Consolare chi ha perso un parente significa anzitutto farsi presenti con discrezione, ascoltare senza giudicare e accompagnare la persona nel suo dolore senza imporle tempi, spiegazioni o formule religiose. La fede cristiana non elimina la sofferenza per la morte di una persona amata, ma offre la speranza della risurrezione e sostiene il cammino attraverso la preghiera, la Parola di Dio e la vicinanza della comunità.
La prima forma di conforto è costituita dalla presenza, non dalle parole. Ci si rende prossimi attraverso una visita, una chiamata telefonica, l’offerta di accompagnare chi è nel cordoglio al cimitero, ad un gruppo di preghiera, al supermercato o a fare una passeggiata.
Il fondamento cristiano della consolazione
La fede cristiana si fonda su Cristo che ha vissuto l’evento drammatico della morte e l’evento prodigioso della Risurrezione. A testimonianza dell’evento Pasquale c’è una tomba vuota, le apparizioni di Gesù risorto, le attestazioni degli apostoli: “Voi avete ucciso l’autore della vita, ma Dio lo ha risuscitato dai morti e noi ne siamo testimoni” (At 2,24).
La speranza cristiana, come recita il prefazio pasquale, si basa sulla certezza che “in Lui morto è redenta la nostra morte, in Lui risorto tutta la vita risorge”. La centralità del mistero di Cristo morto e risorto informa il cristiano che l’ultima parola non appartiene alla croce, ma alla vita donataci dal Risorto: “Se Cristo non fosse risorto, vana sarebbe la nostra fede” (1 Cor 15,17).
La fede nella risurrezione non toglie il dolore che inevitabilmente si sperimenta per la morte del proprio caro, ma aiuta a contemplare l’evento della mortalità nella prospettiva dell’immortalità futura, nella fiduciosa speranza che si realizzerà un giorno la piena comunione con Dio e con le persone amate.
Come non ci sono delle prove prima di entrare in questo mondo, così non ci sono delle garanzie palpabili su come sarà l’aldilà. La fede è credere alla promessa di Gesù: “Io sono la risurrezione e la vita, chi crede in me, anche se è morto, vivrà” (Gv 1,25).
Gesù stesso nel suo insegnamento non ha descritto come sarà il paradiso, lo ha paragonato ad un banchetto, ad una festa di nozze. Anche la Chiesa nel parlare di questo argomento usa sobrietà di linguaggio, perché l’eternità sfugge alle leggi del tempo e dello spazio.
L’aldilà non è un luogo, ma uno stato di comunione con Dio. Come il bambino vive la vita come un mistero da scoprire più che non un problema da risolvere, così il cristiano è chiamato ad affidarsi a quel Dio che ha promesso: “Non abbiate paura, ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo” (Mt 28,20).
La perdita di una persona cara ci pone di fronte a un momento particolarmente difficile, perché la morte segna la fine del pellegrinaggio terreno e determina un distacco doloroso dalle persone alle quali si vuole bene. Ma, grazie alla Pasqua di Cristo, noi crediamo che i nostri cari sono resi partecipi della Sua risurrezione e, come dice il libro della Sapienza, sono “nella pace”, “sono “nelle mani di Dio”.
Ogni lutto è diverso
Il lutto ha tanti volti e risvolti. Il compianto può essere il padre o la madre, il coniuge, il fidanzato o un amico intimo, un fratello o una sorella, il figlio o la figlia, un nipote, un confratello o una consorella.
Ogni perdita ha diverse implicazioni, a seconda dell’intensità del legame e del ruolo del defunto nella vita dei superstiti. Il venerdì santo o il viaggio nella solitudine per chi resta non dura tre giorni, ma mesi e, talvolta, anni.
Un ruolo particolare nell’elaborazione del cordoglio è caratterizzato dalle cause di morte, che possono riguardare un aborto spontaneo o procurato, una malattia cronica o terminale, o fatti del tutto imprevisti e laceranti, quali un ictus, un infarto, un incidente stradale o sul lavoro, un suicidio o omicidio.
Ogni circostanza luttuosa comporta diverse reazioni e stati d’animo influenzati a loro volta dal contesto culturale, dal supporto esterno disponibile e dalle risorse dei protagonisti, in particolare dagli atteggiamenti assunti dinanzi alla perdita.
Il dolore del lutto è reale, ma lo è anche la pace che proviene da Dio. Il dolore è una risposta normale alla perdita e una transizione emotiva sulla via della gioia, non un’espressione di debolezza o di mancanza di fede in Dio o nel Suo amore.
