Commento al Vangelo della XIX Domenica del Tempo Ordinario: «Signore, salvami!»

Nel Vangelo della XIX Domenica del Tempo Ordinario, Gesù invita i suoi ad avere fiducia in Lui. La barca dei discepoli è agitata dalle onde e il vento è contrario, ma proprio nel cuore della notte Gesù si avvicina camminando sul mare e dice: «Coraggio, sono io, non abbiate paura!». La fede consiste nel riconoscere la presenza del Signore anche quando la vita è attraversata dalla prova e il suo agire non corrisponde alle nostre attese.

Pietro scende dalla barca e cammina verso Gesù, ma quando guarda la forza del vento ha paura e comincia ad affondare. La sua invocazione, «Signore, salvami!», diventa la preghiera di ogni credente che sperimenta la fragilità della propria fede. Gesù tende immediatamente la mano e lo afferra: «Uomo di poca fede, perché hai dubitato?». La tempesta diventa così il luogo nel quale i discepoli arrivano a riconoscere più profondamente il Signore: «Davvero tu sei Figlio di Dio!».

Il Vangelo della domenica: Matteo 14,22-33

Dal Vangelo secondo Matteo

[Dopo che la folla ebbe mangiato], subito Gesù costrinse i discepoli a salire sulla barca e a precederlo sull’altra riva, finché non avesse congedato la folla. Congedata la folla, salì sul monte, in disparte, a pregare. Venuta la sera, egli se ne stava lassù, da solo.

La barca intanto distava già molte miglia da terra ed era agitata dalle onde: il vento infatti era contrario. Sul finire della notte egli andò verso di loro camminando sul mare. Vedendolo camminare sul mare, i discepoli furono sconvolti e dissero: «È un fantasma!» e gridarono dalla paura.

Ma subito Gesù parlò loro dicendo: «Coraggio, sono io, non abbiate paura!». Pietro allora gli rispose: «Signore, se sei tu, comandami di venire verso di te sulle acque». Ed egli disse: «Vieni!». Pietro scese dalla barca, si mise a camminare sulle acque e andò verso Gesù.

Ma, vedendo che il vento era forte, s’impaurì e, cominciando ad affondare, gridò: «Signore, salvami!». E subito Gesù tese la mano, lo afferrò e gli disse: «Uomo di poca fede, perché hai dubitato?». Appena saliti sulla barca, il vento cessò.

Quelli che erano sulla barca si prostrarono davanti a lui, dicendo: «Davvero tu sei Figlio di Dio!».

Gesù cammina sulle acque del lago

Dalla moltiplicazione dei pani alla tempesta

L’esperienza della moltiplicazione dei pani e dei pesci è stata troppo forte, sembra che gli apostoli vogliano gustarsi il successo, così Gesù deve imporsi perché partano ed è lui che si incarica di congedare la folla, togliendo loro un’altra «scusa» per fermarsi.

È una costante in Gesù: quando sperimenta il «successo», si allontana e allontana i suoi. È un paradosso per i cristiani: il successo è pericoloso, il fallimento (la croce) porta la salvezza. Questo perché il successo facilmente dà alla testa e alimenta l’orgoglio e la vanità.

Mentre chi sale sulla croce parte dall’amore e produce amore, fino alla risurrezione. Cercare il successo nell’evangelizzazione è lo stesso desiderio di Gesù. Lui, però, sapeva che il vero successo passa attraverso la croce.

Noi corriamo il rischio di cercare il successo per noi stessi, per godercelo. Ringraziamo il Signore, quando ci «costringe» ad allontanarci da esso.

Dopo aver sfamato le folle, Gesù aveva consegnato ai discepoli il pane avanzato: dodici ceste! Possiamo immaginare che ciascun discepolo abbia portato con sé una cesta di quel pane, che diventa anche segno della premura e della fedeltà di Dio.

Eppure, pur avendo ancora con sé quel pane, non appena sono nella difficoltà, dimenticano facilmente quello che hanno vissuto. Gesù sembra costruire una pedagoga per i discepoli, un percorso che fa emergere quello che hanno capito e quello che si portano nel cuore.

