Concita missionaria italiana: fede, servizio e formazione alla missione

La missione cristiana nasce dall’incontro con Dio e si traduce in servizio, annuncio, accoglienza e vicinanza alle persone, soprattutto a chi vive nella sofferenza, nella povertà, nella migrazione o nell’esclusione. “Io sono sempre una missione; tu sei sempre una missione; ogni battezzata e battezzato è una missione”.

In questo orizzonte, la missione comprende sia la testimonianza personale sia l’impegno comunitario, la formazione dei missionari, la cooperazione tra le Chiese e la cura della casa comune. “La missione è sapere lasciare le certezze per costruirne altre”.

Missionari italiani nel mondo

La missione come vocazione di ogni battezzato

Dal messaggio di papa Francesco per la Giornata Missionaria Mondiale. Cari fratelli e sorelle, per il mese di ottobre del 2019 ho chiesto a tutta la Chiesa di vivere un tempo straordinario di missionarietà per commemorare il centenario della promulgazione della Lettera apostolica “Maximum illud” del Papa Benedetto XV […]. Il titolo del presente messaggio è uguale al tema dell’Ottobre missionario: Battezzati e inviati: la Chiesa di Cristo in missione nel mondo.

È un mandato che ci tocca da vicino: io sono sempre una missione; tu sei sempre una missione; ogni battezzata e battezzato è una missione. Chi ama si mette in movimento, è spinto fuori da sé stesso, è attratto e attrae, si dona all’altro e tesse relazioni che generano vita. Nessuno è inutile e insignificante per l’amore di Dio. Ciascuno di noi è una missione nel mondo perché frutto dell’amore di Dio.

Nel Battesimo è insito l’invio espresso da Gesù nel mandato pasquale: come il Padre ha mandato me, anche io mando voi pieni di Spirito Santo per la riconciliazione del mondo (cfr Gv 20,19-23; Mt 28,16-20). Al cristiano compete questo invio, affinché a nessuno manchi l’annuncio della sua vocazione a figlio adottivo, la certezza della sua dignità personale e dell’intrinseco valore di ogni vita umana dal suo concepimento fino alla sua morte naturale.

Il dilagante secolarismo, quando si fa rifiuto positivo e culturale dell’attiva paternità di Dio nella nostra storia, impedisce ogni autentica fraternità universale che si esprime nel reciproco rispetto della vita di ciascuno. Senza il Dio di Gesù Cristo, ogni differenza si riduce ad infernale minaccia rendendo impossibile qualsiasi fraterna accoglienza e feconda unità del genere umano.

La missione italiana nel mondo

Roma (Agenzia Fides) - Sono settemila le missionarie e i missionari italiani in tutto mondo, di cui circa quattromila consacrati appartenenti agli ordini religiosi, mentre i restanti tremila sono volontari laici. Questi i numeri emersi ieri durante la Prima Conferenza dei Missionari Italiani nel mondo tenutasi presso la Farnesina.

CategoriaNumero
Missionarie e missionari italiani nel mondosettemila
Consacrati appartenenti agli ordini religiosicirca quattromila
Volontari laicitremila

La prima parte è stata dedicata ai saluti e agli interventi istituzionali, la seconda è stata scandita dalle testimonianze di missionari e missionarie per la maggior parte in collegamento dai rispettivi Paesi di missione. La gratitudine del Capo dello Stato verso l’operato dei missionari italiani è stato espressa in un messaggio letto in apertura di conferenza dal Direttore Generale per gli italiani all’estero e le politiche migratorie, Luigi Maria Vignali, che ha moderato l’intera mattinata.

“La missione è sapere lasciare le certezze per costruirne altre - ha affermato l’arcivescovo mons. Richard Gallagher, Segretario per i Rapporti con gli Stati della Santa Sede -. In questa prospettiva si comprende ancora di più Il tema del messaggio scelto dal Papa per la 95esima Giornata Missionaria Mondiale “Non possiamo tacere quello che abbiamo visto e ascoltato” e ricorda cosa ha mosso gli apostoli e i primi cristiani ad andare tra le genti e testimoniare quello che avevano visto e ascoltato”.

Testimonianze di missionarie e missionari

Suor Anna Molinari

Cuore della conferenza le cinque testimonianze dei missionari e delle missionarie. A partire da suor Anna Molinari dal 1978 figlia della carità canossiana, operante dall’anno successivo come missionaria in diverse realtà australiane.

