Il commento dei sacerdoti sulla profezia di Giovanni Paolo II

Per i sacerdoti, Giovanni Paolo II è stato innanzitutto il Vicario di Cristo, il Pastore universale del gregge e il fondamento visibile dell’unità della Chiesa. La sua “profezia” non va intesa come una previsione isolata, ma come una visione del futuro ecclesiale fondata sul Concilio Vaticano II, sulla centralità dell’Eucaristia, sulla santità sacerdotale e sulla missione evangelizzatrice della Chiesa.

Secondo il commento dei sacerdoti, questa profezia si è manifestata soprattutto nell’idea di una Chiesa fedele alla propria tradizione e, nello stesso tempo, capace di annunciare il Vangelo nel mondo contemporaneo. Giovanni Paolo II ha indicato nella formazione, nella fedeltà al magistero, nella vita sacramentale, nella preghiera e nella missione i criteri per attraversare i cambiamenti della storia.

Giovanni Paolo II agli occhi dei sacerdoti

Alla prima parte della domanda, rispondo: per i sacerdoti come per tutti i fedeli nella Chiesa, Giovanni Paolo II è innanzitutto il Vicario di Cristo, di Colui che “presiede la comunità universale nell’amore” come diceva Sant’Ignazio di Antiochia (Ad Romanos, Proemio).

Ma per i sacerdoti in modo del tutto speciale, egli è il Vicario di Gesù Cristo, crocifisso e risorto, a cui sono ontologicamente configurati dall’Ordinazione sacerdotale.

È proprio questa sacramentale identificazione con il Sommo ed Eterno Sacerdozio di Cristo ad unire specificatamente ogni sacerdote al Papa, dal giorno dell’Ordinazione presbiterale conferita dal proprio Vescovo, a servizio della Chiesa universale e particolare e di tutta l’umanità.

Per la partecipazione alla pienezza del Sacerdozio di Cristo e a quell’amore sponsale, oblativo, di Cristo per la Chiesa sua Sposa, il Successore di Pietro, per divina istituzione, è rivestito nella Chiesa di una potestà suprema, piena, immediata ed universale per il bene di tutta l’umanità.

Per questo, i sacerdoti vedono in lui il Pastore universale del gregge (cfr. 21, 15-17) ed il fondamento visibile dell’unità della Chiesa (cfr. Mt 16,18).

Proprio a causa della volontà fondante di Cristo, Giovanni Paolo II è per loro Maestro, Santificatore e Pastore: da lui sono confermati nella fede, da lui sono confermati nel loro ministero presbiterale (cfr. Lc 22,32).

Giovanni Paolo II è un Maestro amico dei sacerdoti; è per loro come un fratello maggiore che sa ascoltare e perdonare, ma che sa essere anche molto esigente, con quella esigenza che scaturisce dalla Verità che non è di questo mondo ma di Cristo, anzi che è Cristo stesso: una Verità viva, portatrice di vita eterna, che non ammette sconti o riduzioni.

Posso affermare, anche per esperienza personale, che il Papa vive la diaconia della Verità con tale fedeltà eroica a Cristo, con tale carità fraterna, da non poter non scuotere ogni anima sacerdotale nella ricerca di una sincera santità di vita.

La santità come identità di Giovanni Paolo II

Qual è la peculiarità della santità di Giovanni Paolo II? Qual è l’immagine più eloquente della sua identità?

“Qualsiasi immagine che lo ritrae pregando. In lui la preghiera era il bisogno dell’anima. Per noi è respirare, per lui era pregare. Anche nel lavoro, racconta Navarro-Valls, c’era qualcosa che parlava di santità”.

A raccontarci la vita e il ministero petrino di Giovanni Paolo II un testimone d’eccezione: Joaquin Navarro Valls, portavoce di Papa Wojtyła per ben 22 anni.

Un’altra dimensione di questo nuovo santo era l’allegria, la gioia, il buon umore, spiega ancora Navarro-Valls, che ha senza dubbio le sue radici nella santità perché, dice “non si sarebbe spiegato altrimenti vista la gravità dei problemi che affrontò e le grandi sofferenze che provò”.

Da qui, la deduzione di una lunga amicizia: “Però, vedendo questo dico: questa allegria non è fisiologica! Non parte da uno stato dell’animo! É piuttosto la decisione, convinta e ragionata, di una persona che veramente crede”.

“Pochi giorni fa in un’intervista che ho letto fatta al papa emerito Benedetto XVI - dice il portavoce di Wojtyla - in cui racconta delle nostre conversazioni in Biblioteca, certamente non vi erano al centro temi leggeri, non mancava mai lo spazio del buonumore”.

La preghiera non era per lui un’attività separata dal lavoro, dai viaggi o dalle responsabilità del ministero petrino, ma il respiro interiore di ogni decisione.

“Il Santo Padre aveva imposto nel sistema di lavoro di cenare insieme. Era un modo informale e magnifico di lavorare. La sera, prima di andare a cena, lui usciva dal suo studio nel corridoio e passava pochi minuti nella cappella dove si inginocchiava e pregava, anche dopo cena ritornava in cappella e si inginocchiava”.