Sono dunque ‘costretti’ ad attraversare il lago. Quel passaggio sulle acque implica per un ebreo sempre il rischio della morte, in virtù delle tempeste frequenti che attraversavano il ‘mare di Galilea’.

Ma probabilmente in quell’occasione non badano al pericolo, perché hanno ancora il cuore pieno di entusiasmo: hanno vissuto un momento di successo con il loro maestro, un momento di trionfo, di cui anche loro hanno goduto in termini di immagine e di popolarità.

Gesù sale sul monte a pregare

Congedata la folla, salì sul monte, in disparte, a pregare. Venuta la sera, egli se ne stava lassù, da solo. Egli si ferma per pregare, da solo, cioè a diretto contatto con il Padre, per fare il punto della situazione e «programmare» il seguito.

Secondo il quarto vangelo, dopo la moltiplicazione dei pani, quella gente in attesa di un liberatore politico che faccia regnare la giustizia e colmi tutti i poveri di cibo, vorrebbe proclamare Gesù Re Messia, ed è per questo che Gesù si ritira sul monte tutto solo.

Ecco dunque Gesù in solitudine e in preghiera, sulla montagna, luogo non abitato, dove trova silenzio e quiete, montagna che per la Bibbia è il luogo delle grandi rivelazioni di Dio.

Sappiamo che Matteo presenta la montagna come luogo della tentazione di Gesù, della proclamazione del discorso del Regno, della trasfigurazione e della missione consegnata ai discepoli dal Risorto. Ma qui è luogo di solitudine e di preghiera.

Per noi umani la solitudine può essere buona o cattiva ma non possiamo dimenticare che essa è una dimensione essenziale della nostra vita, perché non è solo la verità più profonda che incontreremo nella morte ma resta una dimensione da cercare, da vivere per essere pienamente noi stessi nella libertà, per potere, in assenza di voci umane, ascoltare la voce di Dio che parla a ciascuno di noi nel cuore.

Gesù nella solitudine è un’icona che dovremmo tenere più presente, proprio perché, nella sua umanità piena e assoluta, assunta nell’incarnazione, ha cercato nella solitudine la volontà del Padre, ha sentito e vissuto la propria vocazione messianica in un modo altro rispetto all’attesa dominante di un Messia potente e dominatore.

Nella solitudine Gesù si è preparato ad acconsentire alla logica della croce, al perdono dei suoi nemici, all’amare i suoi discepoli fino alla fine. Ha vissuto almeno trent’anni di solitudine prima della sua missione pubblica, dunque la solitudine non è stata per lui luogo di assenza ma di presenza di Dio.

E la vera solitudine, per essere luogo di tale presenza, deve essere piena di preghiera. Ecco perché i vangeli testimoniano a più riprese che Gesù si ritirava in disparte per pregare.

Ma cos’era la preghiera di Gesù? Innanzitutto ascolto di Dio, del padre, l’“Abba”, come egli lo invocava, educato dall’ascolto delle sante Scritture del suo popolo.

Gesù le leggeva, le meditava, le interpretava, le pregava, le contemplava, operazione che per lui, come per ogni essere umano, avveniva nel cuore, organo centrale in cui ciascuno può discernere la voce di Dio: senza questo passaggio della parola di Dio nel cuore umano, la Parola stessa non raggiunge l’uomo, dunque non può essere efficace.

In questa sosta sulla montagna, dopo il segno-miracolo della moltiplicazione dei pani e dopo aver ricevuto “l’applauso” dalle folle, Gesù ancora una volta ascolta il Padre e sceglie nuovamente di essere il Messia povero, debole, che accetta anche il fallimento umano della sua missione, il Messia preda delle sofferenze, del rigetto e della morte ignominiosa del maledetto sulla croce.

La barca nella notte

La barca intanto distava già molte miglia da terra ed era agitata dalle onde: il vento infatti era contrario. Anche il cammino compiuto nell’obbedienza può conoscere il vento contrario.

Seguire il Signore non significa essere preservati dalle tempeste: i discepoli si trovano su quella barca proprio perché Gesù li ha mandati all’altra riva.

La barca dei discepoli, durante la traversata notturna del lago, si trova in mezzo alla tempesta, è sbattuta dalle onde a causa del forte vento contrario. Sembra una notte interminabile in cui i discepoli lottano contro i marosi, nel buio fitto e nella paura.

