Corona di Fatima e attentato a Giovanni Paolo II: il proiettile trasformato in memoria e preghiera

Il legame tra la corona della Madonna di Fatima e l’attentato a Giovanni Paolo II nasce il 13 maggio 1981, quando Mehmet Ali Ağca sparò al Papa in piazza San Pietro, proprio nel giorno della festa della Madonna di Fatima. Giovanni Paolo II sopravvisse alle gravi ferite e interpretò la salvezza come il risultato dell’intervento della Vergine: «Una mano ha sparato. Un’altra ha guidato la pallottola».

Il proiettile che lo aveva colpito fu consegnato dal Papa al Santuario di Fatima e venne incastonato nella Corona Preziosa della statua della Madonna. Quel piccolo oggetto, nato per uccidere, è diventato un segno della vita salvata, della protezione mariana e della trasformazione cristiana della sofferenza.

Corona della Madonna di Fatima con proiettile

L’attentato del 13 maggio 1981 in piazza San Pietro

Era il pomeriggio di mercoledì 13 maggio 1981, quando Giovanni Paolo II venne colpito da due colpi di pistola da Mehmet Ali Ağca. L’attentato avvenne mentre papa Wojtyla a bordo della papamobile stava compiendo un secondo giro tra i fedeli riuniti per la tradizionale udienza generale in piazza San Pietro.

Alle 17:17, due colpi di pistola. Un giovane turco di ventitré anni - Mehmet Ali Ağca - sparò con una Browning calibro 9 da poco più di tre metri. Il primo proiettile attraversò l’addome del Papa, perforando l’intestino, sfiorando l’arteria principale di pochi millimetri. Il secondo gli ferì la mano e il braccio.

Giovanni Paolo II si accasciò tra le braccia del suo segretario, don Stanisław Dziwisz. L’immagine fece il giro del mondo in pochi secondi. L’ambulanza partì dal Vaticano verso il Policlinico Gemelli, con la sirena che funzionava a metà.

Qui vi parla il padre Tucci dai microfoni della Radio Vaticana in piazza san Pietro. Come il collega Nardacci vi ha informato, verso le 17.17 si è sentita una serie di spari in rapida successione e si è visto il Santo Padre vacillare e accasciarsi tra le braccia del segretario particolare don Stansilao Dziwisz e del signor Angelo Gugel…

Come avrete sentito i vescovi presenti all’udienza, i prelati che erano presenti all’udienza hanno invitato la folla a pregare per la salute del Papa. Sembra che il Santo Padre sia stato raggiunto almeno da un proiettile all’addome. Mi pare che quelle pantere dei carabinieri e della polizia scortassero l’ambulanza che, vi avevo detto prima, era entrata in Vaticano…

L’ambulanza dovrebbe aver preso a bordo il Santo Padre e dovrebbe essere scortata da quelle gazzelle, da quelle pantere delle forze dell’ordine verso il Policlinico Gemelli. Così mi pare, ma non è che io possa confermare questa notizia, io mi trovo in piazza…

Il soccorso e l’operazione al Policlinico Gemelli

Il Papa venne trasportato al Policlinico Gemelli, dove fu sottoposto a un intervento d’urgenza. L’operazione durò quasi cinque ore e mezza. Il chirurgo Francesco Crucitti, che lo operò d’urgenza, dirà poi una cosa che nessuno riuscì mai a spiegare del tutto: la traiettoria del proiettile era stata anomala.

Un percorso a zig-zag aveva evitato ogni organo vitale. Di pochi millimetri. Come se qualcosa - o qualcuno - lo avesse deviato. Il Papa sopravvisse.

Che Papa Giovanni Paolo II si potesse salvare da quell’attentato non lo credevano invece neanche i medici del Policlinico Gemelli dove fu trasportato. Gli stessi medici che eseguirono l’intervento, in primis il professor Francesco Crucitti, confessarono di averlo preso in carico senza credere nella sopravvivenza del paziente.

