Commento al Vangelo di Giovanni 6,30 e seguenti: Gesù, il pane della vita

Nel Vangelo di Giovanni 6,30-35, la folla chiede a Gesù un segno per poter vedere e credere, richiamando la manna ricevuta dai padri nel deserto. Gesù risponde che non è Mosè ad aver dato il vero pane dal cielo, ma il Padre, e rivela che il pane di Dio è colui che discende dal cielo e dà la vita al mondo.

Il culmine del brano è l’autorivelazione di Gesù: «Io sono il pane della vita; chi viene a me non avrà fame e chi crede in me non avrà sete, mai!». Il pane della vita non è anzitutto qualcosa, ma qualcuno: è Cristo stesso, Parola di Dio fatta carne, dono del Padre, sorgente della vita eterna e compimento delle promesse dell’Antico Testamento.

Il contesto: una folla che cerca Gesù

Con la pagina evangelica odierna il Lezionario dell’annata B ci fa entrare in quel discorso sul pane di vita, contenuto nel capitolo sesto del IV vangelo, che ci accompagnerà ancora per alcune domeniche. Il testo inizia parlando di una ricerca ansiosa da parte delle folle nei confronti di Gesù.

Unite ai precedenti vv. 22-23, le annotazioni di Gv 6,24-25 mostrano l’affanno delle folle che tentano di capire dove sia Gesù ricostruendo dove, come e quando possa essersi spostato. Importante è l’annotazione di Gv 6,23 che menziona il luogo dove le folle “avevano mangiato il pane”.

L’annotazione del narratore indica ciò che è rimasto impresso nel cuore e nella mente, nella memoria delle folle. Ciò che ricordano di quanto avvenuto: “hanno mangiato il pane”. Questo dato interiorizzato muoverà la loro ricerca.

Il carattere un po’ confuso di questa descrizione - che ci fa entrare nell’ansia delle folle che vedono solo una barca e che Gesù non era salito con i discepoli sulla barca (Gv 6,22), che poi vedono altre barche giunte da Tiberiade (Gv 6,23), e che infine si rendono conto che Gesù “non era più là” (Gv 6,24) sicché esse salgono a loro volta su barche e si dirigono a Cafarnao - mostra una ricerca abitata da angoscia, più frenetica che lucida.

E, quando trovano Gesù, chiedendogli “Quando sei venuto qua?” (Gv 6,25), sembrano interessate più alla concreta modalità dei suoi spostamenti e a come abbia potuto sfuggire al loro controllo che non ad altro. Nel lettore sorge la domanda: “Che cosa cercano cercando Gesù?”.

In effetti, le parole di Gesù mettono in questione la loro ricerca e ne svelano il motivo recondito: “Voi mi cercate non perché avete visto dei segni, ma perché avete mangiato di quei pani e vi siete saziati” (Gv 6,26).

Dal bisogno al desiderio

Vi è dunque una ricerca di Gesù le cui motivazioni sono discutibili, anzi, sono apertamente criticate da Gesù stesso. Una ricerca che fa di Gesù colui che soddisfa un bisogno, che colma un vuoto, che sazia una mancanza, e che dunque rinchiude l’uomo nelle proprie necessità senza aprirlo al desiderio.

Questa ricerca è centrata sul bisogno dell’uomo, non sulla gratuità di Dio, e il suo orizzonte resta quello del presente, senza aprirsi alla novità e al futuro di Dio. Questa ricerca resta nella logica della pretesa, e si amputa la dimensione della speranza.

Il passaggio che Gesù chiede di fare, dicendo “Operate”, “Datevi da fare”, “Mettetevi all’opera per il cibo che non perisce, ma che dura per la vita eterna e che il Figlio dell’uomo vi darà” (Gv 6,27), è passaggio dalla logica del bisogno a quella del desiderio.

E il desiderio è per sua definizione inesauribile, essendo il senso che lo seduce e lo attrae. La ricerca del Signore è chiamata a diventare desiderio di Dio. Il desiderio è costitutivamente segnato da una non pienezza, e si interessa al Donatore più che ai doni.

Il desiderio cerca la relazione e si apre alla libertà dell’altro. Quando Gesù rimprovera le folle dicendo che esse lo cercano non perché hanno visto dei segni ma hanno saziato il loro appetito, dice appunto che esse non hanno saputo passare dal dono del pane al Donatore, non hanno colto simbolicamente la realtà, non hanno riconosciuto in Gesù colui che narra e testimonia la presenza del Dio che “dà il pane a ogni carne” (Sal 136,25).

