Una comunità di presbiteri ispirata a san Giovanni Crisostomo pone al centro l’unità tra relazione con Cristo, comunione sacerdotale, annuncio della Parola, celebrazione liturgica, guida della comunità e servizio concreto ai poveri. Per il presbitero, la santità non si realizza ai margini del ministero, ma nel ministero e mediante il ministero.
La migliore ascetica per un sacerdote è la generosa, fedele e gioiosa dedizione al proprio ministero. I presbiteri sono chiamati, per e nell’esercizio stesso del loro ministero, a riunirsi all’atto in cui Cristo, per loro mezzo, compie la sua missione di maestro, sacerdote e pastore, e dona loro di partecipare alla sua carità pastorale.
Il significato di prete, presbitero e sacerdote
Il presbitero, di cui il termine prete è la comune abbreviazione, è un ministro di culto della Chiesa cattolica. Nel linguaggio quotidiano viene anche chiamato sacerdote, ma va tenuto presente che tale termine, riferito al sacerdozio ministeriale, indica propriamente sia il presbitero che il vescovo.
Il presbiterato costituisce il secondo grado (superiore al diacono e inferiore al vescovo) del Sacramento dell'Ordine. Si diventa presbiteri attraverso l'Ordinazione Presbiterale. È errata la confusione che talvolta viene popolarmente fatta tra preti, monaci e frati: i primi sono tali in forza di un Sacramento, i secondi e terzi rappresentano una forma di vita religiosa, normalmente contrassegnata dai voti religiosi. Molti religiosi comunque ricevono anche l'ordinazione presbiterale.
In senso esteso, sacerdote è ogni battezzato, sia laico (sacerdozio battesimale o comune) sia ministro ordinato (sacerdozio ministeriale o gerarchico, che non include però i diaconi). Nel linguaggio comune e spesso nei documenti ecclesiali è a volte sinonimo di presbitero, mentre altre volte indica sia il presbitero che il Vescovo.
Il parroco è un presbitero che guida una parrocchia, cioè una comunità locale di fedeli. Il ministro ordinato o sacro è un battezzato che ha ricevuto uno dei tre gradi del sacramento dell'Ordine: diacono, presbitero o vescovo.
Può essere inserito in un ordine religioso (ministro religioso) oppure no (ministro secolare o diocesano). I ministeri ordinati vanno distinti dai ministeri laicali, cioè lettori o accoliti, che lo diventano con appositi riti che non sono però sacramenti.
Il titolo padre in Italia è usato per i religiosi che sono anche presbiteri, mentre don è la contrazione del latino dominus, “signore”, e costituisce un titolo usato per i presbiteri. Monsignore è un titolo usato per i presbiteri insigniti di particolari onorificenze pontificie nonché per i vescovi.
Il ministero del presbitero e i tria munera
In base all'ecclesiologia delineata dal Concilio Vaticano II, che si ricollega all'ecclesiologia del Nuovo Testamento, l'attività del presbitero è finalizzata al servizio della comunità cristiana in un'ottica di carità pastorale, che si concretizza nel triplice compito (munus): presidenza della liturgia; guida della comunità; annuncio della parola.
I tre compiti (tria munera) sono modellati a imitazione di Cristo sacerdote, re (servo) e profeta. L’esercizio dei tria munera, ossia del ministero della Parola (praedicare e docere), della santificazione (sanctificare) e della guida della comunità (regere), prima di essere un «ufficio» e una potestas deve essere considerato un dono che esige la presenza in ogni sacerdote di una tensione verso la perfezione morale, ossia verso la santità.
Non si tratta, allora, d’incoraggiare una generica santificazione del sacerdote quanto, piuttosto, d’inculcare il fondamentale principio che la santificazione di un sacerdote non si attua ai margini, o a lato del suo ministero; ancor meno un sacerdote si santifica «nonostante» i propri impegni ministeriali o, peggio ancora, a loro discapito e detrimento.
Un sacerdote, al contrario, si santifica nel ministero e mediante il suo ministero. Il Concilio lo ha detto così: «I presbiteri raggiungeranno la santità nel loro modo proprio se nello Spirito di Cristo eserciteranno le proprie funzioni con impegno sincero e instancabile (munera sua sincere et indefesse exercentes)» (Presbyterorum Ordinis, n. 13).
Pastores dabo vobis espliciterà ulteriormente questo magistero, sottolineando, anche nel dettaglio, «l’intimo rapporto che esiste tra la vita spirituale del sacerdote e l’esercizio del suo triplice ministero» (n. 26).
| Dimensione del ministero | Servizio del presbitero | Modello in Cristo |
|---|---|---|
| Ministero della Parola | Annuncio, predicazione e insegnamento | Cristo profeta e Verbo eterno |
| Ministero della santificazione | Presidenza della liturgia e celebrazione dei sacramenti | Cristo sacerdote |
| Ministero della guida | Conduzione e cura della comunità | Cristo re e servo |
La santità sacerdotale vissuta nel ministero
Santità sacerdotale è vivere ciò che siamo. L’espressione indicata nel titolo appartiene a san Giovanni d’Avila (1499-1569), patrono del clero secolare spagnolo: Santitad sacerdotal, vivir lo que somos.
Diremo che con la sua affermazione il Vaticano II riconosce ai sacerdoti una sorta di via propria verso la santità. Un’idea abbastanza corrente fino ad allora, infatti, era che le occupazioni ministeriali fossero come un ostacolo alla perfezione, da cercarsi invece in un rapporto più intimo e familiare con Dio.