Un percorso complesso, non privo di difficoltà e momenti di sconforto, fatto di tantissime esperienze diverse tra di loro: dal servizio alle comunità italiane ai profughi provenienti dall’Africa al ruolo di Consigliera Generale nella Congregazione che l’ha portata a viaggiare nelle comunità canossiane in tutto il mondo, dall’India al Brasile fino alla Cina.

“Essere missionaria non è determinato dal servizio che si svolge o dall’indigenza che si serve - ha spiegato suor Anna -. Ho capito che per me essere missionaria significa stare con Gesù, servire Gesù, comunicare la sua parola ovunque e a chiunque”.

Padre Livio Maggi

Da Yangon in Asia si è invece collegato padre Livio Maggi del Pontificio Istituto delle Missioni Estere, sacerdote dal 1994. Padre Maggi che ha lavorato anche in Thailandia attualmente si trova in Myanmar dove si occupa di progetti di cooperazione nei settori della disabilità, educazione, inclusione sociale e sviluppo agricolo alla New Humanity International.

“La missione è impegno a guardare l’uomo nella sua realtà e nei suoi bisogni - ha spiegato padre Maggi che ha voluto nel suo intervento ricordare l’operato dei tanti missionari che lavorano in Asia citandoli ognuno per nome.

Padre Luca Bergamaschi

In presenza è invece intervenuto padre Luca Bergamaschi che nel 1992 è partito per la prima volta come laico per il Perù fermandosi per due anni come volontario al servizio dei poveri e delle varie opere di carità; sacerdote nel 2000 è ripartito per il Perù nel 2006 prima come parroco di Shilla e attualmente di Chacas.

“Il missionario è come un sassolino nella scarpa di tutti - ha affermato padre Bergamaschi - io ringrazio i poveri che mi permettono di imparare ad amare. Per incontrarli anche noi dobbiamo imparare a frequentare le periferie”.

Suor Maria Lurdes Lodi Rissini

Dall’Africa, precisamente da Johannesburg si è collegata invece Suor Maria Lurdes Lodi Rissini, che appartiene alla Congregazione delle Suore Missionarie di San Carlo Borromeo Scalabriniane. Dal 1998 al 2001 ha servito nelle Filippine fondando una scuola e realizzando un progetto educativo per figli di immigrati.

Nel 2007 ha operato in Spagna nei servizi sociali per gli anziani. Da febbraio 2018 lavora alla Conferenza Episcopale Sudafricana.

“Mi sono occupata di un centro rifugiati per donne e bambini di guerre. E’ uno strumento per far riscoprire alle donne la capacità di affrontare la situazione di povertà”, ha dichiarato parlando anche delle esperienze con i migranti nell’attuale situazione di crisi.

Suor Benedetta Carugati

Infine per l’Europa orientale, in collegamento da Erevan in Armenia, Suor Benedetta Carugati, della Congregazione delle Missionarie della Carità di Madre Teresa di Calcutta. Laureata in medicina, prende i voti nel 1991 e dal 1991 al 1999 svolge come missionaria l’attività di medico in Libano e dal 2000 al 2012 in Giordania.

Attualmente opera nell’orfanotrofio per bambini disabili della capitale armena: “La nostra missione non è interessarci ai grandi problemi politici o fare grandi progetti, ma incontrare le persone e dire loro che Dio è interessato a lui, a lei”.

Il servizio come forma di regalità cristiana

Guardiamo a Te che sei Maestro e Signore: chinato a terra stai, ci mostri che l’amore è cingersi il grembiule, sapersi inginocchiare, ci insegni che amare è servire.

Fa’ che impariamo, Signore, da Te, che il più grande è chi più sa servire, chi si abbassa e chi si sa piegare perché grande è soltanto l’amore.

E ti vediamo poi, Maestro e Signore, che lavi i piedi a noi che siamo tue creature; e cinto del grembiule, che è il manto tuo regale, ci insegni che servire è regnare.

La pace, la giustizia e la responsabilità verso il mondo

Ti do la pace perchè ci credo Ti do la pace perchè la vivo Ti do la pace perchè la voglio Per te e per tutte le donne, per tutti gli uomini del mondo.

Ti do la pace perchè ci credo Ti do la pace perchè ci credo Ti do la pace perchè la vivo Ti do la pace perchè la voglio Per te e per tutte le donne, per tutti gli uomini del mondo.

