La croce pettorale scelta da Papa Francesco, conosciuta come Croce del Buon Pastore, rappresenta il rapporto di Gesù con l’umanità e richiama la misericordia cristiana posta al centro del suo apostolato. La scelta di indossare questa croce, senza il Crocifisso come invece le tradizionali, ma ugualmente radicata nella Parola antica e nell’attualità, è messaggio di consolazione e di salvezza, contemporaneamente unica e universale.
Quella indossata dal papa è di prezioso ma semplice argento e gli fu regalata a Roma quando era ancora arcivescovo di Buenos Aires: da allora la porta sempre al collo con devozione. Vi sono raffigurati: in alto la colomba dello Spirito Santo; sotto, il gregge che fa corona al buon pastore; che, al centro, porta sul collo la pecora ritrovata.
Il significato della croce si comprende anche alla luce della riflessione di Sant’Agostino, per il quale le sue quattro dimensioni - larghezza, lunghezza, altezza e profondità - racchiudono il mistero dell’amore di Cristo, della perseveranza, della speranza in Dio e dell’abbandono ai suoi giudizi.
La Croce del Buon Pastore di Papa Francesco
Allora Egli disse questa parabola:”… si rallegrerà per quella più che per le 99 che non si erano smarrite …” Mt, 18,13. “… ritrovatala, se la mette in spalla tutto contento …” Lc 15,5. “… Io sono il buon pastore …” Gv, 10,11.
La Croce del buon pastore rappresenta il rapporto di Gesù con noi e, similmente al recente Giubileo, ci dice molto su papa Francesco, come segno della misericordia cristiana al centro del suo apostolato. La scelta di indossare questa Croce, senza il Crocifisso come invece le tradizionali, ma ugualmente radicata nella Parola antica e nell’attualità, è messaggio di consolazione e di salvezza, contemporaneamente unica e universale, e vale un’enciclica.
La colomba collocata nella parte superiore richiama lo Spirito Santo, mentre il gregge rappresentato al centro evoca il popolo affidato alla cura del pastore. La pecora ritrovata sulle spalle di Gesù rende visibile il cuore della parabola evangelica: il pastore non si limita ad attendere il ritorno di chi si è smarrito, ma lo cerca, lo raggiunge e lo riporta alla sicurezza.
La croce diventa così un’immagine della misericordia che si fa prossimità. Essa non presenta soltanto la sofferenza, ma mostra un gesto di cura, di protezione e di responsabilità verso chi è fragile o lontano.

La croce come segno del ministero pastorale
In un celebre discorso rivolto ai giovani a Parigi, Papa Benedetto XVI spiegava il significato della croce che ogni vescovo porta sul petto: “Non è un ornamento, né un gioiello. È il simbolo prezioso della nostra fede, il segno visibile e materiale del legame con Cristo.”
Ogni croce pettorale è dunque un sigillo che unisce il vescovo al suo Signore. È memoria visibile del legame indissolubile con Cristo e con la sua Chiesa, ma anche segno della responsabilità di portare, giorno dopo giorno, le gioie e le ferite del popolo affidato alle sue cure.
La croce pettorale non è quindi soltanto un elemento dell’abbigliamento episcopale, ma un segno pubblico della fede e del servizio. Nel caso di Papa Francesco, l’immagine del Buon Pastore sottolinea una concezione del ministero fondata sulla misericordia, sull’attenzione agli smarriti e sulla vicinanza a ogni persona.
La croce nella lettura di Sant’Agostino
La croce interpella, scandalizza, provoca, difficile rimanerne indifferenti. Davanti al crocifisso hanno sostato in riflessione tutti gli uomini che l’hanno trovata sulla loro strada, credenti e non credenti.
Ognuno misurandosi con questo strumento di tortura e condanna a morte dei romani divenuto simbolo di salvezza per i cristiani. Celebri sono le argomentazioni di S.Agostino il quale commentando la lettera agli Efesini di S.Paolo (Ef 3, 13-18 ) riflette sul mistero della croce servendosi delle quattro dimensioni: “la larghezza, la lunghezza, l’altezza e la profondità“.