Coloro che soffrono hanno bisogno di tempo per elaborare il lutto e hanno bisogno di amici e familiari che li sostengano in questa esperienza. Il tempo necessario affinché ogni persona possa accettare in modo naturale e sano è individuale e dipende da diversi fattori.
La perdita è stata improvvisa o preceduta da una lunga agonia? Quanto era emotivamente vicina la persona che ha subito la perdita al defunto? Quanto dipendeva la persona che ha subito la perdita dal defunto o da ciò che ha perso?
Questi e altri elementi ci fanno comprendere come aiutare qualcuno che sta soffrendo. Alcune persone potrebbero sentire la necessità di non parlare di cose che ricordano loro la perdita, mentre altre potrebbero trovare conforto nei ricordi.
Alcuni potrebbero avere bisogno di tempo prima di riuscire a partecipare a occasioni sociali o alle riunioni e alle attività della Chiesa, mentre altri potrebbero desiderare immediatamente stare in compagnia. Ciascuno di noi è una persona a sé stante e i percorsi, pertanto, sono sempre individuali.
Le fasi del lutto e il modo di accompagnarle
È impossibile capire cosa sta vivendo una persona che perde qualcuno di importante, ma sono state individuate alcune fasi che accomunano chi sta subendo un lutto:
- Rifiuto e negazione della morte della persona;
- Rabbia, in cui ci si sente arrabbiati e in colpa verso se stessi e la persona scomparsa o chi ne ha causato la morte;
- Negoziazione, in cui si comincia a capire che si deve reagire alla perdita;
- Depressione, in cui si alternano tentativi di ripresa e momenti di tristezza profonda;
- Accettazione della perdita e progressivo ritorno alla vita di tutti i giorni.
Queste fasi possono verificarsi in qualsiasi ordine e alcune possono essere saltate o possono essere attraversate più di una volta. Ogni fase del lutto può richiedere un approccio diverso da parte di coloro che ministrano.
Negazione
Di solito, la negazione è la prima fase del lutto. Le persone che sperimentano la negazione possono negare ciò che è successo, diventare insensibili o essere sotto shock.
Quando una persona attraversa questa fase, spesso è meglio parlarle con empatia o limitarsi a passare del tempo con lei in silenzio.
Rabbia
In questa fase, le persone possono rivolgere la loro rabbia verso Dio, se stessi o altre persone intorno a loro. Potresti incoraggiare la persona a tenere un diario in cui registrare questi sentimenti di rabbia.
La persona potrebbe decidere di distruggere il diario in seguito, dopo avere superato questa fase, ma nel frattempo potrebbe usarlo come valvola di sfogo sicura per la rabbia.
Negoziazione
In questa fase, la persona potrebbe cercare di contrattare con Dio e fare domande che iniziano con “se” (ad esempio, “se promettessi di trattare meglio la persona?” o “se andassi al tempio ogni settimana?”).
Le persone spesso si sentono in colpa per il loro fallimento nel proteggere la persona scomparsa o per la loro incapacità di prevenire la disgrazia che si è verificata.
Per aiutare chi attraversa questa fase, potrebbe essere d’aiuto chiedergli che cosa pensa che la persona scomparsa avrebbe voluto per lui (o per lei).
Depressione
In questa fase, le persone possono sentire il vuoto, l’impotenza, la mancanza di speranza, e potenzialmente, anche una perdita di interesse nel partecipare alla vita quotidiana. Potrebbero iniziare a isolarsi.
Se qualcuno rimane in questa fase per un periodo prolungato (da quattro a sei settimane), potrebbe avere bisogno di essere incoraggiato a frequentare un gruppo di supporto al lutto o a rivolgersi a un professionista della salute mentale.
Accettazione
In questa fase, le persone tendono ad adattarsi gradualmente alla loro nuova normalità. Le loro emozioni diventeranno più stabili e impareranno a gestire il lutto.
Può essere d’aiuto rassicurarle sul fatto che l’accettazione è una fase giusta e che il loro caro avrebbe voluto che cercassero la felicità.
La presenza della comunità evangelica
La comunità o la parrocchia diventa sanante nella misura in cui, al suo interno, si consolida il numero di persone motivate e preparate a versare il balsamo della consolazione sulle ferite di chi ha sperimentato distacchi dolorosi.
La Chiesa, le comunità religiose, il volontariato, i vicini di casa, sono chiamati a praticare la quarta opera di misericordia “consolare gli afflitti”, evitando quegli stereotipi di consolazione che mortificano il senso della prossimità cristiana.