Ti do la pace perchè io spero che la pace possa abitare sempre nel creato e tutte le creature.

Soltanto chiedo a Dio che il dolore non mi sia indifferente, che la morte arida non mi trovi vuoto e solo senza aver fatto abbastanza. Soltanto chiedo a Dio che l’ingiustizia non mi sia indifferente, che non mi schiaffeggino l’altra guancia dopo che un artiglio mi ha graffiato questa sorte.

Soltanto chiedo a Dio che la guerra non mi sia indifferente, è un mostro grande e calpesta forte tutta la povera innocenza della gente. Soltanto chiedo a Dio che l’inganno non mi sia indifferente se un traditore può più di pochi, che quei pochi non lo dimentichino facilmente.

Soltanto chiedo a Dio che il futuro non mi sia indifferente, è senza speranza colui che deve partire per vivere una cultura diversa. Soltanto chiedo a Dio che la guerra non mi sia indifferente è un mostro grande e calpesta forte tutta la povera innocenza della gente.

Il canto missionario

Gesù Cristo, io sono qui

Gesù Cristo, Gesù Cristo, Gesù Cristo: io sono qui.

Guardo verso il cielo e vedo una nuvola bianca che sta passando, guardo verso la terra e vedo una moltitudine che cammina. Come quella nuvola bianca, la gente non sa dove va, e chi può dirle che il cammino giusto sei tu, Signore.

Tutta quella moltitudine porta nel petto amore e pace, per questo, per loro, le loro speranze non moriranno. Vedendo il fiore che nasce nell’anima di colui che ha amore, guardo verso il cielo e vedo che già si aggrappano a te, Signore.

In ogni angolo vedo lo sguardo triste di alcuni, cercano per questo mondo la direzione del cammino verso Dio. È mio desiderio vedere aumentare sempre quella processione, perché tutti cantino allo stesso ritmo di questa canzone.

Anima missionaria

Signore prendi la mia vita nuova Prima che l’attesa diventi lunga in me Tu dammi di fare ciò che vuoi Qualunque cosa sia chiamami con te.

Portami dove l’uomo abbia fame della tua parola abbia sete della vita che tu dai dove manchi la speranza dove tutto è sempre triste perché ancora non sanno che ci sei.

Così andrò pellegrinando Ai popoli cantando che sei Signor Con te io non sarò mai stanco Nella preghiera sempre la tua forza troverò.

Ti do il mio cuore e spero Che sia uno strumento fedele come vuoi Signore l’anima mia è in missione Verso quella terra che attende il tuo amor.

Signore, prendi la mia vita nuova, prima che la speranza, svanisca dentro me. Son pronto, a quello che tu vuoi, far della vita un dono, tu chiamami a servir.

Portami dove c’è gente, che ha bisogno della tua Parola, della fede, e della carità. Dove manca la speranza, dove tutto è sempre buio, che io porti, la luce del tuo amor.

Ti do, il cuore mio sincero, che grida con ardore: “È bello il tuo amor”. Signor, l’anima è missionaria, esiste tanta gente, che vive nel dolor.

Così, le labbra canteranno, e a tutti annunceranno, la tua potenza Signor. Avrò, le braccia mie protese, parole di conforto, la forza del pregar.

Accogliere, proteggere, promuovere, integrare

Le società economicamente più avanzate sviluppano al proprio interno la tendenza a un accentuato individualismo che, unito alla mentalità utilitaristica e moltiplicato dalla rete mediatica, produce la “globalizzazione dell’indifferenza”.

In questo scenario, i migranti, i rifugiati, gli sfollati e le vittime della tratta sono diventati emblema dell’esclusione perché, oltre ai disagi che la loro condizione di per sé comporta, sono spesso caricati di un giudizio negativo che li considera come causa dei mali sociali.

L’atteggiamento nei loro confronti rappresenta un campanello di allarme che avvisa del declino morale a cui si va incontro se si continua a concedere terreno alla cultura dello scarto. Infatti, su questa via, ogni soggetto che non rientra nei canoni del benessere fisico, psichico e sociale diventa a rischio di emarginazione e di esclusione.

Per questo, la presenza dei migranti e dei rifugiati - come, in generale, delle persone vulnerabili - rappresenta oggi un invito a recuperare alcune dimensioni essenziali della nostra esistenza cristiana e della nostra umanità, che rischiano di assopirsi in un tenore di vita ricco di comodità.