Il medico personale del Papa, il dottor Renato Buzzonetti, in quei tragici momenti chiese a Dziwisz di impartire al Papa l’unzione degli infermi. L’operazione durò quasi cinque ore e mezza. Era riuscita. Il Papa era salvo.

Le evidenze sono per sé scarse e frammentarie: è certo che un militante turco dei Lupi grigi, Ali Agca, anni 23, spara al papa polacco alcuni colpi alle 17 e 17 durante il giro che la jeep Fiat bianca compie sulla piazza durante quella che doveva essere la udienza di routine di quel mercoledì di maggio.

È certo che Agca non centra né il torace né la testa del suo bersaglio, cosa che avrebbe dato maggiori chance di perpetrazione dell’assassinio che aveva preparato, ma da tre metri e mezzo centra l’addome del pontefice, perforato in più punti dai proiettili della sua calibro 9.

È certo che Giovanni Paolo II - operato per cinque ore al policlinico Gemelli - ritiene di essersi salvato “per miracolo”, in senso stretto, dai colpi e dalla emorragia causatagli dalle ferite all’inguine.

Il significato del 13 maggio: l’attentato e Fatima

L’attentato avvenne nel giorno della festa della Madonna di Fatima, che apparve alla Cova da Iria, in Portogallo, proprio il 13 maggio 1917. Il 13 maggio 1917 fu la data della prima apparizione della Madonna ai tre pastorelli; il 13 maggio 1981 fu la data degli spari in piazza San Pietro.

Il 13 maggio. La stessa data. Giovanni Paolo II non la pensava come una semplice coincidenza. Dirà più tardi: «Non ci sono semplici coincidenze nei disegni della Provvidenza».

Un misterioso, invisibile legame unisce il terzo segreto, i drammatici eventi del XX secolo, la parabola spirituale e storica del Papa che visse sulla sua pelle le peggiori dittature del Novecento, restando però incrollabile nella fede.

Un anno dopo il Papa annuncia il suo viaggio in Portogallo. Si era già delineato il filo rosso che legava l’attentato del 13 maggio con il terzo segreto di Fatima.

Desidero soprattutto rispondere al bisogno del cuore, che mi spinge a recarmi, nel primo anniversario dell’attentato alla mia persona, ai piedi della Madre di Dio a Fatima, per ringraziarla del suo intervento per la salvezza della mia vita e per il ricupero della salute.

La mano della Madonna e la traiettoria del proiettile

«Una mano ha sparato. Un’altra ha guidato la pallottola.» Sono le parole di Giovanni Paolo II. Pronunciate dopo, dalla stanza del Gemelli, ripensando a quello che era successo.

Il Pontefice resterà convinto, per tutta la vita, di essere stato salvato dalla misericordia di Dio, per intercessione di Maria che avrebbe materialmente deviato il proiettile.

Dopo l’attentato del 13 maggio 1981, a Sua Santità apparve chiaro che era stata «una mano materna a guidare la traiettoria della pallottola», permettendo al «Papa agonizzante» di fermarsi «sulla soglia della morte».

Il chirurgo Francesco Crucitti, primario del Policlinico Gemelli che operò Wojtyla d’urgenza per salvargli la vita, non riusciva a spiegarsi la «strana traiettoria» del proiettile: un percorso a zig-zag, entrato dall’addome, uscito dal bacino, che evitò tutti gli organi vitali e l’arteria principale, di pochi millimetri.

Una mano ha sparato. Un’altra ha guidato la pallottola. La frase è diventata la sintesi del modo in cui Giovanni Paolo II interpretò l’attentato: un gesto criminale reale, ma anche un evento letto alla luce della Provvidenza e della devozione alla Madonna di Fatima.

Il proiettile nella Corona Preziosa di Fatima

In occasione di un passaggio da Roma dell’allora Vescovo di Leiria-Fátima, il Papa decise di consegnargli la pallottola, che era rimasta nella jeep dopo l’attentato, perché fosse custodita nel Santuario. Per iniziativa del Vescovo essa fu poi incastonata nella corona della statua della Madonna di Fatima.

