La “confessione” ne I fiori del male non è una semplice ammissione di colpe, ma la denuncia lucida dell’ipocrisia, del peccato, del rimorso inefficace e della noia che dominano l’essere umano. In particolare, “Al lettore”, poesia d’apertura della raccolta, presenta l’uomo come consapevole dei propri vizi e tuttavia incapace di liberarsene: le confessioni diventano un rito sterile, le lacrime non cancellano davvero le colpe e il pentimento si rivela debole rispetto alla forza delle abitudini.
Baudelaire costruisce così una confessione collettiva, rivolta al lettore e fondata sulla complicità: “Tu lo conosci, lettore, quel raffinato mostro, - Ipocrita lettore, - mio simile - fratello!”. Il lettore non osserva il male dall’esterno, perché è coinvolto nella stessa condizione del poeta, assediato dalla noia, dalle pulsioni, dal desiderio e dalla difficoltà di esercitare la propria volontà.
“Al lettore”: la confessione come incipit della raccolta
“Al lettore” è la prima lirica che si incontra ne “I fiori del male”, un incipit con il quale si deve fare i conti se si vuole dialogare con il poeta parigino Charles Baudelaire (Parigi, 9 aprile 1821 - Parigi, 31 agosto 1867).
Pubblicato il 25 giugno del 1857 dall’Editore Auguste Poulet-Malassis, “I fiori del male” subì dopo pochi giorni, il 7 luglio, una denuncia per oltraggio alla morale pubblica e religiosa da parte della direzione della Sicurezza pubblica francese. Autore e casa editrice furono costretti a pagare una multa ed a sopprimere sei liriche.
Quattro anni più tardi, nel 1861, fu pubblicata una seconda edizione con la soppressione delle sei liriche e con trentacinque nuove poesie. Opera diamante dell’Ottocento, “I fiori del male” è l’incipit di ogni avanguardia europea e Charles Baudelaire il poeta più chiacchierato dai suoi estimatori e dai suoi denigratori.
“Al lettore” è una chiamata di complicità, di corrispondenza, di comprensione della cruda realtà della condizione umana che deve adagiarsi in finzioni e convenzioni per poter boccheggiare. Baudelaire avverte il lettore di ciò che “I fiori del male” contiene: l’uomo cosciente dei propri vizi e del proprio destino che si mostra stanco e, dunque, non disponibile alla continua menzogna ed al nascondimento di sé perché è cosciente dell’assedio della Noia.
Il testo della confessione
La stoltezza, l’errore, il peccato, l’avarizia occupano gli spiriti tormentando i corpi e noi alimentiamo gli amabili rimorsi, come i mendicanti nutrono i loro insetti. Caparbi i peccati, fiacchi i pentimenti; ci pagano lautamente le nostre confessioni, e sul sentiero di fango ritorniamo lieti, credendo che vili lacrime lavino ogni colpa.
Sul guanciale del male Satana Trismegisto culla a lungo lo spirito incantato, e il ricco metallo della nostra volontà è svaporato da quel sapiente chimico. Tiene il Diavolo i fili che ci muovono!
Scopriamo un fascino nelle cose ripugnanti; ogni giorno d’un passo, nel fetore delle tenebre, scendiamo verso l’Inferno, senza orrore. Come un misero vizioso che bacia e morde il martoriato seno d’una vecchia puttana, noi rubiamo in fretta un piacere furtivo spremendolo con forza come una vecchia arancia.
Come un milione di elminti, stipato, brulicante, un popolo di Demoni fa bagordi nei cervelli, e con il respiro scende nei polmoni, fiume invisibile, la Morte, con lamenti sordi.
Se stupro, veleno, pugnale ed incendio non hanno ancora ricamato con segni piacevoli di pietosi destini il banale canovaccio, è che l’anima nostra, ahimé! Non è troppo ardita.
Ma tra gli sciacalli, le cagne, le pantere, le scimmie, gli scorpioni, i serpenti, gli avvoltoi, i mostri guaiolanti, urlanti, grugnenti e striscianti, nell’infame serraglio dei nostri vizi, eccolo là il più brutto, il più immondo, il più maligno: la Noia!
Non si scalmana con gran gesti e grida, ma farebbe facilmente una rovina della terra e in uno sbadiglio ingioierebbe il mondo! Ha l’occhio gonfio d’involontarie lacrime, e sogna patiboli fumando la sua pipa.
Quel raffinato mostro, tu, lettore, lo conosci, - ipocrita lettore, - mio simile - fratello!
Il significato della confessione
“Al lettore” è la prima lirica che si incontra ne “I fiori del male”, un incipit con il quale si deve fare i conti se si vuole dialogare con il poeta parigino Charles Baudelaire (Parigi, 9 aprile 1821 - Parigi, 31 agosto 1867).
“I fiori del Male” non è una semplice raccolta poetica ma un libro con un intento strutturale: l’architettura costruita da Baudelaire è ben evidente; la stravaganza che anche l’amico e critico letterario Charles Augustin de Sainte-Beuve gli rimproverava fa parte di questa impalcatura in un’epoca di grandi geni.
