«Convertitevi, perché il regno dei cieli è vicino». La seconda domenica di Avvento presenta la figura di Giovanni il Battista e invita a vivere l’attesa del Signore come un autentico “cambio di rotta”, lasciando che Dio sia il protagonista del nostro cammino personale e della nostra missione.
La predicazione schietta e radicale di Giovanni Battista ci invita a prepararci per la venuta del Signore raddrizzando i suoi sentieri, sgombrando cioè il nostro cuore da tutto ciò che ostacola il rapporto con Dio. In questo abbiamo un aiuto enorme, decisivo, che ci viene da Gesù stesso, che ci raggiunge anche quando ci trova impreparati, e ci offre sé stesso come esempio e come salvezza.
Il Vangelo della seconda domenica di Avvento
Dal Vangelo secondo Matteo (Mt 3,1-12)
In quei giorni, venne Giovanni il Battista e predicava nel deserto della Giudea dicendo: «Convertitevi, perché il regno dei cieli è vicino!». Egli infatti è colui del quale aveva parlato il profeta Isaìa quando disse: «Voce di uno che grida nel deserto: Preparate la via del Signore, raddrizzate i suoi sentieri!».
E lui, Giovanni, portava un vestito di peli di cammello e una cintura di pelle attorno ai fianchi; il suo cibo erano cavallette e miele selvatico. Allora Gerusalemme, tutta la Giudea e tutta la zona lungo il Giordano accorrevano a lui e si facevano battezzare da lui nel fiume Giordano, confessando i loro peccati.
Vedendo molti farisei e sadducei venire al suo battesimo, disse loro: «Razza di vipere! Chi vi ha fatto credere di poter sfuggire all’ira imminente? Fate dunque un frutto degno della conversione, e non crediate di poter dire dentro di voi: “Abbiamo Abramo per padre!”. Perché io vi dico che da queste pietre Dio può suscitare figli ad Abramo.
Già la scure è posta alla radice degli alberi; perciò ogni albero che non dà buon frutto viene tagliato e gettato nel fuoco. Io vi battezzo nell’acqua per la conversione; ma colui che viene dopo di me è più forte di me e io non sono degno di portargli i sandali; egli vi battezzerà in Spirito Santo e fuoco.
Tiene in mano la pala e pulirà la sua aia e raccoglierà il suo frumento nel granaio, ma brucerà la paglia con un fuoco inestinguibile». Parola del Signore
Avvento: un tempo per cambiare direzione
La seconda domenica di Avvento ci presenta la figura di Giovanni il Battista: in Matteo, le prime parole pronunciate dopo la sezione del Vangelo dell’Infanzia sono proprio quelle di Giovanni che invita: “Convertitevi, il regno dei Cieli è vicino!”.
L’Anno liturgico ci invita in due occasioni a convertirci, in Avvento e in Quaresima, che sono tempi forti in preparazione alla celebrazione dei grandi misteri di Cristo: l’Incarnazione e la Pasqua (morte e risurrezione). C’è una grande sapienza in tutto questo: la conversione è un cambio di rotta che alle volte trasforma radicalmente la vita di una persona, ma ci sono piccoli cambi di rotta richiesti lungo tutta la vita, e l’Avvento e la Quaresima ce lo ricordano e ci spronano a intraprenderli.
La liturgia inaugura questo nuovo anno regalando la prima ‘Parola’ (antifona d’ingresso) che è un’implorazione di aiuto e protezione contro i nemici dell’anima. Dice infatti: “Dio mio, in te confido: che io non sia confuso. Non trionfino su di me i miei nemici”.
Domenica 2 dicembre inizia il tempo di Avvento e con esso il nuovo anno liturgico caratterizzato per lo più dall’ascolto del Vangelo secondo Luca.
Che cosa significa convertirsi
In cosa consiste il cambio di rotta chiamato conversione? È lo stesso Giovanni oggi che ce lo indica: vi è la componente del chiedere perdono dei propri peccati, ossia di tutto ciò che ci allontana da Dio e dal prossimo.