Si trattata, però, di un modo d’intendere che era molto difforme da quanto intendevano gli antichi autori spirituali, per i quali l’azione non è affatto un’antagonista della «contemplazione» e, perciò, del cammino verso la santità. Essa, piuttosto, è la fase preliminare e indispensabile per giungere alla contemplazione.
Una formula sintetica sarà quella proposta da Cassiano, che individua una doppia conoscenza: quella «pratica», che consiste nella correzione dei comportamenti e la purificazione dai vizi; quella «teorica» che consiste nella contemplazione delle cose divine e nella comprensione dei significati più sacri. Alla seconda si giunge solo attraverso la prima.
Rifacendosi proprio a questa tradizione Ugo di San Vittore non mancherà d’inserire l’azione nello stesso processo della lectio divina, scrivendo che la lettura offre il materiale per conoscere la verità, la meditazione l’adatta, l’orazione l’eleva e l’azione l’applica nella vita, mentre la contemplazione esulta in essa.
Col passare del tempo, tuttavia, una concezione prevalentemente pietistica d’impianto monastico della vita spirituale del presbitero aveva pian piano indotto a sottolineare i pericoli di dispersione e di svuotamento, sottesi ad un’attività pastorale non ben regolata.
Si giunse pure a considerare l’apostolato presbiterale e la vita interiore come due valori distinti, che bisognava sì coltivare, ma facendo attenzione perché l’esercizio del ministero non rappresentasse una pietra d’inciampo nella ricerca della perfezione della carità.
Si pensava che la santità, richiesta al prete come esigenza della sua consacrazione sacramentale, come garanzia di fecondità pastorale e come difesa dalle «insidie» del ministero egli dovesse conquistarla malgrado e nonostante le sue attività apostoliche, ritenute possibili occasioni di dissipazione e di contaminazione mondana.
Nei primi decenni del novecento, però, cominciarono a sorgere domande sulla spiritualità sacerdotale e del clero diocesano, in particolare. Si tratta di istanze giunsero in Concilio convergendo nel capitolo terzo di Presbyterorum Ordinis, che esordisce appunto con l’affermazione che la vocazione sacerdotale, già per se stessa, è via propria e necessaria alla santità sacerdotale.
Per diventare santo il sacerdote deve impegnarsi - come già aveva affermato Lumen Gentium 41- nel quotidiano esercizio del suo ministero. Analogamente deve potersi dire per i sacri ministri, e specialmente per i sacerdoti, ossia tanto per il vescovo, quanto per i presbiteri.
Come i fedeli laici si santificano nell’ordinaria loro vita professionale e sociale, considerando le rispettive attività della vita quotidiana come un’occasione di unione con Dio e di compimento della sua volontà, anche i sacerdoti «esercitando il ministero dello Spirito e della giustizia… vengono consolidati nella vita dello Spirito, a condizione però che siano docili agli insegnamenti dello Spirito di Cristo che li vivifica e li conduce».
I presbiteri, infatti, sono ordinati alla perfezione della vita in forza delle stesse sacre azioni che svolgono quotidianamente, come anche di tutto il loro ministero, che esercitano in stretta unione con il vescovo e tra di loro.
La comunione sacerdotale come forma di vita
L’identità del presbitero è descritta da Giovanni Paolo II nella sua «connotazione essenzialmente relazionale» (PDV 12): alle fonti dell’amore del Padre, della grazia di Cristo e del dono dello Spirito, per vivere nella trama di comunione col Vescovo, con gli altri presbiteri, con il popolo di Dio, con tutti gli uomini.
In particolare, come già detto in Presbyterorum Ordinis 8, tutti i presbiteri appartengono ad una medesima fraternità sacerdotale, di natura e fondamento sacramentale, e vivono in un determinato presbiterio diocesano, per esercitare il loro ministero in «una radicale forma comunitaria» (PDV 17).
Il plurale “presbiteri” potrebbe nascondere proprio la situazione con cui ancora ci troviamo a fare i conti, sul piano teologico e pratico, nelle diocesi e nelle loro istituzioni formative: una miriade di monadi, un prisma dalle infinite facce, non sempre un medesimo organismo vivente.
Oltre al fondamento sacramentale posto nella comune ordinazione presbiterale, la vita e il ministero dei presbiteri si radicano anche nell’istituto dell’incardinazione ad una Chiesa particolare, o nell’appartenenza ad una prelatura personale o ad un istituto di vita consacrata: vincoli giuridici dalle indubbie conseguenze in termini di identità, spiritualità, forma di vita.
Il presbiterio non è dunque soltanto un insieme amministrativo di sacerdoti, ma una realtà di comunione, corresponsabilità e missione. La fraternità sacerdotale rende visibile che il ministero ricevuto non è possesso individuale, ma dono ordinato all’edificazione della Chiesa.
Si può cogliere nelle Lettere di Ignazio una sorta di dialettica costante e feconda tra due aspetti caratteristici dell’esperienza cristiana: senz’altro la struttura gerarchica della comunità ecclesiale, di cui abbiamo già parlato, ma anche l’unità fondamentale che lega fra loro tutti i fedeli in Cristo.
Di conseguenza, non esiste la possibilità di un’opposizione dei ruoli. Al contrario, l’insistenza sulla comunione e sulla reciprocità dei credenti, continuamente riformulata attraverso immagini e analogie (la cetra, le corde, l’intonazione, il concerto), appare come il risvolto consapevole della comune identità dei fedeli, a prescindere dal fatto che essi siano ministri ordinati o meno.