L’arte di saper accompagnare chi è in lutto richiede umiltà, discrezione e competenza emotiva. La buona volontà non basta per aiutare.
Si coltiva un cuore educato imparando in primis a disimparare quei modi di porsi che poggiano sulla convinzione che l’obiettivo di tirar su di morale chi è triste, non può che contribuire al loro bene.
La Chiesa, seguendo l’esempio del suo maestro, da sempre è in prima linea nel soccorrere i deboli, vestire gli ignudi, sfamare gli affamati, consolare gli afflitti.
Al di là del contagio e delle sue vittime, ogni comunità, famiglia e persona - nel corso del tempo - si trova a fronteggiare un fardello di perdite e distacchi.

Come avvicinarsi a chi è in lutto
Molti si sentono in difficoltà nell’accostarsi ad un amico, ad un parente che sta soffrendo per la morte di una persona significativa della loro vita: non sanno come avvicinarsi, cosa dire, che tipo di atteggiamento prendere.
Temono di risvegliare - in un amico, in un parente in difficoltà - il dolore dei superstiti, di affrontare una conversazione che potrebbe essere pesante sia per sé che per gli altri e di trovarsi di fronte ad una sofferenza per la quale non ci sono parole che possano portare rimedio o consolazione.
È importante ricordarsi che solo se si riesce a superare questo riserbo nei confronti dell’amico, del parente, si può essere realmente d’aiuto: chi ha subito un grave lutto ha bisogno di sentire la presenza affettiva di amici e conoscenti e di sapere di avere accanto persone realmente attente e disponibili all’ascolto.
Non si può proteggere chi è in lutto dal dolore della perdita, ma lo si può sostenere in un momento così penoso aiutandolo ad esprimere le sue difficoltà e i suoi sentimenti dolorosi.
Non esistono gesti speciali da compiere o “frasi fatte” che tutti conoscono per poter alleviare la sofferenza altrui: ci sono però molti modi in cui si può essere davvero di sostegno a chi soffre.
Farsi sentire il prima possibile
Anche se vi costa fatica e timore mettetevi in contatto il prima possibile: se non potete farlo andando di persona, almeno telefonate o scrivete per dire quanto siete dispiaciuti. E offrire il vostro sostegno.
La maggior parte delle persone in lutto dicono che leggere e rileggere le lettere e le cartoline ricevute dà conforto e consolazione, particolarmente durante le notti insonni che attraversano.
Essere presenti può essere semplice: può essere sufficiente mandare un messaggio. Trascorri del tempo con la persona che ha subito un lutto.
Lasciare spazio al silenzio
È normale che ci siano momenti di silenzio: accettateli e cercate di non volerli riempire a tutti i costi con le parole. A volte, infatti, le parole non bastano o, addirittura, non servono.
Quello che conta è la vostra presenza, sincera e calorosa. Quando non ci sono parole da dire, un gesto affettuoso, il tendere la mano, una carezza, un abbraccio possono esprimere anche meglio il vostro affetto e la vostra vicinanza.
Anche solo starsene seduti nella stessa stanza con la persona in questione è un modo non verbale di comunicare sostegno.
L’ascolto empatico
Il farmaco che allevia l’afflizione è l’ascolto di ciò che l’altro sente, pensa, sperimenta. Il termine che interpreta la capacità di saper mettersi in sintonia con chi soffre si chiama “empatia”, che designa l’attitudine ad accogliere gli stati d’animo e i pensieri dell’altro senza contrastarli, relativizzarli o banalizzarli.
Il più grande sostegno che si può offrire è quello di ascoltare. Permettere a chi è rimasto di raccontare la sua storia, di dire il suo strazio, di esprimere il senso di solitudine e disorientamento, è uno dei più importanti elementi del processo di elaborazione del lutto.
Ogni volta che una persona in lutto racconta la storia della sua perdita, la realtà di ciò che è accaduto diventa più vicina e più vera: c’è bisogno di raccontare la propria esperienza molte volte per poterla, nel tempo, avvicinare, capire e finalmente accettare.
Incoraggiate l’altro a parlare e a esprimere i suoi sentimenti. Perché l’altro si senta veramente libero di parlare, non interrompetelo, non date consigli e non esprimete giudizi.
Non cercate di cambiare argomento, ma riprendete invece il filo del discorso, laddove si è interrotto. Se l’altro piange, accogliete le sue lacrime: è giusto e normale che l’altro esprima anche con il pianto la sua sofferenza.