Come non vedere in questa barca un’icona della comunità di Gesù, della chiesa? I padri della chiesa hanno sempre interpretato così questa barca lontana dalla riva e sbattuta dalle onde.

In ogni ora della storia la barca dei discepoli di Gesù incrocia venti contrari e tempeste: non può essere diversamente in questo mondo, dove contro i discepoli di Gesù si scatenano spesso opposizioni, inimicizie, persecuzioni.

Qualcuno dice che quello attuale è un tempo in cui “la barca si è riempita di acqua fino quasi a capovolgersi”, ed è vero; ma io direi che sempre, oggi come ieri, finché la barca non approderà alle rive del regno di Dio, sarà così.

Il vero problema non sta nella tempesta ma nella paura di quanti sono sulla barca, perché la paura è segno di poca fede nel Signore il quale, anche se non è sulla barca, è tuttavia il Signore della terra e del mare, di tutta la storia che, nelle sue mani, resta e resterà storia di salvezza.

Il volto di Dio nella prova

Emmanuel Lévinas, ha parlato del Volto di Dio e del Volto umano come del «modo in cui si presenta l’Altro, che supera l’idea dell’Altro in me».

Le letture di questa domenica permettono di percepire meglio la verità dell’espressione. Il credente pensa giustamente a Dio come al Signore che sta accanto, che accompagna e protegge il suo popolo.

E tuttavia, l’uomo di fede sperimenta anche che il Dio vicino, il Dio che cammina accanto, è per essenza l’“Altro”: colui del quale nessun uomo e nessuna donna possono impossessarsi, perché Dio va sempre cercato, come prega il salmista: «io cerco il tuo volto Signore, non nascondermi il tuo volto!».

Elia e il Dio «Altro»

La prima lettura presenta Elia in fuga dalla regina Gezabele, che cercava di ucciderlo, dopo il massacro dei profeti di corte. Fino a quel momento, Elia era apparso come il profeta intrepido e fedele nella missione affidatagli, senza paura nel difendere i diritti di Dio.

Fuggendo dalla persecuzione di Gezabele, come Mosè e Israele da quella del faraone, deve attraversare il deserto della prova. Lì, nella steppa, stanco per la fatica della sua missione e sfiduciato per i risultati ottenuti, Elia invoca la morte: «ora basta, Signore. Prendi la mia vita perché io non sono migliore dei miei padri».

È facile immaginare le speranze riposte da Elia nel suo Dio grande e terribile, onnipotente e invincibile, che combatte accanto ai suoi fedeli contro i nemici.

Ma, come Mosè, Elia deve raggiungere il monte Horeb, per fare l’esperienza di un Signore diverso, di un Dio «Altro».

Il profeta è troppo sicuro di sé, troppo identificato con la «sua» immagine di Dio, per poter pensare che egli è anzitutto l’«indicibile», il Signore che nessuna esperienza può esaurire.

Comunione e incontro non sono mai confusione. Può sembrare paradossale, ma è pura verità: solo riconoscendo la distanza, si può creare un’autentica comunione; solo riconoscendone il mistero, l’altro non è più l’oggetto dei miei desideri, ma soggetto di libertà e di pienezza.

Se tutto ciò è vero per l’essere umano, tanto più per l’«Altro» che è Dio. È ciò che Elia deve imparare, uscendo dalla caverna in cui si era rifugiato.

Anche Mosè, al passaggio della gloria di Dio, era stato portato «nella cavità della rupe» e coperto con la mano, perché di Dio potesse vedere solo le tracce e non il Volto: nessuno «può vedere il Volto e restare in vita».

Come per Mosè, anche per Elia si tratta di un contrasto tra due modi di intendere Dio e, di conseguenza, la propria missione.

Elia identifica se stesso con il Dio zelante e geloso, guerriero invincibile e sterminatore dei nemici, tenace nel difendere i propri diritti. Del resto, l’Esodo non lo definisce forse «un Dio geloso, che punisce la colpa dei padri nei figli fino alla terza e alla quarta generazione».