D’altra parte, è evidente la responsabilità dei diaconi, dei presbiteri e dei vescovi nell’edificazione della comunità. Vale anzitutto per loro l’invito all’amore e all’unità.
«Siate una cosa sola», scrive Ignazio ai Magnesi riprendendo la preghiera di Gesù nell’ultima cena: «Un’unica supplica, un’unica mente, un’unica speranza nell’amore. Accorrete tutti a Gesù Cristo come all’unico tempio di Dio, come all’unico altare: egli è uno, e procedendo dall’unico Padre, è rimasto a Lui unito, e a Lui è ritornato nell’unità».
Ignazio non esplicita le istanze formative in rapporto ai ministri sacri. Ma esse non sono per questo meno evidenti. I diaconi, vi si dice, sono uomini «di buona reputazione», o meglio «gente di provata testimonianza».
Si tratta di una saggezza che viene da Dio: è la «sapienza dello Spirito», che chiede profonda intimità con il Signore. Dunque, il servizio della carità presuppone pur sempre il primato della dimensione spirituale nella loro vita.
La tradizione di Antiochia e l’insegnamento di san Giovanni Crisostomo
La tradizione antiochena offre una particolare comprensione del ministero ordinato, fondata sul realismo dell’Incarnazione, sulla comunione ecclesiale, sulla predicazione concreta e sulla responsabilità pastorale.
Già Ignazio nella prima metà del II secolo ne anticipa alcuni tratti caratteristici, soprattutto nello spiccato realismo dei riferimenti all’umanità di Cristo. Egli «è realmente dalla stirpe di Davide», scrive Ignazio agli Smirnesi, «realmente è nato da una vergine, realmente fu inchiodato per noi».
Ignazio impiega lo stesso realismo anche quando si riferisce alla Chiesa. In particolare egli allude più volte alla gerarchica ecclesiastica, parlando dei vescovi, dei presbiteri e dei diaconi.
«È bene per voi», scrive agli Efesini, «procedere insieme d’accordo col pensiero del vescovo, cosa che già fate. Infatti il vostro presbiterio, giustamente famoso, degno di Dio, è così armonicamente unito al vescovo come le corde alla cetra. Per questo nella vostra concordia e nel vostro amore sinfonico Gesù Cristo è cantato».
«E così voi, ad uno ad uno, diventate coro, affinché nella sinfonia della concordia, dopo aver preso il tono di Dio nell’unità, cantiate ad una sola voce».
La comunità sacerdotale trova in questa immagine della cetra una rappresentazione significativa: ogni presbitero conserva la propria responsabilità, ma il ministero raggiunge la sua pienezza nella concordia con il vescovo, con gli altri presbiteri e con il popolo di Dio.
Giovanni Crisostomo, nato ad Antiochia e morto nel 407, è presentato come un pastore profondamente innamorato del sacerdozio e impegnato nella predicazione, nella cura delle comunità e nella difesa dei poveri.
Le omelie del Crisostomo sul vangelo di Matteo costituiscono per noi il più antico commento completo al primo vangelo. Rappresentano altresì una significativa testimonianza di quell’attività omiletica che avrebbe assicurato al Crisostomo il massimo riconoscimento tra gli oratori ecclesiastici.
Risalgono agli anni tra il 386 e il 397, vale a dire tra l’ordinazione sacerdotale in Antiochia e l’elezione alla cattedra patriarcale di Costantinopoli, periodo in cui il Crisostomo fu chiamato a svolgere diversi incarichi di predicazione nelle più importanti chiese antiochene.
Questi incarichi riuscivano particolarmente congeniali a Giovanni che, dopo un’esperienza monastica ed eremitica, aveva abbracciato il sacerdozio per un’irresistibile vocazione pastorale, e che specialmente attraverso la predicazione delle Scritture puntava a realizzare tale vocazione.
Coerentemente la sua predicazione e la sua esegesi, fedeli ai fondamentali indirizzi della «scuola antiochena», paiono singolarmente sensibili alle condizioni concrete, ai problemi e alle necessità anche materiali dei destinatari.
Nell’Antiochia della seconda metà del quarto secolo, dove enormi erano le sperequazioni sociali ed economiche, il Crisostomo è continuamente stimolato a trattare i molteplici problemi sollevati dalla compresenza di ricchi e poveri all’interno della comunità.
La Parola, l’Eucaristia e il servizio ai poveri
Secondo il Crisostomo, la partecipazione alla mensa del Signore non consente incoerenze di sorta: «Che nessun Giuda si accosti alla tavola!». E non è un criterio sufficiente di dignità quello di presentarsi alla mensa con vasi d’oro.
«Non era d’argento quella mensa, né d’oro il calice dal quale il Cristo diede il suo sangue ai discepoli. Vuoi onorare il corpo di Cristo? Non permettere che egli sia nudo: e non onorarlo qui in chiesa con stoffe di seta, per poi tollerare, fuori di qui, che egli stesso muoia per il freddo e la nudità».
«Colui che ha detto: “Questo è il mio corpo”, ha detto anche: “Mi avete visto affamato, e non mi avete nutrito”; e: “Quello che non avete fatto ad uno di questi piccoli, non l’avete fatto a me”. Impariamo dunque ad essere saggi, e ad onorare il Cristo come egli vuole, spendendo le ricchezze per i poveri».
«Dio non ha bisogno di suppellettili d’oro, ma di anime d’oro. Che vantaggio c’è se la sua mensa è piena di calici d’oro, quando egli stesso muore di fame? Prima sazia lui affamato, e allora con il superfluo ornerai la sua mensa!».
