In Giovanni 6,32 Gesù corregge l’interpretazione della folla sulla manna: «Non è Mosè che vi ha dato il pane dal cielo, ma è il Padre mio che vi dà il pane dal cielo, quello vero». Il vero pane non è soltanto un alimento capace di sostenere temporaneamente la vita, ma è il dono attuale del Padre, che discende dal cielo e dà la vita al mondo.
Il versetto conduce direttamente all’autorivelazione di Gesù: «Io sono il pane della vita». La manna era un segno provvidenziale nel deserto, mentre Gesù è la realtà verso cui quel segno rimandava: chi viene a lui non avrà fame e chi crede in lui non avrà sete, mai.
Il contesto di Giovanni 6,32
La moltiplicazione dei pani e dei pesci è un miracolo raccontato da tutti e quattro i vangeli (vedi Mt 14,13-21; Mc 6,30-44; Lc 9,10-17). Nel vangelo di Giovanni esso diventa il punto di partenza per il grande discorso sul pane di vita.
Dopo questi fatti, Gesù passò all'altra riva del mare di Galilea, cioè di Tiberìade, e lo seguiva una grande folla, perché vedeva i segni che compiva sugli infermi. Gesù salì sul monte e là si pose a sedere con i suoi discepoli. Era vicina la Pasqua, la festa dei Giudei.
Allora Gesù, alzàti gli occhi, vide che una grande folla veniva da lui e disse a Filippo: "Dove potremo comprare il pane perché costoro abbiano da mangiare?". Diceva così per metterlo alla prova; egli infatti sapeva quello che stava per compiere.
Gli rispose Filippo: "Duecento denari di pane non sono sufficienti neppure perché ognuno possa riceverne un pezzo". Gli disse allora uno dei suoi discepoli, Andrea, fratello di Simon Pietro: "C'è qui un ragazzo che ha cinque pani d'orzo e due pesci; ma che cos'è questo per tanta gente?".
Rispose Gesù: "Fateli sedere". C'era molta erba in quel luogo. Si misero dunque a sedere ed erano circa cinquemila uomini. Allora Gesù prese i pani e, dopo aver reso grazie, li diede a quelli che erano seduti, e lo stesso fece dei pesci, quanto ne volevano.
E quando furono saziati, disse ai suoi discepoli: "Raccogliete i pezzi avanzati, perché nulla vada perduto". Li raccolsero e riempirono dodici canestri con i pezzi dei cinque pani d'orzo, avanzati a coloro che avevano mangiato.
Allora la gente, visto il segno che egli aveva compiuto, diceva: "Questi è davvero il profeta, colui che viene nel mondo!". Ma Gesù, sapendo che venivano a prenderlo per farlo re, si ritirò di nuovo sul monte, lui da solo.

Dal miracolo alla ricerca di Gesù
Il giorno dopo, la folla, rimasta dall'altra parte del mare, vide che c'era soltanto una barca e che Gesù non era salito con i suoi discepoli sulla barca, ma i suoi discepoli erano partiti da soli. Altre barche erano giunte da Tiberìade, vicino al luogo dove avevano mangiato il pane, dopo che il Signore aveva reso grazie.
Quando dunque la folla vide che Gesù non era più là e nemmeno i suoi discepoli, salì sulle barche e si diresse alla volta di Cafàrnao alla ricerca di Gesù. Lo trovarono di là dal mare e gli dissero: "Rabbì, quando sei venuto qua?".
Le annotazioni di Gv 6,24-25 mostrano l’affanno delle folle che tentano di capire dove sia Gesù ricostruendo dove, come e quando possa essersi spostato. Importante è l’annotazione di Gv 6,23 che menziona il luogo dove le folle “avevano mangiato il pane”.
L’annotazione del narratore indica ciò che è rimasto impresso nel cuore e nella mente, nella memoria delle folle. Ciò che ricordano di quanto avvenuto: “hanno mangiato il pane”. Questo dato interiorizzato muoverà la loro ricerca.
Il carattere un po’ confuso di questa descrizione - che ci fa entrare nell’ansia delle folle che vedono solo una barca e che Gesù non era salito con i discepoli sulla barca (Gv 6,22), che poi vedono altre barche giunte da Tiberiade (Gv 6,23), e che infine si rendono conto che Gesù “non era più là” (Gv 6,24) sicché esse salgono a loro volta su barche e si dirigono a Cafarnao - mostra una ricerca abitata da angoscia, più frenetica che lucida.