Quando vengono espressi sentimenti di rabbia, frustrazione, disappunto, paura e tristezza accoglieteli, senza giudicare. Se l’altro li tiene repressi dentro di sé e non ha mai l’opportunità di mostrarli, questo potrà solo rallentare il processo di elaborazione del lutto.
Si lenisce il dolore permettendo a chi è in lutto di parlare del proprio amore, sapendo che anche Gesù ha pianto alla morte dell’amico Lazzaro. Le lacrime non sono segno di debolezza, ma di amore.
La verbalizzazione di impulsi di rabbia e protesta non significa che chi è nel cordoglio ha tagliato il rapporto con Dio, ma che questi stati d’animo scaturiscono dall’impatto con il senso di impotenza e dalla frustrazione per una vita cambiata.
Il rimorso e il rammarico trasmessi dai superstiti per errori commessi, cose incompiute o opportunità perdute sono confessioni spontanee da accogliere, senza affrettarsi a frenarle o soffocarle.
Parole che aiutano e parole da evitare
Quando si devono fare le condoglianze non si sa mai bene cosa dire e si ripiega spesso su frasi fatte e di circostanza, con il rischio di risultare poco empatici e distaccati.
Serve invece scegliere le parole giuste, che non creino distacco e soprattutto siano rispettose ed empatiche nei confronti della persona cara.
Frasi che possono ferire
Espressioni tese a smorzare i sentimenti, quali: “Non piangere”; “Non sentirti così”; “Non arrabbiarti”; “Piangere sul passato non serve a niente”; “Cerca di mantenerti calma”.
Il rischio è di soffocare o giudicare i sentimenti, invece di accoglierli e comprenderli. In pratica l’aiutante agisce come un pompiere che getta acqua sul fuoco, spesso perché il silenzio lo disturba o è a disagio nel gestire le proprie emozioni ed esige, in qualche modo, che il dolente faccia altrettanto reprimendole o ignorandole.
Espressioni che fanno leva sui valori, quali: “Devi essere forte per i tuoi figli”; “Chi crede in Dio, non piange”; “Pensa a chi soffre più di te”; “Stai tranquillo, il tempo guarisce tutto”; “Pensa ad altro, non al tuo dolore”; “Devi solo guardare avanti”.
Certamente i valori, quali la fede, le responsabilità famigliari, il coraggio e così via rivestono un ruolo importante nel recupero da un lutto, ma non eludendo o bypassando i sentimenti o accelerando i processi di guarigione di chi è lacerato e sconvolto.
“So come ti senti” oppure “ci sono passato anche io”, sono frasi che possono sembrare empatiche, ma in realtà spostano il focus su se stessi e invalidano i sentimenti dell’altra persona.
“Probabilmente doveva andare così” oppure “sicuramente capirai che c’è una ragione per cui è successo”, sono frasi che cercano di riportare l’evento a una ragione specifica o al destino, e possono ferire ulteriormente la persona.
“Pensa che ora hai il resto della tua famiglia di cui occuparti”, una frase per cercare di distrarre la persona in lutto, ma che può sminuire l’importanza del caro scomparso.
“Vedrai, col tempo starai meglio”, un tentativo di consolare la persona che risulta poco empatico, perché non serve solo il tempo per superare il lutto e ognuno ha i suoi tempi per l’elaborazione della morte.
Formule religiose da usare con grande prudenza
Espressioni religiose per trasformare o sublimare il dolore, quali: “Dio sa cosa è meglio per noi”; “È stata la volontà di Dio”; “Dio aveva bisogno di lui”; “Dio prende i fiori più belli per il suo giardino”; “Non cade foglia che Dio non voglia”.
Queste frasi, pronunciate talvolta dal pulpito o da consolatori infervorati religiosamente, potrebbero risultare una pessima pubblicità per Dio percepito come colui che ha mandato una leucemia ad un bambino oppure ha deciso la morte di un giovane in un incidente o come il Dio che ignora le suppliche di una famiglia che invoca la guarigione di un proprio caro.
Il rischio è di presentare Dio come crudele e intento a turbare la pace e la gioia dei suoi figli. Può, di fatto, accadere che i destinatari di questi messaggi, sconvolti da simili espressioni, decidano di abbandonare la Chiesa, amareggiati da queste proposte improvvide dell’intervento divino.
“Dio lo ha voluto con sé, Dio ti sta mettendo alla prova”, oppure “Ora è in un posto migliore”. Sono tutte frasi che riportano la morte a un volere superiore e sono da evitare.