Ecco perché “non si tratta solo di migranti”, vale a dire: interessandoci di loro ci interessiamo anche di noi, di tutti; […] ascoltando loro, diamo voce anche a quella parte di noi che forse teniamo nascosta perché oggi non è ben vista. […] Dunque […] si tratta […] del presente e del futuro della famiglia umana.

I migranti […] ci aiutano a leggere i “segni dei tempi”. […] Attraverso di loro il Signore ci invita a riappropriarci della nostra vita cristiana nella sua interezza e a contribuire, ciascuno secondo la propria vocazione, alla costruzione di un mondo sempre più rispondente al progetto di Dio.

La missione della Chiesa verso tutti gli abitanti delle periferie esistenziali si esprime attraverso quattro verbi: accogliere, proteggere, promuovere, integrare.

Custodia del creato e missione

Imparare a guardare alla biodiversità, per prendercene cura: è uno dei richiami dell’Enciclica Laudato Si’ di papa Francesco. Nell’enciclica l’invito alla contemplazione della bellezza si salda con la percezione della minaccia che grava sulla biodiversità, a causa di attività e forme di sviluppo che non ne riconoscono il valore.

In una creazione in cui tutto è connesso, infatti, ogni creatura - ogni essere ed ogni specie vivente - dispiega il suo grande valore anche nei legami alle altre. Intaccare tale rete significa mettere a rischio alcune delle fondamentali strutture della vita con impatti che gravano soprattutto sui più fragili.

Siamo chiamati a convertirci, facendoci custodi della terra e della biodiversità che la abita. Si tratterà di opporsi a tante pratiche che degradano e distruggono la biodiversità: si pensi al land grabbing, alla deforestazione, al proliferare delle monocolture, al crescente consumo di suolo o all’inquinamento che lo avvelena.

Si pensi altresì a dinamiche finanziarie ed economiche che cercano di monopolizzare la ricerca o addirittura si propongono di privatizzare alcune tecnoscienze collegate alla salvaguardia della biodiversità. Ma andranno pure contrastati - con politiche efficaci e stili di vita sostenibili - quei fenomeni che minacciano la biodiversità su scala globale, a partire dal mutamento climatico.

Biodiversità e custodia del creato

La preghiera per l’Amazzonia

Signore, aiuta la tua Chiesa ad ascoltare i popoli dell’Amazzonia, e a rispondere con loro alla devastazione delle persone e dell’ambiente. L’Amazzonia in tutta la sua biodiversità e ricchezza culturale è “uno specchio di tutta l’umanità”.

Per difenderlo, tutti dobbiamo fare dei cambiamenti - in noi stessi, nelle nostre nazioni, e all’interno della Chiesa. Mentre percorriamo questo cammino che Laudato Si’ mette di fronte a noi cerchiamo di essere più consapevoli della crisi ecologica e culturale del bacino amazzonico, e imparare ad assistere e custodire meglio la creazione.

Cerchiamo di unirci coraggiosamente per combattere contro le ingiustizie, tra cui: perdita di territorio, sfruttamento, minacce alla biodiversità e l’imposizione di modelli culturali ed economici che sono estranei alla vita delle popolazioni indigene, ovunque.

Insegnaci, Signore, ad ascoltare profondamente, ad agire con giustizia, ad amare con tenerezza e a camminare umilmente su questa terra. Amen.

Il Centro Unitario per la formazione Missionaria

Che cos’è il CUM

Il CUM - Centro Unitario Missionario - per meglio dire Centro Unitario per la cooperazione Missionaria fra le Chiese, come recitava il sottotitolo del suo statuto nel momento - anno 1997 in cui si costituiva in Fondazione, è oggi un organismo della Conferenza Episcopale Italiana inserito a pieno titiolo nella nuova Fondazione Missio, istituita nel 2005 per riunire in sé le varie dimensioni dell’attività pastorale missionaria della Chiesa italiana.

Suo compito specifico è di provvedere alla formazione dei missionari in partenza dal ed in arrivo nel nostro paese. Si trova a Verona in Via Gaetano Trezza 15 dal settembre 2021, dopo aver lasciato la storica sede nel borgo di San Massimo dove era sorto come Seminario Nostra Signora di Guadalupe verso la fine degli anni ’50 del secolo scorso, con lo scopo di preparare seminaristi diocesani che si disponevano al servizio missionario in America Latina secondo le direttive dell’enciclica Fidei Donum (1957).

