Il tabernacolo in lapislazzuli è una custodia eucaristica nella quale la funzione liturgica del tabernacolo si unisce a un forte valore simbolico, artistico e teologico: il blu intenso della pietra richiama la dimensione celeste, mentre l’oro e il bronzo dorato possono evocare la regalità e la gloria di Cristo presente nell’Eucaristia.
Il tabernacolo è un’edicola o nicchia chiusa in cui, nelle chiese cattoliche, si custodisce la pisside con l’Eucaristia, con lo scopo di adorarla e averla disponibile per la comunione eucaristica fuori della Celebrazione eucaristica. Il tabernacolo è il cuore vivente di ciascuna chiesa; una chiesa senza presenza eucaristica è in qualche modo morta, anche se invita alla preghiera.
Che cos’è il tabernacolo e quale significato ha
Il termine tabernacolo deriva dal latino tardo tabernaculum, cioè “tenda”, che a sua volta trae origine da taberna, ossia “casetta composta da tavole (tabellae) di legno”. Il suo significato è dunque dimora, la casa di Dio presso gli uomini.
Nel culto cristiano, il tabernacolo è un’edicola o nicchia contenente immagini sacre o il vino e l’ostia consacrati sull’altare. Nel culto ebraico era un santuario mobile costituito da pelli e tende, in cui si conservava l’Arca dell’Alleanza contenente le tavole della legge, e che venne poi ampliato nel Tempio una volta che il popolo ebraico si stabilì nella Terra Promessa.
Il tabernacolo è situato in una posizione centrale e ben visibile, solitamente sull’altare maggiore, alle spalle della mensa eucaristica, rendendolo il punto focale della chiesa. Con una posizione preminente, posizionato direttamente sull’altare maggiore alle spalle della Mensa Eucaristica, il tabernacolo risulta essere ben visibile da ogni posizione all’interno della chiesa, permettendo a chiunque entri di individuare immediatamente il luogo della custodia eucaristica.
Il suo significato è dunque dimora, biblicamente, rappresentava la “tenda dell’incontro” di Dio tra gli uomini, questo giustifica la sua centralità nei secoli, è il riferimento di coloro i quali si recano a pregare e adorare il corpo di Cristo anche al di fuori delle celebrazioni. Il tabernacolo richiama la presenza di Dio e dimostra come essa sia vicina, sotto gli occhi dei fedeli e adiacente alla loro quotidianità.

Il significato della presenza eucaristica
La chiesa è un luogo di accoglienza e di preghiera ma è, innanzitutto, il luogo di una presenza: quella di Cristo nel Santissimo Sacramento dell’altare. Il tabernacolo richiama la presenza di Dio in quanto vi vengono riposte le ostie consacrate in seguito alla celebrazione dell’Eucarestia.
La santissima Eucaristia conservata perennemente nelle chiese dà carattere di perennità al Sacrificio incruento dell’altare. Infatti Cristo, anche dopo l’offerta del sacrificio, allorché viene conservata l’Eucaristia nelle chiese o negli oratori, è veramente l’Emmanuele, cioè il “Dio con noi”. Giorno e notte resta in mezzo a noi, e in noi abita, pieno di grazia e di verità.
Questo fa del tabernacolo il cuore e il fulcro pulsante di ogni chiesa, il riferimento di coloro i quali si recano a pregare e adorare il corpo di Cristo anche al di fuori delle celebrazioni. Esso è e rimane un oggetto d’importanza fondamentale per l’adorazione dei fedeli all’interno di ogni chiesa, il simbolo stesso della presenza di Dio e del rinnovarsi del suo sacrificio d’amore.
La conservazione dell’Eucarestia al di fuori della Messa, per comunicarsi e per l’adorazione, sono sempre state presenti nella prassi liturgica della Chiesa. Conservazione, adorazione e comunione fuori della Messa, sono rilevabili nel culto della Chiesa fino dalle sue prime manifestazioni.