“Quantomeno…” (“Quantomeno non ha sofferto” “Quantomeno puoi uscire con altre persone ora” “Quantomeno ora puoi trovare un lavoro che ti piace davvero” ecc.).
“Dedicati di più al servizio”. “Le cose miglioreranno con il tempo”. “Dovresti…” oppure “Dovrai…”. “Si trova in un posto migliore”.
Frasi che aprono al dialogo
Invece di utilizzare delle frasi di circostanza, è bene formulare frasi che spingano la persona a parlare del rapporto che aveva con il suo caro, evidenziando l’importanza della relazione o l’affetto che li legava, o delle emozioni che prova in questo momento.
Ad esempio, si potrebbe dire: “Immagino che questa situazione sia molto dolorosa per te”, oppure “Non posso immaginare come ti senti”, aggiungendo anche “Se hai voglia di parlarne sono qui”, oppure “hai voglia di parlarne?”
“Tutto questo deve essere così doloroso per te” (l’altro si sente autorizzato a parlare delle sue emozioni e del suo strazio).
“Avevate un così bel rapporto” (può stimolare l’altro a parlare del rapporto che aveva con chi è morto).
“Anche se avevate un rapporto difficile, deve essere terribile sapere di averlo perso“.
“Era una persona speciale. Mi manca terribilmente. Non posso immaginare quanto manchi a te. Ti va di parlarne?“
“Non riesco ad immaginare come ci si possa sentire. Hai voglia di parlarne?”.
“Non so cosa dire, ma voglio che tu sappia che tengo a te”. “Non devi parlare se non vuoi, ma sono qui per ascoltarti se vuoi”.
“Va bene provare sentimenti diversi da un giorno all’altro o da un momento all’altro. Non c’è un unico modo giusto di sentirsi. Sperimenta le emozioni così come si presentano”.
“Mi dispiace davvero che tu debba affrontare tutto questo”.
Consolare senza sostituirsi alla persona
In un momento delicato come quello del lutto, la cosa più importante da fare è far sentire la propria vicinanza alla persona che sta affrontando la perdita, non solo a parole ma anche attraverso i fatti, creando un ambiente in cui si possa sentire sostenuta, aiutata e compresa.
Stare vicini, però, non significa soffocare l’altro con la propria presenza. È importante anche lasciare i giusti spazi alla persona, permettendole di staccare la spina e rimanere da sola quando ne ha bisogno, e soprattutto non sovrastarla nelle decisioni e nelle azioni.
È bene chiedere sempre il permesso prima di fare qualsiasi cosa, perché la nostra iniziativa potrebbe dare fastidio, oppure la persona in lutto potrebbe sentirsi inutile e sminuita nelle decisioni.
Non reagire. Mentre le persone passano attraverso le fasi emotive del lutto, possono compiere azioni o dire cose che non farebbero o direbbero normalmente.
Sii paziente e riconosci che tali comportamenti spesso sono dovuti alla fase del lutto che la persona sta attraversando. Aiuta la persona a riconoscere che ognuno soffre a modo suo.
Non c’è un solo modo di gestire la perdita e ognuno risponde in modo diverso. La persona non dovrebbe sentirsi in colpa perché si sente in un modo piuttosto che un altro.
Aiuti concreti nella vita quotidiana
Aiutala con le incombenze quotidiane che, specialmente all’inizio, possono risultare ingestibili, come fare la spesa o gestire le pratiche burocratiche.
Se necessario, fai da schermo verso il mondo esterno, rispondendo al telefono e ai messaggi. Non dite, dunque, “Se c’è qualcosa che posso fare, chiamami”.
Cercate di essere voi a telefonare e offrite un sostegno specifico: ad esempio, fare una commissione, preparare qualcosa da mangiare, prendere i bambini a scuola…
Cercate di essere costanti e regolari nella vostra offerta e non fate promesse che non potete mantenere. A volte, anche semplicemente offrire di passare una serata insieme a guardare la televisione può essere di grande conforto, specialmente per chi è rimasto solo.
Ugualmente, è bene continuare ad invitare i familiari rimasti, come in passato: saranno loro a decidere se venire o meno. Sapere che qualcuno s’interessa davvero, sapere di non essere stati dimenticati può essere di grande conforto.
Ricordare la persona scomparsa
Molti pensano che il silenzio protegga dalla sofferenza e che non si dovrebbe parlare di chi è morto con i suoi familiari perché questo servirebbe solamente a risvegliare il loro dolore.