Attraverso questi elementi il santo d’Ippona mostra che l’amore è l’unica strada attraverso la quale possiamo purificare il cuore, raggiungere la pace, sperare di vedere Dio. Nel discorso 165 di cui riporto i paragrafi interessati al discorso della croce, mediante un’accurata esegesi, Agostino mostra che il vero perno delle dimensioni del mistero della croce è l’amore.
Le quattro dimensioni del mistero della croce
Sant’Agostino - Discorso 165 dalle parole dell’Apostolo (Ef 3, 13-18): “Vi prego, quindi, di non perdervi d’animo per le mie tribolazioni per voi, sono gloria vostra…”
“Vi spiegherò pertanto, fratelli miei, che cosa questo stia a significare. Se per qualcuno forse è più facile che vuol dire? Perché sono meno capace sia di comprendere sia di far conoscere la larghezza, la lunghezza, l’altezza e la profondità, queste quattro dimensioni che cita l’Apostolo, lo trascurerò?”
“Non busserò io forse e non sarò aiutato dalle vostre preghiere per esporvi qualcosa di salutare? Perché ti incammini con lo spirito, uomo che sei cristiano, verso la larghezza della terra, la lunghezza del tempo, l’altezza del cielo, la profondità dell’abisso?”
“Quando giungerai a comprendere tali dimensioni con la mente o con i sensi del corpo? Cioè: sia riflettendo, sia fissandovi lo sguardo, quando giungerai a comprendere tali dimensioni?”
“Ascolta appunto l’Apostolo che ti dice: Quanto a me, non ci sia altro vanto che nella croce del Signore nostro Gesù Cristo. Da parte nostra gloriamoci in essa, almeno perché con il nostro peso siamo su di essa. Tutti gloriamoci in essa, o buoni fratelli, in essa gloriamoci.”
“Vi troveremo forse e la larghezza e la lunghezza e l’altezza e la profondità. Da queste parole dell’Apostolo, in certo qual modo infatti, la croce ci viene innalzata davanti.”
“Dimostra infatti la larghezza, in cui sono inchiodate le mani; dimostra la lunghezza, in quanto il tronco si tende di lì fino a terra; dimostra anche l’altezza, poiché dallo stesso tronco trasversale, in cui sono inchiodate le mani, sporge alquanto e vi è posato il capo del crocifisso; dimostra anche la profondità, vale a dire ciò che è infisso sulla terra e non si vede.”
“Considerate il grande mistero. Da quella profondità che non si vede, si eleva tutto ciò che vedi.”
La larghezza: l’amore che opera il bene
Per Sant’Agostino, la larghezza della croce è collegata alla vita e ai costumi dei santi, cioè a quella capacità di aprire il cuore e di operare il bene senza costrizione.
“Allora dov’è la larghezza? Poniti a confronto con la vita e i costumi dei santi, i quali dicono: Non ci sia altro vanto che nella croce del Signore nostro Gesù Cristo.”
“Nel loro comportamento troviamo la larghezza dell’amore, di cui li ammonisce lo stesso Apostolo, dicendo: Aprite il vostro cuore, non siate di quelli che portano il giogo assieme agli infedeli.”
“E dal momento che era di grande cuore, egli che li esortava all’apertura, ascolta che cosa giunge a dire: La nostra bocca si è aperta verso di voi con franchezza, Corinzi; il nostro cuore è tutto aperto.”
“Ne segue che la larghezza è l’amore, l’unico che opera il bene. La larghezza fa sì che Dio ami chi dona con gioia.”
“Effettivamente se uno si è trovato alle strette, darà a malincuore; se darà affliggendosene, sarà perduto ciò che darà. E’ necessaria, quindi, la larghezza dell’amore, perché non vada perduto ciò che fai di buono.”
La larghezza non indica dunque una semplice estensione materiale della croce. Essa descrive l’ampiezza del cuore, la disponibilità a donare e la libertà interiore con cui il cristiano compie il bene.
