La resurrezione di Gesù è il centro del cristianesimo, perché conferma la verità delle sue parole, manifesta la sua identità divina e inaugura la vittoria definitiva di Dio sul male e sulla morte. «Tre parole: Gesù è Risorto. Questo è il centro del cristianesimo.»
La risposta che il Nuovo Testamento ci dà è: la resurrezione di Gesù. «Poiché egli ha stabilito un giorno nel quale dovrà giudicare la terra con giustizia per mezzo di un uomo che egli ha designato, dandone a tutti prova sicura col risuscitarlo dai morti». (Atti 17:31). La resurrezione è la prova che Dio ci dà della veridicità delle parole di Gesù riguardo alla sua autorità divina.
La resurrezione come fondamento del cristianesimo
Davvero la risurrezione di Cristo è il cuore pulsante del vangelo, l’aspetto centrale, fondante. Anche i vangeli nascono a partire da questo evento; in effetti li leggiamo al contrario, in ordine cronologico-biologico rispetto alla vita di Gesù.
Ma, in realtà, è a partire dalla risurrezione che viene letta la storia di Gesù. Se leggete il discorso che Pietro fa alla folla al giorno di Pentecoste, all’inizio degli Atti, vedrete il nucleo dell’annuncio cristiano: quel Gesù che avete crocifisso, Dio l’ha risuscitato.
E Paolo giunge a dire che se Cristo non è risorto la nostra fede è vana. Non parliamo di una rianimazione, né tantomeno di una reincarnazione, ma di una dimensione nuova del Cristo.
Se Gesù non è risorto la nostra fede confida in un grande uomo che ha compiuto grandi gesti e che ha detto grandi parole. E basta. È un po’ una tendenza attuale quella di ridurre il cristianesimo a sentimento religioso.
Ma se Gesù è davvero risorto, allora le sue parole assumono un significato del tutto nuovo, perché lui è il Kuryos, il Signore. Gli apostoli stessi ci confidano di non avere capito le parole di Gesù fino al momento della sua risurrezione dai morti.
La questione storica: come sapere che Gesù è risorto?
Ma come facciamo a sapere che Gesù è resuscitato dai morti? Un famoso inno pasquale dice: “Mi chiedi come so che Egli vive? Egli vive dentro il mio cuore!”
Questa risposta è perfettamente appropriata a livello individuale. Ma quando i credenti intavolano un discorso con dei non credenti nella pubblica piazza - come ad esempio scrivendo per un editoriale di un giornale locale, o telefonando a una radio per rispondere a una domanda durante un dibattito, o persino semplicemente conversando con colleghi di lavoro - allora è cruciale che si sia in grado di presentare dell’evidenza oggettiva che supporti il nostro credo.
Altrimenti le nostre affermazioni non avranno più peso di chiunque altro che affermi di avere avuto una esperienza personale con Dio. Fortunatamente, il Cristianesimo è una religione che affonda le sue origini nella storia, e fa delle affermazioni che in buona misura possono essere investigate storicamente.
Supponiamo ad esempio di approcciare gli scritti del Nuovo Testamento, non come Scritture sacre, ma come una semplice collezione di documenti greci che ci sono stati tramandati dal primo secolo, senza alcun presupposto riguardo alla loro affidabilità oltre ai normali metodi con cui riguarderemmo qualunque altro documento storico antico.
Saremmo sorpresi nello scoprire che la maggior parte dei critici del Nuovo Testamento che hanno studiato i Vangeli in questo modo accademico, accettano i fattori chiave che riguardano la resurrezione di Gesù.
Voglio enfatizzare che non sto parlando di studiosi evangelici o comunque credenti, ma di un ampio spettro di critici del Nuovo Testamento che insegnano in università secolari e in seminari non evangelici. Per quanto possa sembrare incredibile, la maggior parte di loro sono giunti alla conclusione che i fattori chiave a sostegno della resurrezione di Gesù sono in effetti storici.
I quattro fatti storici centrali
La sepoltura di Gesù nella tomba di Giuseppe di Arimatea
Dopo la sua crocifissione Gesù fu sepolto nella tomba di Giuseppe di Arimatea. Questo fatto è davvero importante, perché significa che, contrariamente a quello che asseriscono alcuni critici estremisti, come ad esempio John Dominic Crossan del Jesus Seminar, il luogo della sepoltura di Gesù era conosciuto sia agli Ebrei che ai cristiani.
Stando così le cose infatti, i discepoli non avrebbero mai potuto proclamare in Gerusalemme la resurrezione di Gesù se la tomba non fosse stata vuota.
La sepoltura di Gesù viene attestata da una tradizione molto antica che ci viene citata da Paolo in 1 Corinzi 15:3-5:
Vi ho trasmesso dunque, anzitutto, quello che anch'io ho ricevuto: che cioè Cristo morì per i nostri peccati secondo le Scritture, fu sepolto ed è risuscitato il terzo giorno secondo le Scritture, e che apparve a Cefa e quindi ai Dodici.
Paolo non solo usa i termini “trasmesso” e “ricevuto”, tipici del parlare dei rabbini, riguardo all’informazione che ci sta tramandando nell’epistola ai Corinzi, ma i versetti dal tre al cinque rappresentano una tipica formula a quattro righe piena di caratteristiche estranee allo stile di scrittura di Paolo.
Questo ha convinto tutti gli studiosi che Paolo sta, con questi versi, citando una antica tradizione che egli stesso ha ricevuto dopo che è diventato Cristiano. Questa tradizione può essere fatta risalire almeno alla sua visita a Gerusalemme intorno al 36 a.C. quando passò due settimane con Cefa e Giacomo per scoprire i fatti direttamente dalla loro bocca. (Galati 1:18).
Può essere quindi ricondotta ad appena i primi cinque anni dalla morte di Gesù. Un tale breve lasso di tempo e un tale contatto personale non ci permette assolutamente di parlare di leggenda.