Le espressioni citate sono sufficienti per dimostrare la piena identificazione del Cristo con l’indigente. Il Crisostomo infatti è ben consapevole che, prima di qualunque precisazione ulteriore, vale la dichiarazione di principio: chi serve il povero serve Cristo, chi rifiuta il povero rifiuta Cristo.
Ma il Crisostomo è altrettanto consapevole che questo amore del prossimo, per essere realmente quello di Gesù, deve alimentarsi alla comunione con Dio, al suo amore per noi.
Nella sua predicazione il vescovo sottolinea con insistenza l’intimo rapporto tra il comandamento dell’amore e la vita di Dio. L’autentico testimone della carità deve poter dire, insieme all’apostolo Giovanni: «Ciò che noi abbiamo contemplato, ossia il Verbo della vita, noi lo annunciamo a voi!».
In altri termini, per crescere nella carità autentica, i fedeli, e a maggior ragione i ministri ordinati, devono conoscere Gesù, entrare in profonda intimità con lui.
Ancora una volta, il discorso ritorna alla «dimensione contemplativa» del presbitero e alla qualità del suo incontro con il Signore nella Parola e nei sacramenti.
Nel medesimo Dialogo il Crisostomo parla del sacerdozio come di «una vita fatta di coraggio e dedizione», perché il ministero del vero pastore non conosce i confini angusti del tornaconto personale, ma ridonda a vantaggio di tutto il gregge.
Per il Crisostomo la cura del gregge è il «segno dell’amore», è la prova concreta che il ministro ama veramente il Signore: «Se mi ami, pasci le mie pecore».
«Il buon Pastore dà la vita per le sue pecore» (Giovanni 10,11). Proprio qui risiede l’incolmabile differenza tra il «mercenario» e il «pastore».
Il sacerdote, secondo il modello di san Giovanni Crisostomo, non può separare la celebrazione liturgica dalla responsabilità sociale, né la contemplazione dalla carità, né la predicazione dalla concreta cura delle persone.
Il ministero della Parola
Per il ministerium Verbi non si tratta di un mero esercizio di predicazione, bensì davvero di un mettere se stessi al servizio di Cristo - Parola, Verbo eterno di Dio che, nel mistero dell’Incarnazione si è fatto, direbbero alcuni autori medievali, verbum abbreviatum.
Gesù è tale non soltanto perché è Colui che, infinito nel seno del Padre, si è racchiuso nel grembo della Vergine e nella stalla di Betlemme ha assunto le proporzioni di un bambino. Egli lo è anche perché in Lui, i verba multa, le molte parole degli scrittori biblici, diventano per sempre Verbum unum, l’unica Parola, e senza di Lui non esiste alcuna «parola di Dio».
Egli dà il senso a tutte le parole che lo annunziavano e tutto si spiega in Lui e solamente in Lui. Esercitare il ministero della Parola, dunque, comporta assumere questo senso di ogni cosa, che è Cristo ed essere stabilmente ascoltatore di Chi si annuncia.
In un discorso rivolto in Duomo al clero milanese il 24 ottobre 1957, l’arcivescovo G. B. Montini invitava i suoi sacerdoti quasi a «stilizzare» la propria vita sacerdotale secondo il ministero, nella linea dell’agnoscite quod agitis, imitamini quod tractatis.
Disse: «per predicare bene bisogna amare moltissimo la Parola del Signore: occorre un entusiasmo, un rapimento, un assorbimento nella Verità divina, che il Signore comunica specialmente nella meditazione del Vangelo, della Sacra Scrittura e della Dottrina della Chiesa».
«Un grande amore ci fa capaci di parlare anche se balbettiamo, anche se non abbiamo a nostra disposizione le risorse dell’arte poetica o dell’eloquenza sublime: perché possediamo la Verità».
Si tratta, in definitiva, di essere consapevoli che l’annunciatore è anzitutto «affidato» alla Parola che dovrà proclamare.
La liturgia come servizio della comunione
Quello, poi, che è stato accennato per il ministero della Parola, vale analogicamente anche per la presidenza del culto e della liturgia e per la guida del popolo di Dio.
Il suo fedele esercizio fa diventare un sacerdote preghiera vivente e lode a Dio fatta persona. Così egli entra a far parte del ministero degli angeli, coi quali ogni sacerdote celebra l’Eucaristia.
L’antico assioma domenicano del contemplata aliis tradere, lo si potrebbe, in tal caso, riproporre come una contemplationem aliis tradere. Un sacerdote, un vescovo, un parroco hanno il dovere di donare agli altri la loro stessa contemplazione, tutta la loro contemplazione.
Questo avviene quando vi s’include se stessi. Nella missionarietà l’atto contemplativo diviene, come affermava santa Teresa di Lisieux, «l’utero spirituale dove è concepita tutta l’azione della Chiesa».
È il contemplativo, in questo caso, che associa gli altri alla sua preghiera e tutti insieme diventano una comunione orante e contemplante.
La presidenza liturgica, comunque, comprende, con modalità concentriche, il servizio alla comunione della Parola, del culto e della diaconia.
Ma tutto questo deve avvenire attivando tutte quelle dinamiche che considerano detto servizio come espressivo di tutta la Chiesa, la quale come un soggetto comunitario è corresponsabile dell’ascolto pieno, della celebrazione partecipe, del servizio gradito.