“Quella sera mi inginocchio insieme a lui, passano 5, 10, 15, 20 minuti e a un certo punto di scatto si alza e mi dice: mi scusi mi ero scordato che lei stava qui. Era “decollato”, stava lì e simultaneamente stava con Qualcun altro”.

La montagna era una sua passione ma era anche un bisogno: l’unica possibilità di riposare un poco, di cui lui aveva tanto bisogno.

Pregava mentre si camminava.

“Eravamo in Val d’Aosta. Erano trascorsi appena otto giorni dall’intervento chirurgico al colon. Quella mattina mi alzo presto e vedo la guardia un po’ preoccupata. Chiesi spiegazioni. Lui mi disse: alle tre del mattino si è accesa la luce della stanza dove dorme il Papa, tre minuti dopo si è accesa la luce della stanzetta accanto - la piccola cappella che si era improvvisata per quei giorni - e nessuna delle due luci si è spenta per tutta la notte. Eravamo in vacanza!”.

Il sacerdote come “oggi” di Cristo

Il sacerdozio è, per il Papa, dono e mistero, dono per la gratuità della vocazione divina che supera infinitamente l’uomo, mistero della misericordia di Dio che si è manifestata pienamente nel sacerdozio di Cristo.

Ecco il perché della predilezione di Giovanni Paolo II per tutti i sacerdoti del mondo, nel convincimento che il cammino della nuova evangelizzazione e della missionarietà passa attraverso il ministero sacerdotale: per questo deve essere caratterizzato dalla chiarezza di identità, dalla formazione permanente, dalla santità autentica.

Il sacerdote è l”oggi” di Cristo Redentore, l’uomo dell’Eucaristia, l’uomo della preghiera, che coniuga in sé inscindibilmente santità e missione, e riascolta in fondo all’anima quelle parole della Sacra Scrittura: “Prima di formarti nel grembo materno, ti conoscevo; prima che tu uscissi alla luce ti avevo consacrato; ti ho stabilito profeta delle nazioni” (Ger 1,5).

Giovanni Paolo II, Santificatore e Pastore universale dei sacerdoti, fa della Croce di Cristo la sua cattedra nel mondo.

Ogni giorno il Papa incarna nella sua vita quelle parole di Cristo: “Il Buon pastore offre la vita per le pecore” (Gv 10,11), e la offre innanzitutto per i ministri sacri della Chiesa.

“Agli inizi del mio nuovo ministero nella Chiesa - scriveva nella sua prima Lettera -, sento profondamente il bisogno di rivolgermi a voi, a voi tutti senza alcuna eccezione, Sacerdoti sia diocesani sia religiosi, che siete miei fratelli in virtù del sacramento dell’Ordine… A voi penso incessantemente, per voi prego, con voi cerco le vie dell’unione spirituale e della collaborazione… Desidero oggi dirvi: Per voi sono Vescovo, con voi sono Sacerdote” (Lettera Novo incipienti nostro, n. 1).

Il sacerdozio non è per Giovanni Paolo II una semplice funzione amministrativa o organizzativa, ma una configurazione permanente a Cristo e una partecipazione alla sua missione salvifica.

«Col passare degli anni le forze corporali vanno via via affievolendosi. La forza interiore però non segue le leggi fisiche. Il sacerdozio in effetti non può essere ridotto ai soli aspetti funzionali. Siamo ministri di Cristo e della sua Sposa e, per il tempo che Dio vorrà, ci attende ancora un compito formidabile».

L’Eucaristia e il ministero sacerdotale

Siamo nati dall’Eucaristia.

Quanto affermiamo della Chiesa intera, che cioè "de Eucharistia vivit", come ho voluto ribadire nella recente Enciclica, possiamo ben dirlo del Sacerdozio ministeriale: esso trae origine, vive, opera e porta frutto "de Eucharistia" (cfr Conc. Trid. Sess. XXII, can.2: DSc 1752).

“Non esiste Eucaristia senza Sacerdozio, come non esiste Sacerdozio senza Eucaristia” (Dono e mistero. Nel 50o del mio sacerdozio, Città del Vaticano 1996, p.89).

Il ministero ordinato, che mai può ridursi al solo aspetto funzionale, perché si pone sul piano dell'"essere", abilita il presbitero ad agire in persona Christi e culmina nel momento in cui egli consacra il pane e il vino, ripetendo i gesti e le parole di Gesù nell'Ultima Cena.

Dinanzi a questa straordinaria realtà rimaniamo attoniti e sbalorditi: tanta è l'umiltà condiscendente con cui Dio ha voluto così legarsi all'uomo!

Se sostiamo commossi davanti al Presepe contemplando l'incarnazione del Verbo, che cosa provare di fronte all'altare dove, per le povere mani del sacerdote, Cristo rende presente nel tempo il suo Sacrificio?

Non ci resta che piegare le ginocchia e in silenzio adorare questo sommo mistero della fede.

"Mysterium fidei", proclama il sacerdote dopo la consacrazione.

Mistero della fede è l'Eucaristia, ma, per riflesso, mistero della fede è anche il Sacerdozio stesso (cfr Dono e mistero, cit., pp.89s.).