Questo è il Dio della tradizione e il Dio di Elia. E, invece, ad Elia Dio si mostra come «Altro»: Dio non è nell’uragano e neppure nel terremoto, ma nel sussurro lieve della brezza.

L’originale ebraico è ancora più suggestivo: qôl demamah daqqah che potrebbe essere reso con: la «voce di un silenzio infranto, sussurrato».

È questo il Dio a cui Elia dovrà andare incontro e che sarà chiamato a riconoscere. Un volto che si lascerà incontrare furtivamente nell’ordinario scorrere della vita, da chi, al pari dei bambini, possiede occhi aperti e vigili per discernere il mistero.

Un Volto che non può mai essere rinchiuso nel recinto dei propri schemi, ma solo recepito nella libertà dell’amore.

Gesù cammina sulle acque

Perciò arriva il momento di mostrare ai discepoli un’altra azione da Dio: camminare sulle acque del mare, che secondo il Primo Testamento è proprio un’azione che solo Dio può compiere.

Sulla scia della prima lettura, l’epifania di Gesù sul lago di Galilea, raccontata nel passo evangelico, non dev’essere letta come un fatto miracolistico e spettacolare.

L’intenzione di Matteo è un’altra, ed è ben riconoscibile sia sulla base dello sfondo anticotestamentario, che l’evangelista ha voluto dare all’episodio, sia nell’aggiunta dell’aneddoto di Pietro che chiede di camminare sulle acque, assente nel parallelo di Marco.

Matteo presenta questa epifania per mostrare a tutti i lettori l’identità di Gesù, il suo volto misterioso, e l’incapacità dei discepoli - e di Pietro in particolare - di riconoscerlo nella situazione di pericolo.

Pur nella diversità dei generi, le analogie con il racconto di Elia sono evidenti ed è su questo che siamo chiamati a concentrarci.

Una tempesta in alto mare offre un’immagine molto efficace della piccolezza dell’uomo e della fragilità che lo costituisce. Ci sono forze che l’essere umano non può dominare, insidie da cui non riesce a difendersi.

In molte pagine della Bibbia l’acqua è descritta come un mostro pronto a inghiottire uomini e cose. Il Sal 107 offre una descrizione molto vivace del panico che afferra coloro che si imbattono in una tempesta improvvisa: «salgono al cielo, scendono negli abissi; l’anima loro vien meno per l’angoscia. Traballano, barcollano come ubriachi e tutta la loro abilità svanisce».

Improvvisamente però - ed è lo stesso Salmo a farne una descrizione - gli uomini nel pericolo si ricordano di Dio e tutto si quieta: «nell’angoscia gridano al Signore ed egli li libera dalle loro tribolazioni. Egli riduce la tempesta al silenzio e le onde del mare si calmano. Si rallegrano alla vista delle acque calme, ed egli li conduce al porto tanto sospirato».

Nella sua tormentata storia, Israele si è trovato spesso di fronte a una minaccia mortale; così anche la comunità cristiana di Matteo e tante altre comunità sparse per il mondo.

In questi frangenti fare la scoperta del Volto di Dio non significa tanto saggiare la Sua onnipotenza, ma piuttosto la sua Presenza.

«Coraggio, sono io, non abbiate paura!»

Sul finire della notte egli andò verso di loro camminando sul mare. Vedendolo camminare sul mare, i discepoli furono sconvolti e dissero: «È un fantasma!» e gridarono dalla paura.

Il Signore ci viene incontro sempre, quando siamo in difficoltà. Noi vogliamo che si presenti a modo nostro; invece lui, risorto, ci sembra un fantasma e noi possiamo non riconoscerlo, per come si comporta.

Pare che lui sia abituato ad intervenire a modo suo. Sta alla nostra fede riconoscerlo e accoglierlo sulla barca del nostro viaggio.

Verso la fine della notte Gesù viene incontro ai suoi camminando sulle acque. Essi, dominati dalla paura, non riescono a riconoscerlo e pensano di vedere un fantasma.

La parola di Gesù cambia allora il significato della notte: «Coraggio, sono io, non abbiate paura!». Prima ancora di calmare il vento, Cristo calma il cuore.

Quel «sono io» rivela che il Signore è presente proprio là dove i discepoli pensavano di essere rimasti soli.