E, quando trovano Gesù, chiedendogli “Quando sei venuto qua?” (Gv 6,25), sembrano interessate più alla concreta modalità dei suoi spostamenti e a come abbia potuto sfuggire al loro controllo che non ad altro. Nel lettore sorge la domanda: “Che cosa cercano cercando Gesù?”.
Una ricerca motivata dal bisogno
Gesù rispose loro: "In verità, in verità io vi dico: voi mi cercate non perché avete visto dei segni, ma perché avete mangiato di quei pani e vi siete saziati".
Vi è dunque una ricerca di Gesù le cui motivazioni sono discutibili, anzi, sono apertamente criticate da Gesù stesso. Una ricerca che fa di Gesù colui che soddisfa un bisogno, che colma un vuoto, che sazia una mancanza, e che dunque rinchiude l’uomo nelle proprie necessità senza aprirlo al desiderio.
Questa ricerca è centrata sul bisogno dell’uomo, non sulla gratuità di Dio, e il suo orizzonte resta quello del presente, senza aprirsi alla novità e al futuro di Dio. Questa ricerca resta nella logica della pretesa, e si amputa la dimensione della speranza.
È stordito Gesù, turbato. Quello che doveva essere il più importante dei miracoli, il miracolo della condivisione, che avrebbe dato il tono del sogno di Gesù, un popolo che mette in gioco quel poco che è per sfamare tutti, si è trasformato in un flop clamoroso.
Gesù fugge davanti alla nostra piccineria, non si fa trovare, scompare quando lo manipoliamo, lo usiamo, quando lo tiriamo per la giacchetta. La folla lo raggiunge, stupita dall'atteggiamento del Signore.
Gesù si rivolge alla folla, esprime un giudizio tanto tagliente quanto vero: voi non mi cercate per me o per le mie parole, ma perché avete avuto la pancia piena. Spesso cerchiamo Dio sperando che ci risolva i problemi, e senza mettere in gioco nulla di noi stessi.
Gesù è tagliente: non sempre Dio accarezza, a volte il modo di esprimere il suo amore è un servizio alla verità, tagliente e inatteso. Ma non sta chiuso nella sua delusione, Gesù.
Il cibo che rimane per la vita eterna
Gesù prosegue: «Datevi da fare non per il cibo che non dura, ma per il cibo che rimane per la vita eterna e che il Figlio dell'uomo vi darà. Perché su di lui il Padre, Dio, ha messo il suo sigillo».
Il passaggio che Gesù chiede di fare, dicendo “Operate”, “Datevi da fare”, “Mettetevi all’opera per il cibo che non perisce, ma che dura per la vita eterna e che il Figlio dell’uomo vi darà” (Gv 6,27), è passaggio dalla logica del bisogno a quella del desiderio.
E il desiderio è per sua definizione inesauribile, essendo il senso che lo seduce e lo attrae. La ricerca del Signore è chiamata a diventare desiderio di Dio. Il desiderio è costitutivamente segnato da una non pienezza, e si interessa al Donatore più che ai doni.
Il desiderio cerca la relazione e si apre alla libertà dell’altro. Quando Gesù rimprovera le folle dicendo che esse lo cercano non perché hanno visto dei segni ma hanno saziato il loro appetito, dice appunto che esse non hanno saputo passare dal dono del pane al Donatore.
Non hanno colto simbolicamente la realtà, non hanno riconosciuto in Gesù colui che narra e testimonia la presenza del Dio che “dà il pane a ogni carne” (Sal 136,25). Non hanno fatto il salto della fede e sono rimasti ancorati alla materialità del dono e dunque alla schiavitù del bisogno.
La folla non ha compreso il vero significato della moltiplicazione dei pani e dei pesci. Essa cerca un cibo terreno, che non dura; Gesù invece intende offrirle un cibo che rimane per la vita eterna, cioè la sua parola e la sua persona.
L’opera di Dio è credere
Richiesti di operare per il cibo che non perisce, gli interlocutori di Gesù gli chiedono che cosa debbano fare per compiere “le opere di Dio” (cf. Gv 6,28). Appunto: che fare per operare per il cibo che rimane? Che fare per compiere ciò che piace a Dio?