In questo modo si esplicita maggiormente l’esigenza di incrementare la vita di tutta la comunità che, in quanto corpo del Signore eucaristico, viene sostenuta a sviluppare tutti i suoi doni in reciprocità totale e paritetica, per rendere più bello e trasparente il Risorto in tutti i suoi membri.
Il governo come servizio
Ugualmente si dirà per l’ufficio di governare, che costituisce un importante fattore di santificazione quando viene esercitato a imitazione di Cristo, «venuto non per essere servito, ma per servire e dare la propria vita in riscatto per molti» (Mc 10, 45).
Praeesse est prodesse, ripete un antichissimo e diffuso aforisma risalente proprio a sant’Agostino, presente pure nella Regula di san Benedetto e ripreso da san Gregorio Magno.
Esso traduce a suo modo l’idea che l’autorità vera sta nel servizio e che è proprio la verità del servizio a rendere autorevoli.
Il vescovo è chiamato a servire la comunione di tutta la chiesa locale, interfacciandola con tutte le altre Chiese in comunione col vescovo di Roma. Il presbitero è chiamato a servire la comunione della comunità affidatagli dal vescovo.
Il diacono ha il compito di sbilanciare la comunità cristiana in direzione del servizio ai poveri e agli ultimi e creare con loro comunità di vita.
La comunità sacerdotale non si definisce quindi attraverso il potere, il prestigio o la separazione, ma attraverso il dono di sé, la responsabilità condivisa e la cura del popolo affidato.
Il presbitero come figlio, padre, madre e fratello
La dimensione relazionale del ministero sacerdotale è stata espressa anche attraverso immagini familiari e comunitarie: il sacerdote-presbitero è figlio, padre, madre e fratello.
La spiritualità del sacerdote consiste principalmente nel profondo rapporto di amicizia con Gesù. Egli dovrà avere sempre la preminenza su tutto.
Imitando la sua sottomissione alla volontà del Padre, diventerete per lui fratelli, sorelle e madri. Dalla relazione con Cristo scaturisce anche la relazione con i fratelli nella fede e con tutti gli uomini.
Il sacerdote-presbitero è figlio
Il sacerdote-presbitero si riconosce innanzitutto figlio. Questo vale non solo in ambito antropologico, ma anche sul piano sacramentale.
Siete figli in quanto battezzati e in quanto ministri ordinati. Ricevendo i sacramenti dell’iniziazione cristiana, siete diventati figli desiderati, accompagnati, custoditi dalla cura della comunità cristiana.
Siete diventati “figli nel Figlio” per vivere la sua relazione filiale con il Padre, che egli chiamava «Abbà». Nel tempo, avete compreso il valore di essere stati generati e custoditi dalla comunità cristiana che, come una madre, si è presa cura della crescita della vostra fede.
L’ordinazione sacerdotale confermerà la vostra figliolanza nei riguardi di Dio e della Chiesa. Siete chiamati a vivere questo rapporto di figliolanza nella preghiera e nell’azione pastorale, riconoscenti per la benevolenza di Dio Padre e per l’accompagnamento premuroso della Chiesa.
Più vivrete questo rapporto con il Padre, più la vostra vita sarà ricolma di gioia e più si rafforzerà il vostro legame con la Chiesa. Riconoscendovi figli, imparerete ad amare il Padre e a sentire cum Ecclesia.
Il sacerdote-presbitero è padre
Figli si nasce, padri si diventa! Con l’ordinazione, sarete costituiti padri di una comunità, nel senso che sarete chiamati a generare alla fede le persone a voi affidate, attraverso l’annuncio della parola e l’amministrazione dei sacramenti, e a guidare la comunità per rendere sempre più stabile l’adesione dei fedeli a Cristo.
Il vostro ministero è l’esercizio di una vera paternità spirituale come esclamava san Paolo ai cristiani di Corinto: «Potreste infatti avere anche diecimila pedagoghi in Cristo, ma non certo molti padri: sono io che vi ho generato in Cristo Gesù mediante il Vangelo».
Il prete ama i fedeli come suoi figli, li coltiva, li carezza come una chioccia i suoi pulcini. Governa quelli che sono sani e li provvede di cibo; sostiene quelli che sono deboli, vegliando su di loro, illuminandoli, incoraggiandoli.
Guarisce i malati, istruendoli e procurando loro la grazia, rimargina le ferite con l’olio della carità e della dolcezza, riconduce i traviati con la sua bontà e misericordia.
La vostra sarà una paternità spirituale vera, umana, dagli orizzonti ampi, tipica di chi, in Cristo, si fa «tutto a tutti, per salvare ad ogni costo qualcuno».
Come il Padre della parabola del figliol prodigo, dovrete attendere tutti e aiutare ciascuno a essere sé stesso. Come il Buon Pastore, dovete andare in cerca chi coloro che si sono smarriti per ricondurli alla casa di Dio, nella quale si radunano tutti i figli dispersi.
Se sarete padri in senso evangelico, attenderete camminando, camminerete amando, amerete attendendo per portare tutti al Signore.
Il sacerdote-presbitero è madre
Alla stabilità della funzione paterna, deve aggiungersi la tenerezza di quella materna. Nella Ecclesia Mater, dovete esprimere la dimensione materna del ministero sacerdotale.
La Chiesa diventa «madre, poiché con la predicazione e il battesimo genera a una vita nuova e immortale i figlioli, concepiti ad opera dello Spirito Santo e nati da Dio».
Anche il vostro ministero deve essere fecondo come il grembo di Maria, secondo la bella immagine di San Bernardo. Dovrete cioè essere un “serbatoio di grazia” che fa traboccare al di fuori ciò di cui è pieno dentro.