Il testo non segue una sua cronologia, una cronologia di composizione. Baudelaire dice a più riprese che non ha voluto scrivere una raccolta di poesie, ha voluto costruire un libro e c’è una sorta di sfida al lettore del tempo e al lettore di ogni epoca, a riconoscere quella che Baudelaire chiama “l’architettura segreta” di questo libro; un libro, cioè, in cui i vari componimenti e le varie sezioni sono come capitoli di una storia e quindi sono organizzati non in modo cronologico ma in modo tematico e strutturale.
Dunque, che cos’è questo libro, questo canzoniere, potremmo dire: non è appunto una raccolta, non è un diario nel senso in cui si può intendere romanticamente l’idea che il poeta riversa sulla pagina la propria soggettività, la propria anima, la propria interiorità, ecc. Baudelaire dice che questa è una costruzione, una narrazione, un continuum narrativo, naturalmente non articolato come può essere articolato un romanzo, ma un continuum fatto per frammenti: ogni poesia è una tappa, un capitolo di una storia, e si tratta di individuare il disegno di questa costruzione, quella che appunto lui chiamava “l’architettura segreta”.
Stoltezza, errore, peccato e avarizia
La poesia si apre con quattro elementi che occupano contemporaneamente lo spirito e il corpo: la stoltezza, l’errore, il peccato e l’avarizia. Non si tratta soltanto di colpe isolate, ma di forze che modellano la vita quotidiana e alimentano una condizione permanente di corruzione.
I rimorsi sono assimilati ai mendicanti pregni di vermi che continuano a nutrire; la sporcizia controlla il mondo, il peccato e l’errore sono la normalità fra le genti per una stoltezza che seguita ad essere cavalcata.
L’uomo anche quando sa che sta commettendo (o ha commesso) un errore continua a percorrere il sentiero del fango, quasi lieto dopo essersi confessato. Le lacrime sono vili perché non c’è vero pentimento senza riflessione e superamento dell’errore.
La confessione, dunque, non produce una trasformazione morale. Essa rischia di diventare una pratica di autogiustificazione, capace di offrire un sollievo momentaneo senza interrompere la ripetizione del comportamento colpevole. Dopo aver confessato la propria colpa, l’uomo ritorna “lietamente” sul sentiero di fango, come se la confessione gli permettesse di continuare a peccare senza affrontare le conseguenze interiori del peccato.
Rimorso e pentimento
I nostri peccati sono tenaci, i pentimenti sono fiacchi; ci facciamo pagare lautamente le nostre confessioni, e ritorniamo lieti sul sentiero di fango, credendo che vili lacrime lavino ogni colpa.
In questi versi Baudelaire stabilisce una contrapposizione netta: i peccati sono “tenaci”, mentre i pentimenti sono “fiacchi”. La colpa possiede una forza di permanenza maggiore rispetto al desiderio di correggersi. Il peccato si ripete, si radica e diventa abitudine; il pentimento, invece, resta superficiale e incapace di modificare la condotta.
La confessione è quindi ambigua. Da una parte rivela la consapevolezza dell’errore; dall’altra può trasformarsi in una forma di compiacimento, perché l’individuo si racconta la propria colpa e si attribuisce il merito di averla riconosciuta senza rinunciare realmente a essa.
La quartina successiva è stata più volte interpretata come l’ammissione del piacere del Male, e per questo ci sono state molte critiche di carattere morale. Ma Baudelaire vuole propriamente affermare ciò che è senza l’ipocrisia di un nascondimento.
Satana Trismegisto e la volontà svaporata
Infatti, subito dopo Baudelaire usa un epiteto particolare “Trismegisto” che significa “tre volte il più grande”: l’antico termine è attribuito al dio egizio Thot e successivamente ad Ermete (Mercurio), il patrono delle arti occulte ed ermetiche.
Nella lirica diventa un attributo di Satana per riportare il discorso all’interno della tradizione del Cattolicesimo e per connettere gli errori ed i pentimenti fiacchi, Satana diventa tre volte il più grande che, posizionato sul cuscino di ognuno di noi, culla lo spirito incantato.
Il richiamo all’alchimia è rinforzato dal terzo e quarto verso della terza quartina: “ed il ricco metallo della nostra volontà, è svaporato da quel sapiente chimico.”
Il metallo di colore argenteo, il Mercurio, diventa nullo di fronte a Satana, al Diavolo che tiene i fili che ci muovono sino a ché noi non capiamo che possiamo salire a riveder le stelle[3] e che, dunque, è possibile interrompere la discesa verso l’Inferno - che avviene come il poeta esplicita: senza alcuna percezione di orrore.
Il Diavolo non appare soltanto come una figura esterna che tenta l’uomo, ma come il simbolo di una forza che agisce dentro di lui e svuota la volontà. Il “sapiente chimico” trasforma la volontà in una sostanza volatile: il desiderio di agire e di cambiare si disperde, mentre l’individuo rimane prigioniero dei propri impulsi.