Gli dissero allora: "Che cosa dobbiamo compiere per fare le opere di Dio?". Gesù rispose loro: "Questa è l'opera di Dio: che crediate in colui che egli ha mandato".
Rispondendo, Gesù non rinvia a “opere buone”, non chiede di compiere le opere del digiuno, dell’elemosina e della preghiera. La risposta di Gesù spiazza la domanda attuando il passaggio dalle molte opere all’unica opera, e addirittura identificando l’unica opera con la fede: l’opera è la fede!
La diatriba tra fede e opere è superata da Giovanni con l’affermazione che la fede è l’opera essenziale e necessaria. L’opera che dà senso, orientamento e sacramentalità alle opere.
L’opera di Dio, cioè che consente a Dio di operare nell’uomo, è la fede, “credere in colui che egli ha mandato” (Gv 6,29). Ovvero, in quel Figlio dell’uomo su cui si è posato lo Spirito santo (Gv 1,33), che dice le parole di Dio e dona lo Spirito senza misura (Gv 3,34) e proprio così nutre la fame profonda dell’uomo.
La risposta di Gesù spiazza anche le dicotomie e le sterili contrapposizioni che spesso affliggono i cristiani: tra fede e opere, tra dimensione verticale e dimensione orizzontale, tra contemplazione e azione, tra servizio e preghiera.
In verità la fede è l’unica cosa necessaria. Il problema non si situa dunque sul piano del “che fare?”, ma del “chi sono?”: il cristiano è anzitutto un credente.
Uno che fa della fede la propria responsabilità, il proprio lavoro, la propria fatica, la propria lotta. In una parola: la propria opera quotidiana. Credere è un lavoro. E la fede è lasciare che Dio operi nell’uomo.
In quell’“operare per il dono” vi è anche l’equilibrio tra sforzo e grazia, tra tensione umana e dono divino: si tratta di disporre tutto se stessi per essere pronti a ricevere il dono di Dio, aperti alla sua azione. La fede apre a questa feconda sinergia.
La richiesta di un segno
Ma la risposta di Gesù non viene recepita e compresa in profondità dai suoi interlocutori che gli chiedono di nuovo un segno che legittimi la sua autorità e li abiliti a “vedere e credere” (cf. Gv 6,30).
Allora gli dissero: "Quale segno tu compi perché vediamo e ti crediamo? Quale opera fai? I nostri padri hanno mangiato la manna nel deserto, come sta scritto: Diede loro da mangiare un pane dal cielo".
E per dare fondamento e forza alla loro richiesta, le folle citano l’episodio avvenuto durante l’esodo dei figli d’Israele dall’Egitto, quando il dono della manna legittimò l’autorità di Mosè (Es 16,4.15; Sal 78,24).
La rinnovata richiesta di segni è in realtà richiesta di prodigi, di miracoli: siamo ancora nell’ottica aborrita da Gesù per cui chi ha visto i suoi segni vuole farlo re (Gv 6,14-15).
Siamo nell’ottica del mercimonio: “dacci pane, saziaci e noi ti crederemo”. Ci si situa sul piano dello scambio dei favori. Una logica interna alle dinamiche del potere.
La fede apre gli occhi e consente di risalire dal segno al suo significato profondo, dal dono al Donatore, dalla realtà materiale alla sua dimensione simbolica, dal pane materiale al “pane della vita” (Gv 6,35), il “pane vero” (Gv 6,32), il “pane di Dio” (Gv 6,33), il pane che non è frutto della terra, ma “che discende dal cielo” (Gv 6,33).
Alla logica del “vedere per credere” delle folle, Gesù oppone di fatto il “credere per vedere”. Non dirà forse Gesù a Marta: “Non ti ho detto che, se crederai, vedrai la gloria di Dio?” (Gv 11,40).
Mentre Tommaso formulerà questa sorta di sconfessione di fede: “Se non vedo, … io non credo” (Gv 20,25). E Gesù proclamerà la beatitudine di chi crede senza avere visto: “Beati quelli che non hanno visto e hanno creduto” (Gv 20,29).
«Non è Mosè che vi ha dato il pane»
La domanda della folla richiama la manna del deserto: «I nostri padri hanno mangiato la manna nel deserto, come sta scritto: “Diede loro da mangiare un pane dal cielo”».