La lunghezza: la perseveranza fino alla fine
“Ma poiché il Signore afferma: Quando dilagherà l’iniquità, l’amore di molti si raffredderà; dammi anche la lunghezza. In che consiste la lunghezza? Colui che persevererà sino alla fine, sarà salvo.”
“Questa è la lunghezza della croce, dove si stende tutto il corpo; dove, dove si resta dritti, e così rimanendo si persevera.”
“Pertanto, se tu che ti vanti nella croce desideri avere la larghezza della croce, abbi la forza di operare il bene. Se vuoi avere la lunghezza della croce, abbi la longanimità del perseverare.”
La lunghezza è quindi il tempo della fedeltà. L’amore, per essere autentico, non può limitarsi all’entusiasmo iniziale o a un gesto isolato: deve attraversare le prove, il logoramento, l’attesa e la difficoltà.
L’altezza: sperare e amare Dio
“Se poi vuoi avere l’altezza della croce, riconosci che cosa ascolti e dove lo ascolti: in alto il cuore. Che cosa vuol dire: ‘in alto il cuore’? In alto spera, in alto ama; all’alto chiedi la forza, dall’alto attendi la ricompensa.”
“Giacché, se ti comporti bene e dài lietamente, è come se avessi. Se persevererai fino alla fine nelle medesime buone opere, la lunghezza.”
“Ma se non fai tutte queste cose in vista della ricompensa divina, tu non possederai l’altezza; e non ci sarà più né la larghezza né la lunghezza.”
Per Agostino, l’altezza orienta l’azione verso Dio. Il bene non viene compiuto soltanto per ottenere approvazione, riconoscimento o vantaggio, ma perché il cuore si eleva verso colui dal quale provengono la forza e la ricompensa.
“In che consiste infatti il possedere l’altezza, se non avere Dio nella mente, amare Dio, e nell’amare gratuitamente Dio, egli che soccorre, egli che guarda, egli che corona, egli che concede la ricompensa; infine nel considerare lui quale premio, nel non attendere da lui altro che lui stesso?”
“Se ami, ama gratuitamente; se è vero che ami, egli sia la ricompensa che tu ami. O non è forse vero che ti sono care tutte le cose e disprezzi colui che ha formato tutte le cose?”
La profondità: il mistero dei giudizi di Dio
La profondità della croce riguarda ciò che l’uomo non riesce a penetrare completamente: il mistero della grazia, della libertà e dei giudizi divini.
“Perché ci sia possibile tutto questo, per noi l’Apostolo ha piegato le ginocchia, soprattutto perché ci sia dato. Ci atterrisce infatti anche il Vangelo: A voi è dato di conoscere il mistero del regno, ma a loro non è dato.”
“Così a chi ha sarà dato. Ma chi è che ha ed al quale si darà se non colui al quale è stato dato? Ma a chi non ha, a lui sarà tolto anche quello che ha.”
“Chi è invece che non ha se non colui al quale non è stato dato? Perché è stato dato a quello e a quello no? In questo consiste la profondità della croce ed oso dirlo.”
“Dal profondo di non so quale dei giudizi di Dio, che non possiamo far sì che vengano penetrati e contemplati, procede tutto ciò che ci è possibile.”
“Da non so quale profondità dei giudizi di Dio, che non possiamo fare oggetto di contemplazione, che non siamo capaci di penetrare, procede tutto ciò che possiamo.”
“Io vedo ciò che posso: non vedo a che si deve che io possa; solo perché anche ciò che posso lo vedo soltanto fino al punto di conoscere che viene da Dio.”
“Ma il fatto del dare all’uno e non all’altro mi supera, è un abisso, è la profondità della croce; posso erompere in voci di ammirazione, non posso condurre una discussione dimostrativa.”
“Che cosa di tale profondità può raggiungere il mio grido di stupore? Come sono grandi le tue opere, Signore! I Pagani ricevono la luce, i Giudei sono accecati.”