Il fascino delle cose ripugnanti
Baudelaire sta descrivendo la situazione abituale dell’essere umano che non vuole esercitare la volontà di riflessione verso il Bene ma che si fa guidare dalle basse pulsioni, le pulsioni che mirano alla materia e che portano il fascino delle cose ripugnanti.
Scopriamo un fascino nelle cose ripugnanti; ogni giorno d’un passo, nel fetore delle tenebre, scendiamo verso l’Inferno, senza orrore.
La discesa verso l’Inferno avviene lentamente e senza traumi. Non è una caduta improvvisa, ma una progressione quotidiana: “ogni giorno d’un passo”. La ripetizione attenua la percezione del male, fino a renderlo familiare. Ciò che inizialmente dovrebbe suscitare orrore diventa una componente ordinaria dell’esistenza.
Il male non si presenta necessariamente come una scelta spettacolare o apertamente demoniaca. Può consistere nella rinuncia quotidiana alla riflessione, nell’accettazione delle proprie abitudini e nella ricerca di un piacere immediato che impedisce ogni cambiamento.
Il piacere furtivo e la vecchia arancia
La quinta quartina fu censurata nella seconda ristampa per motivi di morale, forse per il verso “il martoriato seno d’una vecchia puttana,”.
Collegato al Diavolo da cui dipende, l’uomo cerca di aver piacere nella vita ma lo fa in modo frettoloso, ci si vergogna di quel che si vuole essere ma che non si è.
L’arancia è vecchia e non produce succo oppure se lo produce è maleodorante, rancido ma, l’uomo continua a spremerla pensando di poterne avere vantaggio.
La metafora del frutto esausto rappresenta un desiderio che insiste su qualcosa ormai privo di autentica vitalità. L’uomo cerca ancora piacere, ma lo fa attraverso un gesto violento e affrettato, tentando di spremere fino all’ultima goccia una realtà già consumata.
Gli elminti e il popolo dei Demoni
Nella sesta quartina abbiamo un termine dotto e scientifico molto raro in poesia: “elminti” propriamente i vermi intestinali, e riprende i vermi dei mendicanti della prima.
Gli elminti, in questo caso, sono nel cervello e non nell’intestino, sono brulicanti, un vero e proprio popolo di Demoni. Gli elminti sono i nostri pensieri sporchi, caotici, che si lamentano continuamente della vita che è toccata in sorte aumentandone la putrefazione.
Non c’è ricerca di ordine, non c’è ricerca di risalita.
L’immagine trasforma la vita interiore in uno spazio infestato. I demoni non sono soltanto tentazioni esterne, ma pensieri ripetitivi, impulsi, fantasie e risentimenti che proliferano nella mente. La confessione tenta di dare loro un nome, ma non è sufficiente a eliminarli.
Il male, la colpa e la responsabilità
L’anima se ardita compie malefatte nella durata della sua vita (stupro, veleno, pugnale, incendio) proprio perché non ha discernimento tra bene e male, l’anima non ha questo metro di giudizio prettamente umano.
Ma l’uomo (corpo e spirito) può con la riflessione fare una scelta e potrà farla anche quando si renderà conto di aver ricamato il canovaccio.
Ma un uomo che non ricama di che cosa può rendersi conto?
La questione non riguarda soltanto la presenza del male, ma la possibilità di riconoscerlo e di assumersene la responsabilità. L’individuo può scegliere, ma la scelta richiede discernimento; senza riflessione, gli atti restano privi di una consapevolezza capace di trasformarli in esperienza morale.
La Noia, il vizio più maligno
Segue l’elenco dei sette vizi capitali con l’enumerazione di sette animali predatori; ma il peggior male, il peggior vizio è certamente la Noia che compare nella quartina finale ed è definita come un raffinato mostro che in un sol sbadiglio potrebbe divorare il mondo intero.
La Noia è uno stato di insoddisfazione a cui è soggetta l’anima quando nel corso degli eventi ciò che pulsa non diviene realtà, non risponde agli istinti che si agitano dentro noi.
È la vita svolta con ipocrisia, è il lasciarsi dominare da ciò che la società vuole, da ciò che gli altri vogliono, è il non saper ascoltare ciò che dentro noi ribolle.
La Noia è il peggiore dei mali ed è avvertita dagli ipocriti, coloro che qualcosa sanno ma che operano in nascondimento.
Baudelaire non presenta la noia come una semplice mancanza di occupazioni. Essa è una condizione esistenziale, una forma di svuotamento che rende ogni esperienza incapace di soddisfare il desiderio. La noia divora il mondo non attraverso l’azione, ma attraverso l’inerzia e l’indifferenza.
La Noia non è soltanto un sentimento individuale: è anche il risultato di una vita regolata dalle convenzioni, dai desideri sociali e dalla paura di riconoscere ciò che realmente si muove nell’interiorità. Per questo il lettore ipocrita è “simile” e “fratello” del poeta: entrambi conoscono il male e cercano di nasconderlo.