La manna è uno dei grandi segni della prima alleanza, durante il lungo cammino nel deserto Israele ha sperimentato la mano provvidenziale di Dio, quel cibo veniva dalla terra ma fu accolto come il “pane degli angeli” (Sal 78,25).
Nelle parole che la gente rivolge a Gesù è insita una provocazione, come se dicessero: “Ti ringraziamo per il pane che hai donato ieri, lo abbiamo gustato, ci siamo saziati, ma non basta essere nutriti per un giorno. I nostri padri hanno ricevuto la manna per quarant’anni, lungo tutti gli anni del deserto, in pratica per tutta la vita. Tu, invece, cosa puoi dare?”.
Gesù accoglie la sfida e annuncia che la manna era solo un segno, cioè una premessa di un altro cibo: “Non Mosè vi ha dato il pane dal cielo, il Padre mio vi dà il pane dal cielo, quello vero” (6,32).
L’aggettivo vero non va inteso in contrapposizione a falso, indica piuttosto la pienezza della rivelazione. Gesù si presenta come Colui che compie la storia antica: “Io sono il pane della vita” (6,35).
La manna nutriva il popolo durante il cammino nel deserto, ma non era il compimento definitivo della promessa. Il pane vero viene dal Padre e non si limita a conservare l’esistenza terrena: comunica la vita al mondo.
| Il pane della manna | Il vero pane |
|---|---|
| Appartiene al tempo del deserto | È dato dal Padre nel presente |
| Sostiene il popolo nel cammino | Dà la vita al mondo |
| È un segno della provvidenza | È la pienezza della rivelazione |
| È collegato al ministero di Mosè | È Gesù, il pane della vita |
Il Padre continua a donare il pane
Gesù risponde alla citazione scritturistica presentata dai suoi interlocutori (Gv 6,31): “Non è Mosè che vi ha dato il pane dal cielo, ma è il Padre mio che vi dà il pane del cielo, quello vero” (Gv 6,32).
Gesù ribatte operando un passaggio: non Mosè, ma Dio, anzi, “il Padre mio” (Gv 6,33); non “diede”, ma “dà”: il passaggio è dal passato all’oggi, all’attualità del dono.
Questo passaggio è decisivo. La folla parla di ciò che i padri hanno ricevuto; Gesù annuncia ciò che il Padre sta dando. Il dono di Dio non è relegato al passato, né la salvezza è soltanto il ricordo di un intervento antico.
Il Padre continua a donare il pane dal cielo. Il verbo al presente manifesta l’attualità dell’azione divina e prepara la rivelazione dell’identità di Gesù, che è il dono personale del Padre.
Gesù cerca di aiutare la gente a liberarsi dagli schemi del passato. Per lui, la fedeltà al passato, non significa rinchiudersi nelle cose antiche e non accettare il rinnovamento.
Fedeltà al passato vuol dire accettare la novità che giunge come frutto del seme piantato nel passato. La manna orientava verso un dono più grande, e la storia dell’esodo trova il suo compimento in Cristo.
«Il pane di Dio è colui che discende dal cielo»
Il vertice della risposta di Gesù è costituito da questa affermazione: «Infatti il pane di Dio è colui che discende dal cielo e dà la vita al mondo».
Il pane di Dio non è presentato soltanto come una cosa, ma come una persona: “il pane di Dio è colui che discende dal cielo”. Il pronome personale orienta lo sguardo verso Gesù stesso.
La pericope evangelica di questa domenica si arresta su questa autorivelazione: “Io sono il pane della vita; chi viene a me non avrà fame e chi crede in me non avrà sete, mai” (Gv 6,35).
Gesù si presenta come Colui che compie la storia antica: “Io sono il pane della vita” (6,35). Dio vuole dare molto più di quello che Israele ha ricevuto nel deserto, infinitamente di più rispetto a quello che la gente attende.
La folla chiede un pane che soddisfa il bisogno della carne, Dio vuole dare un pane che sazia la fame del cuore. Vuole donare un pane che non dura solo per i fragili giorni dell’esistenza ma c’introduce nella beata eternità, un pane che ci fa gustare fin d’ora la sua presenza amorevole e riveste di luce i giorni della vita.
Dio vuole dare molto di più di quello che “possiamo domandare e pensare” (Ef 3,20). È questa la radice segreta della speranza, la certezza che non ci fa cadere nella trappola delle cosiddette evidenze e non fa del dolore dell’oggi un muro che impedisce di vedere il futuro.