Non però come un semplice canale che si limita a far passare l’acqua senza nulla trattenerne, ma come una profonda cisterna, carica di acqua, attinta da una sorgente inesauribile e confluita a un gran numero di fedeli.
Eserciterete il vostro ministero con la tenerezza e il “cuore di carne” di una madre.
Il sacerdote-presbitero è fratello
Dovrete poi coltivare rapporti di fraternità con gli altri presbiteri, con i fedeli e con tutti gli uomini che incontrerete.
Con i sacerdoti, siete chiamati a vivere la «fraternità sacramentale»; con i fedeli, dovrete testimoniare la stessa fede e la stessa grazia battesimale; con ogni uomo, partecipando alla vita di ognuno.
Le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce degli uomini d’oggi, dei poveri soprattutto e di tutti coloro che soffrono, sono pure le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce dei discepoli di Cristo, e nulla vi è di genuinamente umano che non trovi eco nel loro cuore.
Siate soprattutto misericordiosi con tutti: «L’uomo misericordioso è un porto per chi è nel bisogno: il porto accoglie e libera dal pericolo tutti i naufraghi; siano essi malfattori, buoni, o siano come siano; il porto li mette al riparo all’interno della sua insenatura».
«Anche tu, dunque, quando vedi in terra un uomo che ha sofferto il naufragio della povertà, non giudicare, non chiedere conto della sua condotta, ma liberalo dalla sventura».
Formazione e vita comune nel presbiterio
La formazione dei presbiteri non può limitarsi alla preparazione individuale. La vita comunitaria in seminario è chiamata in causa, come fase distinta ma propedeutica alla successiva vita nel presbiterio, necessaria per generare convinzioni, imparare metodi, purificare aspettative, acquisire atteggiamenti.
La nota del 1999 contenente Linee comuni per la vita dei nostri seminari dedicava tanta attenzione all’esigenza di dare spessore esistenziale e formativo alla figura teologica di presbitero per le nostre Chiese del terzo millennio.
Una insufficiente capacità relazionale e una carente passione apostolica costituiscono una seria contro-indicazione vocazionale. Non basta dunque una generica crescita nella fede, bensì occorre che nel candidato al futuro ministero siano motivate e mature l’attitudine alla comunione a partire dall’appartenenza a un presbiterio, e la decisione di dedicarsi alla comunicazione del Vangelo.
L’attuale ratio per La formazione dei presbiteri nella Chiesa italiana concretizza tali affermazioni nell’esigenza di vivere «un tempo di vita comune per stare con Gesù e con i fratelli nella consapevolezza della comune chiamata… in un contesto di comunione fraterna, al modo degli apostoli».
La comunità sacerdotale deve quindi preparare a una forma di vita nella quale la preghiera, il confronto, la corresponsabilità e la missione siano ordinariamente condivisi.
Le dimensioni della formazione comunitaria
La vita comunitaria in seminario deve educare agli incontri comunitari di formazione, condivisione, programmazione e verifica, alla trama delle relazioni interpersonali improntate alla carità e alla verità, a una comunicazione autentica, all’attenzione a chi è nel bisogno.
Essa deve inoltre formare al dialogo educativo e all’obbedienza rispettosa, attiva e responsabile verso gli educatori, alla capacità di affrontare i conflitti con maturità, alla correzione fraterna fatta con delicatezza e sincerità.
Sono necessari la qualità evangelica della vita in comune, il senso di responsabilità reciproca e l’umile impegno nel servizio, in particolare il clima che vi si respira, familiare, laborioso e propositivo.
Il benessere profondo dei sacerdoti dipende in gran parte dall’integrazione cordiale di queste opportunità di crescita umana, o piuttosto dal degradare silenziosamente verso forme di chiusura, acidità, depressione, cinismo.
Anche attraverso il crogiuolo pasquale dei momenti difficili, ci si può sperimentare capaci di rimettersi in cordata, di cooperare e non solo di competere, arricchiti e non misurati dalle diversità.
Questi sono laboratori di formazione permanente che non possono essere ulteriormente rinviati o evitati.
La solitudine e il bisogno di comunità
Il disagio dei sacerdoti è evidente e diffuso, ovviamente correlato anche con un più vasto disagio sociale. La fotografia del “presbiterio Italia” registra la diminuzione numerica del clero, specie al centro-nord, un crescente invecchiamento, soprattutto al centro, la presenza di sempre più preti stranieri, il divario tra generazioni di sacerdoti abituate a permanere a lungo nella stessa realtà e altri, i più giovani, costretti a frequente ricambio e mobilità.
E, ovviamente, un diffuso stress da iperattività e senso di inadeguatezza. Scavando dietro simili rilevazioni sociali, notiamo che il prete - come tutti - è chiamato alla fatica di diventare autenticamente uomo, maturo, fecondo.
Soprattutto la solitudine affatica la vita e il ministero di tanti sacerdoti, non tanto come un disagio di natura psicologica, quanto come «un reale bisogno di comunità, cioè di un’esperienza di vita in comune con altri sacerdoti per condividere scelte pastorali, per spartire responsabilità e sostenersi spiritualmente a vicenda».
Non si tratta soltanto di un’impresa ascetica individuale affidata alla pur necessaria regola di vita, quanto dell’alfabeto proprio di ogni forma di vita ecclesiale, tra cui debbono spiccare l’amicizia e lo scambio fraterno con gli altri presbiteri.