La gente andava dal Battista per ricevere il perdono dei peccati. Arrivano anche alcune persone importanti della religione giudea, e il profeta non li tratta molto bene: li chiama razza di vipere e li mette in guardia: non ci sono privilegi o status che facciano saltare questo passaggio, questo atto di umiltà verso Dio.
Del resto, tutta la Bibbia ci ricorda che Dio resiste i superbi, ma dà grazia agli umili. La conversione non consiste dunque in una semplice dichiarazione di appartenenza religiosa, né nella fiducia riposta nei propri privilegi, ma nella disponibilità a riconoscere il peccato e a lasciarsi trasformare da Dio.
L’essenzialità dello stile di vita di Giovanni Battista fa tutt’uno col suo invito a raddrizzare i sentieri per la venuta del Signore. Egli è immagine vivente della necessità di liberarsi di tutto ciò che è un di più rispetto alla vigile attesa del Figlio di Dio.
La conversione produce frutti concreti
Giovanni non chiede una conversione soltanto interiore o teorica. Egli dice: «Fate dunque un frutto degno della conversione». Il cambiamento di rotta deve diventare visibile nella vita, nelle scelte, nelle relazioni e nel modo di stare davanti a Dio e agli altri.
Paolo manda ai fedeli della comunità di Roma il più grande augurio che un cristiano possa sentirsi rivolgere: egli spera che i suoi fratelli nella fede possano seguire l’esempio di Gesù Cristo, accogliendosi l’un l’altro.
La ricerca dell’intesa con tutti, la pratica dell’amore vicendevole - che Paolo raccomanda ai tessalonicesi - non possono essere sostituite da nessuna pratica devozionale (anche buona) con cui si cerca di prepararsi al Natale.
La preparazione al Natale passa quindi attraverso un discernimento concreto: quali atteggiamenti devono essere abbandonati, quali rapporti devono essere risanati, quali abitudini impediscono di accogliere il Signore?
Lasciare a Dio il primato
Un’altra componente della conversione/cambio di rotta è lasciare Dio come protagonista, sia nel nostro cammino personale, che nella nostra missione. Di Giovanni si dice che è il precursore, colui che prepara il cammino a Dio.
È l’esperienza più bella che si possa fare, quella di constatare come il Signore entra nella vita di una persona, le dà senso e gioia, alle volte noi non siamo altro che intermediari, compagni di cammino, o semplicemente testimoni dell’opera di Dio negli altri.
Ma è importante ricordare sempre che il primato è del Signore. Giovanni non conosce Gesù, ma dice con fermezza: viene uno più grande di me.
Nel quarto Vangelo lo indica come “Agnello di Dio” ai suoi discepoli, che poi iniziano a seguire Gesù. Questo è il vero annuncio del Vangelo: indicare Gesù, molte volte attraverso la propria vita, più che con parole, e poi lasciare che Gesù sia il protagonista.
È quello che constatano tanti missionari e missionarie nelle zone di prima evangelizzazione, che ripetono: noi non abbiamo fatto niente, il Signore entra nella vita delle persone, e noi siamo testimoni di questo.
Lasciarsi sorprendere dalla novità di Dio
Ultima componente dei cambi di rotta, anche dei più piccoli che possiamo compiere, è lasciare che Dio ci sorprenda e sia sempre infinita novità.
Anche Giovanni lo ha capito, quando Gesù si presenta davanti a Lui: le parole che leggiamo oggi, presentano il Messia come un giudice severo, i verbi usati sono eloquenti: tagliare, pulire, così come l’immagine della scure.
Eppure Gesù si presenta davanti a Giovanni per farsi battezzare. Il Vangelo che leggeremo in gennaio, che è continuazione di quello odierno, ci racconta che il Battista si oppone a questo gesto di Gesù.
Giovanni è coerente con quello che dice: Lui è superiore a me, non sono degno nemmeno di sciogliergli i legacci dei sandali. Ma Gesù si presenta come assoluta novità di Dio, rivelando il suo volto sempre nuovo: l’umiltà di Dio sempre ci sorprende!