Non hanno fatto il salto della fede e sono rimasti ancorati alla materialità del dono e dunque alla schiavitù del bisogno. La folla è davvero insaziabile, perché intende il segno in maniera diversa di Gesù.

«Che cosa dobbiamo compiere?»

Richiesti di operare per il cibo che non perisce, gli interlocutori di Gesù gli chiedono che cosa debbano fare per compiere “le opere di Dio” (cf. Gv 6,28). Appunto: che fare per operare per il cibo che rimane? Che fare per compiere ciò che piace a Dio?

Rispondendo, Gesù non rinvia a “opere buone”, non chiede di compiere le opere del digiuno, dell’elemosina e della preghiera. La risposta di Gesù spiazza la domanda attuando il passaggio dalle molte opere all’unica opera, e addirittura identificando l’unica opera con la fede: l’opera è la fede!

La diatriba tra fede e opere è superata da Giovanni con l’affermazione che la fede è l’opera essenziale e necessaria. L’opera che dà senso, orientamento e sacramentalità alle opere.

L’opera di Dio, cioè che consente a Dio di operare nell’uomo, è la fede, “credere in colui che egli ha mandato” (Gv 6,29). Ovvero, in quel Figlio dell’uomo su cui si è posato lo Spirito santo (Gv 1,33), che dice le parole di Dio e dona lo Spirito senza misura (Gv 3,34) e proprio così nutre la fame profonda dell’uomo.

La risposta di Gesù spiazza anche le dicotomie e le sterili contrapposizioni che spesso affliggono i cristiani: tra fede e opere, tra dimensione verticale e dimensione orizzontale, tra contemplazione e azione, tra servizio e preghiera.

In verità la fede è l’unica cosa necessaria. Il problema non si situa dunque sul piano del “che fare?”, ma del “chi sono?”: il cristiano è anzitutto un credente.

Uno che fa della fede la propria responsabilità, il proprio lavoro, la propria fatica, la propria lotta. In una parola: la propria opera quotidiana. Credere è un lavoro. E la fede è lasciare che Dio operi nell’uomo.

In quell’“operare per il dono” vi è anche l’equilibrio tra sforzo e grazia, tra tensione umana e dono divino: si tratta di disporre tutto se stessi per essere pronti a ricevere il dono di Dio, aperti alla sua azione. La fede apre a questa feconda sinergia.

La richiesta del segno

La folla dice a Gesù: «Quale segno tu compi perché vediamo e ti crediamo? Quale opera fai?». La domanda arriva dopo la moltiplicazione dei pani, ma la folla non ha compreso quel gesto come un segno capace di condurla al significato profondo della presenza di Gesù.

La folla non ha una colpa o difetti, semplicemente non ha ancora raggiunto la fede nel messia Gesù e lo pensa ancora con le categorie del suo tempo e delle sue convinzioni religiose.

In realtà si deve notare che se la folla chiede un segno per prestare fiducia a Gesù, è perché lo inquadra come un profeta, ossia un mediatore tra la sfera irraggiungibile di Dio e l’uomo.

Infatti la folla fa l’esempio di Mosè, il primo e il più importante dei profeti, secondo il Deuteronomio, che trasmette al popolo la Legge donata da Dio sul monte Sinai, e lo aiuta a fidarsi di Dio, chiedendo al Signore il segno dell’acqua dalla roccia e del nutrimento dalla manna.

La rinnovata richiesta di segni è in realtà richiesta di prodigi, di miracoli: siamo ancora nell’ottica aborrita da Gesù per cui chi ha visto i suoi segni vuole farlo re (Gv 6,14-15). Siamo nell’ottica del mercimonio: “dacci pane, saziaci e noi ti crederemo”.

Ci si situa sul piano dello scambio dei favori. Una logica interna alle dinamiche del potere. Per la folla - ma anche un po’ per me - un segno è qualcosa che qualcuno dà “abbassandosi” al mio livello, cioè rendendo comprensibile ciò che mi vuole dire al mio cervello e alla mia interpretazione.

«Vedere per credere» e «credere per vedere»

La richiesta di un segno è una richiesta lecita, siamo umanamente programmati per dare prova e ragione alle cose in cui crediamo, saremmo altrimenti dei "creduloni". La fede è tutt’altro. Non può esistere sapienza senza scienza e intelligenza.