Il medesimo mistero di santificazione e d'amore, opera dello Spirito Santo, per il quale il pane e il vino diventano il Corpo e il Sangue di Cristo, agisce nella persona del ministro al momento dell'Ordinazione sacerdotale.

Esiste, pertanto, una specifica reciprocità tra l'Eucaristia e il Sacerdozio, reciprocità che risale al Cenacolo: si tratta di due Sacramenti nati insieme, le cui sorti sono indissolubilmente legate fino alla fine del mondo.

Il ministero sacerdotale trae quindi la propria identità dall’Eucaristia e trova nella celebrazione, nell’adorazione e nella distribuzione del Corpo di Cristo il centro della propria esistenza.

Il sacerdote, ministro della Riconciliazione

La missione che il Signore ci ha dato di rappresentarlo non solo nel Sacrificio eucaristico, ma anche nel sacramento della Riconciliazione.

Tra i due Sacramenti c’è un’intima connessione.

L’Eucaristia, culmine dell’economia sacramentale, ne è anche la sorgente: tutti i Sacramenti in certo senso scaturiscono da essa e portano ad essa.

Ciò vale in modo speciale per il Sacramento deputato a «mediare» il perdono di Dio, che accoglie nuovamente tra le sue braccia il peccatore pentito.

È vero, infatti, che in quanto ripresentazione del Sacrificio di Cristo, l’Eucaristia ha anche il compito di sottrarci al peccato.

Tuttavia, nell’economia di grazia scelta da Cristo, questa sua energia purificatrice, mentre opera direttamente la purificazione dai peccati veniali, la persegue solo indirettamente per quelli mortali, che pregiudicano in modo radicale il rapporto del fedele con Dio e la sua comunione con la Chiesa.

«L’Eucaristia - ci dice ancora il Catechismo - non è ordinata al perdono dei peccati mortali. Questo è proprio del sacramento della Riconciliazione. Il proprio dell’Eucaristia è invece di essere il sacramento di coloro che sono nella piena comunione con la Chiesa» (n. 1395).

Nel ricordare questa verità, sento il desiderio, miei cari Fratelli nel sacerdozio, di invitarvi caldamente, come ho già fatto lo scorso anno, a riscoprire personalmente e a far riscoprire la bellezza del sacramento della Riconciliazione.

Riscopriamo con gioia e fiducia questo Sacramento.

Viviamolo innanzitutto per noi stessi, come un’esigenza profonda e una grazia sempre nuovamente attesa, per ridare vigore e slancio al nostro cammino di santità e al nostro ministero.

Al tempo stesso, sforziamoci di essere autentici ministri della misericordia.

Nella celebrazione di questo Sacramento, forse ancor più che in altri, è importante che i fedeli facciano una esperienza viva del volto di Cristo Buon Pastore.

L’abbraccio del Padre, la gioia del Buon Pastore, devono essere testimoniati da ciascuno di noi, carissimi Confratelli, nel momento in cui siamo richiesti di farci, per un penitente, ministri del perdono.

La misericordia che precede la conversione

La confessione, prima di essere un cammino dell’uomo verso Dio, è un approdo di Dio nella casa dell’uomo.

Di una cosa dovremo essere convinti: prima del nostro invito, e prima ancora delle nostre parole sacramentali, i fratelli che chiedono il nostro ministero sono già avvolti da una misericordia che li lavora dal di dentro.

La misericordia lo ha preceduto!

Questo è ciò che avviene in ogni incontro sacramentale.

Non dobbiamo pensare che sia il peccatore, con il suo autonomo cammino di conversione, a guadagnarsi la misericordia.

Al contrario, è la misericordia a spingerlo sulla strada della conversione.

Il sacerdote è chiamato a riconoscere questa azione preveniente della grazia e a collaborare con essa attraverso l’ascolto, la delicatezza, la verità e la fiducia nella bontà di Dio.

Voglia il cielo che anche attraverso le nostre parole e il nostro animo di pastori, sempre attenti a ciascuna persona, capaci di intuirne i problemi e di accompagnarne con delicatezza il cammino, trasmettendole fiducia nella bontà di Dio, riusciamo a farci collaboratori della misericordia che accoglie e dell’amore che salva.

La vocazione sacerdotale e la responsabilità del pastore

Sì, le vocazioni sono un dono di Dio da implorare incessantemente.

Accogliendo l'invito di Gesù, occorre anzitutto pregare il Padrone della messe perché mandi operai nella sua messe (cfr Mt 9,38).

È la preghiera, avvalorata dall'offerta silenziosa della sofferenza, il primo e più efficace mezzo della pastorale vocazionale.

Pregare è mantenere fisso lo sguardo su Cristo, fiduciosi che da Lui stesso, unico Sommo Sacerdote, e dalla sua divina oblazione, scaturiscono in abbondanza, per l'azione dello Spirito Santo, i germi di vocazione necessari in ogni tempo alla vita e alla missione della Chiesa.

Di essa, Fratelli, sentiamoci i primi responsabili, pronti ad aiutare quanti Egli intende associare al suo Sacerdozio, perché rispondano generosamente al suo invito.