Invece, la maggior parte delle persone in lutto si sentono ferite, deluse, in difficoltà se la persona che è morta non viene nominata, se ci si comporta come se non fosse mai esistita e traggono grande conforto dal ricordare la persona insieme ad altri o dal rivederla viva e vitale attraverso gli occhi e il cuore degli altri.
Ricordare insieme ai familiari i tempi felici, le cose che piacevano o non piacevano, gli avvenimenti scherzosi e difficili, le avventure condivise, significa offrire un aiuto prezioso.
Nei periodi successivi alla morte, ricorda e celebra le date importanti, come compleanni e anniversari, così come i momenti felici passati insieme.
Le festività, i compleanni, come pure l’anniversario della morte, sono momenti particolarmente difficili per chi è rimasto. Segnate sul calendario le date che hanno un significato particolare, per ricordarvi di contattare la famiglia o la persona amica prima di questi giorni particolari.
Aiutare i bambini della famiglia
Non è possibile proteggere del tutto i bambini dal dolore: né dal loro né da quello che prova la loro famiglia.
Rispetto agli adulti, i bambini hanno tempi e modi diversi di reagire alla morte di una persona cara e di esprimere la loro sofferenza.
Si deve perciò fare molta attenzione - tanto più quando il bambino appare tranquillo e sembra comportarsi come d’abitudine - affinché non siano messi da parte o ignorati dagli adulti, presi dal loro dolore.
Mostrate il vostro affetto e sostegno, invitateli a fare una passeggiata, a giocare con altri bambini, date loro l’occasione di esprimere i loro pensieri e sentimenti: hanno bisogno, proprio come gli adulti, di ascoltatori sensibili e attenti.
La preghiera come spazio di consolazione
Pregare è raccontare la propria storia a Dio, con i sentimenti che accompagnano il proprio patire e il proprio sperare. L’orazione è il filo misterioso che scandisce il proprio dialogo con Dio, con gli altri, con sé stessi.
La preghiera spontanea diventa farmaco che purifica la mente e l’interiorità dell’orante, talvolta conducendolo a trasformare la “dis-grazia” in “grazia”.
Esprimi il tuo dolore a Dio. Prima di risuscitare dalla morte il Suo amico Lazzaro, Gesù pregò Dio, Suo Padre, per ricevere forza e guida.
Apri la tua anima a Dio in preghiera. Egli ti aiuterà a sentire la Sua pace e il Suo amore.
Esprimi il tuo dolore agli amici. Quando Lazzaro si ammalò e morì, la comunità andò dalle sue sorelle Marta e Maria “per consolarle” (Giovanni 11:19).
Accetta il servizio e l’ascolto delle persone intorno a te che vogliono aiutare. Quando ti senti pronto, è importante che tu condivida la tua perdita, il tuo dolore e la tua rabbia.
Marta espresse la sua frustrazione per il fatto che Gesù non c’era quando Lazzaro morì. Gesù le dimostrò il Suo affetto e pianse con lei.
Dio si rende presente e consola gli afflitti servendosi di buoni consolatori.
Chi consola è, innanzitutto, una persona che ha sperimentato la consolazione di sentirsi amato e guarito da Dio: “Sia benedetto Dio, Padre del Signore nostro Gesù Cristo, Padre misericordioso e Dio di ogni consolazione, il quale ci consola in ogni nostra tribolazione perché possiamo anche noi consolare quelli che si trovano in qualsiasi genere di afflizione con la consolazione con cui siamo consolati noi stessi da Dio” (2 Cor 1,3-6).
Il dolore si lenisce attraverso la presenza benefica, l’ascolto attento, parole che nascono dal cuore e un mosaico di piccoli gesti che testimoniano la prossimità e la speranza.

Consolare un credente che ha perso un non credente
Quando è venuta a mancare una persona non credente e chi abbiamo davanti è un credente nato di nuovo, possiamo ricordare che il nostro Padre celeste “ci consola in ogni nostra afflizione”, dunque, potrà consolare il fratello o la sorella nella fede che incontriamo o che andiamo a trovare.
Ricordiamo, inoltre, che “possiamo consolare quelli che si trovano in qualunque afflizione” (2 Corinzi 1:4), compreso questo genere di afflizione, quando, al dolore del distacco, si aggiunge la sofferenza del dubbio accompagnata dalla domanda: “Che ne sarà di lui o di lei?”.
Lo Spirito Santo, Colui che ci consola, potrà concederci quella consolazione che nessuno può mai donarci (Giovanni 14:16) e guidarci per parlare al cuore di un figlio di Dio afflitto.