La storia e lo sviluppo

L’esperienza durò pochi anni e venne affiancata dal CEIAL quale organismo di collegamento della CEI con le Chiese del Sud America, assumendo ben presto il compito di preparare i missionari in partenza. Al CEIAL si aggiunse il CEIAS per l’Africa e l’Asia. La denominazione CUM, in sostituzione delle precedenti sigle, è della fine degli anni ’80.

La casa di Verona divenne dunque in breve tempo in Italia un punto stabile di riferimento per la formazione missionaria. Un’affiatata équipe di educatori, molti di loro reduci da forti esperienze all’estero, hanno provveduto negli anni all’organizzazione dei Corsi divenuti un passaggio obbligato per sacerdoti diocesani Fidei Donum, religiose e religiosi di congregazione e istituti non specificamente missionari, laici e famiglie che in gran numero avrebbero vissuto esperienze in missione contribuendo negli scorsi decenni ad arricchire grandemente l’esperienza di evangelizzazione e di cooperazione tra le Chiese.

Area dei corsiNumero dei corsi
America Latina104
Africa e Madagascar74
Asia e Oceania24
Est Europa14

Si contano fino ad oggi 104 Corsi per partenti America Latina, 74 per l’Africa e Madagascar, 24 Asia e Oceania, 14 Est Europa. I partecipanti sono nell’ordine delle migliaia.

Il Centro CUM in Verona si è arricchito di altre iniziative formative come l’organizzazione di convegni e seminari, è divenuto sede di un’importante biblioteca di pubblicazioni missionarie, specializzata in America latina (il CEDOR Oscar Romero), ha pubblicato in proprio riviste (il SIAL, il NOTICUM), si è trasformato pure in Casa missionaria, punto di riferimento e di contatto per i missionari di passaggio in Italia o rientrati dalla missione, avendo avuto cura sin dagli inizi non solo di preparare ma anche di continuare a seguire, con contatti e visite sul posto, l’esperienza delle persone inviate.

Il CUM oggi

Dagli inizi del 2019 il CUM è una sezione della Fondazione Missio denominata Centro Unitario per la formazione Missionaria. L’enfasi del Centro rimane dunque la formazione dei missionari.

Ormai da parecchi anni esso provvede non solo alla preparazione dei missionari in partenza, il cui numero è purtroppo diminuito nel tempo, ma anche ad accogliere, formare e facilitare l’inserimento dei numerosi operatori pastorali (presbiteri, religiose e religiosi) provenienti da paesi esteri tanto dell’Europa come del Sud del mondo richiesti dalle diocesi o da altre realtà della Chiesa che è in Italia.

Il loro numero è in costante aumento. Si sta dunque verificando nei fatti il tanto auspicato scambio missionario tra le Chiese.

La formazione di questi operatori, esigita dalle convenzioni che regolano il rapporto tra chi invia e chi accoglie, riguarda tanto la lingua italiana come la conoscenza del nostro paese, come soprattutto l’approfondimento pastorale affinché il loro inserimento sia proficuo, sia segno di comunione e aiuti la nostra Chiesa a raccogliere le sfide del momento presente.

Accanto a queste azioni prioritarie, il CUM prevede ogni anno un ricco calendario con altre iniziative di formazione, tra cui spicca l’attenzione ai missionari rientrati e il coordinamento delle famiglie che hanno vissuto esperienze all’estero, la collaborazione con altre istanze formative per l’educazione alla missionarietà nelle nostre diocesi, riguardanti ad esempio il fondamento biblico, l’uso dei mezzi della comunicazione, i nuovi stili di vita.

È tuttora attiva la grande biblioteca del CEDOR, continua la pubblicazione mensile, ora nella nuova veste multimediale, della rivista NOTICUM. Il Centro collabora alla realizzazione degli incontri periodici di formazione permanente dei missionari all’estero nei vari continenti e si sente chiamato a continuare ad essere per loro luogo e comunità di riferimento, di accompagnamento, di accoglienza, casa della missione.

La lunga e gloriosa storia che ha alle spalle è stimolo per continuare con umiltà e tenacia la sua azione nel presente. Le circostanze mutano, ma l’essenza della Chiesa continua ad essere Missione.