“Alcuni neonati ricevono il lavacro del sacramento del Battesimo ma altri neonati si lasciano nella morte del primo uomo. Come sono grandi le tue opere, Signore! Fuor di misura profondi i tuoi pensieri!”
“E prosegue: L’uomo insensato non intende e lo stolto non capisce queste cose. Perché non capisce lo stolto e l’insensato? Perché si tratta addirittura di qualcosa di profondo.”
“Se infatti non lo intende lo stolto, ma lo intende il sapiente, non è qualcosa oltre misura profondo. Ma se il sapiente si rende conto che è qualcosa di profondo, lo stolto non avverte neppure che è profondo.”
La profondità non conduce alla rinuncia alla ragione, ma alla consapevolezza dei suoi limiti. L’uomo può riconoscere ciò che riceve e comprende, pur non riuscendo a spiegare interamente il disegno attraverso il quale la grazia opera.
La croce come passaggio dalla morte alla vita
Venerdì Santo richiama il buio, la sofferenza, la morte. È il giorno dello sguardo fisso sulla croce, da contemplare pensando alla Pasqua.
Il Venerdì Santo è il giorno della croce, della passione e morte di Cristo, del suo estremo dono d’amore per la salvezza di ogni uomo. È il giorno del silenzio e della contemplazione, del digiuno e della preghiera.
Non si celebra l’Eucaristia ma la Passione del Signore che, di consueto, si articola in tre momenti: Liturgia della Parola, adorazione della Croce, Comunione eucaristica con le ostie consacrate la sera prima durante la Messa in Coena Domini.
Contemplando le terribile sofferenze patite da Gesù il cuore si riempie di commozione e gratitudine ma con lo sguardo e il cuore già proiettati sulla Pasqua. La croce infatti ha senso solo perché via alla Risurrezione.
«Chi scappa dalla croce, scappa dalla risurrezione» ha sintetizzato mercoledì scorso il Papa.
La croce non è il punto finale, ma un passaggio: dalla morte alla vita, dal tempo all’eternità. Richiamando Sant’Agostino, nella sua riflessione Fra Gianluca ha sottolineato il mistero pasquale come transito salvifico.
“La morte è diventata un passaggio a ciò che non passa”: Cristo, innalzato sulla croce, è già nella gloria del Padre e attira tutti a sé, e la sua elevazione è contemporaneamente abbassamento e glorificazione, amore che salva.
“Oggi possiamo stare davanti a Lui in completa verità, senza difendere nulla”, ha continuato. La liturgia del Venerdì Santo, con i suoi segni di spogliazione e silenzio, diventa immagine della condizione umana davanti a Dio.
È il tempo della verità, senza difese né maschere. Proprio nella fragilità e nella povertà interiore, Dio può operare ciò che è impossibile all’uomo, rendendo questo giorno un tempo favorevole di grazia.
Venerdí Santo - Celebrazione dell'adorazione della Croce (ore 17.00)
Credere nel Crocifisso e portare la croce degli altri
Il culmine della riflessione è stato l’invito alla fede e alla conversione del cuore. La croce non è un simbolo di sconfitta, ma il trono dell’amore da cui scaturisce la salvezza.
“La croce non è un simbolo di sfortuna, ma trono d’amore da cui ci proviene la salvezza”. Credere, allora, significa affidarsi a Cristo senza auto-giustificazioni e imparare a portare non solo la propria croce, ma anche quella degli altri.
“Se aiuto a portare la croce dell’altro, anche la mia diventa più leggera.”
Scrive sant’Agostino: «Come vorrei, o miei fratelli, incidervi nel cuore questa verità! Se volete vivere un cristianesimo autentico, aderite profondamente al Cristo in ciò che egli si è fatto per noi, onde poter giungere a lui in ciò che è e che è sempre stato.»
«È per questo che ci ha raggiunti, per farsi uomo per noi fino alla croce. Si è fatto uomo per noi, per poter così portare i deboli attraverso il mare di questo secolo e farli giungere in patria, dove non ci sarà più bisogno di nave, perché non ci sarà più alcun mare da attraversare.»