Un cristiano, certo, non può ignorare la differenza che passa tra chi lascia questa terra dopo aver vissuto senza Dio ed essere morto e chi, come Enoc, cammina con il Signore fino al giorno in cui Egli lo accoglie a casa (Genesi 5:24).
Tuttavia, non dimentichiamo che il Signore è misericordioso, che ci sono state e che ci saranno delle persone, come quell’uomo condannato per reati gravi, che chiederanno perdono a Dio in punto di morte, morendo con la certezza della vita eterna (Luca 23:40-42).
“Il Signore conosce quelli che sono suoi” (2 Timoteo 2:19), noi no.
Consolare una persona non credente
Nel caso in cui ad aver perso il familiare o l’amico è, invece, un non credente, si dovrebbe sottolineare l’affetto e la stima per la persona venuta a mancare, senza pronunciare sentenze esprimendosi sul futuro eterno del defunto né garantendo salvezza in presenza di un fondato dubbio in merito.
Notiamo come Davide, dopo la morte di Saul e Gionatan (il primo un credente sviato, il secondo un giusto), componga un canto funebre. Esprime il suo cordoglio sia per la morte del re d’Israele sia per suo figlio, anche se per Gionatan emergono una considerazione particolare e un legame fraterno (2 Samuele 1:26).
Non offriamo conforto disonestamente, distorcendo la verità. Non offriamo, dunque, false speranze, ma non facciamo neanche i giudici, perché Uno soltanto è il legislatore e il giudice, Colui che può salvare o perdere” (Giacomo 4:12), il Signore.
Che cosa ne sappiamo noi? Come avrebbero detto Giacobbe o Giuseppe, il figlio: “Sono forse al posto di Dio?” (Genesi 30:2; 50:19).
La destinazione eterna di molte persone sarà nota soltanto “nel giorno in cui Dio giudicherà i segreti degli uomini” (Romani 2:16).
Se è così, non cerchiamo in tutti i modi di raccogliere gli indizi di una presunta conversione del defunto.
Non seguiamo (né assecondiamo) pratiche contrarie all’insegnamento biblico quali la ricerca di un contatto tramite un medium (Levitico 19:26,31; Isaia 8:19) o credenze popolari, che riescono a far presa nella mente di chi è sconvolto dal dolore e non conosce il Vangelo (come “Mamma, ora mi guarda da lassù, e mi aiuta”).
Ricordiamo che Dio ha posto una barriera insormontabile tra i vivi e i defunti.
Volendo dare una parola di conforto ad un simpatizzante, possiamo sottolineare il fatto che soltanto Dio può colmare il vuoto prodotto dalla dipartita di una persona amata e che, per mezzo della fede in Cristo, possiamo avere una “consolazione eterna” (2 Tessalonicesi 2:16).
Possiamo condividere, con chi ancora non ha creduto, la bellezza della fede in Colui che asciugherà ogni lacrima dagli occhi dei Suoi figli, e che Dio promette alla Sua Chiesa che “non ci sarà più la morte, né cordoglio, né grido, né dolore” (Apocalisse 21:4).
Il funerale e il sostegno alla famiglia
I servizi funebri hanno lo scopo di onorare la vita della persona scomparsa e di aiutare coloro che devono affrontare il lutto a trovare consolazione e pace.
Un funerale è spesso una parte essenziale per andare avanti nel processo di elaborazione del lutto. Pertanto, è importante essere sensibili alle necessità e ai desideri delle persone o dei membri della famiglia che devono affrontare il lutto.
Può essere utile parlare del piano di salvezza e del potere di Gesù Cristo di fornire consolazione. È anche importante dedicare il tempo necessario a onorare la persona deceduta e ricordare le sue relazioni e i suoi tratti caratteriali positivi.
Le persone in lutto possono scegliere o meno di parlare o partecipare al servizio. Questa è una scelta personale e devono essere loro a farla.
Ricordati di comunicare empatia in ogni commento che fai al funerale. Incoraggia anche gli altri presenti (dirigenti della Chiesa, fratelli e sorelle di ministero, vicini e così via) a essere sensibili nei loro commenti.
A seconda della situazione, i membri della famiglia e altri amici intimi potrebbero essere in difficoltà con l’elaborazione del lutto, soprattutto se questo ha interessato una persona cara.
Anche se solo un membro della famiglia sembra particolarmente scosso dal lutto, potresti andare a trovare la famiglia per controllare come stanno gli altri. Potrebbero avere bisogno di aiuto per sostenere il loro familiare in difficoltà.