«Signore, dacci sempre di questo pane»
Di fronte alla promessa del pane dal cielo, la folla risponde: «Signore, dacci sempre di questo pane».
La richiesta sembra esprimere disponibilità, ma nel contesto del discorso non mostra ancora la piena comprensione del dono annunciato. La folla continua a pensare al pane come a qualcosa da ricevere, mentre Gesù sta conducendo i suoi interlocutori verso la fede nella sua persona.
Gesù risponde chiaramente: "Io sono il pane di vita!" Mangiare il pane del cielo è lo stesso che credere in Gesù ed accettare il cammino che lui ci insegna, cioè: "Mio cibo è fare la volontà di colui che mi ha mandato e compiere la sua opera!" (Gv 4,34).
Questo è l'alimento vero che sostenta la persona, che cambia la vita e dà vita nuova. Questo ultimo versetto del vangelo di oggi (Gv 6,35) sarà ripreso come primo versetto del vangelo di domani (Gv 6,35-40).
Il bello del Vangelo - ed è forse la prima buona notizia - è che Gesù non perde mai pazienza. Si prende sempre il tempo di rispondere alle nostre domande, di mostrarci la strada, di spiegarci la vita.
Possiamo sentire il suo amore attraverso questa cura, quest’attenzione. La seconda buona notizia del giorno è che Gesù non si lascia ingabbiare dai nostri bisogni, dal nostro passato: rimane un uomo libero che porta in sé una risposta per ognuno di noi.
Ci spiega ancora una volta che essere figli di Dio è più importante di ogni miracolo. Sono le relazioni che contano, la libertà che passa da un uomo all’altro, spalancando le porte del nostro cuore.
«Io sono il pane della vita»
Dicendo Io sono il pane della vita, Gesù afferma di essere quella salvezza che ogni uomo, consapevolmente o inconsapevolmente, va cercando (vedi vv. 48.51).
Gesù disse loro: "Io sono il pane della vita; chi viene a me non avrà più fame e chi crede in me non avrà mai più sete".
Il pane di vita non indica soltanto una risposta a un bisogno fisico. Gesù promette una sazietà che riguarda la persona intera, il suo desiderio di senso, la sua ricerca della verità e la sua attesa di una vita piena.
Essere sazi non perché abbiamo mangiato tanto o troppo all’ultimo pasto, ma perché abbiamo ricevuto Cristo, che sazia le nostre paure con il suo amore.
Essere sazio vuol forse anche dire avere i primi bisogni vitali coperti, aver ricevuto l’energia sufficiente non solo per sopravvivere ma vivere in pienezza, con energia positiva, per andare avanti sul lungo cammino della nostra esistenza e aprirci alle persone che incrociano questa strada.
Gesù ci ricorda anche la provenienza dei doni vitali che riceviamo: siamo anche noi figli di Dio, è lui che ci nutre, come una madre.
Bisogna a questo punto chiederci di cosa abbiamo fame, di cosa vogliamo essere nutriti, saziati. Di che pane vorrei essere nutrito?
Il pane della Parola e il pane eucaristico
Ora, il Cristo nutre il credente anzitutto essendo Lógos, rivelazione di Dio, Sapienza, Parola. Come già la manna nell’Antico Testamento era pedagogia divina affinché i figli d’Israele capissero che “l’uomo non vive di solo pane, ma di quanto esce dalla bocca di Dio” (Dt 8,3), così ora, Gesù, quale pane di Dio, è cibo celeste, parola che dà vita, rivelazione di Dio.
In Gesù pane di vita che dona vita al mondo si condensano le figure della Legge, della sapienza, della rivelazione, della parola di Dio che l’Antico Testamento presenta come capaci di nutrire spiritualmente l’uomo.
Il capitolo sesto di Giovanni mostra Gesù quale pane di vita nel duplice senso di parola di Dio e di cibo e bevanda eucaristici (questo, soprattutto nella sezione eucaristica di tale discorso: vv. 51c-58).
Anche la parola di Dio è nutrimento. Mangiare la parola (della Legge: Sal 119,103; profetica: Ger 15,16; Ez 2,8-3,3; sapienziale: Pr 9,1-6; 24,13-14; Sir 24,19-21) è accogliere il dono di Dio, assimilare la sua volontà, entrare nella sua vita lasciando che la sua vita entri in noi e ci trasformi.