Il lettore come complice
Baudelaire si rivolge a quel lettore che ha conosciuto e che conosce la noia, a quel lettore che sa quando interviene la noia, a quel lettore che talvolta si è assoggettato alla noia piegando - e portando verso l’Inferno - l’anima.
Quel lettore è un fratello del poeta parigino che con franchezza in apertura del suo “I fiori del Male” rivela chi è: uno che sogna patiboli per la borghesia dell’epoca - per gli intellettuali raffinati e falsi, meri produttori di versi utilitaristici-monetari - disteso nei café a fumare il narghilè (“houka” è un tipo di pipa di origine indiana molto diffusa nell’Ottocento in Francia ed è simile al narghilè).
L’apostrofe finale annulla la distanza tra autore e pubblico. Il lettore non è chiamato a giudicare il poeta, ma a riconoscersi nel quadro che la poesia offre. La confessione di Baudelaire diventa così una confessione condivisa, nella quale il lettore è obbligato a confrontarsi con la propria parte oscura.
La raccolta come libro della condizione umana
Questi Fiori del Male di Charles Baudelaire (1821- 1867) che sbocciavano dalla sua bocca, che correvano nel suo sangue, erano tutte cose che lui aveva visto e toccato in quelle strade di Parigi piene di vita e lordume, sulle barricate della Rivoluzione , su quei volti di contesse sciocche, nelle abissali galanterie, nelle risate e nelle esagerazioni delle prostitute, nei vecchi e nella febbrile dinamicità della gioventù.
Queste sue eterne poesie ci parlano di ignominie e di orrori e del mondo, un mondo “terribile e affascinante, che egli ammobiliò , indagò, sognò, accettò o respinse”.
Questo esiliato dalla Terra, questo dandy innamorato degli emarginati, delle prostitute, degli ubriachi e dei poveri, in lotta contro le pesanti malinconie e gli eccessi dei bordelli, lo sperpero del denaro ed i debiti, avrà in orrore la morale della borghesia, e sarà mosso da quel malessere biliare, nero e profondo che lo renderà estraneo al mondo: “penso ai prigionieri, ai vinti…ad altri, ad altri ancora” (Le Cygne, Il Cigno impolverato dai lavori di una città che cambia, che è una foresta di ponteggi, di blocchi e di nuovi edifici, si sente umiliato e prigioniero).
Baudelaire si mosse in quell’universo di preghiere e di bestemmie, nell’elettricità della folla, come scrisse perfettamente Pietro Citati, annotò tutto e sgranò tutto tra le mani, annusò le vite di quelle creature imperfette e devote che lo attraevano voracemente.
Setacciò nei Fiori quelle anime e ne ricavò l’oro. L’oro della modernità.
La confessione tra spleen e ideale
Con I fiori del male, pubblicato per la prima volta nel 1857, lo scrittore francese ha trasformato la poesia in uno strumento capace di esplorare le contraddizioni dell’animo umano, dando voce alla malinconia, alla noia, al desiderio, alla bellezza e all’inquietudine.
Nei versi di Baudelaire convivono luce e oscurità, spiritualità e peccato, sogno e disincanto.
Proprio questa capacità di trovare il bello anche nelle zone più tormentate dell’esistenza ha reso I fiori del male uno dei capolavori assoluti della letteratura mondiale.
Alcune delle poesie contenute nella raccolta furono censurate perché considerate troppo audaci per i tempi. Eppure, dentro i versi di Baudelaire si ritrova la bellezza, che a guardarci bene è ovunque, anche nelle piccolissime cose dell'esistenza, persino le più oscure.
In mezzo al "marciume" della società, il bello resiste e il bello va ricercato per sopravvivere. Un ossimoro che ne I fiori del male alimenta ogni passaggio: alimenta la vita.
Il poeta come figura dell’esilio
Spesso, per divertirsi, i marinai catturano albatri, grandi uccelli di mare, che seguono, indolenti compagni di viaggio, la nave che scivola sugli abissi amari. Appena deposti sulla tolda, questi re dell’azzurro, vergognosi e timidi, se ne stanno tristi con le grandi ali bianche penzoloni come remi ai loro fianchi.
Com’è buffo e docile l’alato viaggiatore! Poco prima così bello, com’è comico e brutto! Uno gli stuzzica il becco con la pipa, un altro, zoppicando, scimmiotta l’infermo che volava!
Il poeta è come quel principe delle nuvole, che sfida la tempesta e ride dell’arciere; ma, in esilio sulla terra, tra gli scherni, con le sue ali di gigante non riesce a camminare.
Tra le poesie più famose di Baudelaire, L’Albatro è una straordinaria metafora della condizione del poeta. L’uccello maestoso che domina il cielo diventa impacciato una volta catturato e costretto a camminare sul ponte della nave.
Allo stesso modo l’artista, capace di elevarsi spiritualmente sopra la realtà quotidiana, spesso si sente incompreso dalla società.
La confessione baudelairiana nasce anche da questa posizione di esilio. Il poeta non parla da una condizione di purezza, ma da una situazione di caduta: è dentro la folla, dentro il fango, dentro la modernità e dentro le proprie contraddizioni.