La continuità della cura pastorale
Continua a sostenere la persona dopo la perdita. Incoraggia i dirigenti della Chiesa, i fratelli e le sorelle ministranti, i membri del rione e gli amici a continuare a impegnarsi a essere emotivamente di sostegno anche dopo l’evento.
L’elaborazione del lutto può richiedere mesi e persino anni. Il processo può essere lungo e doloroso e ognuno reagisce a suo modo.
Le visite, le telefonate, le lettere diventano col tempo particolarmente importanti e gradite: con il passare delle settimane e dei mesi la realtà della perdita colpisce sempre più profondamente, facendo sentire le persone più sole e vulnerabili.
Molti pensano che, dopo alcuni mesi, le persone abbiano superato il momento più difficile. In effetti, la durata del processo cambia da persona a persona e la realtà della perdita si comprende pienamente solo con il passare del tempo.
Il processo di elaborazione del lutto può durare a lungo e la persona probabilmente avrà bisogno di ulteriore sostegno per un po’. Questo sostegno deve continuare anche dopo il funerale.
Usare le risorse di palo e di rione può essere appropriato, ma prima di parlare della situazione con altri, chiedi il permesso alla persona.
Incoraggia la famiglia estesa della persona e i fratelli o le sorelle ministranti a prestare particolare attenzione.
Alcune persone possono trarre beneficio dal frequentare un gruppo di sostegno. I gruppi possono essere particolarmente utili per le persone che sentono che nessuno capisce la loro situazione o come si sentono.
Quando suggerire un aiuto professionale
Il lutto in sé non è una malattia, ma un “fattore di rischio” per la salute. I costi del lutto gravano sul bilancio sanitario attraverso l’insorgenza di patologie (ipertensione, tumori, depressione, malattie psichiche…), perdita di produttività nel lavoro (assenze, dipendenza dall’alcol o dai farmaci…), problemi esistenziali (deterioramento dello stile di vita, solitudine, isolamento…).
Società e Chiesa sono chiamate ad intervenire e a collaborare, attraverso i professionisti della salute, i servizi sociali e i centri di ascolto, per contenere i costi del lutto e promuovere la salute dei feriti.
Se con il passare del tempo la persona in lutto non sembra avere recuperato un certo benessere e mostra ancora sensi di colpa, rabbia, depressione acuta, tendenze suicidarie o all’opposto non c’è alcuna manifestazione di dolore, è bene suggerire un aiuto professionale e trovare nuove vie per far fronte alla situazione.
Il dolore può essere un’emozione complicata e una persona che sta soffrendo potrebbe avere bisogno dell’aiuto di un professionista.
Presta attenzione a comportamenti o commenti sul suicidio. Se una persona in lutto parla di suicidio, prendila sempre sul serio.
Se sei preoccupato per la sicurezza di qualcuno, rivolgiti immediatamente all’ufficio dei Servizi di consulenza per la famiglia della tua zona (ove disponibile) o ai servizi medici di emergenza locali.
La consolazione ricevuta diventa consolazione offerta
L’attuale periodo storico, segnato dal Covid-19, ha palesato quanto siano fragili le nostre sicurezze e quanto sia essenziale consolidare forme e gesti di solidarietà, per attraversare insieme il lungo tunnel della pandemia.
Con frequenza, chi desidera portare la luce del conforto si lascia condizionare dalla frettolosità, dal bisogno di contestare le emozioni e i pensieri di chi è nel cordoglio, dall’urgenza di dettare la propria tabella di marcia o la propria agenda a chi soffre.
La pratica della vera misericordia consiglia di arginare l’affanno consolatorio di queste persone bene intenzionate, vestite di tendenze predicatorie o portatrici di facili formule rassicuranti, quale preludio per addentrarsi saggiamente nei paesaggi luttuosi.
“Se vuoi essere più vicino a Dio, diceva Gibran, stai più vicino alle persone”.
L’invito a quanti desiderano farsi prossimi a chi è nel dolore è di ricordarsi che il cammino per trasformare la “disgrazia in grazia” è lungo e tortuoso.
Nelle parole di santa Teresa di Calcutta: “Chi nel cammino della vita ha acceso anche soltanto una fiaccola nell’ora buia di qualcuno non è vissuto invano”.
Il dolore - per chi aiuta e chi è aiutato - è una scuola impegnativa, ma preziosa per rinnovare e accrescere la propria capacità di amare.
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