Occorre qui pensare alla tradizione patristica, ripresa dal Concilio Vaticano II, della duplice mensa della Parola e dell’Eucaristia.
Ha scritto san Gerolamo: “Poiché la carne del Signore è vero cibo e il suo sangue vera bevanda, secondo il senso anagogico, questo è l’unico bene nel mondo presente: cibarci della sua carne e del suo sangue non solo nel mistero dell’altare, ma anche nella lettura delle Scritture. Pane di Cristo e sua carne sono la Parola di Dio e l’insegnamento celeste” (Comm. in Eccles. III,13).
Nel vangelo di Giovanni, il discorso sul pane della vita conduce progressivamente dalla Parola alla comunione piena con Cristo. Il pane che viene da Dio e dona la vita è la parola di Gesù ed è l’eucaristia.
In questa seconda parte del discorso si parla più direttamente dell’eucaristia (carne, sangue, mangiare e bere). Gesù dirà: “Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna e io lo risusciterò nell'ultimo giorno”.
Il segno della moltiplicazione e l’Eucaristia
L’annotazione che Gesù stesso distribuisce i pani e i pesci, la preghiera di ringraziamento, il comando di raccogliere i pezzi avanzati, sono probabili allusioni all’eucaristia.
Gesù prese i pani e, dopo aver reso grazie, li distribuì ai discepoli, e i discepoli alla gente seduta; lo stesso fece dei pesci, finché ne vollero.
Gesù aveva solamente alcuni pani d’orzo e dei pesciolini, ma era determinato a rendere grazie al Padre per quello che aveva. Il miracolo risiedeva nelle mani di Gesù, non nella distribuzione. Nelle Sue mani, il poco diventa molto.
Ovviamente, la moltiplicazione del cibo avvenne senza fare molto spettacolo. Tant’è vero che non ci viene neppure detto nel dettaglio dove avvenne la moltiplicazione.
Sembra essere avvenuta proprio mentre Gesù rompeva il pane e i pesci e li distribuì ai discepoli. Non erano i pani o i pesci interi ad essere moltiplicati, bensì i pezzetti che Gesù aveva rotto con le mani.
- La maggior parte delle persone mangiò a sazietà, ma non aveva idea del miracolo che stava avvenendo.
- Non furono i discepoli a compiere il miracolo; stavano semplicemente distribuendo l’opera miracolosa di Gesù.
- Gesù fece affidamento sul lavoro dei discepoli per l’adempimento di questo grande miracolo.
- Gesù scelse di proposito un metodo che avrebbe coinvolto i discepoli nell’opera.
Gesù si rifiutò di creare miracolosamente del pane per nutrirsi durante le tentazioni nel deserto; fece però per gli altri e con altri quello che non volle fare per sé stesso.
Le scorte di Dio sono sovrabbondanti, c’era tanto cibo finché ne vollero. Tutti mangiarono fino ad essere completamente saziati.
Per comprendere appieno l’importanza di questa storia, dobbiamo tenere in mente che l’immagine del mangiare e del bere viene usata frequentemente nell’Antico Testamento. È un simbolo di prosperità, che viene spesso associato alle benedizioni di cui il popolo di Dio avrebbe goduto nella Terra Promessa.
La generosità e il rispetto per il dono
Gesù fu generoso, dando ad ognuno tutto il cibo che voleva. Si trattava di un miracolo sorprendente, ed alcuni pensano che i discepoli avrebbero dovuto (o potuto) aspettarsi che Gesù avrebbe fatto una cosa del genere.
Nonostante i discepoli non avessero capito o previsto il miracolo, Gesù li invitò a parteciparvi e a distribuire il pane e i pesci miracolosamente moltiplicati. Senza il loro contributo nessuno avrebbe mangiato.
Gesù dimostrò loro il carattere generoso di Dio - quello stesso carattere che Dio desidera sviluppare in noi. Quel pane fu moltiplicato, come se fosse stato ‘sparso’.
Gesù era generoso, ma mai sperperatore - voleva fare buon uso di tutto. Per questo disse: «Raccogliete i pezzi avanzati perché niente si perda».
I pezzi non sono bocconi mezzi rosicchiati né briciole che avrebbero potuto piuttosto lasciare per gli uccelli e per le bestie, bensì le porzioni che Gesù aveva consegnato ai discepoli per la distribuzione.