La bellezza come controforza del male
Vieni dal cielo profondo o esci dall’abisso, Bellezza? Il tuo sguardo, divino e infernale, dispensa alla rinfusa il sollievo e il crimine, ed in questo puoi essere paragonata al vino.
Racchiudi nel tuo occhio il tramonto e l’aurora; profumi l’aria come una sera tempestosa; i tuoi baci sono un filtro e la tua bocca un’anfora che fanno vile l’eroe e il bimbo coraggioso.
Esci dal nero baratro o discendi dagli astri? Il Destino irretito segue la tua gonna come un cane; semini a caso gioia e disastri, e governi ogni cosa e di nulla rispondi.
Cammini sui cadaveri, o Bellezza, schernendoli, dei tuoi gioielli l’Orrore non è il meno attraente, l’Assassinio, in mezzo ai tuoi più cari ciondoli sul tuo ventre orgoglioso danza amorosamente.
Verso di te, candela, la falena abbagliata crepita e arde dicendo: Benedetta la fiamma! L’innamorato ansante piegato sull’amata pare un moribondo che accarezza la tomba.
Che tu venga dal cielo o dall’inferno, che importa, Bellezza! Mostro enorme, spaventoso, ingenuo! Se i tuoi occhi, il sorriso, il piede m’aprono la porta di un Infinito che amo e che non ho mai conosciuto?
Da Satana o da Dio, che importa? Angelo o Sirena, tu ci rendi -fata dagli occhi di velluto, ritmo, profumo, luce, mia unica regina! L’universo meno odioso, meno pesante il minuto?
Per Baudelaire la bellezza è energia allo stato puro che nessuno è in grado di contenere. La bellezza è ovunque, anche nelle piccole cose e il trucco, dice il poeta, è saperla riconoscere in piccolissima parte per riuscire a toccare, anche se per poco, la felicità.
La confessione del corpo e della morte
Ricordi, anima mia, quel che vedemmo un bel mattino dole d’estate dietro quel sentiero? Una carogna infame, su un letto sparso di sassi: zampe all’aria, come donna lubrica, ardente e trasudante veleni, spalancava il ventre indifferente e cinico tra tante esalazioni.
Batteva il sole su quel putridume come per cuocerlo a puntino, e ridare così centuplicato alla Natura quel che lei aveva messo insieme.
E tu? Anche tu un giorno sarai quel letamaio, quella peste orrenda, stella dei miei occhi, sole della mia natura, tu, angelo mio, passione mia!
Sì, anche tu sarai così, regina delle grazie, dopo gli estremi sacramenti, quando sotto l’erba e le piante grasse ammuffirai tra le ossa.
E allora, mia bellezza, di’ pure ai vermi, che ti mangeranno di baci, che ho conservato la forma e la divina essenza dei miei amori decomposti!
La confessione non riguarda quindi soltanto la colpa morale, ma anche la fragilità del corpo. La bellezza, l’amore e il desiderio sono destinati alla decomposizione, e la poesia tenta di conservare ciò che la materia distrugge.
Il rimorso dopo la morte
Mia bella tenebrosa, quando dormirai in fondo a una tomba in marmo nero, quando sarà tua alcova e maniero un umido sepolcro e una profonda fossa, quando la pietra opprimerà il tuo petto impaurito e in dolce abbandono i fianchi languidi e impedirà al tuo cuore di battere e volere e ai piedi di correre all’avventura, quando la tomba, sempre comprensiva coi poeti, confidente del mio sogno infinito nelle lunghe notti dov’è bandito il sonno, ti dirà: “A che ti serve, imperfetta cortigiana, non aver conosciuto ciò che rimpiange un morto?”, allora il verme roderà come un rimorso la tua pelle.
Il rimorso diventa una presenza fisica, quasi una creatura che rode la pelle come il verme rode il corpo. La morte non cancella la colpa, ma la trasferisce in un’altra dimensione dell’immaginazione poetica.
La confessione assume così un carattere postumo: ciò che non è stato riconosciuto durante la vita ritorna come rimpianto, come peso e come consapevolezza tardiva.
Il rimorso irreparabile
Ma come fai a soffocare il vecchio e lungo Rimorso che vive, s’agita e s’attorciglia, e si nutre poi di te come il verme dei morti e come il bruco della quercia? Ma come fai a soffocare l’implacabile Rimorso?
In che filtro, in che vino, in che tisana pipi affogare il vecchio nemico che distrugge ingordo come cortigiana, paziente come formica? In che filtro? - in che vino? - in che tisana?
Dimmelo, bella strega, dillo, se lo sai, a questo spirito colmo d’angoscia e simile al morente schiacciato dai feriti, pestato dallo zoccolo del cavallo!
Dimmelo, bella strega, dillo, se lo sai, a questo agonizzante, che già il lupo fiuta ed il corvo spia, questo povero soldato affranto!
Dillo se è bene che disperi d’avere la sua croce e la sua tomba questo povero agonizzate che il lupo già fiuta!
Puoi forse far luce in un cielo nero e fangoso? Puoi forse squarciare tenebre più dense della pece, senza mattino, senza sera, senza stelle, senza funerei lampi?