Il proiettile dell’attentato fu donato da Papa Giovanni Paolo II al Santuario di Fatima, che lo incastonò nella Corona Preziosa della Statua della Beata Vergine del Rosario di Fatima.

Un anno esatto dopo l’attentato, Giovanni Paolo II fece il suo primo viaggio a Fatima. Voleva ringraziare. Non portò fiori. Non portò un dono simbolico. Portò il proiettile.

Quello che gli aveva perforato l’addome, che era stato estratto dal suo corpo durante quelle cinque ore e mezza di operazione, che aveva viaggiato dentro di lui percorrendo una traiettoria che la scienza non sapeva spiegare, venne consegnato al vescovo di Leiria-Fatima. E il vescovo lo fece incastonare nella corona della statua della Madonna.

ElementoSignificato nella vicenda
13 maggio 1981Attentato a Giovanni Paolo II in piazza San Pietro
ProiettileOggetto che ferì il Papa e che fu conservato nel Santuario
Corona PreziosaCorona della statua della Madonna di Fatima
13 maggio 1982Primo pellegrinaggio di Giovanni Paolo II a Fatima dopo l’attentato
27 dicembre 1983Incontro del Papa con Ali Ağca nel carcere di Rebibbia

La corona della statua della Madonna di Fatima è chiamata Corona Preziosa. Fu realizzata nel 1942 con i gioielli donati dalle donne portoghesi, in ringraziamento per aver tenuto il Portogallo fuori dalla Seconda Guerra Mondiale.

Un proiettile calibro 9 - un oggetto progettato per uccidere, fabbricato in Belgio, comprato a Zurigo, sparato a Roma - finisce nella corona d’oro di una Madonna in un santuario portoghese. Tra le gemme donate dalle donne del Portogallo in ringraziamento per la pace.

La violenza e la pace. Il colpo e la grazia. Il male e il bene. Nella stessa corona. Come se la Madonna avesse preso il peggio del mondo e lo avesse trasformato in un ornamento del sacro.

È di profonda consolazione sapere che tu sei coronata non soltanto con l’argento e l’oro delle nostre gioie e speranze, ma anche con il «proiettile» delle nostre preoccupazioni e sofferenze.

La Corona Preziosa e la memoria dell’attentato

Nel Museo del Santuario di Fatima c’è un oggetto che non ti aspetti. È una corona d’oro: la corona della statua della Madonna di Fatima, quella che adorna la Vergine nelle celebrazioni più solenni.

Ma non è l’oro che ferma lo sguardo. È qualcosa di piccolo, quasi nascosto tra le gemme. Qualcosa che non dovrebbe stare lì. Qualcosa che non è nato per una corona, ma per uccidere. Un proiettile.

L’oro brilla. Le pietre preziose catturano la luce. E in mezzo, quasi invisibile se non sai dove guardare, c’è quel piccolo pezzo di metallo scuro. Non brilla. Non è bello. Non è stato fatto per stare lì. Eppure è lì.

Dal 1982 racconta una storia che nessun gioiello potrebbe raccontare. Un oggetto di morte è diventato un segno di vita.

Di quel giorno resta una maglia bianca insanguinata e bucata dai fori dei proiettili. È nella cappella dell’istituto delle Figlie della Carità, a Boccea, quartiere periferico di Roma, conservata in una teca.

La reliquia è sopravvissuta grazie alla prontezza di una infermiera che era in sala operatoria e la vide buttata in un angolo. Anna Stanghellini, così si chiamava l’infermiera caposala, morta poi nel 2004, tenne per qualche tempo quella “preziosa” maglia nel suo armadio.