La beata Conchita Barrecheguren

Ogni anno, il 13 maggio, la famiglia Redentorista, celebra la memoria della beata Maria de la Concepción, comunemente nota come Conchita Barrecheguren. È stata beatificata dalla Chiesa Cattolica come modello di profonda fede, sofferenza redentiva e profonda devozione al Signore nonostante la sua fragile salute.

ElementoInformazione
NomeMaria de la Concepción Barrecheguren
Nascita27 novembre 1905, Granada
Morte13 maggio 1927
Età alla morte22 anni
Beatificazione6 maggio 2023, Granada
Stato di vitaLaica

La beata Conchita Barrecheguren è nata il 27 novembre 1905 a Granada, in Spagna, è morta il 13 maggio 1927 (all’età di 22 anni) ed è stata beatificata il 6 maggio 2023 a Granada, in Spagna. Era una laica, figlia di Francisco Barrecheguren Montagut.

Sebbene inizialmente lei desiderasse diventare una suora carmelitana, Conchita ne fu impedita dalla sua cattiva salute. Sofferente di infiammazione intestinale, portò la sua intensa sofferenza con fede, dolcezza e gioia.

Condusse una vita tranquilla e contemplativa, offrendo le sue sofferenze come preghiera, ed era nota per il suo amore per l’Eucaristia, la devozione mariana e il desiderio di santità.

Il 13 maggio è significativo perché è il giorno in cui Conchita morì, e riflette la tradizione della Chiesa di assegnare le feste dei Beati o Santi nel giorno della loro “nascita al cielo” - la loro morte, che segna il loro ingresso nella vita eterna.

E’ notevole che il padre di Concita, Francisco Barrecheguren, dopo la scomparsa di sua moglie, all’età di 65 anni entró nella Congregazione redentorista e nel 1947 emise la professione religiosa.

L’eredità spirituale della Beata Conchita Barrecheguren testimonia la sofferenza redentiva offerta con fiducia in Dio, la sua santità di vita, specialmente tra i malati e i sofferenti, e un profondo legame spirituale tra padre e figlia, entrambi camminando su sentieri di santità.

La storia della beata Concita ci ispira tutti, specialmente i giovani, i malati e i fedeli laici, a cercare Dio in mezzo alle prove della vita.

La comunità come casa della missione

“La moltitudine di coloro che eran venuti alla fede aveva un cuore solo e un’anima sola e nessuno diceva sua proprietà quello che gli apparteneva, ma ogni cosa era fra loro comune” (Atti 4, 32).

“In virtù della comune vocazione abbracciata, la nostra Congregazione comprende tutti quanti i membri e tutte le comunità. Ognuno di noi, tuttavia, mentre deve avere quella disposizione d’animo aperta, propria del carattere universale della Congregazione, entra in comunione con i confratelli nella comunità locale per mezzo della vita di famiglia e del ministero” (Costituzioni, 11).

La missione configura la nostra comunità, come comunità di testimoni e di messaggeri. I quattro numeri (69-72) che l’MS dedica alla comunità, non parlano solo della comunità in quanto tale, ma integrano ciò che nei documenti capitolari antecedenti, formava altri paragrafi: il governo e l’economia.

Ora, è certo che tutto si integra nella comunità o meglio, nella oikós: la comunità-oikós, la oiko-nomia e la leadership o governo della casa-famiglia. Questa impostazione si trova in sintonia con la chiamata alla “conversione ecologica” di cui parla Papa Francesco nell’enciclica “Laidato Sii, cui la nostra Congregazione vuole rispondere.

Le nostre comunità sono “case-missione” nella grande casa della Congregazione o, come dice MS 70, “casa e scuola di comunione”. Questa, poi, è casa nella grande casa della Chiesa; e la Chiesa nella casa del nostro pianeta, “casa comune”.

Il primo perché: appartenere alla grande comunità della vita

Il primo perché ci porta a pensare che il nostro pianeta è l’abitat di milioni di milioni di comunità. Le comunità ci identificano, ci definiscono: la mia tribù, la mia famiglia, la mia città, il mio lavoro, il club di appartenenza, la mia scuola, la mia chiesa, il mio tempio…, la mia comunità “on line”.

Vi sono in più comunità di esseri viventi. L’ecologia ci parla di “biocenosi” - comunità di viventi - e di “biotopos” - luoghi nei quali abitano i viventi.

Il campo semantico della parola “comunità” si estende nel nostro tempo per applicarla con moltissima frequenza al mondo degli affari, della politica, dell’università, dell’arte, delle nuove tecnologie. Nella vita consacrata noi viviamo ordinariamente in comunità.