Puoi forse far luce in un cielo nero e fangoso? La Speranza che brilla ai vetri della Locanda è spenta, è morta per sempre!
Senza luna e senza raggi, che luogo vuoi trovare per martiri d’una cattiva strada? Il Diavolo ha spento tutto ai vetri della Locanda!
Strega adorabile, ti piacciono i dannati? Dimmi, conosci l’irremissibile? Conosci il Rimorso dalle frecce avvelenate a cui fa da bersaglio il nostro cuore?
Strega adorabile, ti piacciono i dannati? L’Irreparabile come rode col dente maledetto l’anima nostra, meschino monumento, e spesso attacca, come termite l’edificio alla sua base!
L’Irreparabile come rode col dente maledetto! - A volte ho visto in fondo a un banale teatro, infiammato dalla sonora orchestra, una fata accendere una miracolosa aurora in un cielo d’inferno; a volte ho visto in fondo a un banale teatro un essere, che non era che luce, oro e velo, schiacciare l’enorme Satana, ma il mio cuore, mai in preda all’estasi, è un teatro dove s’aspetta sempre, e sempre invano l’Essere dalle ali velate!
Ne “L’Irreparabile” il rimorso non è più soltanto il ricordo di un errore, ma una forza autonoma che si nutre della persona. La confessione arriva quando il danno non può più essere annullato; per questo il rimorso assume la forma dell’irreparabile.
Il gatto e l’interiorità inquieta
Vieni sul mio cuore innamorato, mio bel gatto: trattieni gli artigli della zampa, e lasciami sprofondare nei tuoi occhi belli misti d’agata e metallo.
Come s’inebria di piacere la mia mano palpando il tuo elettrico corpo con le dita che tranquille ti accarezzano la testa e il dorso elastico! E penso alla mia donna, a quel suo sguardo come il tuo, amabile bestia, freddo e profondo, che taglie e fende come freccia, e a quell’aria, a quel profumo che pericoloso fluttua sul tuo corpo dai piedi su fino alla testa!
Un bel gatto forte, dolce e vezzoso passeggia nel mio cervello come a casa sua. Si sente appena quando miagola per quanto il tono è tenero e discreto; ma la voce è sempre profonda e ricca, sia che brontoli o s’acqueti.
Questo il suo incanto e il suo segreto. Come penetra e filtra questa voce nell’intimo mio più tenebroso! Mi riempie come un verso numeroso emi rallegra come un filtro!
Che quiete per i mali più crudeli! Racchiude in Sé tutte le estasi! Non le servono parole per dire le più lunghe frasi.
L’unico architetto che morde sul perfetto strumento del mio cuore e fa cantare più regalmente la più vibrante corda è la tua voce, gatto misterioso, gatto serafico, gatto strano!
Tutto in te, come in un angelo, è sottile ed armonioso!
Che dolce profumo esala da quel pelo biondo e bruno! Com’ero tutto profumato una sera che l’accarezzai una volta, una soltanto!
È lui il mio genio tutelare! Giudica, governa e ispira ogni cosa nel suo impero; è una fata? O forse un dio?
Quando i miei occhi, attratti come da calamita, dolci si volgono a quel gatto che amo e guardo poi in me stesso, che meraviglia il fuoco di quelle pallide pupille, di quei chiari fanali, di quei viventi opali che fissi mi contemplano!
Il gatto diventa una figura ambivalente: è animale domestico e creatura misteriosa, oggetto di tenerezza e presenza quasi demoniaca. Attraverso il suo sguardo, il poeta si guarda dentro e riconosce la profondità inquieta della propria interiorità.
Elevazione e desiderio di purificazione
tu mio spirito[…] fuggi lontano dai morbosi miasmi, vola a purificarti nell’aria, più alta, e bevi, come un puro liquido divino, il fuoco chiaro che colma spazi limpidi.
Felice chi con ali vigorose, le spalle alla noia e a vasti affanni che opprimono col peso la nebbiosa vita, si eleva verso campi sereni e luminosi!
Felice chi lancia i pensieri come allodole in libero volo verso cieli nel mattino! Felice chi, semplice, si libra sulla vita e intende il linguaggio dei fiori e delle cose mute!
La confessione del male non esaurisce la poesia di Baudelaire. Accanto alla caduta esiste il desiderio di elevarsi, di fuggire i miasmi e di raggiungere una dimensione più limpida. Il movimento verso l’alto, tuttavia, resta fragile e intermittente, continuamente minacciato dalla noia e dal peso della vita.
La musica e il movimento dell’anima
Spesso la musica mi rapisce come un mare! Spiego la vela, sotto una volta di nebbia o nel vasto azzurro, verso la mia pallida stella; petto in avanti e polmoni gonfi come la vela, scavalco il dorso di alti cavalloni nel velo della notte; in me sento vibrare tutte le passioni d’un vascello che soffre; il buon vento, la tempesta ed i suoi strappi mi cullano sull’abisso immenso.
A volte, invece, che bonaccia, grande specchio della mia disperazione!