È facile sclerotizzare la nostra esperienza di Dio, deformandola molte volte con le nostre idee, sempre molto umane. Antidoto a tutto questo è lasciarsi sorprendere dalla novità di Dio, dai suoi pensieri, che non sono i nostri pensieri.
Leggere il Vangelo e scoprire nel Dio che muore sulla croce il vero volto del Signore. Sulla croce il Signore non ha scure: le sue mani sono inchiodate… e sempre aperte, in un continuo anelo di abbraccio per ogni creatura.
Gesù si presenta a Giovanni come un peccatore, in fila con gli altri, solidale alla condizione umana. I suoi gesti parlano di misericordia, non di giudizio o “pulizia”. La sua nascita a Betlemme parla di umiltà e povertà.
Questo è il nostro Dio, il Dio in cui crediamo, ma bisogna sempre lasciarsi sorprendere da Lui. Così come ha fatto Giovanni Battista.
Dal caos alla nuova creazione
Lasciare cadere le braccia, rassegnarsi di fronte allo strapotere del peccato che domina nel mondo e in noi: è una pericolosa tentazione. Profeti di sventura sono coloro che ripetono: “Non vale la pena impegnarsi, non cambierà mai nulla”; “non c’è niente da fare, il male è troppo forte”; “la fame, le guerre, le ingiustizie, gli odi esisteranno sempre”.
Non vanno ascoltati. Chi, come Paolo, “ha assimilato il pensiero di Cristo” (1 Cor 2,16), vede la realtà con occhi diversi, scorge il mondo nuovo che sta nascendo e con ottimismo annuncia a tutti: “Proprio ora germoglia, non ve ne accorgete?” (Is 43,19).
La Genesi, in un linguaggio poetico e parabolico, aveva raccontato il passaggio dal caos all’armonia, qui, Luca, in un linguaggio denso di immagini e di visioni, chiamato apocalittico, descrive il passaggio dall’armonia al caos.
Quello che sta vivendo la sua comunità, fragile vaso di coccio in mezzo a vasi di ferro, apparentemente travolta dai grandi eventi dell’Impero, dalle guerre, le lotte di potere, le migrazioni, le carestie. Quello che stiamo vivendo noi, in una infinita litania di lamentele, di degrado, di violenza e incomprensione crescente, di problemi mondiali irrisolti, dal clima al lavoro, in un tempo in cui le guerre sono riapparse e mietono vittime in vari angoli della terra.
Dalla Creazione al caos. Questo sta accadendo, certo. O questo è ciò che pensiamo. E che l’uomo pensa da sempre. In ogni epoca. In ogni istante. In ogni vita. Non è una novità, lamentarsi. Aspettarsi il peggio. Non sta in questo la novità del Vangelo.
La storia dell’umanità è dunque avviata verso una ineluttabile catastrofe? No - assicura Gesù (ed è questo il messaggio centrale del brano) - ma piuttosto verso una nuova creazione.
Ove si scorgono segni del disordine provocato dal peccato, lì va atteso il Figlio dell’uomo con potenza e gloria grande. La sua forza farà nascere dal caos un mondo nuovo (v.27).
Alzare il capo nella prova
Il pericolo da cui Gesù vuole mettere in guardia è la paura e lo scoraggiamento di fronte al male. Egli invita ad aprire il cuore alla speranza: il mondo dominato dall’ingiustizia, dalla cattiveria, dall’egoismo, dall’arroganza è giunto alla fine e ne è già spuntato uno nuovo.
Non è facile né scontato. Il Vangelo richiama tre errori fondamentali: le dissipazioni, le ubriachezze e gli affanni della vita.
Il discepolo non deve lasciarsi piegare dalla paura davanti alla complessità della storia. «Quando cominceranno ad accadere queste cose, alzatevi e levate il capo, perché la vostra liberazione è vicina».
Il Vangelo di oggi invita tutti a “levare il capo”. Non c’è caos da cui Dio non possa ricavare un mondo nuovo e meraviglioso.