Prima, però, e più di ogni altra iniziativa vocazionale, è indispensabile la nostra fedeltà personale.

Conta, infatti, la nostra adesione a Cristo, l'amore che nutriamo per l'Eucaristia, il fervore con cui la celebriamo, la devozione con cui l'adoriamo, lo zelo con cui la dispensiamo ai fratelli, specialmente ai malati.

Gesù Sommo Sacerdote continua a invitare personalmente operai per la sua vigna, ma ha voluto aver bisogno fin dagli inizi della nostra attiva cooperazione.

Sacerdoti innamorati dell'Eucaristia sono in grado di comunicare a ragazzi e giovani lo "stupore eucaristico", che ho inteso ridestare con l'Enciclica Ecclesia de Eucharistia (cfr n.6).

Sono in genere proprio loro ad attirarli in tal modo sulla via del Sacerdozio, come potrebbe utilmente dimostrare la storia della nostra vocazione.

La pastorale vocazionale come carità pastorale

Il cuore della nostra riflessione muove dalla «carità pastorale»: dall’amore del pastore.

L’animazione vocazionale è intesa, pertanto, come un peculiare servizio di carità, della carità propria del pastore.

Ma, andando più in profondità nel concetto di “animazione vocazionale”, ci rendiamo conto che esso non chiama in causa solo il piano, ad esempio, delle iniziative e delle proposte… ma ci costringe a riconoscere la necessità che la pastorale vocazionale abbia, letteralmente, “un’anima”, un “principio vitale”.

Per coniugare «carità pastorale» ed «animazione vocazionale» - ecco, allora, la lettura che vi propongo - dobbiamo considerare la «carità pastorale», l’amore del pastore, come “l’anima” della pastorale vocazionale.

Perché se è vero che grazie alla carità pastorale il pastore diventa padre, è anche vero che egli deve - come dice la Pastores dabo Vobis - essere «capace di amare la gente con cuore nuovo, grande e puro, con autentico distacco da sé, con dedizione piena, continua e fedele, e insieme con una specie di “gelosia” divina, con una tenerezza che si riveste persino delle sfumature dell’affetto materno, capace di farsi carico dei “dolori del parto” finché “Cristo non sia formato” nei fedeli».

La Parola di Dio e il dialogo della vocazione

Il prete, anzitutto, è uomo della Parola.

È il suo compito di predicazione, ma anche tutto il rapporto che egli instaura con la Parola di Dio, che lo fa «partecipe della dignità profetica di Cristo e della Chiesa».

Della Parola il prete è annunciatore, della Parola è ascoltatore e custode; della Parola è servo, nel senso che ad essa egli deve dedizione incondizionata e rispetto ad essa non deve frapporre alcun ostacolo o strumentalizzazione.

Quando si pensa al mistero della vocazione non si può non pensare alla Parola.

«La storia di ogni vocazione sacerdotale, come peraltro di ogni vocazione cristiana - ci ricorda la Pastores dabo Vobis - è la storia di un ineffabile dialogo tra Dio e l’uomo, tra l’amore di Dio che chiama e la libertà dell’uomo che nell’amore risponde a Dio».

In quanto uomo della Parola, dunque, il prete entra, in qualche modo, nell’intimo di questo dialogo fra Dio e il chiamato.

Si fa portatore, mediatore, trasparenza della Parola.

Davanti alla “confusione delle lingue”, il prete sta come colui che porta un’altra Parola: una Parola che mette ordine tra le parole, una Parola di cui egli si fida, una Parola che egli stesso ha incontrato.

Essere portatori della Parola significa favorire questo incontro anche per l’uomo, per il giovane.

Ogni prete deve credere alla Parola.

E riscoprire, nel privilegio e nel compito del proprio munus profetico, un appello specificamente vocazionale.

Ma - sottolineo - che semina la Parola e solo la Parola, sempre.

Perché il seme è la Parola di Dio e solo questo seme, sparso al momento opportuno e sulla buona terra, porterà frutti che rimangono per sempre.

I sacramenti, la relazione con Cristo e l’appartenenza ecclesiale

Il prete, poi, è l’uomo dei Sacramenti.

Quel munus santificandi che il pastore possiede è indispensabile alla pastorale delle vocazioni.

Ogni vocazione è per la santità del chiamato e del popolo di Dio.

La grazia sacramentale spalanca dinanzi all’uomo l’infinito amore, un amore che lo perdona fino a «volgersi contro se stesso».

Questo stesso amore è necessario per pronunciare il proprio «sì».

Non è possibile per l’uomo arrivare a donare la propria vita nell’amore se prima non ha sperimentato l’essere amato.

Ma l’amore sproporzionato di Dio squarcia i confini dell’esperienza umana e consegna alla persona un amore che, se non vive nel sentimento, vive nel Sacramento e abilita, anche chi non abbia prima conosciuto l’amore, ad un amore senza confini, per opera dello Spirito Santo.

Abilita ad un amore eucaristico in senso pieno.

Finché non sia entrata e penetrata nella logica eucaristica, la vita umana non può prendere una vera svolta vocazionale.