Il tabernacolo nella storia cristiana
I primi secoli
La santissima Eucaristia veniva mandata agli assenti attraverso i diaconi; gli stessi fedeli, laici ed eremiti, la portavano con sé nelle loro dimore per cibarsene frequentemente. La custodia eucaristica nasce nelle case dei cristiani per conservare con circospezione il Santo Sacramento, e quella cura con la quale conservavano e ricevevano il Pane santo non era altro che quell’adorazione intima e profonda che già san Paolo esigeva e che Sant’Agostino ribadiva.
In analogia con le case, anche le chiese dovevano avere un luogo per la conservazione dell’Eucaristia, sempre più necessario nella misura in cui veniva a scomparire l’uso domestico. Il luogo veniva chiamato Pastoforio in Oriente e Sacrarium in Occidente, ed era attiguo al presbiterio.
Il Medioevo
Dopo il IX secolo, in seguito alla prescrizione di conservare la pisside eucaristica sull’altare si andò affermando la necessità di racchiuderla, per sicurezza entro un contenitore chiuso che alla fine del XIII secolo viene detto Propitiatorium. Si trattava in questo caso di un tabernacolo piccolo e mobile che venne adottato soprattutto in Francia e in Italia.
All’inizio del XII secolo appaiono i tabernacoli murali, molto frequenti dal XIII al XV secolo, soprattutto in Italia e Germania. Si trattava di edicole nel muro vicino all’altare, in cornu Evangelii o nel coro, con uno sportello munito di serratura e decorate da una mostra, generalmente in marmo, con figurazioni a rilievo allusive all’Eucarestia.
Alla fine del XIV secolo, nel nord dell’Europa si diffonde l’uso di strutture architettoniche verticali, dette Edicole del Sacramento, erette a fianco dell’altare, munite di una grata attraverso la quale era visibile l’ostia consacrata posta in un ostensorio; l’uso molto radicato si mantenne sino al XVIII secolo.
In Italia possono considerarsi vicini a questi esempi nordici i tabernacoli isolati su alto fusto di cui ne esistono vari esempi e che nelle cattedrali e collegiate erano collocati nelle apposite cappelle dette del Santissimo Sacramento, mentre negli altri casi si trovano sull’altare maggiore.
Dal Rinascimento all’età moderna
Alla metà del XVI secolo, il vescovo di Verona, Gian Matteo Giberti, introdusse l’uso del tabernacolo eucaristico fisso al centro dell’altare, chiuso da una solida serratura per evitare furti sacrileghi. Questa prassi si diffuse rapidamente in tutta l’Italia settentrionale; fu accolta anche a Milano da san Carlo Borromeo e quindi a Roma, dove Paolo IV e Paolo V lo imposero nella Diocesi romana, raccomandandolo anche altrove.
I tabernacoli a muro, non più adibiti a custodia per la riserva eucaristica, furono impiegati per riporre i vasetti degli oli santi. Nell’Europa settentrionale, invece, l’adozione del tabernacolo sull’altare fu più lenta, mantenendo a lungo l’uso di quelli di tipo murale e delle edicole eucaristiche.
Nel 1863 un decreto della Congregazione dei Riti vietava ogni altro tipo di custodia del Santissimo Sacramento che non fosse il tabernacolo al centro dell’altare maggiore, limitando solo alle cattedrali e alle collegiate l’apposita Cappella del Sacramento che, pur distinta dalla navata principale, ne era tuttavia collegata, e con la sua preziosità e sacralità veniva ad essere il Sancta Sanctorum della chiesa stessa.
Il tabernacolo doveva, inoltre, essere inamovibile e non coperto da altri arredi; al di sopra si poteva solo la croce d’altare oppure, temporaneamente, il tronetto per l’esposizione eucaristica.