Un’intelligenza, però, illuminata dallo sguardo dell’amore di Dio su di noi e sulle cose. E Gesù ci dà la chiave per avere questo sguardo: è Lui stesso, il dono della sua vita.

In realtà, alla logica del “vedere per credere” delle folle, Gesù oppone di fatto il “credere per vedere”. Non dirà forse Gesù a Marta: “Non ti ho detto che, se crederai, vedrai la gloria di Dio?” (Gv 11,40).

Mentre Tommaso formulerà questa sorta di sconfessione di fede: “Se non vedo, … io non credo” (Gv 20,25). E Gesù proclamerà la beatitudine di chi crede senza avere visto: “Beati quelli che non hanno visto e hanno creduto” (Gv 20,29).

La fede apre gli occhi e consente di risalire dal segno al suo significato profondo, dal dono al Donatore, dalla realtà materiale alla sua dimensione simbolica, dal pane materiale al “pane della vita” (Gv 6,35), il “pane vero” (Gv 6,32), il “pane di Dio” (Gv 6,33), il pane che non è frutto della terra, ma “che discende dal cielo” (Gv 6,33).

Quando Gesù invece si definisce il vero “pane della vita”, sta dando un segno… al contrario! Qui non c’è solo Gesù che in qualche modo semplifica il suo messaggio, ma c’è anche la sua volontà di cambiare la nostra prospettiva.

Si chiama conversione: il segno di Gesù è qualcosa che non è immediatamente comprensibile, perché richiede un passo in più da parte nostra, un’accoglienza più profonda, a cui si accede tramite la fiducia.

Mentre quindi il pane che mangiamo è qualcosa che assimiliamo a noi stessi (segno che com-prendiamo), il pane di Gesù, il segno che ci cambia, è qualcosa che vuole assimilarci a lui (segno che ci con-verte).

Si tratta di un profondamento cambiamento di prospettiva, in cui è necessario smettere di ascoltare solo la propria pancia (“abbiamo ancora fame!”) e iniziare a chiedersi “perché non potrebbe essere vero?”. E ancora: “se fosse vero, cosa cambia nella mia vita?”.

La manna e il pane dal cielo

La folla richiama la manna: «I nostri padri hanno mangiato la manna nel deserto, come sta scritto: “Diede loro da mangiare un pane dal cielo”».

La manna è uno dei grandi segni della prima alleanza, durante il lungo cammino nel deserto Israele ha sperimentato la mano provvidenziale di Dio, quel cibo veniva dalla terra ma fu accolto come il “pane degli angeli” (Sal 78,25).

Nelle parole che la gente rivolge a Gesù è insita una provocazione, come se dicessero: “Ti ringraziamo per il pane che hai donato ieri, lo abbiamo gustato, ci siamo saziati, ma non basta essere nutriti per un giorno. I nostri padri hanno ricevuto la manna per quarant’anni, lungo tutti gli anni del deserto, in pratica per tutta la vita. Tu, invece, cosa puoi dare?”.

Gesù accoglie la sfida e annuncia che la manna era solo un segno, cioè una premessa di un altro cibo: “Non Mosè vi ha dato il pane dal cielo, il Padre mio vi dà il pane dal cielo, quello vero” (6,32).

L’aggettivo vero non va inteso in contrapposizione a falso, indica piuttosto la pienezza della rivelazione. Gesù si presenta come Colui che compie la storia antica: “Io sono il pane della vita” (6,35).

Dio vuole dare molto più di quello che Israele ha ricevuto nel deserto, infinitamente di più rispetto a quello che la gente attende. La folla chiede un pane che soddisfa il bisogno della carne, Dio vuole dare un pane che sazia la fame del cuore.

Vuole donare un pane che non dura solo per i fragili giorni dell’esistenza ma c’introduce nella beata eternità, un pane che ci fa gustare fin d’ora la sua presenza amorevole e riveste di luce i giorni della vita.

Dio vuole dare molto di più di quello che “possiamo domandare e pensare” (Ef 3,20). Se è così, non dobbiamo dubitare che quando si chiude una porta, Dio apre un portone.

È questa la radice segreta della speranza, la certezza che non ci fa cadere nella trappola delle cosiddette evidenze e non fa del dolore dell’oggi un muro che impedisce di vedere il futuro.