La musica offre una forma di evasione, ma non una liberazione definitiva. Può trasportare l’anima verso l’alto come un mare, oppure riflettere la disperazione durante la bonaccia. Anche in questo caso la confessione nasce dal contrasto tra il desiderio di movimento e la paralisi interiore.
Il viaggio come immaginazione di salvezza
Bimba mia, sorella, pensa che gioia andare a vivere laggiù tu ed io! Amare a sazietà, amare e morire in quel paese ch’è simile a te!
I soli umidi di quei torbidi cieli racchiudono per il mio spirito gli incanti così misteriosi dei tuoi occhi traditori, quando brillano di lacrime!
Tutto laggiù è solo ordine e bellezza, lusso, calma e voluttà. Pensa a quei mobili levigati dagli anni; che splendido decoro per la nostra stanza!
I fiori più rari con i loro odori misti ai profumi vaghi dell’ambra, i ricchi soffitti, i profondi specchi, lo splendore orientale, tutto in intimo colloquio con quest’anima nella sua dolce natia lingua!
Tutto laggiù è solo ordine e bellezza lusso, calma e voluttà.
Come dormono sui canali i bastimenti dall’aria vagabonda! Dai confini del mondo vengono soltanto per saziare ogni tuo desiderio!
I soli nel tramonto rivestono campi, canali e tutta la città d’oro e di giacinto; il mondo s’addormenta in una calda luce.
Tutto laggiù è solo ordine e bellezza, lusso, calma e voluttà.
Tra le liriche più romantiche della raccolta, Invito al viaggio descrive un luogo ideale in cui regnano armonia e serenità. Non si tratta soltanto di una destinazione geografica, ma di uno spazio dell’anima in cui il poeta immagina di rifugiarsi insieme alla donna amata.
Il celebre verso “lusso, calma e voluttà” è diventato una delle espressioni più note dell’intera opera baudelairiana.
La confessione del tempo e della morte
Giovane, ero tutto un uragano tenebroso qua e là attraversato da brillanti soli, poi tuoni e piogge hanno devastato tutto e il mio giardino ha che qualche frutto rosso.
Eccomi ora nell’autunno dei pensieri: adopero il badile ed il rastrello, rassodo la terra tra buche enormi come tombe scavate dall’acqua del diluvio.
Forse, chissà, i nuovi fiori che sogno troveranno nella terra lavata come un greto il mistico alimento che gli darà forza! - dolore del mio dolore!
La vita se la mangia il Tempo e l’oscuro Nemico che ci rode il cuore cresce e si rafforza col sangue che perdiamo!
Il tempo è presentato come una forza divoratrice. La confessione nasce dall’esperienza della perdita: la giovinezza, le energie e le possibilità vengono consumate, mentre il poeta tenta ancora di preparare la terra per nuovi fiori.
Il male non elimina completamente la possibilità della poesia. Anche dopo la devastazione, il terreno può conservare un alimento misterioso per ciò che deve ancora nascere. La raccolta si fonda proprio su questa trasformazione: dal fango e dalla decomposizione possono emergere forme di bellezza.
La campana incrinata e la voce ferita
Com’è amaro e dolce, nelle notti d’inverno, accanto al fuoco che palpita e fuma, ascoltare i ricordi lontani elevarsi lentamente al rintocco di campane che suonano nella nebbia!
Felice la campana dalla gola vigorosa che, pur vecchia, lancia fedelmente, piena e viva, il suo grido religioso come un vecchio soldato sotto la tenda all’erta!
Io no, io ho l’anima incrinata; e quando annoiata lei vuole riempire l’aria fredda delle notti con i canti, capita spesso che la sua voce fievole sembri il pesante rantolo d’un ferito dimenticato in un lago di sangue, sotto un cumulo di morti, che muore, senza muoversi, tra sforzi immensi.
La voce poetica è una campana incrinata: vorrebbe comunicare un messaggio pieno e religioso, ma riesce soltanto a emettere il rantolo di un ferito. La confessione non è quindi una dichiarazione ordinata e pacificata; è una voce che conserva nella forma stessa la frattura dell’anima.
La morte liberata dal rimorso
Voglio scavarmi io stesso una profonda fossa in un terreno grasso e pieno di lumache per poter distendere a piacere le mie vecchie ossa e dormire nell’oblio come un pescecane tra le onde.
Odio testamenti e tombe; piuttosto che implorare una lacrima dal mondo, preferirei, ancor vivo, evitare i corvi a salassare i pezzi della mia immonda carcassa.
Vermi, neri compagni senza orecchie né occhi, guardate, arriva un morto libero e felice!
Filosofi gaudenti, figli di putrefazione, via, senza rimorsi, dentro questo rudere!
E ditemi se c’è qualche tortura ancora per questo vecchio corpo senz’anima, morto qui tra i morti!
Il morto felice immagina la liberazione dal corpo, dalla memoria sociale e dall’obbligo di suscitare commozione negli altri. La morte diventa una forma estrema di autonomia: un corpo ridotto a rudere non deve più fingere, confessarsi o giustificarsi.