Perché il lapislazzuli è importante
Il lapislazzuli è una pietra dura e semipreziosa caratterizzata da un colore blu intenso, spesso attraversato da venature dorate. La sua presenza in un tabernacolo sottolinea il carattere prezioso della custodia eucaristica e contribuisce a trasformarla in un’opera d’arte destinata a custodire ed esporre dignitosamente il Corpus Christi.
La ricchezza della materia non costituisce soltanto un elemento decorativo. L’impiego di pietre dure, marmi policromi, oro e bronzo dorato nasce dall’intenzione di dare forma visibile alla dignità del Sacramento e di rendere riconoscibile la centralità della presenza reale di Cristo.
Nei tabernacoli in lapislazzuli, il blu della pietra può essere letto come un richiamo alla dimensione celeste e al mistero trascendente, mentre le parti dorate valorizzano la regalità e la gloria. La materia preziosa diventa così parte integrante di un linguaggio simbolico nel quale architettura, colore, luce e iconografia convergono verso l’adorazione.
L’attenzione per il dogma della transustanziazione dava origine a una varietà di configurazioni e stimolava la complessa evoluzione tipologica subita dall’altare, favorendo così la costruzione di ricche e magniloquenti architetture in legno, marmo o metallo sugli altari maestri delle chiese, divenendo dei veri e propri oggetti d’oreficeria a scala monumentale per custodire ed esporre dignitosamente il Corpus Christi.

Il tabernacolo in lapislazzuli a Palermo
Un’opera di straordinario interesse per un tentativo di delineare le coordinate di fondo nella evoluzione dei tabernacoli realizzati in pietre dure e nello specifico in lapislazzuli a Palermo è costituita dal tabernacolo ordinato dall’arcivescovo D. Martino de León y Cárdenas al Cavalier Cosimo Fanzago, celebre architetto e scultore, il quale, nel vasto tentativo di abbellimento della Cattedrale di Palermo in veste barocca, andava a sostituire l’antica e più semplice custodia realizzata in marmo da Antonello Gagini.
Nominato arcivescovo di Palermo nel 1650, Martino de León y Cárdenas si era dimostrato particolarmente attento alle novità artistiche. Allo stesso modo, il medesimo diede avvio a moderne imprese monumentali e a una nuova concezione estetica nella Cattedrale di Palermo.
Originariamente ubicato nell’abside destra in prossimità del secondo transetto, un tempo destinata a mausoleo dei re normanni e svevi, il disegno del ciborio, realizzato da Cosimo Fanzago, prevedeva anche l’altare di supporto in marmi commessi fatto in Napoli per il Cavalier Cosimo e tra un gradino e l’altro della mensa si andava a inserire il tabernacolo sormontato dalla macchina architettonica del ciborio a due ordini e terminante con una cupola.
La data di commissione del ciborio a Fanzago, formalizzata da un regolare atto notarile, risale al 15 novembre 1651, opera per la quale Cárdenas devolveva la cifra di tremila scudi, di cui duemila destinati ai miglioramenti e ai lavori dell’altare maggiore.
Materiali e progetto della custodia palermitana
Una relazione redatta in una data posteriore al 1652 permette di conoscere le precise indicazioni dell’arcivescovo, il quale dichiarava di aver determinato per devozione di farne fare una di lapislazzuli e bronzo dorato, dopo aver avuto l’occasione di acquistare una considerevole quantità del lapislazzuli migliore proveniente dalle miniere.
La custodia era progettata con un’altezza di diciotto palmi e una larghezza di nove palmi e mezzo. Presentava otto colonne di tre palmi ciascuna e utilizzava esclusivamente lapislazzuli e bronzo dorato, lavorati e intagliati con l’intenzione di realizzare un’opera insigne e singolare in tutta Italia.
Stimando la complessità del lavoro e la preziosità dei materiali impiegati tra oro e lapislazzuli, Cárdenas nominava ufficialmente, in qualità di intenditore, il padre oratoriano Giuseppe Gambacurta depositario e amministratore dell’ingente somma per la realizzazione dell’opera insieme al confratello padre Ponzio Valguarnera e successivamente a padre Giliberto Scuderi.