La storia della sepoltura è parte di una antica fonte usata da Marco per scrivere il suo vangelo. I vangeli tendono a consistere di istantanee della vita di Gesù che sono poi liberamente connesse in maniera non sempre cronologica.
Ma quando si viene alla storia della passione di Cristo troviamo invece una narrativa scorrevole e contigua. Questo suggerisce l’idea che la storia della passione la si possa ricondurre direttamente a una delle fonti a cui Marco si è affidato nello scrivere il suo vangelo.
Molti studiosi hanno già la convinzione che il vangelo di Marco sia il primo che sia stato scritto, e la fonte da cui Marco deve avere attinto deve essere per forza di cose ancora più antica. Una comparazione delle narrative dei quattro vangeli ci mostra che i loro racconti non divergono se non dopo la sepoltura.
Ancora una volta l’estrema vicinanza della narrativa alla data dell’accaduto dei fatti rende impossibile il concetto che si tratti di leggenda.
Come membro del tribunale Ebraico che condannò Gesù, è improbabile che Giuseppe d’Arimatea sia un’invenzione cristiana. C’era un forte senso di risentimento contro la leadership Giudaica per il ruolo che ha avuto nel condannare Gesù. (1 Tessalonicesi 2:15).
È quindi altamente improbabile che dei cristiani avessero inventato l’esistenza di un membro dello stesso tribunale che ha condannato Gesù, che lo onora dandogli una giusta sepoltura invece di permettere che fosse lasciato a marcire come un comune criminale.
Non esistono altri alternativi resoconti che raccontino la storia della sepoltura di Gesù. Se la storia della sepoltura curata da Giuseppe di Arimatea fosse falsa, ci si aspetterebbe di trovare altre tracce storiche che narrino cosa effettivamente è accaduto al corpo di Gesù, o perlomeno altre leggende alternative.
Ma tutti i documenti che abbiamo sono concordi nel presentare l’intervento di Giuseppe per onorare la sepoltura di Gesù. Per queste e altre ragioni, la maggior parte degli studiosi del Nuovo Testamento concordano sul fatto che Gesù è stato sepolto nella tomba di Giuseppe di Arimatea.
Secondo il fu John A. T. Robinson della Cambridge University, la sepoltura di Gesù nella tomba è “uno dei primi e meglio attestati fatti riguardanti Gesù”.
La tomba trovata vuota
La domenica dopo la crocifissione di Gesù la tomba è stata trovata vuota da un gruppo di donne seguaci di Gesù.
La storia della tomba trovata vuota è anch’essa parte della fonte usata da Marco per redigere il suo vangelo. La storia della passione di Cristo usata da Marco non finisce con la morte e la sconfitta, ma con la storia della tomba vuota, che grammaticalmente è un tutt’uno con la narrativa della sepoltura.
L’antica tradizione citata da Paolo in 1 Corinzi 15:3-5 implica il fatto della tomba vuota. Per qualunque Ebreo del primo secolo dire che un uomo è stato sepolto e poi è resuscitato implica il fatto che la tomba sia stata trovata vuota.
Inoltre l’espressione “il terzo giorno” probabilmente deriva dal fatto che le donne sono andate a vedere la tomba il terzo giorno. Quindi dopo la crocifissione, secondo il modo in cui gli ebrei calcolavano i giorni.
L’antica tradizione, citata in quelle quattro righe scritte da Paolo, riassume sia le narrative dei vangeli che quello che predicavano i primi apostoli; (Atti 13:28-31); è significativo che la terza riga di questa tradizione corrisponde alla storia della tomba vuota.
La storia in se stessa è semplice e manca dei tratti tipici degli abbellimenti leggendari. Tutto quello che dobbiamo fare per apprezzare questo punto è comparare il racconto di Marco con le strambe storie leggendarie che ritroviamo nei vangeli apocrifi del secondo secolo.
In queste storie Gesù, per esempio, viene descritto mentre esce dalla tomba con la testa che arriva fino al cielo fin sopra le nuvole, seguito da una croce parlante.
Il fatto che siano state le donne a scoprire la tomba vuota e che la testimonianza delle donne non avesse alcun valore giuridico nella Palestina del primo secolo è un altro punto a favore.
Secondo Giuseppe Flavio, la testimonianza delle donne era considerata talmente di nessun valore da non potere essere ascoltata in un tribunale Ebraico. Un racconto leggendario di più recente data avrebbe di sicuro fatto sì che fossero i discepoli uomini a scoprire la tomba vuota.
Il fatto che le accuse mosse dagli Ebrei, poco dopo gli avvenimenti, che i discepoli avessero rubato il corpo (Matteo 28:15), mostra che il corpo di fatto mancava dalla tomba.
E la prima reazione al proclama dei discepoli che “Egli è risorto dai morti!” non è stato quello di ricordare loro che il corpo era ancora lì nella tomba e di metterli in ridicolo come fanatici, ma di sostenere che i discepoli avessero rubato il corpo.
Quindi l’evidenza che la tomba era vuota ci viene data proprio dagli stessi antagonisti dei primi Cristiani.
Si potrebbe andare avanti ad oltranza, ma credo che questo basti per indicare che, per dirla con le parole di Jacob Kremer, uno studioso Austriaco specialista negli studi sulla resurrezione, “La maggior parte degli esegeti hanno la ferma convinzione che le affermazioni bibliche riguardanti la tomba trovata vuota sono affidabili”.

Le apparizioni del Risorto
In molte occasioni e in svariate circostanze, diverse persone e gruppi di persone hanno avuto apparizioni di Gesù risorto dai morti. Questo è un fatto che è quasi universalmente riconosciuto fra gli studiosi del Nuovo Testamento.