Dio non ci farà mancare il pane. Oggi chiediamo la grazia di riconoscere in Gesù il Pane che sazia e inquieta e fa della vita un faticoso e affascinante pellegrinaggio.

Il Padre dà il pane vero

Alla citazione scritturistica presentata dai suoi interlocutori (Gv 6,31), Gesù risponde così: “Non è Mosè che vi ha dato il pane dal cielo, ma è il Padre mio che vi dà il pane del cielo, quello vero” (Gv 6,32).

Gesù ribatte operando un passaggio: non Mosè, ma Dio, anzi, “il Padre mio” (Gv 6,33); non “diede”, ma “dà”: il passaggio è dal passato all’oggi, all’attualità del dono.

E soprattutto, il punto culminante del passaggio, che diviene anche indicazione del compimento della liberazione dell’esodo e della storia di salvezza, è la rivelazione che questo pane è il Cristo stesso: “Io sono il pane della vita”.

Il “pane di Dio” inteso come manna era allora una figura di quello vero che sarebbe “disceso” un giorno, verbo che ci parla della spogliazione di Gesù come Dio per vestire la forma e la sostanza dell’essere umano, la creatura caduta perché sedotta, indotta a seguire un’illusione.

Ecco il perché delle parole “Il pane di Dio è colui- non “quello” - che discende dal cielo e dà la- notare l’articolo - vita al mondo”. La vita vera, eterna.

Per comprendere Gesù non c’è altra strada che aprire il cuore al mistero della sua persona, per lasciarsi guidare dalle sue azioni e dalle sue parole a comprendere che la vita che lui ci comunica proviene direttamente da Dio.

Egli è vita, amore, pace, perdono, gioia, pienezza. Egli è disceso dal cielo per mettere nella carne dell’uomo questa pienezza radicale e colmare così la distanza tra la terra e il cielo.

Egli è il Lògos, la Parola di Dio, fatta carne, che sazia ogni nostra aspirazione di verità, di bene e di amore.

«Signore, dacci sempre questo pane»

La folla risponde: «Signore, dacci sempre questo pane». La richiesta contiene una disponibilità autentica, ma anche un possibile fraintendimento: la folla può continuare a intendere il pane come una garanzia di benessere materiale e di assistenza.

Forse alcuni dei presenti capirono di aver frainteso e che vi era molto di più al di là della manna e dei pani d’orzo che avevano mangiato, ma la richiesta fu: “Signore, dacci sempre di questo pane”, dove quel “sempre” denota che volevano avere Gesù ancora come re, che desideravano restasse con loro a garantire prosperità e assistenza, ma non spirituale.

Volevano un pane per la vita naturale. Quella gente fraintendeva un messaggio che veniva dallo Spirito Santo, e diversamente non poteva certo essere, ma proprio quel loro non capire ci consente di stabilire un’importante verità, e cioè che chi ascolta le parole di Dio con la carne, non può che interpretarle carnalmente per cui non arriverà mai a comprenderne il significato corretto.

L’uomo deve sapere che, se non cerca Cristo per porre rimedio alla fame e sete dello spirito, non troverà mai alcun beneficio o rimedio al di là di un pregare, magari in forme coreograficamente belle e suggestive, il nulla e il vuoto.

Pregare il vero Dio con presupposti sbagliati, equivale a predicarne uno finto perché il risultato sarà lo stesso.

«Io sono il pane della vita»

Le parole “Io sono il pane della vita” con cui Nostro Signore risponde sono una dichiarazione di unicità: Lui e nessun altro lo è, e contengono un’indicazione e un avvertimento al tempo stesso, poiché il Suo è l’unico nome dato agli uomini per essere salvati.

È, come sappiamo, un nome che è al di sopra di ogni altro, datogli da Padre: “Gli ha dato un nome che è al di sopra di ogni altro nome perché nel nome di Gesù ogni ginocchio si pieghi nei cieli, sulla terra e sotto terra, e ogni lingua proclami «Gesù è il Signore!» a gloria di Dio Padre” (Filippesi 2.9-12).

La pericope evangelica di questa domenica si arresta su questa autorivelazione: “Io sono il pane della vita; chi viene a me non avrà fame e chi crede in me non avrà sete, mai” (Gv 6,35).