Nel testo greco Gesù dice: «Io sono». Nell’intenzione dell’evangelista questa è una rivelazione di identità divina, che si poggia su una prova: camminare sul mare.

Per questo egli conclude l’episodio con la prostrazione dei discepoli e con la loro professione di fede: «Davvero tu sei Figlio di Dio!».

Pietro e il rischio della fede

Matteo ha una scena che non si trova negli altri vangeli. Pietro chiede di camminare sul mare come Gesù.

Non può sfuggire il significato teologico e simbolico di questa scena. Pietro nel vangelo di Matteo è il portavoce degli altri discepoli.

La sua richiesta è quella di tutti e della Chiesa intera: fare le stesse cose di Gesù. Gesù non è geloso delle proprie prerogative e dei propri poteri, vuole condividerli e lo fa.

I primi passi di Pietro sono la dimostrazione che Gesù veramente comunica i suoi poteri agli apostoli. Poi viene fuori la poca fede.

Continuare a credere nella presenza salvifica di Cristo, dopo l’Ascensione, quando infuria il vento della persecuzione, richiede una fede forte e grande, quella che Pietro ancora non ha.

L’iniziativa di Pietro vuole mettere alla prova Gesù, svelandone la presenza con assoluta certezza. Gesù asseconda la richiesta di Pietro, che vuole camminare sulle acque, ma il vieni! è soprattutto un invito a uscire da se stesso, dalle sue paure e dalla sua percezione della Presenza di Dio.

Si tratta di un invito a fissare finalmente il volto dell’«Altro», perché solo guardando il Volto dell’Altro, l’uomo può aver fiducia in sé.

«Signore, se sei tu, comandami di venire verso di te sulle acque». È una sfida al Signore, ma Pietro non si accorge di sfidare se stesso e la propria fede, per questo inizia ad affondare.

Non c’è bisogno di sfidare il Signore, ci ha già dato tutto.

Lo sguardo rivolto a Gesù

Pietro, con la sua tipica irruenza, chiede: se sei figlio di Dio, comandami di venire a te camminando sulle acque. Venire a te, bellissima richiesta.

Camminando sulle acque, richiesta infantile di un prodigio fine a se stesso, esibizione di forza che non ha di mira il bene di nessuno. E infatti il miracolo non va a buon fine.

Pietro scende dalla barca, comincia a camminare sulle acque, ma in quel preciso momento, proprio mentre vede, sente, tocca il miracolo, comincia a dubitare e ad affondare.

Uomo di poca fede perché hai dubitato? Pietro è uomo di poca fede non perché dubita del miracolo, ma proprio in quanto lo cerca.

I miracoli non servono alla fede. Infatti Dio non si impone mai, si propone. I miracoli invece si impongono e non convertono.

Lo mostra Pietro stesso: fa passi di miracolo sull’acqua eppure proprio nel momento in cui sperimenta la vertigine del prodigio sotto i suoi piedi, in quel preciso momento la sua fede va in crisi: Signore affondo!

Quando Pietro guarda al Signore e alla sua parola: Vieni!, può camminare sul mare. Quando guarda a se stesso, alle difficoltà, alle onde, alle crisi, si blocca nel dubbio.

Così accade sempre. Se noi guardiamo al Signore e alla sua Parola, se abbiamo occhi che puntano in alto, se mettiamo in primo piano progetti buoni, noi avanziamo.

Mentre la paura dà ordini che mortificano la vita, i progetti danno ordini al futuro. Se guardiamo alle difficoltà, se teniamo gli occhi bassi, fissi sulle macerie, se guardiamo ai nostri complessi, ai fallimenti di ieri, ai peccati che ricorrono, iniziamo la discesa nel buio.

Ritorna qui il motivo che percorre tutta l’opera di Matteo e definisce in modo peculiare i discepoli: l’oligopistia, ossia la fede piccola, vacillante, incapace di affidarsi e di rischiare nel momento del pericolo.

Come di solito, il rimprovero di Gesù è rivolto non solo Pietro, ma a tutti i credenti con lui: «uomo dalla fede piccola, perché hai dubitato?».