La lista dei testimoni oculari delle apparizioni di Gesù risorto, che ci viene elencata da Paolo in 1 Corinzi 15:5-7, ci assicura che queste apparizioni sono avvenute. Queste includono le apparizioni a Pietro, Cefa, i dodici apostoli, i 500 fratelli e Giacomo.
Le tradizioni riguardo alle apparizioni che troviamo nei vangeli ci danno numerose testimonianze indipendenti a riguardo. Questo è uno dei segni più importanti di veridicità storica.
L’apparizione di Gesù risorto a Pietro viene attestata indipendentemente da Luca, e l’apparizione ai Dodici sia da Marco che da Giovanni. Abbiamo inoltre testimonianze indipendenti delle apparizioni di Gesù in Galilea sia in Marco che in Matteo e Giovanni, così come anche l’apparizione alle donne descritta sia in Matteo che in Giovanni.
Alcune apparizioni hanno i tratti tipici dei fatti realmente storici. Per esempio, abbiamo chiara evidenza dai vangeli che né Giacomo né nessun altro dei fratelli più giovani di Gesù credevano in lui durante la sua vita.
Non c’è ragione di pensare che la chiesa del primo secolo avesse il bisogno di generare storie fittizie riguardo all’incredulità della famiglia di Gesù se fossero stati invece dei seguaci fedeli sin dall’inizio.
Ma è indisputabile che Giacomo e i suoi fratelli diventarono in seguito degli attivi seguaci dopo la morte di Gesù. Secondo Giuseppe Flavio, lo storico ebreo del primo secolo, Giacomo fu martirizzato per la sua fede in Cristo nel 60 d.C.
Molti di noi hanno dei fratelli. Di cosa avreste bisogno per convincervi che vostro fratello è il Signore, al punto tale che sareste disposti a morire per questa convinzione?
Può esservi mai alcun dubbio che questa incredibile trasformazione accaduta al fratello più giovane di Gesù è avvenuta perché, per usare le parole di Paolo, “Poi è apparso a Giacomo”?
Persino Gert L. Demann, il principale critico Tedesco per quel che riguarda la resurrezione, deve ammettere, “Dobbiamo prendere come storicamente certo che Pietro e i discepoli hanno avuto esperienze dopo la morte di Gesù in cui lui è apparso come il Cristo risorto”.
La fede dei primi discepoli
I primi discepoli credevano che Gesù era resuscitato dai morti a dispetto del fatto che fossero predisposti a credere il contrario.
Il loro leader era morto. E gli Ebrei non avevano alcun credo che li portasse a credere in un Messia morto e men mai in un Messia risorto.
Il Messia doveva scacciare i nemici di Israele, vale a dire Roma, e ristabilire il regno di Davide - certamente non soffrire una vergognosa morte sulla croce come un comune criminale.
Secondo la legge Ebraica, l’esecuzione di Gesù come un criminale dimostrava che era un eretico. Letteralmente un uomo maledetto da Dio, vedi Deuteronomio 21:23.
La catastrofe della crocifissione per i discepoli significava non solo che il loro Maestro era morto, ma la crocifissione dimostrava in effetti che i Farisei avevano sempre avuto ragione e che per tre anni avevano seguito un eretico, un uomo maledetto da Dio!
Il credo Ebraico riguardo alla vita dopo la morte non ammetteva che qualcuno potesse risorgere dai morti in gloria e immortalità prima della resurrezione generale alla fine del mondo.
Tutto quello che i discepoli potevano fare era preservare la tomba del loro Maestro come una sorta di santuario, dove potevano essere riposte le sue ossa fino al giorno in cui tutti i morti d’Israele che avevano vissuto rettamente sarebbero stati da Dio risorti in gloria.
Malgrado questo, i primi discepoli credevano ed erano disposti a morire per la loro convinzione che Gesù era risorto.
Luke Johnson, uno studioso del Nuovo Testamento della Emory University, fa questa riflessione: “Un qualche tipo di esperienza potente e stravolgente è necessaria per generare il tipo di movimento che il primo cristianesimo è stato….”
N. T. Wright, un eminente studioso Inglese, giunge alla conclusione che: “È questa la ragione per cui io, da storico, non riesco a spiegare il sorgere del primo cristianesimo, a meno che Gesù non sia davvero risorto, lasciando alle sue spalle una tomba vuota”.
La risposta di Gesù ai sadducei
Nel Vangelo secondo Luca, alcuni sadducei si avvicinano a Gesù per interrogarlo sulla risurrezione. I sadducei negavano la risurrezione e cercavano di dimostrare l’assurdità della fede nella vita futura attraverso un caso costruito sulla legge del levirato.
«In quel tempo si avvicinarono a Gesù alcuni sadducei - i quali dicono che non c’è risurrezione - e gli posero questa domanda: - Maestro, Mosè ci ha prescritto: “Se muore il fratello di qualcuno che ha moglie, ma è senza figli, suo fratello prenda la moglie e dia una discendenza al proprio fratello”.»
«C’erano dunque sette fratelli: il primo, dopo aver preso moglie, morì senza figli. Allora la prese il secondo e poi il terzo e così tutti e sette morirono senza lasciare figli. Da ultimo morì anche la donna. La donna dunque, alla risurrezione, di chi sarà moglie? Poiché tutti e sette l’hanno avuta in moglie.»
Gesù rispose loro: «I figli di questo mondo prendono moglie e prendono marito; ma quelli che sono giudicati degni della vita futura e della risurrezione dai morti, non prendono né moglie né marito: infatti non possono più morire, perché sono uguali agli angeli e, poiché sono figli della risurrezione, sono figli di Dio.»
«Che poi i morti risorgano, lo ha indicato anche Mosè a proposito del roveto, quando dice: Il Signore è il Dio di Abramo, Dio di Isacco e Dio di Giacobbe. Dio non è dei morti, ma dei viventi; perché tutti vivono per Lui.»