Quante persone vediamo camminare “curve”, oppresse dal dolore e dalle disavventure, rattrappite dalla paura. Non hanno la forza di risollevare il capo perché hanno perso ogni speranza: la moglie abbandonata dal marito, i genitori delusi dalle scelte dei figli, il professionista rovinato dall’invidia dei colleghi, gli uomini vittime dell’odio e della violenza, le persone che si sentono in balia dei loro istinti…
Il mondo nuovo può nascere da qualunque situazione caotica, basta lasciare operare la parola di Dio, come è accaduto all’inizio della creazione.
La vigilanza e la preghiera
“Vegliate in ogni momento pregando” (21,36). Sono le ultime parole di Gesù, prima del grande racconto della passione, possiamo raccoglierle come un testamento, un’ultima e decisiva raccomandazione.
Dinanzi all’imprevedibilità degli eventi, il Maestro insegna a coltivare una sana vigilanza. Il verbo agrypnéō significa non cadere nel sonno. Possiamo anche tradurre: non chiudere gli occhi.
L’esortazione non va intesa solo in riferimento al giorno ultimo ma anche all’esistenza quotidiana. Il discepolo deve essere attento e docile non solo nelle grandi occasioni ma “in ogni momento” [en pantí kairō]: il Signore realizza la sua storia dentro le vicende dell’umanità.
Solo chi attende pregando può imparare a riconoscere il tempo in cui Dio viene nell’oggi e accogliere i suoi misteriosi appelli. Solo chi prega può fare di ogni esperienza il kairós di Dio.
Per prevenire tali cedimenti Gesù ‘prescrive’ la preghiera, ma una preghiera di qualità: costante, notturna (“vegliate!”) e incessante.
La preghiera non solo ci fa restare svegli ma ci rende anche più intelligenti, ci aiuta a intus-legere, a scoprire negli eventi la luce di Dio.
Le tre trappole: dissipazioni, ubriachezze e affanni
Di fronte alle forze del male che sembrano sempre avere la meglio, oltre allo scoraggiamento c’è il pericolo della fuga, della ricerca di palliativi, delle soluzioni fasulle (vv.34-35).
Luca - che forse ha sott’occhio il comportamento di alcuni cristiani delle sue comunità - li elenca in modo crudo. Accenna anzitutto alle crapule, alle sbevazzate. Sono il simbolo di tutte le dissolutezze, di tutte le evasioni e le dissipazioni mediante le quali cerchiamo di anestetizzare le delusioni e i fallimenti.
Queste evasioni sono “un laccio” (v.35), una trappola in cui molte persone cadono, restano impigliate senza riuscire più ad andare incontro al Signore che viene.
Il primo vocabolo in greco è kraipálē: indica una persona che barcolla, non sa governare la propria vita, si lascia trascinare dalla corrente. Dissipare significa non saper gestire la propria vita, riempire la vita di cose che non hanno valore.
È la trappola più insidiosa perché ci fa vivere alla superficie. L’ubriachezza fa pensare a tutto ciò che fa provoca ebbrezza e toglie o attenua la capacità di agire con libertà e ragionevolezza.
Gli affanni della vita richiamano invece quelle situazioni in cui le preoccupazioni eccessive strappano la speranza, chiudono in un presente senza futuro.
Il credente non si lascia turbare dagli eventi, anche quelli più dolorosi, ma vive tutto alla presenza di Dio. Per questo attende in preghiera, il suo sguardo è costantemente rivolto a Dio.
È molto facile confondersi, ingannarsi, aspettarlo dove egli non viene e precludergli invece la strada dove egli desidera entrare (nelle nostre cattive abitudini, nel nostro attaccamento ai beni di questo mondo, nei nostri progetti di grandezza…).
La speranza nelle promesse di Dio
Prima Lettura (Ger 33,14-16)
14 Ecco verranno giorni - oracolo del Signore - nei quali io realizzerò le promesse di bene che ho fatto alla casa di Israele e alla casa di Giuda. 15 In quei giorni e in quel tempo farò germogliare per Davide un germoglio di giustizia; egli eserciterà il giudizio e la giustizia sulla terra. 16 In quei giorni Giuda sarà salvato e Gerusalemme vivrà tranquilla. Così sarà chiamata: Signore-nostra-giustizia.