Quel sacrificio che si compiace solo di fare la volontà del Padre: questa è la dinamica eucaristica; questa è la risposta vocazionale.

La Messa è dunque formazione vocazionale; come lo è, assieme alla celebrazione, ogni atto di adorazione eucaristica.

I sacramenti hanno questa potenzialità.

La liturgia, in genere, ha questa potenzialità.

Essa dice la Chiesa, con essa parla la Chiesa che è Mysterium vocationis.

Se, nel chiamato, la Parola di Dio stabilisce il dialogo con il Signore, i sacramenti pongono in atto la relazione viva con Cristo e la sua Chiesa.

Si sviluppa così gradatamente - potremmo dire - un senso di appartenenza cristologico ed ecclesiale, veramente indispensabile ad una vocazione consapevole e matura.

I ministranti come vivaio di vocazioni

Proprio in questa luce, cari Fratelli sacerdoti, privilegiate, accanto ad altre iniziative, la cura dei ministranti, che costituiscono come un "vivaio" di vocazioni sacerdotali.

Il gruppo di ministranti, ben seguito da voi all'interno della comunità parrocchiale, può percorrere un valido cammino di crescita cristiana, quasi formando una sorta di pre-seminario.

Educate la parrocchia, famiglia di famiglie, a vedere nei ministranti i suoi figli, come "virgulti intorno alla mensa" di Cristo, Pane di vita (cfr Sal 128 [127], 3).

Avvalendovi della collaborazione delle famiglie più sensibili e dei catechisti, seguite con premurosa sollecitudine il gruppo dei ministranti perché, attraverso il servizio all'altare, ciascuno di essi impari ad amare sempre più il Signore Gesù, lo riconosca realmente presente nell'Eucaristia, gusti la bellezza della liturgia.

Tutte le iniziative per i ministranti organizzate a livello diocesano o di zone pastorali vanno promosse e incoraggiate, sempre tenendo conto delle diverse fasce di età.

Quando fanciulli e adolescenti svolgono il servizio all'altare con gioia ed entusiasmo, offrono ai loro coetanei un'eloquente testimonianza dell'importanza e della bellezza dell'Eucaristia.

Grazie alla spiccata sensibilità immaginativa, che contraddistingue la loro età, e con le spiegazioni e l'esempio dei sacerdoti e dei compagni più grandi, anche i più piccoli possono crescere nella fede e appassionarsi alle realtà spirituali.

Ed infine, non dimenticate che i primi "apostoli" di Gesù Sommo Sacerdote siete voi: la vostra testimonianza conta più di qualunque altro mezzo e sussidio.

Nella regolarità delle celebrazioni domenicali e feriali, i ministranti incontrano voi, nelle vostre mani vedono "farsi" l'Eucaristia, sul vostro volto leggono il riflesso del Mistero, nel vostro cuore intuiscono la chiamata di un amore più grande.

Siate per loro padri, maestri e testimoni di pietà eucaristica e di santità di vita!

La profezia del Concilio Vaticano II

Il concilio ecumenico Vaticano II è stato un dono dello Spirito alla sua Chiesa.

È per questo motivo che rimane come un evento fondamentale non solo per capire la storia della Chiesa in questo scorcio di secolo, ma anche, e soprattutto, per verificare la permanente presenza del Risorto accanto alla sua sposa tra le vicende del mondo.

Con il concilio, la Chiesa ha fatto anzitutto un’esperienza di fede, abbandonandosi a Dio senza riserve nell’atteggiamento di chi si fida e ha la certezza di essere amato.

È solo in una prospettiva di fede che l’evento conciliare si apre ai nostri occhi come un dono di cui è necessario saper cogliere la ricchezza ancora nascosta.

I padri conciliari furono posti dinanzi a una vera sfida.

Essa consisteva nell’impegno di comprendere più intimamente, in un periodo di rapidi cambiamenti, la natura della Chiesa e il suo rapporto con il mondo per provvedere all’opportuno “aggiornamento”.

Abbiamo raccolto quella sfida - c’ero anch’io tra i padri conciliari - e vi abbiamo dato risposta cercando un’intelligenza più coerente della fede.

Ciò che abbiamo compiuto al concilio è stato di rendere manifesto che anche l’uomo contemporaneo, se vuole comprendere a fondo se stesso, ha bisogno di Gesù Cristo e della sua Chiesa, la quale permane nel mondo come segno di unità e di comunione.

In realtà la Chiesa, popolo di Dio in cammino sulle strade della storia, è la perenne testimonianza di una profezia che, mentre attesta la novità della promessa, rende evidente la sua attuazione.

Il Dio che ha promesso è il Dio fedele che compie la parola data.

La Chiesa, depositaria della Parola rivelata, ha la missione di annunciarla a tutti.

Questa sua missione profetica comporta l’assunzione della responsabilità di rendere visibile ciò che la Parola annuncia.

Dobbiamo porre in atto segni visibili della salvezza, perché l’annuncio che portiamo sia compreso nella sua integrità.

Portare il Vangelo nel mondo è un compito che i cristiani non possono delegare ad altri.