Il termine usato per ‘cesto’ (kophinos) denota solitamente un recipiente molto capiente, come quelli utilizzati per il pesce o per oggetti ingombranti.
Il comando di raccogliere gli avanzi mostra che l’abbondanza divina non autorizza lo spreco. Il dono ricevuto deve essere accolto con gratitudine, distribuito con responsabilità e custodito con rispetto.
Il pane che sazia la fame più profonda
Esiste quindi un pane che sazia, e uno che lascia la fame. È vero: la fame del successo, di denaro, di approvazione, di gratificazione, spesso ci lascia con un buco nello stomaco.
Meglio seguire, allora, la fame interiore, quella di senso, quella della verità profonda, del giudizio sul mondo e la storia che Dio solo può dare. Gesù aggiunge: il pane che sazia, solo io ve lo posso dare.
Tutto ciò che di grande e di bello c'è nel nostro mondo, tutto ciò che ci riempie di energia e ci fa sperimentare che vale la pena vivere, è in qualche modo connesso con Gesù.
San Giovanni dice: «Tutto è stato fatto per mezzo di lui e senza di lui nulla è stato fatto di ciò che esiste. In lui era la vita e la vita era la luce degli uomini» (Gv 1, 3-4).
In Gesù abbiamo tutto. Per questo possiamo dire con i personaggi del Vangelo: «Signore, dacci sempre questo pane».
Quando percepiamo un vuoto nel nostro cuore o quando ci mancano le forze per affrontare il lavoro quotidiano, quale grande rimedio abbiamo nella partecipazione all'Eucaristia!
Lì riaccendiamo la nostra passione per vivere e portare al mondo la gioia di saperci amati da Dio. La Messa è il momento in cui lasciarsi rinnovare dal Signore.
Vogliamo, inoltre, che questa vitalità che il Signore ci dona non rimanga confinata dentro di noi, ma trabocchi nelle nostre attività quotidiane e sulle persone che incontriamo durante la giornata.
Affinché ciò avvenga, ci aiuta mettere sull'altare ciò che abbiamo tra le mani: progetti, desideri, preoccupazioni. Il Signore lo prenderà e lo farà suo.
Cesserà di essere qualcosa di meramente umano per trasformarsi, per l’azione della grazia, in un alimento che dà vita al mondo.
Domande per la meditazione
Il Discorso del Pane di Vita non è un testo da essere discusso e sezionato, bensì deve essere meditato ed esaminato più volte. Per questo, anche se non si capisce del tutto, non c'è da preoccuparsi.
Questo testo del Pane di Vita esige tutta una vita per meditarlo ed approfondirlo. Un testo così, la gente deve leggerlo, meditarlo, pregarlo, pensarlo, leggerlo di nuovo, ripeterlo, rigirarlo, come si fa con una buona caramella in bocca.
Si gira e gira fino ad esaurirsi. Chi legge superficialmente il quarto Vangelo può avere l'impressione che Giovanni ripeta sempre la stessa cosa.
Leggendo con più attenzione, ci si renderà conto che non si tratta di ripetizione. L'autore del quarto Vangelo ha un suo proprio modo di ripetere lo stesso tema, ma a un livello sempre più alto e profondo.
Sembra una scala a chiocciola. Girando, si giunge allo stesso punto, ma a un livello più alto o più profondo.
- Fame di pane, fame di Dio. Quale delle due predomina in me?
- Gesù disse: "Io sono il pane di vita". Lui toglie la fame e la sete. Quale esperienza ho di questo nella mia vita?
- Quale paura si nasconde dietro il mio bisogno di essere rassicurato da un segno?
- In che occasione ho sentito il mio cuore sazio?
- Quale segno voglio chiedere al Signore oggi?
- Di che pane vorrei essere nutrito?
Mi preparo: chiudo gli occhi, mi concentro sul momento presente, libero la mente da preoccupazioni e pensieri, esprimo interiormente il mio desiderio di stare alla presenza del Signore.
Immagino: provo a visualizzare la scena, il luogo in cui avviene, i personaggi principali, le parole che si scambiano, il tono delle voci, i gesti. E lascio affiorare il mio sentire, senza censure, senza giudizi.
Ringrazio: come un amico fa con un amico, parlo con il Signore su ciò che sto ricevendo da lui oggi. Recito un "Padre nostro" per congedarmi e uscire dalla preghiera.