Il perdono a Ali Ağca nel carcere di Rebibbia

Il 27 dicembre 1983, due anni dopo l’attentato, Giovanni Paolo II andò al carcere di Rebibbia, a Roma, a trovare l’uomo che aveva cercato di ucciderlo. Si sedette accanto ad Ali Ağca. Parlarono da soli, per dieci minuti.

Nessuno ha mai saputo esattamente cosa si dissero. Le immagini li mostrano vicini, le teste chinate l’una verso l’altra. Il Papa teneva la mano dell’attentatore. Lo perdonò.

Oggi ho potuto incontrare anche la persona che voi tutte e tutti conoscete, di nome, Ali Agca, che nell’anno 1981, il 13 maggio, ha attentato alla mia vita.

Ma la Provvidenza ha condotto le cose in una maniera sua, direi eccezionale, direi anche meravigliosa. Penso che anche l’incontro di oggi, nel contesto nella cornice dell’Anno della Redenzione, è provvidenziale.

Non è stato pianificato, programmato: è venuto. E il signore mi ha dato, come penso anche a lui, la grazia di poterci incontrare da uomini e da fratelli, perché tutti siamo fratelli e tutte le vicende della nostra vita devono confermare quella fratellanza che proviene dal fatto che Dio è nostro padre.

Il perdono era già apparso nei pensieri del Papa pochi giorni dopo l’attentato. Carissimi fratelli e sorelle, so che in questi giorni e specialmente in quest’ora del Regina Coeli siete uniti con me. Vi ringrazio commosso per le vostre preghiere e tutti vi benedico.

Sono particolarmente vicino alle due persone ferite insieme con me. Prego per il fratello che mi ha colpito, al quale ho sinceramente perdonato. Unito a Cristo, Sacerdote e Vittima, offro le mie sofferenze per la Chiesa e per il mondo. A Te Maria ripeto: «Totus tuus ego sum».

La sofferenza, la fede e la guarigione

Debole la voce, fortissima l’intenzione spirituale. E tra i primi pensieri del Papa ancora convalescente, il perdono.

Quando, all’indomani della mia elezione alla Cattedra di Pietro, venni per una visita al Policlinico Gemelli, dissi di voler “appoggiare il mio ministero papale soprattutto su quelli che soffrono”. La Provvidenza ha disposto che al Policlinico Gemelli ritornassi da malato.

Riaffermo ora la medesima convinzione di allora: la sofferenza, accettata in unione con Cristo sofferente, ha una sua efficacia impareggiabile per l’attuazione del disegno divino della salvezza.

Invito tutti gli ammalati ad unirsi con me nell’offerta a Cristo dei loro patimenti per il bene della Chiesa e dell’umanità. Maria santissima ci sia di sostegno e di conforto.

In questa prospettiva, il proiettile nella corona non rappresenta soltanto la memoria fisica dell’attentato. È anche il segno di una ferita affidata a qualcosa di più grande, di una sofferenza riletta attraverso la fede e di una vita che continua dopo il pericolo.

Il terzo segreto di Fatima e l’interpretazione dell’attentato

Il legame tra l’attentato, il terzo segreto di Fatima e la mano protettrice di Maria fu spiegato dal cardinale Angelo Sodano in occasione del viaggio di Giovanni Paolo II in Portogallo dell’anno 2000.

Durante il Grande Giubileo, il Papa fu a Fatima per beatificare Francisco e Giacinta, i due veggenti morti bambini, mentre Lucia dos Santos era ancora in vita.

Nel suo viaggio in Portogallo di dieci anni dopo, il 12 maggio 2010, Papa Benedetto XVI ricordò l’evento durante la visita alla cappellina delle apparizioni e si rivolse a Maria con queste parole:

Il Venerabile Papa Giovanni Paolo II, che ti ha visitato per tre volte, qui a Fatima, e ha ringraziato quella «mano invisibile» che lo ha liberato dalla morte nell’attentato del tredici maggio, in Piazza San Pietro, quasi trenta anni fa, ha voluto offrire al Santuario di Fatima un proiettile che lo ha ferito gravemente e fu posto nella tua corona di Regina della Pace.