La città moderna e la perdita dell’aureola
Perdita d'aureola «Ehilà! voi qui, mio caro? Voi in un postaccio? voi, il bevitor di quintessenza, voi, il mangiator d'ambrosia? C'è da essere stupito, davvero.
Mio caro, sapete il terrore che ho dei cavalli e delle vetture. Prima, come attraversavo in gran fretta il viale, e saltellavo nella mota, attraverso quel mobile caos dove la morte arriva galoppando da tutte le parti contemporaneamente, la mia aureola, in un brusco movimento, m'è scivolata dal capo nel fango della massicciata.
Non ho avuto il coraggio di raccattarla. Ho ritenuto meno spiacevole perdere le mie insegne, che non farmi rompere l'ossa.
E poi, mi sono detto, non ogni male viene per nuocere. Ora posso girare in incognito, fare delle bassezze e darmi alla crapula come i semplici mortali.
Ed eccomi in tutto simile a voi, come vedete!
La perdita dell’aureola rappresenta la perdita della sacralità del poeta. Il poeta ha perso la sua aureola, ha perso la sua corona d’alloro, cioè ha perso, fuor di metafora o fuor di allegoria, ha perso la sua sacralità, la sua investitura, non è più la coscienza critica della società, il portavoce dei suoi ideali, non è più cioè quello che si chiamava un tempo “il poeta-vate”, il poeta oracolare, il poeta-sacerdote, insomma la coscienza collettiva di una certa società.
Il poeta ha perso la sua identità, ha perso le sue insegne, ha perso insomma i segni della sua diversità e della sua funzione sociale, del suo ruolo, un ruolo riconosciuto, una sorta di investitura sacrale, per cui appunto il poeta-vate, il poeta che porta il messaggio di una società, adesso è ridotto ad un individuo qualunque, sconsacrato e depresso, che gira solo per le strade della città.
La folla anonima e frettolosa non lo riconosce, lui stesso frequenta ambienti che di solito non sono gli ambienti frequentati dai poeti, e come reagisce a questo trauma?
Come vediamo nel corso di questo breve aneddoto cittadino, sostanzialmente Baudelaire assume il disastro, la catastrofe che ha colpito lui in quanto poeta, lo assume con una sorta di sberleffo amaro che nasconde l’orgoglio ferito.
Sono un individuo e posso anche fregarmene del mondo e posso andare al bordello tutte le volte che mi pare.
Naturalmente qui bisogna vedere tutte le due facce di questa dialettica psicologica: il poeta ha subito un trauma, perdendo la sua legittimazione sociale, ma reagisce provocatoriamente dicendo “ben venga questo trauma, questa caduta, questa catastrofe, farò di questa caduta una forza” e quindi riscatta in orgoglio quella che è una perdita.
L’orgoglio è quello di essere finalmente svincolato dal dovere sociale, di essere il poeta che parla soltanto per se stesso e che non ha bisogno di coltivare e di veicolare messaggi positivi perché può parlare soltanto del proprio io e può coltivare dentro di sé anche “i fiori del male”.
Appunto il fiore del fango cittadino, il fiore della caduta del poeta, il poeta che si rappresenterà, lo vedremo presto in una poesia, come un angelo decaduto, un angelo che è caduto dai cieli nel traffico, nel fango cittadino e in fondo mostra o forse finge disperatamente di godere di questa condizione che non ha scelto ma in cui gli toccherà vivere.
Questo trauma inaugura la poesia della modernità: da allora in poi le cose non saranno più uguali e tutti i poeti, fino a quelli oggi viventi, contemporanei, sono in qualche modo figli o nipoti, comunque gli eredi, di Baudelaire e di questa condizione, di questo trauma.
La confessione come forma della modernità
Baudelaire, nelle parole di Rimbaud “ è il primo veggente” , il Re dei poeti della modernità, ed in questo libro atroce, come lo definì lui stesso, egli vi mise tutto il suo cuore, tutta la sua tenerezza, tutta la sua religione ed il suo odio.
Charles Baudelaire è uno di quei poeti che hanno cambiato per sempre il modo di guardare la realtà.
Quando I fiori del male vide la luce, suscitò scandalo, ma suscitò anche ammirazione. Alcune poesie furono persino censurate perché considerate troppo audaci per l’epoca.
Eppure, proprio quella libertà espressiva, insieme alla profondità dei temi affrontati, ha contribuito a fare dell’opera un punto di riferimento per intere generazioni di poeti e scrittori.
Le liriche raccolte nel volume raccontano il rapporto dell’uomo con il tempo, la bellezza, l’amore e la morte; sono testi che continuano a parlare al presente, offrendo una riflessione intensa sulla fragilità e sulla complessità dell’esperienza umana.
Non è una poesia semplice, ma è talmente potente da restare indelebile.
Le poesie più celebri della raccolta dimostrano come la letteratura possa trasformare le fragilità umane in arte ed è proprio questa capacità di dare voce alle emozioni più profonde che rende Baudelaire un autore sempre attuale.

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