La custodia della cattedrale di Palermo è diretta erede del pensiero classicista e spesso dichiaratamente rigoroso di Donato Bramante. L’artista bergamasco reinterpreta il tempietto romano di San Pietro in Montorio, traendone in modo coerente i principi oggettivi tra norma e proporzione con le singole parti, uniti all’emulazione dei suoi effetti visivi, plastici e spaziali.
La tipologia a tempietto e il valore architettonico
Il tabernacolo in lapislazzuli non è soltanto un contenitore prezioso, ma può assumere l’aspetto di una vera architettura in miniatura. La tipologia a frontale architettonico unita al tipo “a tempietto” produce una struttura nella quale la porta della custodia si inserisce in un organismo composto da colonne, trabeazioni, cupole e ordini sovrapposti.
Esistono varie tipologie di tabernacolo:
- Architettonico: tabernacolo posto al centro dell’altare o del gradino.
- A frontale architettonico: tabernacolo in cui l’elemento caratterizzante è formato dal solo prospetto.
- A tempietto: tabernacolo costituito da una struttura a sé stante, differenziata dal gradino o dalla mensa dell’altare.
- Monumentale: tabernacolo poggiante su un piedistallo che costituisce una struttura isolata.
- Pensile: tabernacolo sospeso con catenelle sopra o presso l’altare.
- Portatile: tabernacolo utilizzato per le celebrazioni liturgiche a carattere provvisorio o qualora non sia possibile usare l’altare fisso.
Il tabernacolo può essere realizzato in marmo, pietre dure, bronzo, legno dipinto o dorato. I tabernacoli in lapislazzuli appartengono quindi alla famiglia delle custodie in pietre dure, nelle quali il materiale non viene scelto soltanto per la resistenza o per l’effetto ornamentale, ma anche per la capacità di costruire un’immagine solenne e riconoscibile del luogo sacro.
Il tabernacolo delle monache benedettine
Le stesse caratteristiche e le stesse convinzioni caratterizzano anche un altro progetto della produzione dei tabernacoli in lapislazzuli: la custodia della chiesa delle monache benedettine di Santa Maria dell’Ammiraglio.
La realizzazione di questa nuova opera costituì un’impresa impegnativa che le monache benedettine affrontarono dopo la ricostruzione tardo seicentesca dell’abside della chiesa, con l’esplicita volontà di dare un nuovo assetto allo spazio sacro attraverso l’osservanza dei nuovi precetti liturgici tridentini.
La riconfigurazione della chiesa doveva essere quasi del tutto conclusa nel 1685 durante il governo della badessa Giuseppa Caterina del Castello, se il 28 ottobre dello stesso anno l’abside veniva aperta al pubblico dei fedeli “con sontuosa pompa”, in occasione delle solennità di San Simone e delle “quarant’ore della Città”.
Forse fu proprio Paolo Amato, architetto del Senato, a essere incaricato dalle benedettine di progettare il modello del ciborio per la loro chiesa nell’anno giubilare 1700; infatti, l’unica notizia certa riguardante l’opera è un esito di pagamento in data ottobre 1701, il quale informa che entro quella data la custodia veniva completata e collocata definitivamente nell’abside.
In questo progetto predominano forme e volumi orizzontali, come se l’autore volesse sfuggire dal verticalismo dei cibori tardo cinquecenteschi. La struttura compositiva appare, invece, ancora vincolata al modello del ciborio realizzato sul progetto di Cosimo Fanzago della Cattedrale di Palermo, ma il ciborio delle monache benedettine mostra un’esuberanza decorativa più aggiornata rispetto ai canoni precedenti per l’efficacia del gioco illusorio e luministico.