Il Papa ne era convinto: il Terzo Segreto parlava del suo assassinio. La lettura dell’attentato venne così inserita nella più ampia devozione mariana di Wojtyła e nella sua interpretazione spirituale degli eventi del Novecento.

Le questioni ancora aperte e le ipotesi sui mandanti

Come in ogni grande delitto politico del Novecento, dove un gesto criminale puntuale mira a obiettivi politici di valore generale, anche l’attentato a Karol Wojtyła del 13 maggio 1981 ha prodotto attorno a sé un alone che, più ancora che la conoscenza storica, stimola una curiosità giallistico-spionistica.

Ancora oggi non è chiaro quanti colpi fossero stati sparati in piazza San Pietro e quanti fossero gli attentatori, o i possibili complici, presenti tra le colonne del Bernini. Le indagini hanno seguito le piste più diverse, ma a quarant’anni da quell’attentato non c’è ancora una verità certa.

Subito dopo l’attentato in piazza San Pietro viene arrestato Mehmet Ali Ağca, il giovane turco che ha appena sparato al Papa, e viene trovata anche la pistola, una Browning. Giovanni Paolo II è ancora tra la vita e la morte, ma già ci si chiede chi ci sia dietro l’attentato.

Sembra infatti improbabile che i “Lupi grigi”, l’organizzazione terroristica turca di cui Ali Ağca fa parte e che ha base in Bulgaria, abbia potuto da sola organizzare l’impresa.

Ali Ağca, nel corso degli anni e dei vari processi, ha dato le sue tante versioni, spesso contraddittorie e inverosimili per confondere il più possibile l’opinione pubblica.

Lo stesso Agca, in mezzo a proclami su sé medesimo come messia, ha anche dato indicazioni contraddittorie: quella piuttosto inverosimile che additava nel segretario di Stato Agostino Casaroli il mandante; quella che accusava i servizi bulgari e l’ambasciata bulgara a Roma di avergli fornito assistenza logistica tramite alcuni funzionari; quella che l’ayatollah Khomeini gli avrebbe commissionato un delitto “religioso”.

Il solo Ali Agca darà cinquantadue versioni diverse del suo gesto, arrivando a tirare in ballo come mandante anche l’ayatollah Khomeini.

È certo che Alì Agca, arrestato dalla giustizia italiana come chiunque delinque in Piazza di San Pietro, propone di sé l’immagine di un folle, o perché lo è o perché si è addestrato a questo, e nella sua continua affabulazione cerca di coinvolgere nel suo delitto potenze straniere e di collegarlo ad altri delitti, come il rapimento di Emanuela Orlandi.

Queste interpretazioni dell’attentato si sono associate al tetris tipico di delitti o tentati delitti di tale magnitudo politica: perché il ruolo del personaggio fa sì che per una ragione o per l’altra, i dentini di molte chiavi criminali sembrino combaciare con la serratura dell’attentato del 13 maggio.

E dunque c’è stato chi ha postulato che uno dei soliti “misteri” della storia italiana, i servizi deviati, la banda della Magliana, i rapitori di Emanuela Orlandi, siano stati parte di quella vicenda.

Resta sempre poco chiara la connessione con quei colpi di pistola. O di pistole.

L’attentato nel contesto della Guerra fredda

Una cosa è certa: l’attentato avviene nel contesto mondiale della Guerra Fredda.

Che infatti l’elezione di Giovanni Paolo II fosse sfuggita di mano all’Urss è cosa evidente e non troppo difficile da spiegare. Solo la morte improvvisa di Giovanni Paolo I rende plausibile uno scarto così violento come quello dell’ottobre del 1978, quando finisce l’egemonia italiana sulla sede petrina e viene scelto un uomo che per la sua età avrebbe dovuto avere un regno lunghissimo, come in effetti ebbe.