Dal momento in cui Gesù iniziò la sua vita pubblica, cominciò anche una opposizione crescente verso la sua persona e il suo messaggio da parte di alcune autorità religiose, fin quando avrebbero ottenuto la sua morte a Gerusalemme.
Luca narra una scena nella quale Gesù, avvicinandosi il momento di dare la vita, affronta le insidie dei sadducei. Ai tempi di Gesù questo gruppo era formato da influenti famiglie sacerdotali che provenivano dalla dinastia asmonea.
Il gruppo si era molto politicizzato, componeva gran parte del Sinedrio e di solito da loro proveniva a quell’epoca il Sommo Sacerdote. Accettavano soltanto l’autorità del Pentateuco e, afferma l’evangelista, negavano la risurrezione.
In questa scena alcuni sadducei presentano a Gesù un caso di difficile soluzione e con echi biblici. La donna sposata con tanti mariti che muoiono successivamente senza lasciare figli ricorda, per esempio, Sara, la protagonista del libro di Tobia.
Per proporre il caso, i sadducei menzionano la legge mosaica del levirato, la quale stabiliva che ogni uomo doveva sposare la moglie del fratello, se questi moriva senza figli, per dare una discendenza al defunto.
Propongono così un caso intricato per portare all’assurdo la credenza nella risurrezione: di chi sarebbe stata sposa quella donna, nella presunta vita futura, se tutti i fratelli erano stati suoi mariti in questa vita?
I nemici di Gesù si prefiggono di screditarlo in pubblico e di macchiare la sua fama; però il Maestro risponde all’insidia e all’errore con serenità e mansuetudine.
La vita futura non è la semplice continuazione della vita presente
Prima di tutto Gesù rivela un aspetto della vita futura e il suo rapporto con il matrimonio. Papa Francesco descriveva la risposta così: “Gesù intende spiegare che in questo mondo viviamo di realtà provvisorie, che finiscono; invece nell’aldilà, dopo la risurrezione, non avremo più la morte come orizzonte e vivremo tutto, anche i legami umani, nella dimensione di Dio, in maniera trasfigurata.”
“Anche il matrimonio, segno e strumento dell’amore di Dio in questo mondo, risplenderà trasformato in piena luce nella comunione gloriosa dei santi in Paradiso.”
“I figli del cielo e della risurrezione non sono pochi privilegiati, ma sono tutti gli uomini e tutte le donne, perché la salvezza portata da Gesù è per ognuno di noi.”
“E la vita dei risorti sarà simile a quella degli angeli, cioè tutta immersa nella luce di Dio, tutta dedicata alla sua lode, in un’eternità piena di gioia e di pace.”
Gesù approfitta della domanda capziosa per dimostrare anche ai suoi interlocutori la verità fondamentale della risurrezione. Avrebbe potuto impiegare passi molto chiari della Scrittura, come la visione delle ossa di Ezechiele 37 o l’evidente accenno alla vita futura del secondo libro dei Maccabei 7, 9.
Ma siccome i sadducei accettavano soltanto i primi cinque libri della Bibbia, Gesù si adegua con grande carità alla maniera di pensare dei suoi interlocutori e cita un passo dell’Esodo che essi ammettono: quello del roveto ardente, quando il Signore rivela a Mosè di essere il Dio dei suoi padri: Abramo, Isacco e Giacobbe.
Gesù conferma che il Signore è il Dio dei vivi e non dei morti. E infatti il testo lo afferma al presente “Io sono” e non al passato “Io fui il Dio dei tuoi padri”.
In questo modo Gesù dichiarava che la fonte di ogni vita è Dio: “perché tutti vivono per Lui”. In questa scena Gesù corregge i sadducei e li istruisce sulla verità delle cose.
Comunque, lo fa con carità, che è la condizione indispensabile per dare dottrina e avere ragione in quello che diciamo. Come affermava sant’Agostino, “dobbiamo, dunque, correggere con amore; non con il desiderio di arrecare danno, ma con l’affettuosa intenzione che l’altro si corregga.”
La risurrezione nella storia della fede biblica
Attraverso l’esperienza dei discepoli, testimoniata negli scritti delle origini cristiane, la risurrezione di Gesù entra nella storia. Per esprimere e comunicare il significato di questa esperienza, i discepoli di Gesù fanno ricorso al linguaggio della tradizione biblica e dell’ambiente giudaico.
Nelle prime testimonianze degli scritti cristiani si afferma che Gesù “è vivo”, “è apparso” a qualcuno, “è stato innalzato” alla destra di Dio, “è asceso” al cielo, “è entrato nella gloria” di Dio.
L’esperienza d’incontro dei discepoli con Gesù, dopo e oltre la sua morte, sta alla base della loro speranza nella risurrezione dai morti. La fede in Gesù risorto s’innesta sulla fede nel Dio vivente, che libera il suo popolo dall’Egitto e lo salva.
Di fronte all’esperienza del male e della morte il credente della Bibbia fa appello alla giustizia e alla fedeltà di Dio. Nella relazione di alleanza il Signore promette ai fedeli e ai giusti una vita lunga e felice sulla terra.
La fede nel Dio dell’esodo e dell’alleanza entra in crisi quando si fa l’esperienza della morte prematura e della sventura che si abbatte inesorabile sul giusto. Malattia, persecuzione e morte sembrano spezzare o rendere inefficace la relazione vitale con Dio.
In alcuni Salmi risuona il grido del giusto che si appella alla fedeltà di Dio: «Non abbandonerai la mia vita negli inferi, né lascerai che il tuo fedele veda la corruzione. Mi indicherai il sentiero della vita, gioia piena alla tua presenza, gioia senza fine alla tua destra» (Sal 16,10; cf. 49,16; 73,23-24).