«È meglio, quindi, non vedere con la mente ciò che egli è, e restare uniti alla croce di Cristo, piuttosto che vedere la divinità del Verbo e disprezzare la croce di Cristo.»
«Meglio però di ogni cosa è riuscire, se possibile, a vedere dove si deve andare e tenersi stretti a colui che porta chi avanza».
Il legame tra la croce, la misericordia e il Buon Pastore
La Croce del Buon Pastore e la teologia agostiniana della croce convergono in un punto essenziale: l’amore non rimane astratto, ma si fa carico dell’altro.
Nell’immagine scelta da Papa Francesco, Cristo porta sulle spalle la pecora ritrovata. Nella riflessione di Sant’Agostino, la croce manifesta l’ampiezza dell’amore, la perseveranza nel bene, l’orientamento verso Dio e la profondità del mistero della grazia.
La croce potrebbe dire: prendere su di sé la sofferenza di un altro, finché l’altro non soffre più. In questa luce, la Passione di Cristo diventa il paradigma di ogni amore autentico, capace di donarsi senza misura.
La misericordia del Buon Pastore non annulla la croce, ma la attraversa. Il pastore porta ciò che si è smarrito, mentre il cristiano è chiamato a lasciarsi portare da Cristo e, nello stesso tempo, a condividere il peso degli altri.
Il riferimento artistico alla Crocifissione
La riflessione sulla croce trova un ulteriore riferimento nell’arte cristiana, che ha spesso trasformato la Passione in uno spazio di contemplazione.
Michelangelo Buonarroti, 1493 circa, materiale legno policromato, 139 cm × 135 cm, sagrestia di Santo Spirito, Firenze.
La Crocifissione è una dipinto a tempera su tavola di Paolo Uccello, conservato nel Museo Thyssen-Bornemisza a Madrid. La datazione è controversa, ma generalmente la si comprende tra il 1457 e il 1458.
La croce interpella, scandalizza, provoca, difficile rimanerne indifferenti. Davanti al crocifisso hanno sostato in riflessione tutti gli uomini che l’hanno trovata sulla loro strada, credenti e non credenti.

Il significato spirituale della croce pettorale
Il significato della croce pettorale di Papa Francesco non si esaurisce nella sua forma o nei materiali utilizzati. La sua particolarità consiste nel modo in cui l’immagine evangelica traduce visivamente una responsabilità pastorale: cercare chi si è smarrito, sostenerlo e ricondurlo alla comunione.
La croce del Buon Pastore è priva del Crocifisso, ma non è priva del mistero della croce. La passione è evocata dal gesto del pastore che porta la pecora, dalla responsabilità assunta verso il gregge e dall’amore che si mette al servizio della salvezza.
La colomba dello Spirito Santo, il gregge e la pecora ritrovata compongono un’immagine che unisce missione, misericordia e comunione. In questo senso, la croce pettorale diventa una sintesi visibile del ministero pastorale.
La croce e la devozione di Papa Francesco a Sant’Agostino
Era particolarmente devoto Papa Francesco, che spesso ha visitato la tomba nella basilica di Sant’Agostino in Campo Marzio a Roma, sia quando era cardinale che da Papa.
Il riferimento a Sant’Agostino è significativo perché il vescovo d’Ippona ha interpretato la croce come il luogo in cui si incontrano l’amore, la perseveranza, la speranza e il mistero della grazia. La spiritualità agostiniana invita a cercare Dio nell’interiorità e a trasformare questa ricerca in comunione e servizio.
La croce del Buon Pastore, pur essendo diversa dalle raffigurazioni tradizionali del Crocifisso, si colloca nella stessa prospettiva: l’amore di Cristo salva prendendo su di sé il peso dell’umanità.
La croce pettorale di Leone XIV e le reliquie agostiniane
Una diversa croce pettorale, legata all’Ordine di Sant’Agostino e indossata da Leone XIV, custodisce al suo interno reliquie di Sant’Agostino, di Santa Monica e di altri membri della famiglia agostiniana.