La gravità dell’errore era apparsa chiara quando Giovanni Paolo II avrebbe sfidato il socialismo reale andando pellegrino nella sua terra, il 3 giugno 1979, a pochi mesi dalla sua elezione.

Le folle gigantesche, mai inquadrate dalla tv di Stato ma ben presenti ai dirigenti degli uffici politici dei partiti comunisti, erano lì a dire che la capacità di mobilitazione di quell’uomo costituiva una minaccia oggettiva, moltiplicata dalla elezione di Reagan a fine 1980, per un sistema che si credeva eterno.

Non avendo a disposizione nessuno strumento di denigrazione o di ricatto contro Wojtyła, che qualcuno abbia considerato la sua liquidazione fisica un bene è plausibile.

Come è plausibile che sia stata affidata all’intelligence bulgara l’organizzazione di un attentato che potrebbe avere avuto anche attori non rilevati, come il secondo tiratore di cui s’è postulata l’esistenza.

Tuttavia, è altrettanto vero che per i Paesi Nato rendersi conto del montare di questa minaccia o favorire la preparazione materiale dell’attentato avrebbe potuto presentare dei vantaggi.

Lasciata al giornalismo d’inchiesta o a futuri studi la catalogazione analitica di queste ipotesi, quell’episodio resta centrale per tratti che non hanno nulla di misterioso.

La sopravvivenza come vocazione

Perché è oggettivo e stranoto che l’attentato non ottiene il proprio risultato, anzi.

A differenza di Paolo VI, che aveva subito un attentato a Manila, Giovanni Paolo II si sente un superstite la cui sopravvivenza disegna una vocazione e un destino.

Nel confermare a Giovanni Paolo II che la profezia fattagli dal cardinal Wyszyński al momento dell’elezione, «Tu condurrai la Chiesa nel terzo millennio», era anche un mandato garantito dalla Provvidenza al quale egli si sarebbe sempre più conformato.

La sopravvivenza rafforzò in Wojtyła la convinzione di avere ricevuto un compito particolare. Il suo pontificato avrebbe proseguito il proprio cammino con una devozione mariana fortissima e con una lettura penitenziale della storia, destinata a segnare anche il Giubileo del 2000.

Giovanni Paolo II, convinto che il socialismo reale sarebbe crollato per motivi filosofici, non avrebbe mai voluto il merito di aver fatto crollare l’impero sovietico.

Ha invece avuto un peso nel fatto che quel cambio d’epoca seguito al 1989 sia avvenuto senza il bagno di sangue e le guerre etnico religiose che avrebbero invece devastato la ex Jugoslavia.

Fatima e il legame con i Papi

Il Santuario di Fatima nasce sulla Cova da Iria, cioè laddove i pastorelli - Lucia Dos Santos, Jacinta Marto e suo fratello Francisco - ebbero la prima apparizione della Vergine e anche le successive.

Siamo in un paesino dell’Estremadura, Aljustrel, dove i bambini vivevano una vita normale. Un luogo antico, lontano da ogni possibile forma di turismo.

Le apparizioni, il fatto che a vedere la Vergine fossero tre pastorelli e la natura rurale intorno hanno fatto entrare immediatamente quel luogo nella storia.

Il Santuario di Fatima inizia a nascere come idea solo quando nel 1930 il Vescovo di Leiria dà finalmente credito alle parole dei pastorelli e quindi ne autorizza il culto della Madonna.

Sul luogo delle apparizioni era già sorta una cappella. Infatti, Lucia, parlando a nome della Vergine, indicò dove Lei avrebbe voluto essere pregata. Era il 1920 quando la struttura venne terminata.

Se il 13 maggio è l’anniversario della prima apparizione, il 13 ottobre lo è dell’ultima. In queste due giornate oggi si accalcano migliaia di pellegrini e fedeli mariani.

Il 12 maggio si assiste a uno dei momenti più scenografici e corali: la Processione delle Candele. I fedeli riempiono di luci la grande spianata che porta al Santuario.