Come Elia, Pietro è incapace di andare al di là del proprio universo. Avere fede significa accettare di frantumare le proprie certezze fondate sulla chiusura e sulla paura, per dare credito a una lungimiranza che non ci appartiene, ma ci può essere offerta, come dono.

Fede e dubbio

Ringrazio Pietro per questo suo intrecciare fede e dubbio; per questo suo oscillare fra miracoli e abissi. Pietro, dentro il miracolo, dubita: Signore affondo; dentro il dubitare, crede: Signore, salvami!

Dubbio e fede. Indivisibili. A contendersi in vicenda perenne il cuore umano.

Ora so che qualsiasi mio affondamento può essere redento da una invocazione gridata nella notte, gridata nella tempesta come Pietro, dalla croce come il ladro morente.

L’esperienza dell’affondare, sia per chi crede che per chi non crede, facilmente spinge a una preghiera vera, anche se interessata: «Signore, salvami!».

La mano tesa del Signore, anche se precede un rimprovero, tuttavia afferra e salva sempre colui che prega.

«Uomo di poca fede, perché hai dubitato?». Un grido, una mano che ci afferra e un rimprovero. C’è tutta la storia della nostra piccola e fragile fede.

Ma il Signore non viene meno, mai. Lui è fedele.

La mano che salva

E subito Gesù tese la mano, lo afferrò. Pietro si rende conto che da solo non riesce ad andare da nessuna parte, ma proprio mentre sprofonda sotto il peso dei suoi limiti, sperimenta anche che c’è una mano che lo afferra e lo tira fuori dalle acque infide della morte.

E in quel momento Pietro fa sulla sua pelle l’esperienza battesimale: sprofonda e viene salvato.

Nella paura, la comunità rinnova la sua fede. L’esperienza di Pietro lascia una traccia nella vita della comunità, la segna per sempre.

Infatti nel testo troviamo due espressioni che sembrano formule liturgiche che probabilmente la comunità usava nella preghiera: “Signore, salvami!” e “Tu sei veramente il Figlio di Dio!”.

In fondo, la nostra vita spirituale è un cammino proprio tra queste due invocazioni, tra la paura di morire che ci fa gridare e l’esperienza di essere salvati.

La tempesta non è semplicemente lo scenario di un miracolo: è il luogo nel quale il discepolo scopre di non potersi salvare da solo e impara ad affidarsi alla mano di Cristo.

La comunità nella barca

Anche le comunità ecclesiali, piccole o grandi, sono come Pietro. Hanno in mano il tesoro del potere salvifico di Cristo e a volte si perdono nell’autosufficienza, nell’orgoglio o nella vanità dell’autoesaltazione.

A loro è richiesto di riconoscere la propria debolezza e gridare. Invece nella storia della Chiesa e anche oggi ci sono movimenti e gruppi che si sentono e si dicono «migliori» degli altri, più «ortodossi», più «fedeli», più papalini del papa.

Forse nemmeno se ne accorgono, quando stanno per affondare.

La comunità vive, o rilegge, la sua esperienza pasquale, battesimale: l’incontro con il Risorto che ci salva.

A quel punto, la cosa più importante non è che la tempesta finisca, ma avere la certezza che Dio non si è dimenticato di me.

Per questo Pietro non pensa a tirare Gesù nella barca o a chiedergli di fermare la tempesta, ma vuole andare verso Gesù, vuole rinnovare la sua fede in lui.

E per farlo deve rischiare, deve affrontare la paura di morire. Ma è la comunità stessa che è chiamata a rinnovare la fede in mezzo alla tempesta.

Pietro accetta di fare quell’esperienza a nome della comunità. Mette i piedi fuori dalla barca e si incammina verso Gesù.

E fino a quando mantiene il suo sguardo fisso su Gesù riesce a camminare sulle acque della morte, ma nel momento in cui distoglie lo sguardo da Gesù e lo riporta sui suoi limiti personali, sulla forza del vento e sulla sua povera umanità, non può che sprofondare!

La fede come fiducia e attesa

Nel cuore dell’estate, la Liturgia della Parola ci offre l’occasione per riflettere su una delle dinamiche della fede, di cui troviamo una definizione nella Seconda Lettura, insieme ad un esempio con cui confrontarci: Abramo.