Il Cristo nutre il credente anzitutto essendo Lógos, rivelazione di Dio, Sapienza, Parola. Come già la manna nell’Antico Testamento era pedagogia divina affinché i figli d’Israele capissero che “l’uomo non vive di solo pane, ma di quanto esce dalla bocca di Dio” (Dt 8,3), così ora, Gesù, quale pane di Dio, è cibo celeste, parola che dà vita, rivelazione di Dio.

In Gesù pane di vita che dona vita al mondo si condensano le figure della Legge, della sapienza, della rivelazione, della parola di Dio che l’Antico Testamento presenta come capaci di nutrire spiritualmente l’uomo.

Il capitolo sesto di Giovanni mostra Gesù quale pane di vita nel duplice senso di parola di Dio e di cibo e bevanda eucaristici (questo, soprattutto nella sezione eucaristica di tale discorso: vv. 51c-58).

Venire a Gesù e credere in lui

“Chi viene a me non avrà fame e chi crede in me non avrà sete, mai”: prima abbiamo visto il vedere per credere, cioè una condizione ridicolmente posta dall’uomo quasi possa fare un favore a un ipotetico dio lontano, qui abbiamo un “venire” e “credere”, quindi una situazione completamente diversa.

Venire a Gesù suscita alla mente l’idea un’azione quasi inevitabile, istintiva, naturale, un andare a Lui per serenamente discutere, metterlo alla prova non polemicamente, ma quasi implorandone l’intervento rivelatore.

Chi viene a Lui non avrà fame perché constaterà che solo in Lui vi può essere la giusta dimensione, l’avere “tutto pienamente” di cui parlò l’apostolo Paolo.

Chi viene a Cristo trova un pane che, una volta assunto, pone chi lo ha preso nelle condizioni di riconoscere che in Lui c’è effettivamente la vita per cui affidarglisi è inevitabile.

E nel momento in cui si crede - con la continuità e tutto quel che ne deriva - la sete diventa solo un ricordo affievolito visto in quel “Mai” con cui Giovanni conclude le parole del suo Maestro.

Gesù non perde mai pazienza. Si prende sempre il tempo di rispondere alle nostre domande, di mostrarci la strada, di spiegarci la vita. Possiamo sentire il suo amore attraverso questa cura, quest’attenzione.

La seconda buona notizia del giorno è che Gesù non si lascia ingabbiare dai nostri bisogni, dal nostro passato: rimane un uomo libero che porta in sé una risposta per ognuno di noi.

Ci spiega ancora una volta che essere figli di Dio è più importante di ogni miracolo. Sono le relazioni che contano, la libertà che passa da un uomo all’altro, spalancando le porte del nostro cuore.

Gesù ci ricorda anche la provenienza dei doni vitali che riceviamo: siamo anche noi figli di Dio, è lui che ci nutre, come una madre.

La fame del cuore

È proprio vero, abbiamo bisogno del cibo e dell’acqua per vivere, per crescere, per andare avanti; ma cibo e acqua, da soli, non ci bastano, abbiamo bisogno di altro, di più.

Abbiamo bisogno di saziare la nostra fame di senso e di vita, il nostro bisogno di risposte a miriadi di domande, il nostro desiderio di completezza e di amore.

Abbiamo bisogno di un pane che ci sfami nel profondo e guarisca la nostra fame continua, un pane che ci ridoni forza e coraggio e che ci sia alimento nel nostro cammino quotidiano.

Abbiamo bisogno di una speranza che non muore e di certezze che ci rincuorano e ci salvano.

E questo pane Dio ce l’ha dato, regalandoci il Suo Corpo e il Suo Sangue nell’ultima Cena, lasciandoci, come estremo atto d’amore, l’Eucarestia, il cibo che sazia per l’eternità.

Bisogna a questo punto chiederci di cosa abbiamo fame, di cosa vogliamo essere nutriti, saziati.

Essere sazi non perché abbiamo mangiato tanto o troppo all’ultimo pasto, ma perché abbiamo ricevuto Cristo, che sazia le nostre paure con il suo amore.

Essere sazio vuol forse anche dire avere i primi bisogni vitali coperti, aver ricevuto l’energia sufficiente non solo per sopravvivere ma vivere in pienezza, con energia positiva, per andare avanti sul lungo cammino della nostra esistenza e aprirci alle persone che incrociano questa strada.

Sarebbe bello essere sazi perché abbiamo ricevuto Cristo che, con il suo amore, sazia le nostre paure, ci fa vivere in pienezza, lungo cammino della nostra esistenza, ci apre alle persone che incrociano questa strada.