Il concilio ha voluto restituire a tutti i credenti questa verità fondamentale.

Fedeltà alla tradizione e rinnovamento

Oggi ringrazio tutti voi che siete giunti da diverse parti del mondo per dare risposta a questa richiesta.

Il lavoro che avete svolto in questi giorni ha evidenziato quanto sia presente ed efficace nella vita della Chiesa l’insegnamento conciliare.

All’interno di questa dinamica, comunque, è necessario che non vada persa la genuina intenzione dei padri conciliari; essa, piuttosto, deve essere recuperata superando interpretazioni prevenute e parziali che hanno impedito di esprimere al meglio la novità del magistero conciliare.

Leggere il concilio supponendo che esso comporti una rottura col passato, mentre in realtà esso si pone nella linea della fede di sempre, è decisamente fuorviante.

Ciò che è stato creduto da “tutti, sempre e in ogni luogo” è l’autentica novità che permette a ogni epoca di sentirsi illuminata dalla parola della Rivelazione di Dio in Gesù Cristo.

Il concilio è stato un atto di amore: “Un grande e triplice atto d’amore” - come disse Paolo VI nel discorso di apertura del IV periodo del concilio - un atto d’amore “verso Dio, verso la Chiesa, verso l’umanità”.

L’efficacia di quell’atto non si è affatto esaurita: essa continua a operare attraverso la ricca dinamica dei suoi insegnamenti.

La costituzione dogmatica Dei verbum ha posto con rinnovata consapevolezza la parola di Dio al centro della vita della Chiesa.

La costituzione Sacrosanctum concilium ha illustrato le premesse per una vita liturgica che renda a Dio il vero culto a lui dovuto dal popolo chiamato a esercitare il sacerdozio della Nuova Alleanza.

Per questo ogni ministro, consapevole della responsabilità che ha verso tutto il popolo a lui affidato, dovrà attenersi fedelmente al rispetto per la sacralità del rito, crescendo nell’intelligenza di ciò che celebra.

La Chiesa come comunione

La costituzione dogmatica Lumen gentium è stata un vero canto di esaltazione della bellezza della sposa di Cristo.

In quelle pagine abbiamo portato a compimento la dottrina espressa dal concilio Vaticano I e abbiamo impresso il sigillo per un rinnovato studio del mistero della Chiesa.

La communio è il fondamento su cui poggia la realtà della Chiesa.

Una koinonia che ha la sua fonte nel mistero stesso del Dio trino e si estende a tutti i battezzati, che sono perciò chiamati alla piena unità in Cristo.

Tale comunione si rende evidente nelle diverse forme istituzionali in cui il ministero ecclesiale viene svolto e nella funzione del successore di Pietro come segno visibile dell’unità di tutti i credenti.

A nessuno sfuggirà il fatto che il concilio Vaticano II ha fatto suo con grande slancio l’anelito “ecumenico”.

Il movimento di incontro e chiarificazione, che si è posto in atto con tutti i fratelli battezzati, è irreversibile.

È la forza dello Spirito che richiama i credenti all’obbedienza, perché l’unità sia fonte efficace dell’evangelizzazione.

La comunione che la Chiesa vive con il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo è indice di come i fratelli sono chiamati a vivere insieme.

La dignità dell’uomo alla luce di Cristo

Il concilio, che ci ha donato una ricca dottrina ecclesiologica, ha collegato organicamente il suo insegnamento sulla Chiesa con quello sulla vocazione dell’uomo in Cristo.

La costituzione pastorale Gaudium et spes, che poneva gli interrogativi fondamentali a cui ogni persona è chiamata a dare risposta, ripete anche a noi oggi parole che nulla hanno perso della loro attualità: “Solamente nel mistero del Verbo incarnato trova vera luce il mistero dell’uomo”.

Qui si trova la vera sintesi a cui la Chiesa deve sempre guardare nel momento in cui dialoga con l’uomo di questo come di ogni altro tempo: essa è consapevole di possedere un messaggio che è sintesi feconda dell’attesa di ogni uomo e della risposta che Dio gli rivolge.

Nell’incarnazione del Figlio di Dio, che questo giubileo vuole celebrare nella scadenza bimillenaria dell’evento, si rende evidente la chiamata dell’uomo.

Questi non viene meno alla sua dignità quando si abbandona con la fede a Cristo, perché la sua umanità viene allora innalzata alla partecipazione della vita divina.

Cristo è la verità che non tramonta: in lui Dio incontra ogni uomo e ogni uomo in Lui può vedere Dio (cf. Gv 14,9-10).

Nessun incontro con il mondo sarà fecondo, se il credente cesserà di fissare lo sguardo sul mistero dell’incarnazione del Figlio di Dio.

Il vuoto che molti oggi provano dinanzi alla domanda sul perché della vita e della morte, sul destino dell’uomo e sul senso della sofferenza può essere colmato solo dall’annuncio della verità che è Gesù Cristo.

La profezia rivolta alla Compagnia di Gesù

Eppure papa Francesco può essere considerato la realizzazione di una profezia di San Giovanni Paolo II.