Nella tradizione biblica si conserva la memoria di alcuni giusti, che Dio non abbandona nella morte, ma prende con sé: il patriarca della generazione prima del diluvio - Enoch - e il profeta Elia, che lotta per la fedeltà a Dio, unico Signore, rapito in cielo davanti al suo discepolo Eliseo.
Mosè, del quale nessuno conosce la tomba, è il protagonista dei racconti di assunzione. Nella tradizione biblica con il lessico e le immagini della “risurrezione” si esprime la fede in Dio, che può cambiare la condizione del suo popolo, oppresso dai nemici e disperso nell’esilio.
Nel secondo secolo a.C. si dà voce alla speranza dei giusti e dei martiri, caduti per la Legge, con la categoria della “risurrezione”. I farisei assumono e diffondono la fede nella risurrezione dei morti a livello popolare.
Negli ambienti apocalittici del primo secolo d.C. si coltiva la speranza di risurrezione, connessa con gli eventi degli ultimi tempi. La risurrezione dei morti precede il giudizio ultimo di condanna o di salvezza.
La novità della risurrezione di Gesù
In questo clima matura la fede dei discepoli in Gesù risorto, connessa con la sua attività taumaturgica. Di fronte alla morte prematura e violenta di Giovanni il Battista, si parla della sua risurrezione dai morti, ponendola in rapporto con la figura e l’attività di Gesù.
A livello popolare Gesù è identificato con Elia, Geremia o uno dei profeti del passato che è risorto. Nel giudaismo del primo secolo dell’era volgare si attende la venuta di una figura profetica, identificata con Mosè o Elia.
L’immagine del profeta perseguitato e ucciso, legittimato da Dio con la risurrezione prima del tempo finale, è presente nella tradizione biblica e giudaica. I discepoli di Gesù avrebbero interpretato la sua morte sul modello di Giovanni Battista, il profeta martire risuscitato da Dio.
Ma l’esperienza della risurrezione di Gesù esorbita dal modello del profeta-martire risuscitato da Dio. I discepoli che incontrano Gesù risorto non dicono che egli è il profeta degli ultimi tempi, ma lo riconoscono come il Cristo, il Figlio di Dio e il Signore.
Sotto questo profilo l’esperienza dei discepoli di Gesù non ha corrispondenti nella vicenda di Giovanni Battista, né in quella di nessun altro profeta-martire della tradizione giudaica.
La figura e l’attività di Gesù, che proclama e inaugura il regno di Dio, non si lasciano rinchiudere dentro il modello del “profeta” del tempo finale. Anche il lessico e le immagini della tradizione apocalittica, riferite all’esperienza della risurrezione di Gesù, sono riduttivi.
La risurrezione e il regno di Dio
Nelle prime testimonianze della risurrezione di Gesù ricorrono i verbi “apparire”, “rivelarsi”, “manifestarsi”, che rimandano all’ambiente apocalittico. Nel racconto della visita alla tomba compare la figura dell’angelo interprete.
Nella tradizione lucana due angeli rivelano il significato della tomba di Gesù e interpretano la sua ascensione al cielo. Questi modelli espressivi di carattere apocalittico non esauriscono il significato della risurrezione di Gesù.
Essa s’innesta nella dinamica del regno di Dio, che egli ha proclamato e reso presente con la sua attività prima della morte. L’annuncio del regno di Dio, fatto da Gesù in Galilea, si compie nella fedeltà e solidarietà della sua morte a Gerusalemme.
Il regno di Dio, che si sovrappone al destino del Figlio dell’uomo, solidale con i peccatori nella forma estrema della morte, si rivela in Gesù risorto. Egli inaugura la definitiva signoria di Dio nel mondo e nella storia.
Con la risurrezione di Gesù il suo annuncio del regno di Dio riceve la conferma definitiva. I poveri, i peccatori, i malati e gli esclusi, ai quali egli ha promesso la liberazione, il perdono e la vita, possono contare sull’azione potente di Dio che lo ha strappato dalla morte, fonte e radice di ogni schiavitù.
In Gesù risorto, liberato dalla morte, Dio si fa vicino a ogni essere umano. Nel Messia crocifisso e risuscitato, Dio manifesta il suo volto di Padre e nello stesso tempo svela la nuova identità dell’uomo.
Il Risorto e la comunione con i discepoli
Gesù risorto, presentandosi ai discepoli, li chiama “miei fratelli” e annuncia loro la piena comunione con il Padre. Il significato della risurrezione di Gesù è connesso con la rivelazione del nuovo volto di Dio e dell’essere umano.
Nell’incontro con i discepoli, Gesù risorto ristabilisce, a un livello nuovo e diverso, la relazione vitale del tempo che precede la sua morte.
L’iniziativa parte da Gesù, che si fa “vedere”, si “manifesta”, “viene”, si “avvicina”, “sta in mezzo” ai discepoli. La convivialità attesta che Gesù è vivo, ma nello stesso tempo rimanda al suo ultimo pasto con i discepoli.
Con il gesto del pane spezzato e del calice condiviso, egli interpreta e anticipa il dono della sua vita per attuare la speranza della piena e definitiva comunione nel regno di Dio.
La parola di Gesù, che interpreta i suoi gesti, conduce i discepoli a riconoscere la sua identità. I discepoli si rendono conto che il Signore risorto è lo stesso Gesù che ha annunciato il regno di Dio ed è morto in croce.
L’incontro con Gesù, riconosciuto come il “Signore”, getta nuova luce sulla sua missione terrena e sulla sua morte. La risurrezione di Gesù è la chiave ermeneutica per interpretare le Scritture.
La fiducia dei “giusti” perseguitati e la speranza dei martiri, che hanno affrontato la morte contando sulla fedeltà di Dio, trovano conferma definitiva nella risurrezione di Gesù.
In questo senso la morte e risurrezione di Gesù fanno parte del disegno di Dio. La risurrezione di Gesù come vittoria sul male e sulla morte dà il significato pieno e ultimo alle promesse di Dio, che accompagnano la storia di Israele, da Mosè ai profeti.