Le qualità umane del presbitero
Per Giovanni Paolo II «di particolare importanza è la capacità di relazione con gli altri», l’essere cioè «affabile, ospitale, sincero nelle parole e nel cuore, prudente e discreto, generoso e disponibile al servizio, capace di offrire personalmente e di suscitare in tutti rapporti schietti e fraterni, pronto a comprendere, perdonare e consolare».
Essere aperti alla realtà, disposti a conoscerla e ad accettarla per quello che è e non secondo facili pregiudizi; imparare a conoscere, riconoscere e gestire sentimenti ed emozioni, per crescere nell’empatia piuttosto che nel narcisismo.
Imparare ad accostare tutte le persone, ad ascoltare e parlare, dialogare e confrontarsi con tutti; riuscire anche a stare soli con se stessi, nel silenzio, senza isolarsi.
Confrontarsi apertamente e liberamente con la dominante concezione consumistica ed individualistica della vita, incompatibile con l’oblatività insita nella vocazione del prete; non censurare l’esperienza del limite e sapersi affidare a maestri di umanità e guide autentiche.
Perché la personalità umana del sacerdote sia «ponte e non ostacolo per gli altri nell’incontro con Gesù», la maturità relazionale diventa una condizione concreta della carità pastorale.
La carità pastorale e il discepolato
La carità pastorale è chiaramente la categoria chiave della spiritualità e della vita del presbitero, ma anche il principale punto di coagulo di ogni presbiterio, il motivo più profondo dell’impegnativa comunione tra ministri ordinati appartenenti alla medesima Chiesa particolare.
È dono dello Spirito, e anche compito cui dedicare la vita, nella concretezza dei tratti che risplendono nel Pastore bello del Nuovo Testamento, fino al «totale dono di sé alla Chiesa» universale e particolare.
Alimentata all’Eucaristia, questa realtà si attua nel vincolo della comunione al Vescovo e col presbiterio. La carità pastorale accomuna alla base le diverse forme di ministero che i presbiteri possono svolgere.
Formare in questa prospettiva significa la profonda saldatura esistenziale tra formazione umana e formazione spirituale, tra l’essere e il fare, tra l’identità e l’esperienza, tra configurazione a Cristo e appartenenza alla Chiesa.
La relazione vitale con Cristo si esprime nella sfumatura dell’amicizia, nell’impegno della continua ricerca, nell’avventura della fede attinta all’ascolto della Parola e alla grazia dei sacramenti: sempre «chiamati per stare con Lui».
La maturazione affettiva conduce agli orizzonti della carità, del dono di sé, del celibato per il Regno. Al discepolato vanno collegate strettamente le scelte di povertà e di verginità come modi concreti in cui il discepolo vive e afferma l’unicità di Gesù.
Il valore specifico dell’obbedienza è caratterizzato come apostolico, comunitario, teso all’unità del presbiterio, e pastorale.
Un sacerdozio che non separa, ma piuttosto integra nella comunità: questa è la carità pastorale, che va dall’annuncio alla celebrazione, dalla promozione umana alla condivisione.
Alla vita del presbitero è data l’opportunità di realizzarsi pienamente come discepolo di Cristo, esercitando la presidenza come pro-esistenza, come “uomo della comunione”, dedito alla faticosa costruzione del tessuto connettivo della comunità cristiana.
La vera formazione è quella permanente, nella vita e nel ministero, e la formazione iniziale deve portare al gusto del discepolato e della conversione costanti.
La centralità della liturgia è fonte e culmine del culto spirituale che si irradia nelle diverse dimensioni della vita e della pastorale, tra sistole e diastole dell’azione e della contemplazione, del percorso individuale e dell’esperienza comunitaria.
La distinzione tra sacerdote e presbitero
La storia della chiesa è il luogo privilegiato in cui possiamo notare lo sviluppo della tradizione, il suo cristallizzarsi ma anche il suo continuo rimodularsi. La tradizione, infatti, non è un dato statico ma prende forma a seconda delle pressioni che la storia fa sentire e si va rimodulando secondo la forma storica, che la stessa comunità ecclesiale va prendendo.
Nel processo della tradizione da un lato, qualcosa è ‘costante’, essenziale; dall’altro lato, qualcosa è ‘variante’, anche sul piano linguistico.
Il termine Archiereus, “sommo sacerdote”, è riferito a Gesù Cristo nella Lettera agli Ebrei, nella quale si afferma che il Figlio di Dio non ha voluto prendere forma dagli angeli, piuttosto è stato “tratto di tra gli uomini e costituito a loro favore” per essere come uno di loro e potere capire, dall’interno della condivisione radicale, anche il loro patire.
A sua volta il qualificativo sacerdotale o regno di sacerdoti è riferito a tutto il popolo cristiano in 1Pt 2,5 e 2,9, con citazioni esplicite e implicite di testi dell’Antico Testamento.
Nelle Lettere paoline viene riconosciuta una diversità di carismi e doni all’interno della comunità e tra di essi c’è anche il ‘governare’. Parimenti, nel configurarsi del linguaggio neotestamentario si vanno delineando tre tipi di figure, nessuna delle quali ha caratteristiche sacerdotali: diaconi, servi; presbiteri, anziani; episcopi, che vegliano e sorvegliano.
La sacralizzazione del ministero
Va ricondotto a epoca successiva, da Cipriano in poi, il riferimento del termine sacerdos al gruppo dei presbiteri, avviando un processo che lo renderà esclusivo di essi, espropriandone il popolo cristiano.