La Compagnia di Gesù ha vissuto tante crisi, ed è stata anche soppressa.

Rischiò di essere di nuovo eliminata negli anni ’80, per non essere più considerata in grado di difendere la dottrina autentica e il magistero della Chiesa, per la deriva marxista di non pochi gesuiti, specialmente in America Latina, legati alla teologia della liberazione.

Ma come ebbe a dire Papa Wojtyla «l’opinione pubblica, che forse attendeva dai Gesuiti un gesto dettato solo dalla logica umana, ha ricevuto, con ammirazione, una risposta, dettata invece dallo spirito del Vangelo», nonostante ci fossero non pochi padri che non riuscirono facilmente a vedere il «dito di Dio» in quella vicenda.

Vinse lo spirito ignaziano anche grazie all’esempio del «venerabile» P. Arrupe che nella sofferenza tenne fede al quarto voto dell’obbedienza al Papa.

Profetico fu il discorso di Giovanni Paolo II ai provinciali dei gesuiti riuniti a Roma il 27 febbraio del 1982.

Egli ricordò i pilastri dell’apostolato della Compagnia di Gesù negli oltre quattro secoli della sua storia: il rinnovamento della vita cristiana nel popolo di Dio, specialmente attraverso le missioni popolari, «gli esercizi spirituali» e la direzione spirituale; la diffusione della dottrina cattolica attraverso il catechismo, le cattedre di teologia, i collegi e seminari con l’introduzione della «Ratio Studiorum»; l’annuncio del Vangelo in terra di missione con la promozione umana dei popoli.

Il ricordo del passato come bussola per orientarsi verso il futuro: «la Chiesa attende oggi dalla Compagnia che essa contribuisca efficacemente alla messa in opera del Concilio Vaticano II, come, ai tempi di Sant’Ignazio e subito dopo, essa dispiegò tutti i suoi sforzi per far conoscere e applicare il Concilio di Trento, e per aiutare in modo essenziale i Romani Pontefici nell’esercizio del loro magistero supremo».

Il papa polacco passò quindi a formulare i quattro requisiti per il rinnovamento della Compagnia:

  • la lunga e solida formazione dei gesuiti;
  • la saldezza e la profondità della dottrina;
  • la fedeltà al magistero della Chiesa, specialmente al Papa;
  • l’esemplarità della vita religiosa e l’austerità nel tenore di vita.

Il papa affidò ai gesuiti di occuparsi di alcune iniziative che il Concilio Vaticano II ha particolarmente incoraggiato: l’ecumenismo per ridurre lo scandalo della divisione tra i cristiani; l’approfondimento delle relazioni con le religioni non cristiane; gli studi e le iniziative concernenti il preoccupante fenomeno dell’ateismo.

Ma il punto più a cuore a San Giovanni Paolo II era il chiarimento di come promuovere la giustizia nell’azione evangelizzatrice della Chiesa «perché la Chiesa considera la promozione della giustizia come una parte integrante dell’evangelizzazione», sottolineando che il servizio dei religiosi è essenzialmente spirituale, per dare grande valore all’apostolato dei laici.

Con questo intervento chiarificatore, Papa Giovanni Paolo II non soltanto non soppresse, come altri chiedevano, la Compagnia, ma la rilanciò, facendola uscire da quella prova purificata nel dolore, spiritualmente e missionariamente rinnovata.

La profezia e il ministero di papa Francesco

Così preparava il profilo di quell’uomo che oggi guida la Chiesa, la barca di Pietro, per attraversare le acque agitate del «cambio epocale».

Attraverso gli occhi di Papa Francesco impariamo a guardare con tenerezza i poveri e gli esclusi e tutto il creato; la sua diplomazia di «amore», come ad Abu Dhabi e ad Ur, ha spalancato porte che sembravano sbarrate per sempre; ci ha mostrato che il tempo di riposo non deve essere un tempo vuoto e nel perseguire le riforme, nonostante i fallimenti e gli ostacoli, ha cercato la collaborazione di tanti altri.

Ha affrontato l’isolamento della «pandemia» entrando quotidianamente nelle case e pregando insieme al popolo di Dio.

Ha scritto la Costituzione Apostolica «Veritatis gaudium» sulle università e facoltà ecclesiastiche per «mettere in moto un rinnovamento saggio e coraggioso per la trasformazione missionaria propria di una “Chiesa in uscita”».

Ha firmato con coraggio e per amore di unità il motu proprio «Traditionis Custodes», per ribadire che i libri liturgici promulgati dai santi Pontefici Paolo VI e Giovanni Paolo II, in conformità ai decreti del Concilio Vaticano II, sono l’unica espressione della lex orandi del Rito Romano.

Il suo operato ci scuote e mostra la sofferenza di chi è consapevole che è urgente per la Chiesa discernere e comprendere che il Concilio non deve rimanere un evento, ma un «avvenimento fondante», come diceva P. Chenu, «un impulso contagioso che afferra a poco a poco una generazione, un popolo, una civiltà».

Giovanni Paolo II ricordava che, alla luce del Concilio Vaticano II, il quarto voto dell’obbedienza al Papa lega i gesuiti anche al Collegio episcopale, in coerenza con la svolta collegiale della Chiesa.