La missione nata dalla Pasqua
La comunione ristabilita tra Gesù risorto e i suoi discepoli li apre alla missione universale nel suo nome. Anche se i racconti di apparizione di Gesù risorto non derivano dall’esigenza di legittimare la missione cristiana, si deve riconoscere che l’incontro con Gesù risorto sfocia nell’incarico di missione per i discepoli.
Gesù risorto fa ripartire la missione che egli ha inaugurato con l’annuncio del regno di Dio. La missione dei discepoli non è più circoscritta alla “casa di Israele”, ma si rivolge a tutti i popoli, perché Gesù risorto è costituito nel ruolo di Signore universale.
Tracciando il programma della missione dei discepoli, Gesù sottolinea la continuità tra la sua opera e quella dei suoi inviati e testimoni. Grazie a questa continuità, egli parla ai discepoli e ai destinatari del Vangelo con il linguaggio della comunità credente.
La sua presenza e il dono dello Spirito santo garantiscono la fedeltà dei discepoli, che parlano nel suo nome. Questo è il “segno” permanente della risurrezione di Gesù.
La tomba vuota e la testimonianza della comunità
Il sepolcro aperto e vuoto è un segno ambivalente, che ha bisogno dell’annuncio: «Gesù è risorto, non è qui» (Mc 16,6). Le apparizioni di Gesù risorto sono circoscritte al gruppo dei discepoli e al tempo di fondazione dell’esperienza cristiana.
Per dare autorevolezza al loro annuncio i Dodici e Paolo non possono dire a quelli che li ascoltano: “Ecco, il Signore vi appare, come a noi!”. Quanti accolgono l’annuncio che Gesù è il Signore non lo incontrano se non nella testimonianza e nella parola dei suoi inviati.
D’ora in poi, il segno della risurrezione di Gesù è la comunità dei credenti in Gesù Cristo, il crocifisso, che Dio ha risuscitato dai morti.
Quelli che accolgono la parola di Gesù fanno esperienza del perdono di Dio, come riconciliazione e superamento delle divisioni e degli egoismi che conducono alla morte.
Nella comunità dei credenti in Gesù si può incontrare il Signore e stabilire con lui la comunione vitale che perdura oltre la morte. I credenti nella risurrezione di Gesù riconoscono che egli è vivo, presente e operante nella storia umana oltre la sua morte.
Essi proclamano che Gesù è il Signore glorioso che rende presente e attiva la signoria di Dio nel mondo. Questa fede implica un nuovo stile di vita nei rapporti reciproci e di fronte al mondo.
Quanti credono in Gesù risorto dai morti vivono in attesa del compimento del disegno di Dio sulla storia umana. Essi operano non per un mondo condannato alla necessità e fatalità della morte, ma per la nuova creazione, dove ha stabile dimora la vita, dono di Dio creatore.
La risurrezione della carne
Abbiamo riflettuto sulla resurrezione di Gesù dai morti e sulla sua discesa agli inferi. Un mistero che sta nel cuore della fede cristiana e che coinvolge il futuro stesso dell’umanità.
Gesù risorto ci coinvolge nella sua risurrezione. L’apostolo Paolo, a proposito di alcuni cristiani che già allora restavano scettici sulla risurrezione, scriveva: «Ora, se si predica che Cristo è risuscitato dai morti, come possono dire alcuni tra voi che non esiste la resurrezione dei morti?» (1Cor 15,12).
Persone come queste ce n’erano allora e ce ne sono ancora oggi. Se si dovesse chiedere ai partecipanti alle Messe delle Domeniche cosa significa la risurrezione dei morti, il silenzio sarebbe imbarazzante.
È anche vero, del resto, che senza la rivelazione cristiana non sapremmo dire alcunché su una tale questione. Paolo ai cristiani di Tessalonica scrisse con chiarezza: «Noi crediamo infatti che Gesù è morto ed è resuscitato; così anche quelli che sono morti, Dio li radunerà, ugualmente resuscitati, per mezzo di Gesù insieme con lui» (1Ts 4,14).
Per Paolo l’intero cristianesimo ruota attorno alla risurrezione di Gesù e alla nostra, compresa. La fede ci assicura: chiunque si avvicina a Gesù e si lascia affascinare da lui, viene coinvolto anche nella sua resurrezione.
L’apostolo Paolo ne è stato il cantore più efficace e coraggioso. Si recò nel cuore della cultura greca, l’areopago di Atene, per comunicare l’inimmaginabile, ma salvifico, mistero della risurrezione dai morti di Gesù.
Si trovò di fronte ad un muro invalicabile. Quegli ateniesi lo ascoltarono con interesse parlare dell’opera di Gesù di Nazareth e della sua origine divina ma, non appena iniziò a parlare della risurrezione di Gesù dai morti, lo interruppero seccamente: «Su questo ti sentiremo un’altra volta» (At 17,31).
Per quei filosofi che ammettevano l’immortalità dell’anima, non era accettabile neppure l’ipotesi della risurrezione della carne. Il contrasto fu netto e insanabile. E per Paolo una amara sconfitta.
Certo, l’opera di Gesù, la sua visione del mondo, la sua predicazione morale, sarebbero potute rimanere. Paolo era convinto che senza la risurrezione non ci sarebbe stato cristianesimo.
O, quantomeno, sarebbe stato solo una dottrina morale, etica. Non certo una radicale trasformazione dell’intera creazione.
Il corpo risorto è trasformato, non cancellato
Purtroppo, anche oggi non siamo lontani da quei sapienti ateniesi. Quanti cristiani ne allargano le fila! Nella pastorale ordinaria si fa poco tesoro della lezione dei “quaranta giorni” durante i quali i discepoli incontrarono il “Risorto”.