Di tale processo fanno parte diverse ulteriori specificazioni: l’implicanza sacerdos/sacer e la qualificazione di “uomo del sacro”, con le ambivalenze sacro/profano, con lo sviluppo della separatezza anche dalla vita quotidiana, incluso il celibato.
Vi è inoltre l’implicanza sacerdozio/sacrificio con funzione del sacerdote come ‘mediatore’ tra Dio e gli uomini col rischio di diverse ambiguità.
Il popolo sacerdotale resta soltanto sullo sfondo di questo processo, caratterizzato più per quello che non può fare, consacrare l’Eucaristia, anziché per quello che è abilitato a fare come soggetto comunitario della celebrazione.
Il ministero ordinato come servizio della comunità
In primo luogo ripartiamo dalle affermazioni postconciliari di una chiesa tutta ministeriale in forza dei sacramenti della iniziazione cristiana, riservando il qualificativo sacerdote/sacerdotale, oltre che profetico e regale, a tutto il popolo cristiano, crismato dallo Spirito e reso concorporeo col Risorto.
Si dia spazio alle illimitate forme di “ministerialità diffusa” sulla linea del passato apostolico, ma altrettanto in apertura a ricercarne nuove.
In secondo luogo, in linea con i nuovi riti, vanno ripristinate le tre figure specifiche del vescovo, del collegio presbiterale e del collegio dei diaconi, rileggendone il senso come “persone di servizio” della comunità.
Il vescovo presiede la comunione della chiesa locale, il presbiterio presiede le comunità afferenti alla Chiesa locale e il diaconio, in nome della Chiesa locale, si affianca ai bisogni e ai bisognosi della comunità cristiana, ma anche della collettività civile.
Il vescovo è chiamato a servire la comunione di tutta la chiesa locale. Il presbitero è chiamato a servire la comunione della comunità affidatagli dal vescovo. Il diacono ha il compito di sbilanciare la comunità cristiana in direzione del servizio ai poveri e agli ultimi.
La storia della comunità dedicata a San Giovanni Crisostomo
La Chiesa dedicata a S. Giovanni Crisostomo, voluta dall’Arcivescovo Giovanni Battista Montini, che ha fondato la Parrocchia il 28 Ottobre 1961, affidandola alle cure di don Enrico Molteni, è stata costruita nel 1964-6 su progetto dell’arch. Gian Poalo Bettoni e dell’Ing. Giuseppe Calcagni ed è stata consacrata dall’Arcivescovo Giovanni Colombo il 13 dicembre 1975.
È circondata all’esterno da un porticato che corre lungo tutta la facciata e il lato destro. Nella sua struttura ricorda una basilica romana; è a forma ellittica con la volta a carena di nave rovesciata.
I materiali impiegati sono il cemento armato ed il mattone. Di cemento armato sono i grandi pilastri e le travi che sostengono le pareti e gli archi della volta.
Di cemento è pure una parete ricurva, suddivisa in cinque spazi, che abbraccia il presbiterio e funge da abside. I mattoni simboleggiano i cristiani, “pietre vive” della Chiesa di cui Gesù è la pietra fondamentale.
Sui pilastri interni dodici piccole croci, segno della consacrazione, richiamano i dodici apostoli, sostegno della Chiesa di Cristo; l’evento della consacrazione è pure ricordato da una lapide di marmo, posta sulla parete sinistra.
Artistiche e significative vetrate, eseguite dall’istituto d’Arte “Beato Angelico” di Milano nel 1982, propongono in modo simbolico alcuni momenti importanti della Storia della Salvezza.
Nelle Vetrate di sinistra sono trattati temi relativi all’Antico Testamento, sulla parete opposta quelli riguardanti il Nuovo Testamento e sopra l’ingresso principale è raffigurata la Gerusalemme Celeste.

Una comunità sacerdotale radicata nella Chiesa
La comunità sacerdotale di San Giovanni Crisostomo può essere compresa come una realtà nella quale la tradizione antiochena, la spiritualità del presbiterio e la missione pastorale convergono nella comunione concreta.
Occorre, dunque, che noi sacerdoti ci santifichiamo nell’esercizio e con l’esercizio del nostro ministero. Diversamente detto, i sacerdoti sono chiamati, per e nell’esercizio stesso del loro ministero, a riunirsi all’atto in cui Cristo, per loro mezzo, compie la sua missione di maestro, sacerdote e pastore.
Tale comunione con Cristo, intervenendo egli stesso nel loro ministero, fonda adeguatamente la specificità della santità presbiterale. Per il presbitero la dedizione totale al gregge è il segno della sua unità con Cristo.
D’altra parte la piena dedizione al gregge lo impegna «ad accorrere» continuamente «a Gesù Cristo come all’unico tempio di Dio, come all’unico altare».
In ultima analisi, il «realismo» dei Padri antiocheni invita il presbitero a una sintesi progressiva tra configurazione a Cristo, intimità e unione con lui, e dedizione pastorale, missione e servizio alla Chiesa e al mondo.
Attraverso una dimensione deve parlare l’altra, e i ministri non devono ridursi mai a «semplici distributori», ma essere «autentici testimoni» dei misteri di Cristo e della sua Chiesa.
Nella vita sacerdotale non può esistere, pertanto, frattura tra l’amore di Cristo e lo zelo per le anime. Come Cristo, unto dallo Spirito Santo, fu spinto dal suo profondo amore per il Padre a dare la propria vita per gli uomini, così il presbitero, consacrato dallo Spirito Santo e convenientemente configurato a Cristo sacerdote, si dedica all’opera del Padre, compiuta per mezzo del Figlio.