Agli inizi, parlavamo di “ceno-bios”, che è l stessa cosa che “bio-cenosi”. I livelli di soddisfazione da parte di quanti le formano, tuttavia, non è oggi normalmente molto elevato.

Le nostre comunità locali e provinciali hanno bisogno di una nuova fase di riorganizzazione, di genuina rifondazione; e non per rendere le cose più difficili. Proprio dell’innovazione è sempre di facilitare, di rendere tutto più semplice, più accessibile e possibile ciò che a causa di varie circostanze sembra impossibile.

Il secondo perché: la dimora della Trinità

“Se uno mi ama, osserverà la mia parola e il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui”.

Il secondo perché della comunità è la sua vocazione ad essere la casa del Padre, tempio dello Spirito, dimora della Trinità. Dio è comunità trinitaria, una comunità in incessante e misteriosa correlazione, che i Padri della Chiesa espressero con la parola “perichoresi”.

Questa parola ci parla di una permanente “mutua relazione”, della danza divina nella quale ogni persona ribalta nell’altra e si definisce dandosi e ricevendosi.

Nella vita consacrata, la comunità pretende di essere “imago Trinitatis”, come la Chiesa. E’ una comunità scelta da Dio, che non nasce dalla carne né dal sangue, ma dallo Spirito.

La tiene unita il fatto che i suoi membri condividano uno stesso carisma, del quale sono stati gratificati e una stessa missione condivisa con la Santa Trinità. Essere comunità “ad instar Trinitatis” è grazia ed arte.

La comunità secondo il “modello trinitario” è sempre comunità di diversità nella correlazione. Si tratta di una comunità “in danza”, nella quale, cioè, si creano spazi aperti alle interazioni e all’apprendimento a partire da diversità culturali e generazionali.

Il terzo perché: condividere una causa etica

Il terzo “perché” si trova in ciò che potremmo chiamare un “ethos condiviso”. E ci riferiamo, così parlando, ad una causa etica per la quale merita la pena donare la vita, condividerla reciprocamente, appassionarsi: si tratta di quella causa per la quale merita la pena lottare e nella quale tutti coi che formiamo la comunità ci sentiamo implicati.

Ed è questa la ragione per cui ogni comunità deve interrogarsi sulla causa missionaria che la unisce e la configura. E’ la nostra “ragion d’essere” carismatica: il carisma missionario clarettiano, perché il nostro spirito si apra al mondo.

Guardando al carisma in una prospettiva laica, esso è come una “autentica causa etica” a favore della quel ogni istituto di vita consacrata s’impegna e lotta. L’«Ethos» condiviso genera comunità aperte che si integrano dentro una rete, o reti d’azione trasformatrice.

Ciò che costituisce una comunità non è il lavoro che si realizza, ma ciò che si agglutina magicamente affinché i suoi membri camminino insieme, gomito a gomito, in direzione di una meta comune.

Ciò che costruisce o genera una comunità non è il gruppo ben programmato - benché importante questo sia - ma, soprattutto, le interazioni che avvengono in esso. Lo Spirito della diversità carismatica e della comunione è accolto in ogni autentica comunità cristiana.

La comunità come oikos

Essere comunità è un verbo e non solo un nome. E’ azione, processo. E’ una grazia che bisogna supplicare, coltivare e alla quale bisogna permettere di crescere; non solo una conquista del nostro sforzo.

Entreremo in “Processi di trasformazione” se saremo comunità e vivendo come autentici fratelli “come figli del cuore”, accogliendo la presenza del Padre e della Madre che ci rendono fratelli, dell’unico Maestro che ci rende discepoli e ci rallegra con la sua Presenza e dell’amore dello Spirito che si espande nei nostri cuori.

“Oikos” è la parola greca per parlare della famiglia aperta che funziona avendo un obiettivo comune. Nella Chiesa primitiva il discepolato e la missione ruotavano sempre intorno alla fioritura della “oikos”.

La “oikos” fu per le comunità del Nuovo Testamento un autentico centro missionario. Allo stesso tempo, la “oikos” era il centro liturgico: la famiglia aperta si riuniva intorno alla tavola per l’«azione di grazie», per celebrare l’eucaristia.

Era il luogo e il momento della riunione comunitaria dei convocati; ma era anche il punto di lancio missionario. Le nostre parrocchie (par-oikia) ci rimandano alla stessa prospettiva: la casa famigliare che si raduna, prega, condivide, e poi si proietta in missione.