In effetti, se ci lasciamo travolgere da quelle pagine evangeliche, sperimentiamo anche noi un utile apprendistato sulla “risurrezione della carne”.
La vita che abbiamo, la vita che siamo, la vita per la quale crediamo, speriamo e amiamo, è questo il senso del termine “carne”, la concepiamo come divisa in due, in maniera netta: quella prima della morte, piena di umanità e di carnalità, che chiamiamo vita mortale, corruttibile, che è destinata a finire; quella dopo la morte, invece, la svuotiamo di eventi, la prosciughiamo di emozioni e di affetti, perché è fatta di sola durata spirituale.
Ma in questo modo le nostre qualità migliori - la libertà e la creatività, la scoperta e l’immaginazione, la relazione delle persone e la signoria del mondo - non hanno più campo nella beatitudine della vita della creatura umana con Dio.
Attenzione però. Se apriamo i Vangeli vediamo che gli incontri dei discepoli con il Risorto sono descritti come relazioni e colloqui reali e pieni di affetti e di emozioni.
È in questa prospettiva evangelica che dobbiamo inquadrare il tema della risurrezione dei morti. Gesù risorto, che entra nel cielo con il suo corpo “risorto”, sigilla l’inaudito e impensabile ingresso dell’umano in Dio.
È il regno di Dio di cui Gesù ha parlato così a lungo: la risurrezione è il mondo nel quale Dio regna con le sue amate creature. La vita eterna promessa da Dio con la risurrezione non è post-umana. Rimane umana.
Semmai, il problema riguarda il “come”. Il tema se lo pose anche l’apostolo Paolo: «Qualcuno dirà: come risorgono i morti? Con quale corpo verranno?» (1Cor 15,35).
Paolo risponde: ciascuno riceverà da Dio il corpo che si merita. Una cosa comunque è certa: non ci scioglieremo in Dio, come Icaro nel sole.
Piuttosto l’homo infirmus della terra diviene homo glorificatus nel cielo. È lo svelamento definitivo dell’opera dell’amore.
I corpi risorti sono corpi totalmente trasformati dalla luce generatrice di Dio: ma sono nondimeno i nostri corpi, con la nostra carne, la nostra singolarità, le nostre relazioni, la memoria dei nostri affetti e l’immaginazione di tutta la vita che ci rimane da vivere.
La risurrezione della carne significa che rimarremo umani anche nel grembo felice di Dio: anzi, saremo umani come non lo siamo mai stati.
Non diventeremo come delle amebe del Cosmo, come degli ectoplasmi della Natura, come delle particelle aeree dell’Universo. Continueremo ad avere il nostro nome.
E nessuno li può togliere di lì, per farci evaporare nell’indifferenziato stato di una vita senza nome e senza carne.
Il significato biblico della “carne”
Chiediamoci ancora: cosa si intende per “carne” nel contesto dell’affermazione “risurrezione della carne”?
Nel lessico biblico, carne, basar, non è semplicemente il corpo. La “carne” è l’uomo vivo, nella sua interezza, anima e corpo.
È questo il mistero che abbiamo celebrato a Natale: il Logos si fa “carne”, diventa uomo, perché noi, uomini e donne, diventassimo divini, ma non nel senso di “spirituali”, disincarnati.
C’è un passaggio di Jean Daniélou, un altro dei grandi teologi del secolo scorso, che mi ha sempre molto colpito. Riguarda l’essere stesso di Dio: «Confesso che la definizione di Dio come puro spirito mi pare pericolosa.»
«Quando si dice che Dio è puro spirito, sembra che lo si voglia opporre al mondo materiale. Definire Dio come spirito significa situarlo nell’ordine delle realtà intellettuali, quasi a voler sottintendere che le realtà materiali gli sono estranee.»
«Vi è anche in questa definizione una specie di scrupolo, dato che non solo si dice che Dio è spirito, ma che è “puro spirito”. E aggiungendo quel “puro”, si ha l’impressione di voler dire che Egli è totalmente immune da tutto quel che potrebbe somigliare alla materia.»
«Ora, questo è falso, poiché se Dio possiede in Sé, in modo eminente, le qualità di ciò che esiste, è evidente che vi sono nella materia, che è una creatura, qualità che Dio possiede eminentemente».
Parlare della sensibilità di Dio, non come pura metafora letteraria, ma come concetto reale, non è ancora del tutto spontaneo per il credente, anche oggi.
L’ipoteca dell’eredità dei filosofi greci condiziona ancora il nostro linguaggio. Eppure, nella profondità della sua anima, ogni essere umano sa che tutto, nella vita, è deciso da questo: se c’è o non c’è un Dio sensibile agli esseri umani.
Dobbiamo chiederci: com’è stato possibile che noi, che abbiamo conosciuto il Crocifisso e abbiamo mangiato con il Risorto, siamo diventati così sfuggenti e reticenti, aridi e incapaci di immaginazione, a riguardo della sensibilità di Dio?
Come ci siamo persi l’icona della sua tenerezza, che ci commosse fin dal principio: «Dio fece all’uomo e alla donna tuniche di pelle e li vestì» (Gn 3,21)?
Dopo il peccato! Di qui la potenza della incarnazione del Logos: Dio non è più “puro spirito”. È anche Lui “carnale” o, meglio, “umano”. E noi, nel Figlio, possiamo diventare divini.
La trasformazione dell’umano
Sì, è importante allora riflettere anche sul fatto che Gesù Cristo per 30 dei suoi 33 anni ha fatto il falegname in un paesino: si potrebbe dire facendo tavolini ha salvato il mondo tanto quanto facendo miracoli.
Solo un undicesimo della sua vita è straordinario. Insomma, la carne di cui siamo fatti può diventare amore e l’amore diventare la carne di cui siamo fatti: una vita compiuta ma mai a spese altrui.