Chi ha fame abbia del pane! Chi ha del pane abbia fame di giustizia e di amore.

La Parola e l’Eucaristia

Anche la parola di Dio è nutrimento. Mangiare la parola (della Legge: Sal 119,103; profetica: Ger 15,16; Ez 2,8-3,3; sapienziale: Pr 9,1-6; 24,13-14; Sir 24,19-21) è accogliere il dono di Dio, assimilare la sua volontà, entrare nella sua vita lasciando che la sua vita entri in noi e ci trasformi.

Occorre qui pensare alla tradizione patristica, ripresa dal Concilio Vaticano II, della duplice mensa della Parola e dell’Eucaristia.

Ha scritto san Gerolamo: “Poiché la carne del Signore è vero cibo e il suo sangue vera bevanda, secondo il senso anagogico, questo è l’unico bene nel mondo presente: cibarci della sua carne e del suo sangue non solo nel mistero dell’altare, ma anche nella lettura delle Scritture. Pane di Cristo e sua carne sono la Parola di Dio e l’insegnamento celeste” (Comm. in Eccles. III,13).

Nel leggere questo passaggio durante il tempo pasquale, possiamo ricordare che Cristo vive e che in Lui è la fonte della vita. Tutto ciò che di grande e di bello c'è nel nostro mondo, tutto ciò che ci riempie di energia e ci fa sperimentare che vale la pena vivere, è in qualche modo connesso con Gesù.

San Giovanni dice: «Tutto è stato fatto per mezzo di lui e senza di lui nulla è stato fatto di ciò che esiste. In lui era la vita e la vita era la luce degli uomini» (Gv 1, 3-4).

In Gesù abbiamo tutto. Per questo possiamo dire con i personaggi del Vangelo: «Signore, dacci sempre questo pane».

Quando percepiamo un vuoto nel nostro cuore o quando ci mancano le forze per affrontare il lavoro quotidiano. quale grande rimedio abbiamo nella partecipazione all'Eucaristia!

Lì riaccendiamo la nostra passione per vivere e portare al mondo la gioia di saperci amati da Dio. La Messa è il momento in cui lasciarsi rinnovare dal Signore.

Aiutaci Signore a vivere in pienezza l’Eucarestia, a non darla per scontata o a banalizzarla per abitudine, a sentire che è veramente fonte e culmine di tutta la vita cristiana, anche in questi tempi in cui non possiamo riceverla.

La fede come adesione e rinnovamento

Il riferimento al mangiare la manna nel deserto ci parla sì della conoscenza che i presenti avevano delle Scritture, ma della loro reale cecità e dell’incapacità di rapportare ciò sapevano delle cose di Dio al tempo che vivevano.

Erano incapaci di credere sulla base delle profezie e delle promesse dell’Antico Patto. Purtroppo questo si nota anche oggi nel cristianesimo perché credere in Gesù Cristo rimanendo ancorati a se stessi, rifiutando il cammino preparato per noi restando quelli di prima, quelli di sempre, equivale e non riconoscerlo come l’Unico Inviato da Padre per la nostra salvezza.

Non possiamo, in altri termini, instaurare un rapporto con il Figlio senza diventare parte di lui e quindi cambiare profondamente.

E qui ci raccordiamo al significato del verbo “credere” che non significa accettare come vero un fatto o un principio per poi disinteressarsene, ma adesione e rinnovamento continuo.

Mangiare il pane del cielo è lo stesso che credere in Gesù ed accettare il cammino che lui ci insegna, cioè: "Mio cibo è fare la volontà di colui che mi ha mandato e compiere la sua opera!" (Gv 4,34).

Questo è l'alimento vero che sostenta la persona, che cambia la vita e dà vita nuova.

Il pane che dà la vita al mondo

Il pane di Dio è “colui che discende dal cielo e dà la vita al mondo”. Il dono non è destinato soltanto a una folla o a un popolo, ma si apre all’umanità intera.

La vita che Gesù comunica proviene direttamente da Dio. Egli è vita, amore, pace, perdono, gioia, pienezza.

Egli è disceso dal cielo per mettere nella carne dell’uomo questa pienezza radicale e colmare così la distanza tra la terra e il cielo.

La vita vera, eterna, non nasce dalla semplice soddisfazione dei bisogni immediati. La moltiplicazione dei pani rimanda a una realtà più grande: l’amore di Dio che si dona in Cristo e conduce l’uomo alla pienezza.