Il significato della porta del tabernacolo
Particolare importanza ha la porticina che indica il passaggio sacro tra l’umano e il divino, proteggendo il corpo di Cristo e invitando all’adorazione. La porta costituisce il punto di accesso alla custodia e, proprio per questo, concentra spesso il significato simbolico dell’intero tabernacolo.
Spesso è riccamente decorata con bassorilievi o incisioni che raffigurano simboli eucaristici, come l’agnello, il calice, il pane, il Sacro Cuore e in alcuni casi la Madonna Addolorata. La porta dorata può quindi presentare l’immagine dell’Agnello dell’Apocalisse, mentre al suo interno può comparire il simbolo di Gesù Eucarestia con raggi che vanno dall’interno all’esterno.
L’Agnello richiama Cristo sacrificato e glorioso; il calice e il pane rimandano al sacramento dell’Eucaristia; il Sacro Cuore esprime l’amore redentivo; la luce che si irradia dalla custodia indica la presenza che si manifesta e si comunica.
Nel caso della Madonna Addolorata, la figura della Vergine Maria esprime il dolore per la Passione di Cristo, viene spesso ritratta con le mani giunte, lo sguardo rivolto al cielo, mentre tiene sulle ginocchia il corpo senza vita di Gesù Cristo dopo la sua deposizione dalla Croce.
L’interno, i rivestimenti e il conopeo
Deve essere solido, inamovibile, chiuso a chiave e non trasparente. L’interno deve essere rivestito di materiale che respinga l’umidità, dorato e foderato di seta bianca, rossa nel rito ambrosiano.
La presenza del Santissimo Sacramento è segnalata dalla lampada eucaristica, un cero solitamente di colore rosso che deve ardere ininterrottamente. Quando sono presenti le sacre specie, la fronte del tabernacolo deve essere coperta dal conopeo.
Il tabernacolo è spesso arricchito dal conopeo, un drappo o tendina, solitamente di seta, utilizzato per coprire il tabernacolo, simbolo di rispetto e adorazione, il colore indica il tempo liturgico in cui ci troviamo.
Nei tabernacoli storici l’interno può essere rivestito di tessuti pregiati, come seta o velluto rosso, oppure presentare, nei lavori argentati, cesellature raffinate. In un’opera in lapislazzuli e bronzo dorato, la preziosità dell’esterno viene quindi accompagnata da un trattamento interno coerente con la dignità della custodia.

Il tabernacolo nel rito ambrosiano
Nelle chiese di rito ambrosiano, specialmente quelle storiche influenzate dalla riforma di San Carlo Borromeo, la funzione del tabernacolo è sostanzialmente la stessa del rito romano. Esso è spesso inserito in strutture monumentali sull’altare maggiore per valorizzare l’importanza della presenza reale di Cristo, evitando che sia posto in luoghi laterali o marginali.
I tabernacoli antichi, spesso di pregio, riflettono l’originaria tradizione milanese, talvolta riprodotti con modelli in ottone massiccio o altri materiali preziosi. L’interno è tipicamente rivestito di tessuti pregiati, seta o velluto rosso, oppure, nel caso di lavori argentati, presenta cesellature raffinate.
Una delle differenze più evidenti riguarda il simbolismo cromatico: mentre nel rito romano il colore liturgico associato all’Eucaristia e al tabernacolo è il bianco o l’oro, nel rito ambrosiano il colore proprio del Santissimo Sacramento è il rosso.
| Elemento | Rito romano | Rito ambrosiano |
|---|---|---|
| Colore associato all’Eucaristia | Bianco o oro | Rosso |
| Rivestimento interno indicato | Seta bianca | Seta rossa |
| Ostensorio | Predilige quello “raggiato” | Usa tipicamente l’ostensorio architettonico |
Durante l’esposizione dell’Eucaristia si usa tipicamente l’ostensorio architettonico, a forma di tempietto o teca tubolare con vetri sui lati, mentre il rito romano predilige quello “raggiato”.