La “resurrezione della carne” non è il ritorno a lucido dei miei atomi imputriditi, ma il modo in cui esseri limitati possono diventare vivi, creativi, originali, innamorati, ogni ora di più e sempre.
Certo, rimane un “miracolo” che solo a Dio è possibile. Pensiamo bene, però. È forse meno “miracoloso” il gesto creatore dell’origine che sconfigge il nulla o trasformare in meglio quanto è già vivente?
Nella risurrezione saremo trasformati, non sostituiti. Aveva ragione Ignazio di Antiochia parlando di se stesso nell’aldilà: «Allora, nella risurrezione, sarò davvero uomo».
Il racconto pasquale secondo Matteo
«Passato il sabato, all’alba del primo giorno della settimana, Maria di Magdala e l’altra Maria andarono a visitare il sepolcro» (Mt 28,1).
Il primo giorno, il giorno della risurrezione: la domenica. Perciò ci ritroviamo alla domenica a celebrare la presenza del Risorto.
È il giorno della nuova Creazione, il primo della settimana, e da lui prende il nome: “domenica” deriva da “Dominus”, Signore.
La domenica è il giorno della festa. È il giorno del riposo. È il giorno nel quale la comunità cristiana riconosce la presenza del Risorto.
«Ed ecco ci fu un gran terremoto. Un angelo del Signore, sceso dal cielo, si accostò, rotolò la pietra e si pose a sedere su di essa; il suo aspetto era come la folgore e il suo vestito come la neve.»
«Per lo spavento che ebbero di lui, le guardie tremarono tramortite» (Mt 28,2-3).
Non abbiamo nessun racconto della risurrezione, solo la constatazione della tomba vuota. Matteo, al solito, aggiunge qualche particolare apocalittico, per sottolineare che non si è trattato di un inganno umano.
È un segno discreto, inquietante, nascosto. Niente prodigi: Dio non ci fa violenza con miracoli eclatanti. La pietra è ribaltata, Gesù è libero.
Quale pietra dobbiamo far rotolare via dal nostro cuore perché Cristo sia presente in noi? Come mi piacerebbe essere almeno come i soldati di guardia al sepolcro. Eppure sono tramortiti dalla risurrezione, sono scossi nel profondo.
«Ma l’angelo disse alle donne: “Non abbiate paura, voi! So che cercate Gesù il crocifisso. Non è qui, è risorto, come aveva detto; venite a vedere il luogo dove era deposto. Presto andate a dire ai suoi discepoli: È risuscitato dai morti e ora vi precede in Galilea”» (Mt 28,4-7).
Non abbiate paura di rientrare. Di affrontare i vostri problemi. Di tornare al lavoro logorante. Di indagare sulla natura della vostra malattia. Non abbiate paura.
Abbiamo una speranza, una luce, di che temere? Cercate un crocifisso? Siete ancora legati alla vostra sofferenza? Lui è già oltre. È risorto. È vivo.
Andiamo a vedere il luogo santo dove era deposto. La Palestina ci attende, con cuore stupito, pieno di fede, senza turbarci dalle piccinerie degli uomini, andiamo a vedere dove era deposto.
Guardatela bene, quella lastra di pietra incastonata in una minuscola cappellina dentro la Costantiniana basilica della risurrezione. Guardatela bene: è nuda, vuota, non ha tenuto Dio, non ce l’ha fatta.
La morte è sconfitta, distrutta, annichilita. Avete messo una pietra sopra la fede? Avete chiuso Dio in un cantuccio della vostra vita?
Non c’è problema: la ribalterà, risorgerà. Benedetta quella tomba! Benedetto Giuseppe di Arimatea che si è visto restituire la tomba integra, nuova, pulita!
Questa gioia è contagiosa, dilagante, missionaria: è giunta fino a noi. E noi la trasmetteremo agli altri?
La missione è questione di cuore, non di mezzi, è il contagio di una gioia, di una malattia che si chiama “Cristo”. Dio non è morto, è vivo; non è un ricordo, un’emozione: è l’energia inarrestabile, la vita dilagante, dirompente che mi raggiunge.
«Abbandonato in fretta il sepolcro, con timore e gioia grande, le donne corsero a dare l’annunzio ai discepoli» (Mt 28,8).
Paura e gioia. Sempre, davanti a una fortissima emozione, sperimentiamo questi sentimenti tra loro contrastanti.
Paura e gioia davanti a qualcosa che ci supera, davanti al mistero, come nel giorno delle proprie nozze, della propria ordinazione, della propria consacrazione: paura e gioia grande.
Ma una paura che non è timore di un despota, ma paura di perdere un amore, una gioia, la fragilità nella quale siamo immersi ci fa paura perché percepiamo la nostra finitudine.
Il Risorto rimane con i suoi
«E Gesù, avvicinatosi, disse loro: “Mi è stato dato ogni potere in cielo e in terra. Andate dunque e ammaestrate tutte le nazioni battezzandole nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo (…) Ecco, io sono con voi tutti i giorni fino alla fine del mondo”» (Mt 28,18-20).
Così conclude il suo vangelo il nostro amico Matteo. Gesù è con noi fino alla fine del mondo.
Il Signore è con noi. Ci crediamo? Matteo conclude la sua avventura e lascia la provocazione a noi. A noi di riconoscere la presenza del Signore nella vita, fino alla fine.
La risurrezione non è soltanto un evento del passato, ma la presenza viva del Signore nella storia e nella comunità dei credenti. I credenti nella risurrezione di Gesù riconoscono che egli è vivo, presente e operante nella storia umana oltre la sua morte.
Essi proclamano che Gesù è il Signore glorioso che rende presente e attiva la signoria di Dio nel mondo. Questa fede implica un nuovo stile di vita nei rapporti reciproci e di fronte al mondo.
La Risurrezione di Gesù: Storia di Pasqua per Bambini
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