C'è un vero e proprio programma di santità episcopale celato nell'insegna indossata dal Papa il giorno in cui è stato eletto, l'8 maggio. I frammenti delle ossa che vi sono custoditi appartengono a testimoni di santità legati all’Ordine agostiniano che incarnano fedeltà, riforma, servizio e martirio.
Al centro una reliquia di Sant'Agostino, il grande padre della Chiesa, che insegna a percorrere la via dell’interiorità per trovare Dio e a comprendere la sua Parola con fede e ragione per poi condividerla con gli altri.
Al suo interno si trovano oltre a un frammento delle ossa del vescovo di Ippona, padre spirituale dell’Ordine di Sant’Agostino, che con la sua Regola e i suoi scritti ha ispirato frati, monache, suore e laici ad abbracciare il Vangelo come costruttori di comunione e promotori del bene comune, altre quattro reliquie: di Santa Monica, sulla parte alta, di San Tommaso da Villanova, sul braccio sinistro, del beato Anselmo Polanco, sul braccio destro, e del venerabile Giuseppe Bartolomeo Menochio alla base.
La consegna della croce
Le ha scelte il postulatore generale dell'ordine agostiniano Josef Sciberras per il dono che la Curia generalizia ha voluto fare al confratello Robert Prevost il giorno in cui è stato creato cardinale, il 30 settembre 2023, ed evocano figure di santità legate alla famiglia agostiniana che incarnano fedeltà, riforma, servizio e martirio.
Il religioso, che ai media vaticani non nasconde la gioia per l'elezione del nuovo Pontefice, racconta che l'allora cardinale Prevost "era emozionato" quando gli è stata consegnata la croce pettorale, durante la festa preparatagli nel refettorio del Collegio internazionale Santa Monica, consapevole che avrebbe avuto al petto le reliquie di Sant'Agostino e della madre Monica.
"Il giorno prima del Conclave, martedì scorso, gli ho fatto pervenire un messaggio raccomandandogli di portare la croce che gli avevamo regalato, per avere la protezione dei santi Agostino e Monica - confida padre Sciberras -. Non sono certo che la portasse per il mio suggerimento, ma quando ho visto che l'ha indossata per il giuramento e che l'ha tenuta per affacciarsi dalla basilica vaticana, preferendola ad altre che poteva scegliere ero molto contento".
Le reliquie custodite nella croce
| Reliquia | Significato |
|---|---|
| Sant’Agostino | Interiorità, fede, ragione e comunione |
| Santa Monica | Perseveranza nella preghiera e conversione |
| San Tommaso da Villanova | Riforma della vita religiosa, cura dei poveri e missione |
| Beato Anselmo Polanco | Fedeltà al popolo affidato e martirio |
| Venerabile Giuseppe Bartolomeo Menochio | Servizio alla Chiesa, fedeltà al Papa e fermezza nella prova |
Sant’Agostino e Santa Monica
Quel frammento delle ossa del vescovo di Ippona nella croce pettorale di Leone XIV vuole ricordare anche l'ordine di Sant’Agostino, che, fondato dalla Sede Apostolica nel 1244, ha progressivamente assimilato il suo ideale di vita, producendo frutti di santità nei secoli attraverso la vita comune, una intensa attività apostolica, dello studio, e di una profonda spiritualità, spiega il postulatore dell'ordine agostiniano.
La reliquia di Santa Monica, è segno, anche, del legame di Agostino con la madre, donna forte e tenace che con le sue lacrime e la sua instancabile preghiera ha ottenuto la conversione del figlio.
Nelle Confessioni, il santo vescovo ne esalta le virtù come doni di Dio. Per l’ordine agostiniano, la figura di Monica è inscindibile dall’esperienza di conversione e consacrazione del figlio, fondamento della spiritualità agostiniana.