Al termine della Messa in Coena Domini del Giovedì Santo, l’Eucaristia viene spostata in un tabernacolo provvisorio, popolarmente detto “sepolcro” o “scurolo”, dal milanese scuroeu, fino alla solenne Veglia Pasquale.
Tabernacolo e altare
L’altare e il tabernacolo sono inseparabili, almeno in linea di principio. L’altare è il luogo santo sul quale si compie in modo sacramentale il Mistero pasquale della Redenzione; esso è anche il simbolo più qualificato, che esprime con la sua stessa struttura le tre dimensioni del Mistero che su di esso si compie.
Con la sua dignità e centralità, l’altare è il segno di Cristo presente nella Chiesa quale Capo dell’assemblea liturgica; come ara in pietra ed elevata richiama il Sacrificio della Croce, attualizzato nella celebrazione dei santi misteri; la sua mensa ricoperta con la tovaglia ricorda il sacro convito in cui ai fedeli è dato il Pane santo della vita eterna e il calice dell’eterna salvezza.
L’altare porta quindi impresse su di sé in maniera simbolica le coordinate fondamentali dell’Eucaristia. L’altare è il miglior interprete del tabernacolo, perché garantisce l’espressione simbolica di tutti gli aspetti del Mistero in esso racchiuso, e aiuta il fedele che in esso cerca Cristo a percepirne adorante la Presenza, a unirsi al suo Sacrificio e a nutrirsi degnamente del suo Corpo e del suo Sangue.
Separare dall’altare il Sacramento a celebrazione conclusa crea per sé qualche disagio, sia all’altare come al tabernacolo, come se l’altare improvvisamente si spegnesse e la sua vita passasse al tabernacolo. Ma anche il tabernacolo subisce danno dalla separazione dall’altare, perché non esprime altrettanto l’aspetto di sacrificio e la forma di convito che rimangono insiti nel Sacramento.
La posizione del tabernacolo nella normativa attuale
L’Institutio generalis del Messale Romano del 1970 raccomanda vivamente che il tabernacolo in cui si conserva la santissima Eucaristia sia collocato in una cappella adatta alla preghiera e all’adorazione privata dei fedeli. Se però, data la struttura particolare della chiesa e in forza di legittime consuetudini locali, tale sistemazione non fosse possibile, il Santissimo venga collocato su qualche altare o anche fuori dell’altare in posto d’onore e debitamente ornato.
La Chiesa, oggi, sceglie quindi come posto ideale per il tabernacolo la cappella, distinta dalla chiesa, degna e adatta alla preghiera personale dei fedeli. Nelle chiese di nuova costruzione sarà facile realizzare con le qualità necessarie la cappella del Santissimo Sacramento.
Nella maggioranza delle chiese storiche tale cappella non esiste e perciò si prevedeva che il Sacramento fosse conservato su un altare laterale o in un altro posto d’onore. Questa disposizione, tuttavia, ha provocato qualche difficoltà in quanto il Santissimo Sacramento è stato posto in linea con le devozioni e così privato della sua centralità e della sua unicità.
L’Ordinamento Generale della terza edizione del Messale Romano stabilisce che il tabernacolo sia collocato, a giudizio del vescovo diocesano, in presbiterio, non però sull’altare della celebrazione, nella forma e nel luogo più adatti, non escluso il vecchio altare che non si usa più per la celebrazione, oppure in qualche cappella adatta all’adorazione e alla preghiera privata dei fedeli, unita strutturalmente con la chiesa e ben visibile ai fedeli.
Perché il tabernacolo può essere spostato
La disposizione liturgica del tabernacolo negli ordinamenti seguiti al Concilio Vaticano II è determinata da due scelte specifiche: la celebrazione della Messa verso il popolo; la ragione del segno, per cui non deve esserci l’Eucaristia sull’altare prima della consacrazione.
La prassi della celebrazione rivolta al popolo non consente di avere il tabernacolo sulla mensa dell’altare, soprattutto se esso è di carattere monumentale. La diffusione universale di questo modo di celebrare ha portato prevalentemente alla separazione dei due luoghi liturgici.