Il processo sinodale avviato da Papa Francesco parte da questa considerazione e si spinge anche oltre, coinvolgendo tutto il popolo di Dio nel processo di discernimento per realizzare il sogno di Dio di una nuova umanità.

La missione universale della Chiesa

Questo ostinato peregrinare in tutto il mondo sgorgava dalla sua vita interiore.

Come un bisogno di cui non poteva né voleva fare a meno.

Un giorno mi ha detto: penso con le categorie di un parroco.

Una volta la gente andava in chiesa per cercare il prete. Oggi il prete deve andare a cercare le persone.

Era esattamente quello che faceva lui.

Con un grande sforzo, anche fisico.

Tre anni prima della sua morte, è voluto andare in Azerbaijan.

Il numero dei cattolici in quel Paese, ex repubblica sovietica, era esattamente 122.

A una mia domanda un poco perplessa lui ha risposto: questi 122 cattolici hanno lo stesso diritto di vedere e pregare con il Papa dei cattolici di Roma a cui basta venire in piazza San Pietro.

La missione evangelizzatrice, secondo questa prospettiva, non dipende dai numeri, dal prestigio o dalla facilità delle condizioni, ma dalla dignità di ogni persona e dalla responsabilità della Chiesa di portare il Vangelo ovunque.

Portare il Vangelo nel mondo è un compito che i cristiani non possono delegare ad altri.

È una missione che li coglie nella responsabilità propria della fede e della sequela di Cristo!

La preghiera come sorgente della profezia

Carissimi Fratelli sacerdoti, la vostra peculiare missione nella Chiesa esige che siate "amici" di Cristo, contemplandone assiduamente il volto e ponendovi docilmente alla scuola di Maria Santissima.

Pregate incessantemente, come esorta l'Apostolo (cfr 1Ts 5,17), ed invitate i fedeli a pregare per le vocazioni, per la perseveranza dei chiamati alla vita sacerdotale e per la santificazione di tutti i sacerdoti.

Aiutate le vostre comunità ad amare sempre più il singolare "dono e mistero" che è il Sacerdozio ministeriale.

Nel clima orante del Giovedì Santo mi tornano alla mente alcune invocazioni delle Litanie di Gesù Cristo Sacerdote e Vittima (cfr Dono e mistero, pp.113-116), che da tantissimi anni ormai recito con grande beneficio dell'animo:

Iesu, Sacerdos et Victima, Iesu, Sacerdos qui in novissima Cena formam sacrificii perennis instituisti, Iesu, Pontifex ex hominibus assumpte, Iesu, Pontifex pro hominibus constitute, Iesu, Pontifex qui tradidisti temetipsum Deo oblationem et hostiam, miserere nobis!

Ut pastores secundum cor tuum populo tuo providere digneris, ut in messem tuam operarios fideles mittere digneris, ut fideles mysteriorum tuorum dispensatores multiplicare digneris, Te rogamus, audi nos!

La preghiera personale di Giovanni Paolo II, la sua fedeltà all’Eucaristia e la sua capacità di affrontare le responsabilità nella luce del Vangelo spiegano il carattere profetico del suo magistero.

La sua profezia nasceva dalla contemplazione, si traduceva in orientamenti concreti per la Chiesa e chiedeva ai sacerdoti di diventare testimoni credibili della santità, della misericordia e della missione.

La profezia come compito affidato alla Chiesa

Il “piccolo seme” che Giovanni XXIII depose “con animo e mano trepidante” nella basilica di San Paolo fuori le Mura il 25 gennaio del 1959, annunciando l’intenzione di convocare il ventunesimo concilio ecumenico nella storia della Chiesa, è cresciuto dando vita a un albero che allarga ormai i suoi rami maestosi e possenti nella vigna del Signore.

Molti frutti esso ha già dato in questi trentacinque anni di vita e molti ancora ne darà negli anni che verranno.

Una nuova stagione si apre dinanzi ai nostri occhi: è il tempo dell’approfondimento degli insegnamenti conciliari, il tempo della raccolta di quanto i padri conciliari seminarono e la generazione di questi anni ha accudito e atteso.

Il concilio ecumenico Vaticano II è stato una vera profezia per la vita della Chiesa; continuerà a esserlo per molti anni del terzo millennio appena iniziato.

La Chiesa, ricca delle eterne verità che le sono state affidate, ancora parlerà al mondo, annunciando che Gesù Cristo è l’unico vero Salvatore del mondo: ieri, oggi e per sempre!

Affido ciascuno di voi e il vostro quotidiano ministero alla Madre dei Sacerdoti.

Vi ottenga la Vergine Santa di non abituarvi mai al Mistero posto nelle vostre mani.

Ringraziando senza sosta il Signore per lo straordinario dono del suo Corpo e del suo Sangue, potrete perseverare fedelmente nel vostro ministero sacerdotale.

E Tu, Madre di Cristo Sommo Sacerdote, ottieni sempre alla Chiesa numerose e sante vocazioni, fedeli e generosi ministri dell'altare.

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