta, permettendo alla comunità dei discepoli, e così alla Chiesa, di riconoscere la reale ampiezza e portata della propria missione.
Il cenacolo dalle porte sbarrate in cui gli apostoli si sono chiusi per timore non impedisce, infatti, al Signore risorto di manifestarsi loro: «venne Gesù, stette in mezzo e disse loro: “pace a voi!”» (Gv 20,21).
La vita del Risorto si manifesta così, innanzitutto, come una vita che non può essere trattenuta, più tenace della morte, essa si rivela più forte di ogni chiusura e paura.
Per quanto si possa essere fragili o peccatori, per quante porte si possa chiudere e per quanta paura si possa avere, niente può revocare l’iniziativa che Dio ha preso nei confronti dell’uomo sua creatura.
Dal rifugio alla missione
Lo Spirito Santo, come abbiamo sentito, riempiendo «tutta la casa dove si trovavano» tocca personalmente «ciascuno di loro» i quali ora spalancano le porte del cenacolo al mondo, a tutti i popoli a «ogni nazione che è sotto il cielo».
Proprio così, nell’immagine del cenacolo che da luogo chiuso, di difesa, si apre al mondo e a tutti gli uomini, possiamo scorgere una più profonda trasformazione, è l’esistenza dei discepoli a non essere più la stessa.
Dio si è “legato” realmente alle loro vite, è attraverso la povertà delle loro persone che la vita del Risorto - lo «spirito di Cristo» come lo chiama san Paolo - realmente si fa largo nel mondo.
Colui che riceve il dono dello Spirito, infatti, non può più semplicemente vivere “chiuso”, per sé stesso, egli appartiene ora all’amore stesso di Dio «riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito» (Rm 5,5), sperimentando così quel decisivo decentramento che apre alla realtà, al mondo, all’uomo nei suoi bisogni e ferite.
La Chiesa sempre nuovamente rinasce in coloro e da coloro che accogliendo la vita risorta di Cristo sperimentano nel cammino delle loro vite questa fondamentale apertura che vince ogni estraneità e distanza fra gli uomini, che porta a farsi incontro a tutto e a tutti con «gli stessi sentimenti di Cristo» (Fil 2,5).
La tenerezza di Dio nelle nostre fragilità
È questo Dio che «primerea», come ci ha ricordato tante volte Papa Francesco, che sempre nuovamente ci plasma come Chiesa, per essere segno visibile per tutti di questa fondamentale “apertura di Dio” che tutto abbraccia di noi, perdonando il male e piegandosi sulle nostre ferite e drammi, fino a poter realmente riconoscere il volto tenero di Dio, fino a sentirlo realmente «Abbà! Padre».
Volgiamo infine lo sguardo a questa nostra grande cattedrale in cui siamo riuniti, stupefacente nella sua imponenza rispetto all’umile cenacolo in cui erano radunati i discepoli e, tuttavia, più grande di questo prodigio architettonico, più commovente della nostra grande cupola, è il fatto che realmente Dio ci fa dono della sua vita, dello Spirito di Cristo.
Come ci ricorda San Paolo siamo noi il tempio che Dio ha scelto di abitare, noi siamo «tempio di Dio» perché «lo Spirito di Dio abita in noi» (cf. 1 Cor 2,16; Rm 8, 9).
Fratelli e sorelle, è attraverso di noi, attraverso le nostre vite talvolta ammaccate o ferite che la tenerezza di Dio vuole farsi conoscere da tutti gli uomini.
Non cediamo alla tentazione della chiusura al mondo o alle paure, non lasciamoci scoraggiare dalle nostre fragilità: realmente «Cristo è in voi», perché attraverso di voi come templi vivi e operosi la sua carità e tenerezza raggiunga ogni uomo e donna.
Affinché il suo Spirito si posi su ciascuno, trasformi le nostre relazioni, riempia le case dove viviamo, i luoghi dove lavoriamo e fatichiamo: perché là dove gli uomini vivono nel bisogno e nell’indigenza, là dove l’ingiustizia sembrerebbe avere la meglio, possiamo essere Chiesa viva e operosa, trasparenza dell’amore di Dio, che ha aperto il suo grembo di misericordia al mondo: a tutti gli uomini e donne, di ogni tempo e luogo.
La preghiera del passerotto
Signore, aiutaci a fidarci di te, della tua provvidenza. Guardandoci, fa' che ci sentiamo privilegiati, appagati e pieni di gratitudine.
Nel tuo amore c'è tutto ciò di cui abbiamo bisogno. Fa' che impariamo a riconoscere il bene già ricevuto, prima di lasciarci consumare da ciò che ancora temiamo.
Fa' che il nostro cuore non viva soltanto di domande sul domani, ma sappia accogliere il dono dell’oggi. Fa' che le nostre paure non ci impediscano di vedere la tua presenza nelle persone, negli incontri, nel pane quotidiano e nelle possibilità di ricominciare.
Donaci una fiducia operosa, capace di aprire la porta, di accogliere, di servire e di condividere. Rendici attenti a chi ha meno di noi e disponibili a diventare le tue mani nella vita degli altri.
Quando le preoccupazioni ci opprimeranno, ricordaci che il Padre vostro celeste sa che ne avete bisogno. Quando ci sembrerà di non avere nulla, insegnaci a riconoscere il dono che già ci sostiene.
Quando la paura busserà alla porta, fa' che la fede risponda con pace. Quando ci chiuderemo nel nostro cenacolo, manda il tuo Spirito ad aprire le porte. Quando vivremo come il passerotto beige e marrone, incapaci di accorgerci di ciò che abbiamo ricevuto, donaci occhi nuovi per riconoscere che la tua Provvidenza ci accompagna.
tags: #omelia #il #passerotto #beige