È più conveniente che il tabernacolo in cui si conserva l’Eucaristia non sia collocato sull’altare su cui si celebra la Messa. La presenza eucaristica è il frutto della consacrazione e, come tale, deve apparire.
Allontanare il tabernacolo dall’altare può consentire ai fedeli di trovare, nella contemplazione più intima e privata, un percorso interiore più profondo e raccolto. La scelta della posizione del tabernacolo non ne pregiudica quindi il valore.
Il tabernacolo può dunque essere collocato in una cappella laterale o in un altro luogo d’onore quando ciò favorisce la preghiera e l’adorazione personale, purché la sua dignità, la sua visibilità e la centralità della presenza eucaristica siano adeguatamente salvaguardate.
Le forme della presenza di Cristo
Nella celebrazione della Messa sono gradualmente messi in evidenza i modi principali della presenza di Cristo nella Chiesa. È presente in primo luogo nell’assemblea stessa dei fedeli riuniti in suo nome; è presente nella sua parola, allorché si legge in chiesa la Scrittura e se ne fa il commento; è presente nella persona del ministro; è presente infine e soprattutto sotto le specie eucaristiche.
La presenza sotto le specie consacrate è assolutamente unica, perché nel sacramento dell’Eucaristia vi è il Cristo tutto e intero, Dio e uomo, sostanzialmente e ininterrottamente. Proprio per questo la presenza di Cristo sotto le specie consacrate viene chiamata reale, non per esclusione, come se le altre non fossero tali, ma per antonomasia.
La ragione del segno aiuta a comprendere perché il tabernacolo non debba necessariamente trovarsi sulla mensa dell’altare della celebrazione e perché, nello stesso tempo, debba occupare un posto nobile, riconoscibile e adatto all’adorazione.
Luce e simbolismo del tabernacolo
“Io come luce sono venuto nel mondo, perché chiunque crede in me non rimanga nelle tenebre” (Giovanni 12,46).
Il progetto di collocazione di un nuovo tabernacolo nasce dall’esigenza di voler rimettere in luce la presenza reale di Cristo, una presenza viva e costante che, stagliandosi sulle tenebre del mondo, illumina la vita di ogni giorno.
Un nuovo tabernacolo può essere costituito da un monolite rivestito da lastra di travertino, al centro della quale irrompe il dorato del tabernacolo, la luce di Cristo. Il sistema di illuminazione può comprendere una luce interna al tabernacolo, che lo pone in primo piano, la luce di una candela e la luce di lanterne appese al soffitto, che segnano la presenza del tabernacolo da lontano.
Le tre tipologie di luce simboleggiano la presenza costante di Dio uno e trino, luce eterna che guida i nostri passi. In un tabernacolo in lapislazzuli, il contrasto tra il blu della pietra, la luminosità dell’oro e la fiamma della lampada eucaristica costruisce una percezione visiva nella quale la custodia appare come una presenza preziosa, celeste e viva.
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Il significato complessivo del tabernacolo in lapislazzuli
Il tabernacolo in lapislazzuli riunisce diversi significati: è dimora della presenza reale di Cristo, custodia del Sacramento, luogo dell’adorazione, segno della continuità della presenza eucaristica e opera architettonica destinata a rendere visibile la dignità del mistero.
Il lapislazzuli, inserito in una struttura a tempietto o in un ciborio monumentale, trasforma la materia preziosa in una forma di testimonianza della fede. La pietra, l’oro, il bronzo, la luce, la porta decorata e il conopeo concorrono a indicare che il tabernacolo non è un semplice arredo, ma il punto nel quale la comunità riconosce la presenza del Santissimo Sacramento.
In sintesi, il tabernacolo non è solo un arredo, ma il fulcro della devozione eucaristica cattolica, garantendo la continuità della presenza di Gesù al di fuori delle cerimonie liturgiche.
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