Il vero e più profondo segno di Gesù è la sua risurrezione: l’amore può vincere la morte.

Tutto ciò che di grande e di bello c'è nel nostro mondo, tutto ciò che ci riempie di energia e ci fa sperimentare che vale la pena vivere, è in qualche modo connesso con Gesù.

La promessa dell’accoglienza e della risurrezione

Esposte con pochissime parole gli effetti della fede in Lui, Gesù passa ad illustrare le dinamiche interne del credere: quando un peccatore, cioè chiunque vive la propria vita in modo contrario alle aspettative e agli ideali di Dio, si converte, cioè “viene” e “crede”, non è un qualcosa che si verifica per caso: “Tutto ciò che il Padre mi dà, verrà a me”.

È una situazione che mi ricorda gli animali che entrarono nell’arca costruita da Noè senza che li andasse a cercare, seguendo un istinto che il Signore aveva posto in loro.

E in quel “verrà a me” possiamo distinguere un’azione compiuta responsabilmente, già con una disposizione favorevole che contempla una resa.

“Colui che viene a me, io non lo caccerò fuori”, quindi promessa di accoglimento.

Solo l’interessato, uomo o donna che sia, può scegliere deliberatamente di allontanarsi da Lui e, quindi, si “caccia fuori” da solo esattamente come si ritorna a provare la fame e la sete di prima.

Perché abbiamo senso e rivestiamo dignità, come esseri umani, solo se rimaniamo uniti a Lui. Viceversa, siamo solo rami secchi, buoni al massimo per il fuoco.

Nei versi conclusivi, poi, vediamo che l’accoglienza di Gesù prevede un piano e un posto preciso per ciascuno: “Questa è la volontà di colui che mi ha mandato: che io non perda nulla di quanto egli mi ha dato, ma che lo risusciti nell’ultimo giorno”.

Allo stesso modo qui troviamo accennato il piano di Dio per chiunque crede in Lui, cioè la resurrezione nell’ultimo giorno, quello con cui si chiuderà definitivamente la storia del mondo che conosciamo.

Nel non perdere “nulla di quanto egli mi ha dato” vediamo, in embrione, ciò che Gesù stesso svilupperà con queste parole: “Le mie pecore ascoltano la mia voce e io le conosco ed esse mi seguono. Io do loro la vita eterna e non andranno perdute in eterno e nessuno le strapperà dalla mia mano. Il Padre mio, che me le ha date, è il più grande di tutti e nessuno può strapparle dalla mano del Padre. Io e il Padre siamo una cosa sola” (Giovanni 10.27-30).

Qui, allora, abbiamo il mistero dell’amore del Padre e del Figlio che, così immensamente santi e puri, hanno accolto persone come noi. Amen.

Per la meditazione personale

Mi preparo: chiudo gli occhi, mi concentro sul momento presente, libero la mente da preoccupazioni e pensieri, esprimo interiormente il mio desiderio di stare alla presenza del Signore.

Provo a visualizzare la scena, il luogo in cui avviene, i personaggi principali, le parole che si scambiano, il tono delle voci, i gesti. E lascio affiorare il mio sentire, senza censure, senza giudizi.

Il bello del Vangelo - ed è forse la prima buona notizia - è che Gesù non perde mai pazienza. Si prende sempre il tempo di rispondere alle nostre domande, di mostrarci la strada, di spiegarci la vita.

Possiamo sentire il suo amore attraverso questa cura, quest’attenzione. La seconda buona notizia del giorno è che Gesù non si lascia ingabbiare dai nostri bisogni, dal nostro passato: rimane un uomo libero che porta in sé una risposta per ognuno di noi.

Domande per la preghiera

  • Quale paura si nasconde dietro il mio bisogno di essere rassicurato da un segno?
  • In che occasione ho sentito il mio cuore sazio?
  • Quale segno voglio chiedere al Signore oggi?
  • Di che pane vorrei essere nutrito?
  • Fame di pane, fame di Dio: quale delle due predomina in me?
  • Gesù disse: “Io sono il pane di vita”. Lui toglie la fame e la sete. Quale esperienza ho di questo nella mia vita?

Come un amico fa con un amico, parlo con il Signore su ciò che sto ricevendo da lui oggi. Recito un "Padre nostro" per congedarmi e uscire dalla preghiera.

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