La comunità come presenza missionaria

Parlare della comunità come “presenza missionaria” significa, prima di tutto, fare riferimento alla Chiesa-oikos, come famiglia estesa “in missione”: in essa ciascuno dei suoi membri contribuisce alla missione e ciascuno è sostenuto e appoggiato dalla comunità.

Quanti seguiamo Gesù abbiamo l’opportunità di ricostruire la società per mezzo delle famiglie aperte, per mezzo, cioè, delle comunità basate non sulla carne e sul sangue, ma in Gesù.

Essere chiesa “oikos” è cosa che bisogna imparare: essere famiglie che funzionano insieme in missione con Dio. La comunità come “oikos” è l proposta dello Spirito di Dio per il nostro tempo, per la vita consacrata, per la missione di Dio nel nostro tempo, che vuole restaurare l’abilità della Chiesa perché dia molto frutto.

L’obiettivo non quello d far funzionare un programma chiamato “comunità missionaria”, ma imparare come funzionare essendo famiglia aperta alla missione. E’ cosa che chiunque può imparare.

Non dimentichiamo mai che un piccolo gruppo de persone seriamente dedite, può cambiare il mondo. L’autentico perché non è quello che la comunità fa a favore di Dio, ma quello che Dio fa per la comunità, con la comunità e attraverso la comunità.

Dio ha un piano provvidenziale su ogni comunità. Tale piano va analizzato, accolto e poi proiettato come presenza missionaria in ogni contesto in cui la comunità si colloca: cultura, società, popoli, città, vicinati, strade, reti e comunicazioni.

La missio Dei

L’aggettivo “missionario” riceve vari significati: per alcuni fa riferimento alle “missioni”, così come tradizionalmente sono state intese: missionario si riferisce a ciò che la Chiesa fa per i cristiani, i lontani, i poveri; per altri, “missionario” è semplicemente l’ultima moda inventata per far crescere la Chiesa; infine, il termine “missionario” fa riferimento a qualcosa di essenziale e profondo: a ciò che la Chiesa è, alla sua identità profonda.

Vi sono, dunque, due modi di presenza cristiana e religiosa: a) una, che si caratterizza con la presenza di Chiesa: e risponde a ciò che la Chiesa “fa”: presenza questa che è la più frequente; la società ci riconosce come gente di chiesa, gente di religione a causa di quello che facciamo; b) v’è un altro tipo di presenza, che è quella “missionale”: non dico “missionaria” per distinguerla dalla presenza missionaria in senso classico; “missionale” vuole riferirsi alla presenza della Chiesa che rende trasparente la “Missione di Dio”, ciò che Dio sta facendo e come lo sta facendo; è la comunità testimone dell’azione dello Spirito di Dio.

Il primo modello di presenza è ecclesio-centrico. Il secondo, è teo-centrico e trinitario. Nel paradigma ecclesio-centrico la comunità rimane configurata dalle sue proprie azioni, servizi, progetti a favore di Dio e del suo Regno.

Nel paradigma teocentrico, la comunità si lascia configurare dalla “missio Dei”, o “missio Spiritus”: il suo obiettivo è “lasciare che Dio sia Dio” nel nostro mondo e collaborare con Lui in ciò che Dio chieda.

Questo tipo di presenza di una comunità cristiana o religiosa è il grande mezzo del nostro Dio per l’evangelizzazione della società. E’ la “Missio Dei” - missione che ha Dio Trinità come protagonista - che decide ed offre la ragione dell’essere comunità.

La missione divina fiorisce come “regno di Dio” già presente nel mondo. Non è però che Dio faccia tutto: la Chiesa è chiamata ad essere “complice”, “agente”, collaboratrice della “Missio Dei” e non l’attrice principale.

La missione non si realizza costruendo chiese e nulla più, creando comunità ecclesiali, fondando comunità religiose in determinati luoghi. Non si tratta di comunità che “fanno”, che rendono la missione protagonista, ma di comunità influenzate dalla e compromesse con la Missione che lo Spirito va realizzando ovunque.

Davide Bosch ha riconosciuto, citando Moltmann, che emerge un paradigma ecumenico e missionario: “Oggi uno dei più forti impulsi per il rinnovamento del concetto teologico della Chiesa proviene dalla teologia della missione”.

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