Tommaso da Villanova
San Tommaso da Villanova, arcivescovo di Valencia, vissuto fra il XV e il XVI secolo, è stato un riformatore della vita religiosa. È modello di pastore consumato per il suo gregge, "con l'odore delle sue pecore, usando l'espressione tanto cara a Papa Francesco", aggiunge padre Sciberras.
Ha avuto grande attenzione per i poveri e ha promosso le missioni nel Nuovo Mondo. Grande teologo, nel 1550 ha fondato a Valencia, in Spagna, un seminario - ancora oggi attivo - prima che al Concilio di Trento si regolamentasse la formazione dei sacerdoti.
Anselmo Polanco
Il beato Anselmo Polanco, vescovo di Teruel, martire della persecuzione religiosa in Spagna (1936-1939), è il pastore che ha dato la vita fino alla fine per le anime affidategli.
"Finché resta anche solo una della mia diocesi, io resto", diceva. E fedele è rimasto al suo popolo e al Papa, fucilato per la sua testimonianza di fede e per la forza della sua parola evangelica.
Bartolomeo Menochio
Il venerabile Giuseppe Bartolomeo Menochio, vescovo di Porfirio e prefetto del Sacrario Apostolico, sacrista pontificio dal 1800, ha servito con coraggio la Chiesa durante la tempesta napoleonica, restando saldo nella fede e anche lui fedele al Papa anche nei momenti più difficili.
Figura di riferimento per la Chiesa di Roma è morto in fama di santità il 25 marzo 1823, nel 1991 Giovanni Paolo II ne ha riconosciuto l’eroicità delle virtù.
Rappresenta il pastore curiale, è l'unico vescovo che non ha voluto giurare di fedeltà a Napoleone e si è speso totalmente per il popolo romano.
La croce come professione di fede
Le reliquie dei santi Agostino, Monica, Tommaso da Villanova, del beato Polanco e del venerabile Menochio erano conservate nella lipsanoteca della postulazione generale agostiniana, e padre Sciberras le ha affidate al reliquiarista Antonino Cottone per farle collocare nella croce pettorale poi donata al confratello ora Papa.
Cottone ha realizzato una croce adornata a sua volta con una doppia croce in stoffa moiré, decorazione a Paperoles, ponendovi le reliquie.
"Non è una semplice decorazione - specifica - ma una professione visibile di fede e un vero e proprio orientamento pastorale. Le reliquie che vi sono all'interno evocano figure di santità legate all’Ordine Agostiniano che incarnano fedeltà, riforma, servizio e martirio: tutti elementi che illuminano e sorreggono il ministero del nuovo Pontefice".
La croce pettorale diventa così una memoria concreta di persone che hanno vissuto il Vangelo in condizioni diverse: nella ricerca della verità, nella preghiera familiare, nella riforma della Chiesa, nella cura dei poveri, nella fedeltà fino al martirio e nella resistenza alle pressioni politiche.
La croce, l’unità e la comunione nella tradizione agostiniana
Pubblicato anche lo stemma del Pontefice, quello scelto con la ordinazione episcopale: "Lo stemma raffigura uno scudo diviso diagonalmente in due settori: quello in alto ha uno sfondo azzurro e vi è raffigurato un giglio bianco; quello in basso ha uno sfondo chiaro e vi è rappresentata una immagine che ricorda l’Ordine di sant’Agostino: un libro chiuso sul quale vi è un cuore trafitto da una freccia.
L’immagine richiama l’esperienza della conversione di Sant’Agostino che lo stesso spiegava con le parole "Vulnerasti cor meum verbo tuo", "Hai trafitto il mio cuore con la tua Parola".
Il motto "In Illo uno unum". Si tratta delle parole che Sant’Agostino ha pronunciato in un sermone, l’Esposizione sul Salmo 127, per spiegare che "sebbene noi cristiani siamo molti, nell'unico Cristo siamo uno".
In una intervista con i media vaticani del luglio 2023, lo stesso Prevost spiegava: “Come si evince del mio motto episcopale, l’unità e la comunione fanno parte proprio del carisma dell’ordine di Sant’Agostino e anche del mio modo di agire e pensare.”