La fede è una dimensione necessaria perché le speranze divengano realtà e mette chi la possiede a contatto con ciò che è realmente vero, anche se nascosto.

Così è stato per Abramo che in tutto si è fidato di Dio, dalla sua vocazione fino alla prova della legatura di Isacco, meritando di essere l’amico di Dio.

Fede è camminare al buio fidandosi della Luce. Noi, oggi, siamo chiamati alla stessa fiducia.

Su questa fede si fondano anche le parabole che Gesù racconta circa la necessità di vigilare in attesa del Signore, realtà certa ma sconosciuta nel suo compiersi.

Queste parabole esortano i credenti ad attendere il ritorno del Signore, inaspettato e sorprendente come l’arrivo di un ladro, attivamente e pronti ad accoglierlo.

Poiché l’attesa può essere gioiosa, zelante, impaziente o disperata il Signore esorta a vivere secondo le prime caratteristiche per poter godere della ricompensa.

Le letture della XIX Domenica del Tempo Ordinario

Prima lettura: 1 Re 19

La prima lettura presenta Elia in fuga dalla regina Gezabele, che cercava di ucciderlo, dopo il massacro dei profeti di corte.

Il profeta deve attraversare il deserto della prova e raggiungere il monte Horeb, per fare l’esperienza di un Signore diverso, di un Dio «Altro».

Dio non è nell’uragano e neppure nel terremoto, ma nel sussurro lieve della brezza.

Seconda lettura: Ebrei 11,1-2.8-19

Fratelli, la fede è fondamento di ciò che si spera e prova di ciò che non si vede. Per questa fede i nostri antenati sono stati approvati da Dio.

Per fede, Abramo, chiamato da Dio, obbedì partendo per un luogo che doveva ricevere in eredità, e partì senza sapere dove andava.

Per fede, egli soggiornò nella terra promessa come in una regione straniera, abitando sotto le tende, come anche Isacco e Giacobbe, coeredi della medesima promessa.

Egli aspettava infatti la città dalle salde fondamenta, il cui architetto e costruttore è Dio stesso.

Per fede, anche Sara, sebbene fuori dell’età, ricevette la possibilità di diventare madre, perché ritenne degno di fede colui che glielo aveva promesso.

Nella fede morirono tutti costoro, senza aver ottenuto i beni promessi, ma li videro e li salutarono solo da lontano, dichiarando di essere stranieri e pellegrini sulla terra.

Chi parla così, mostra di essere alla ricerca di una patria. Se avessero pensato a quella da cui erano usciti, avrebbero avuto la possibilità di ritornarvi; ora invece essi aspirano a una patria migliore, cioè a quella celeste.

Per questo Dio non si vergogna di essere chiamato loro Dio. Ha preparato infatti per loro una città.

Per fede, Abramo, messo alla prova, offrì Isacco, e proprio lui, che aveva ricevuto le promesse, offrì il suo unigenito figlio, del quale era stato detto: «Mediante Isacco avrai una tua discendenza».

Egli pensava infatti che Dio è capace di far risorgere anche dai morti: per questo lo riebbe anche come simbolo.

Il salmo responsoriale

Il Salmo 32 raccoglie la fiducia del popolo che attende il Signore:

  • «Beato il popolo scelto dal Signore».
  • «Ecco, l’occhio del Signore è su chi lo teme, su chi spera nel suo amore, per liberarlo dalla morte e nutrirlo in tempo di fame».
  • «L’anima nostra attende il Signore: egli è nostro aiuto e nostro scudo».
  • «Su di noi sia il tuo amore, Signore, come da te noi speriamo».

La pace biblica non è semplicemente assenza di difficoltà: nasce dalla certezza che Dio rimane fedele e continua a operare nella storia.

La fiducia nel modo di agire del Signore

Il Signore ci viene incontro sempre, quando siamo in difficoltà. Noi vogliamo che si presenti a modo nostro; invece lui, risorto, ci sembra un fantasma e noi possiamo non riconoscerlo, per come si comporta.

Pare che lui sia abituato ad intervenire a modo suo. Sta alla nostra fede riconoscerlo e accoglierlo sulla barca del nostro viaggio.