Il Santuario comprende sia la Basilica de Nossa Senhora do Rosário de Fátima sia la Basilica della Santissima Trinità, oltre alla Cappella delle Apparizioni.

Il legame profondo che la Vergine di Fatima instaurò con i Papi depositò nelle mani di Lucia i famosi Segreti di Fatima.

Proprio quel 13 maggio 1917, quando nasceva il miracolo, il futuro Papa Pacelli venne eletto Papa. Papa Paolo VI fece un pellegrinaggio al Santuario di Fatima il 13 maggio 1967.

Il testimone passò dunque a Papa Giovanni Paolo II. Lui si presentò ben tre volte al cospetto di Nostra Signora di Fatima.

La prima volta, la più importante, fu il 13 maggio 1982. Fu in questa occasione che Papa Wojtyla si inginocchiò davanti alla statua della Madonna e la ringraziò di avergli salvato la vita il 13 maggio dell’anno prima.

La seconda visita avvenne nel 1991, quando pronunciò queste parole: «Grazie, o Celeste Pastora, per aver amorevolmente guidato i popoli verso la libertà!»

L’ultima visita fu il 13 maggio 2000, quando ci fu il rito di beatificazione di Jacinta e Francisco.

Il messaggio della corona: dalla ferita alla grazia

Un proiettile che diventa corona. Le ferite che diventano preziose. Le piaghe che diventano luce.

È il messaggio più potente associato alla vicenda del proiettile nella corona di Fatima: ciò che ha ferito può essere trasformato e affidato a qualcosa di più grande.

Una pellegrina, davanti alla corona, ha detto: «Ho pensato che anche le ferite della vita possono diventare preziose, come quel proiettile. Il mio dolore per la perdita di mio marito poteva trasformarsi in qualcosa di prezioso, non rimanere solo una ferita aperta».

Il significato della corona non dipende soltanto dalla sua preziosità materiale. Il piccolo frammento di metallo ricorda che la fede può rileggere una ferita senza cancellarla, trasformando la memoria del dolore in un segno di vita.

Il proiettile continua a ricordare la violenza dell’attentato, ma nella corona è anche un segno della pace. La morte progettata e la vita salvata sono conservate nello stesso oggetto.

A Fatima un proiettile diventa corona. Un attentatore riceve il perdono dalla sua vittima. Un gesto criminale viene ricordato insieme alla misericordia e alla preghiera.

La memoria di Giovanni Paolo II a Fatima

A un quarto di secolo dall’ultima presenza di Giovanni Paolo II alla Cova da Iria, il segno del suo legame con Fatima continua vivo in molte testimonianze materiali.

Tra queste spiccano una statua posta in cima alla Spianata di Preghiera e il proiettile che lo trafisse in quel tragico giorno, oggi il gioiello più prezioso della corona della Statua della Beata Vergine del Rosario di Fatima.

Per commemorare i 45 anni dall’attentato alla vita di Papa Giovanni Paolo II, nella Messa Internazionale Anniversaria del 13 maggio è stato utilizzato il calice che il Papa donò al Santuario di Fatima e che solitamente è esposto nel Museo del Santuario.

Il rettore del Santuario di Fatima ha ricordato questo fatto: «Quarantacinque anni fa, abbiamo compreso più chiaramente che, come ricorda il messaggio di Fatima, il potere della preghiera è più forte del potere delle pallottole».

Papa Giovanni Paolo II morì a Roma il 2 aprile 2005, concludendo un pontificato di oltre 26 anni. Fu beatificato il 1º maggio 2011 e canonizzato il 27 aprile 2014.

13 maggio 1981. L’attentato al Papa

Il proiettile nella corona della Madonna di Fatima conserva insieme la cronaca dell’attentato, la memoria della sofferenza, la devozione mariana di Giovanni Paolo II e il perdono concesso ad Ali Ağca. La sua presenza ricorda che, nella lettura spirituale del Papa, una mano ha sparato, ma un’altra ha guidato la pallottola.

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