“Penso che sia molto importante promuovere la comunione nella Chiesa e sappiamo bene che comunione, partecipazione e missione sono le tre parole chiave del Sinodo. Quindi, come agostiniano, per me promuovere l’unità e la comunione è fondamentale. Sant’Agostino parla molto dell’unità nella Chiesa e della necessità di viverla”.
Il riferimento all’unità completa il significato della croce: l’amore che si apre nella larghezza, persevera nella lunghezza, si orienta verso Dio nell’altezza e accoglie il mistero nella profondità è anche ciò che costruisce la comunione della Chiesa.

Due immagini della croce, un unico centro spirituale
La Croce del Buon Pastore di Papa Francesco e la croce pettorale con le reliquie agostiniane di Leone XIV appartengono a contesti diversi, ma possono essere lette attraverso il medesimo centro spirituale: Cristo che salva prendendo su di sé il peso dell’uomo.
La croce di Papa Francesco concentra il messaggio nell’immagine evangelica del pastore e della pecora ritrovata. La croce di Leone XIV rende visibile la memoria di una famiglia spirituale e di testimoni di santità legati all’Ordine di Sant’Agostino.
In entrambi i casi la croce non è presentata come semplice ornamento. Essa richiama un ministero, una responsabilità e un cammino: cercare, servire, perseverare, custodire la fede e promuovere la comunione.
La lettura di Sant’Agostino offre le categorie per comprendere questo linguaggio simbolico. La larghezza è l’amore che si apre; la lunghezza è la fedeltà che resiste; l’altezza è la speranza che si rivolge a Dio; la profondità è il mistero che l’uomo contempla con stupore.
La croce del Buon Pastore mostra l’amore che porta. La croce con le reliquie mostra la Chiesa accompagnata dalla testimonianza dei santi. La riflessione agostiniana mostra il movimento interiore che conduce dal segno visibile al mistero della salvezza.
La croce come responsabilità verso il popolo
La croce pettorale, proprio perché portata sul petto, richiama il cuore del pastore e il popolo affidato alle sue cure. Il suo significato non consiste soltanto nel ricordare Cristo, ma nel ricordare che ogni autorità ecclesiale deve essere vissuta come servizio.
Il buon pastore porta la pecora ritrovata. Sant’Agostino chiede la larghezza dell’amore e la lunghezza della perseveranza. Le reliquie dei santi agostiniani ricordano che la fedeltà può assumere la forma della preghiera, della riforma, della cura dei poveri, della difesa della Chiesa e del martirio.
La croce diventa così una guida per il ministero: non dominio, ma prossimità; non distanza, ma condivisione del peso; non ricerca di prestigio, ma disponibilità a servire fino alla fine.
Nel simbolo della pecora sulle spalle del pastore si riconoscono anche le parole di Sant’Agostino sul Cristo che porta i deboli attraverso il mare di questo secolo. L’immagine del pastore e quella del Cristo crocifisso convergono nella stessa azione salvifica: prendere con sé chi non riesce ad avanzare da solo.
La croce come memoria viva del Vangelo
La croce cristiana conserva la memoria di una condanna a morte e, nello stesso tempo, annuncia la salvezza. Per questo continua a interpellare credenti e non credenti: costringe a misurarsi con il dolore, con l’ingiustizia, con il dono e con la speranza.
Per Sant’Agostino, il cristiano non può fermarsi alla superficie del segno. Deve riconoscere nella croce l’ampiezza dell’amore, la durata della perseveranza, l’orientamento verso Dio e la profondità dei suoi giudizi.
Per Papa Francesco, la Croce del Buon Pastore rende questa verità immediatamente visibile: Cristo cerca l’uomo smarrito e lo porta sulle spalle. La croce è quindi memoria del sacrificio, ma anche immagine della misericordia che si fa concreta.
La croce pettorale custodisce una professione di fede e un orientamento pastorale. Essa parla del legame con Cristo, della responsabilità verso la Chiesa, della vicinanza al popolo e della necessità di vivere l’unità nell’unico Signore.