La XIX Domenica del Tempo Ordinario ci conduce al cuore dell’esperienza della fede: riconoscere la presenza di Dio anche quando la vita è attraversata dalla prova e il suo agire non corrisponde alle nostre attese.

È il filo che unisce le letture e che la colletta propria dell’anno A traduce in preghiera, chiedendo al Signore di rafforzare la nostra fede e di renderci capaci di riconoscerlo «presente in ogni avvenimento della vita e della storia».

La prima lettura presenta Elia sull’Oreb. Il profeta, provato e scoraggiato, attende il passaggio del Signore.

Vengono il vento impetuoso, il terremoto e il fuoco, ma Dio non è in queste manifestazioni grandiose. Soltanto dopo, nel «sussurro di una brezza leggera», Elia riconosce la presenza divina e si copre il volto.

Il Signore gli chiede così di purificare la propria immagine di Dio: egli non si lascia imprigionare nelle nostre attese e spesso si manifesta nella discrezione, nel silenzio, in una presenza che può essere riconosciuta soltanto da chi sa ascoltare.

Anche Paolo, nella seconda lettura, vive una prova della fede. Il suo dolore riguarda Israele, il popolo al quale appartengono l’adozione, le alleanze, la Legge, il culto e le promesse e dal quale proviene Cristo secondo la carne.

L’Apostolo non giudica né si pone a distanza: porta nel cuore «un grande dolore e una sofferenza continua». La fede diventa così intercessione e responsabilità per gli altri.

La colletta e il cammino cristiano

Onnipotente Signore, che domini tutto il creato, rafforza la nostra fede e fa' che ti riconosciamo presente in ogni avvenimento della vita e della storia, per affrontare serenamente ogni prova e camminare con Cristo verso la tua pace. Per il nostro Signore Gesù Cristo.

La colletta propria dell’anno A raccoglie con particolare efficacia questo itinerario della Parola. La Chiesa si rivolge all’«Onnipotente Signore» e subito domanda: «rafforza la nostra fede».

L’onnipotenza di Dio e la fragilità dell’uomo vengono poste l’una davanti all’altra. Ma ciò che soprattutto chiediamo non è di essere sottratti alle prove: chiediamo di riconoscere Dio presente «in ogni avvenimento della vita e della storia» e di poter così «affrontare serenamente ogni prova».

La serenità cristiana non nasce dunque da una vita senza tempeste, ma dalla certezza di non attraversarle da soli.

La conclusione della colletta indica infine la meta: «camminare con Cristo verso la tua pace».

Attualizzazione e preghiera

Il Signore ci viene incontro sempre, quando siamo in difficoltà. Noi vogliamo che si presenti a modo nostro; invece lui, risorto, ci sembra un fantasma e noi possiamo non riconoscerlo, per come si comporta.

«Signore, se sei tu, comandami di venire verso di te sulle acque». È una sfida al Signore, ma Pietro non si accorge di sfidare se stesso e la propria fede, per questo inizia ad affondare.

Non c’è bisogno di sfidare il Signore, ci ha già dato tutto.

«Signore, salvami!». «Uomo di poca fede, perché hai dubitato?». Un grido, una mano che ci afferra e un rimprovero. C’è tutta la storia della nostra piccola e fragile fede.

Ma il Signore non viene meno, mai. Lui è fedele.

Domande per la riflessione

  • Come affronti i momenti in cui la tempesta si abbatte sulla tua vita e il vento è contrario?
  • In che modo oggi puoi rinnovare la tua fede in Gesù?
  • Riesci a riconoscere la presenza del Signore anche quando egli non interviene secondo le tue attese?
  • Quali paure ti fanno distogliere lo sguardo da Gesù?
  • In quali situazioni hai sperimentato la mano del Signore che ti afferra?

Impegno della settimana

Nelle difficoltà che incontriamo, rinnoviamo la nostra fiducia nell’intervento del Signore, a modo suo.

«Coraggio, sono io, non abbiate paura!». Anche a noi la liturgia non promette un mare sempre tranquillo, ma ci educa a riconoscere, dentro le vicende quotidiane, la voce di Cristo che continua a ripetere alla sua Chiesa: «Coraggio, sono io, non abbiate paura».

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