Ricostruire una casa quando si hanno ancora sotto gli occhi i tizzoni fumiganti della precedente richiede una forza d’animo non comune, soprattutto se si è già avanti negli anni e non si è sorretti da prospettive future stimolanti.
La delusione e lo sconforto fanno perdere l’entusiasmo e fanno apparire insormontabili le difficoltà. La situazione degli Israeliti ai quali il profeta rivolge le parole contenute in questa lettura, può essere paragonata a quella di chi, sconsolato, fissa le macerie della propria casa.
Un gruppo di esuli tornato da Babilonia trova la città di Gerusalemme in rovina. La terra devastata è divenuta un rifugio di sciacalli (Ger 10,22). Volgono attorno lo sguardo e non scorgono che segni di morte e distruzione.
Inizia la ricostruzione, ma i lavori procedono a rilento. Un cupo presentimento grava sull’animo di tutti, anche se nessuno vorrebbe lasciarlo trasparire: noi chiuderemo gli occhi e saremo riuniti ai nostri padri prima di vedere la nuova Gerusalemme.
Si chiedono: come mai siamo stati colpiti da così gravi sciagure? Dio ci ha abbandonato per sempre? Si è forse dimenticato delle promesse fatte ad Abramo, a Isacco, a Giacobbe, a Davide?
A questa gente sfiduciata il profeta rivolge un messaggio di speranza: le nostre infedeltà, quelle che ci hanno portato alla rovina, non impediranno al Signore di realizzare le sue promesse, perché egli è comunque fedele (v.14).
Stanno per giungere - dice - i giorni in cui, nella famiglia di Davide, spunterà un germoglio giusto che “eserciterà il giudizio e la giustizia” (v.15).
Se il giudizio e la giustizia di Dio fossero di tipo forense, gli israeliti non dovrebbero aspettarsi che un verdetto di condanna. Ma egli non viene mai per pronunciare una sentenza, egli viene per creare la giustizia, la sua giustizia che consiste nel coinvolgimento dell’uomo nel suo progetto di salvezza.
Il cambiamento del nome di Gerusalemme indica il pieno successo della sua opera. La città - immagine di tutto il popolo - sarà chiamata Signore nostra giustizia, cioè: il Signore è riuscito ad infondere in noi la sua giustizia (v.16).
Le promesse del profeta suscitarono in molti la speranza di un intervento prodigioso di Dio per rimettere in piedi la città distrutta. Rimasero delusi. La ricostruzione del paese fu lenta e richiese molti sacrifici e tanta fatica.
Le promesse hanno tardato a realizzarsi, ma Dio le ha mantenute. Il germoglio di Davide atteso dagli israeliti - oggi lo sappiamo - è stato inviato: Gesù di Nazareth.
Con lui ha avuto inizio il regno di pace e di giustizia. È ancora un piccolo albero che si sviluppa lentamente e ha bisogno del nostro impegno e della nostra collaborazione.
Chi si scoraggia, chi si arrende di fronte alle difficoltà, chi diviene intollerante con se stesso e con gli altri, chi pretende di ottenere trasformazioni radicali ed immediate non ha capito i ritmi di crescita del regno di Dio.
Vero profeta è chi aiuta a cogliere i segni del mondo nuovo che sorge, chi infonde fiducia e speranza, chi fa comprendere che per il regno del male non c’è futuro, chi, anche nelle situazioni disperate, sa indicare un cammino per recuperare, per ricostruire una vita che agli occhi degli uomini può sembrare irrimediabilmente distrutta.
L’amore vicendevole prepara la venuta del Signore
Seconda Lettura (1 Ts 3,12-4,2)
3, 12Il Signore poi vi faccia crescere e abbondare nell’amore vicendevole e verso tutti, come anche noi lo siamo verso di voi, 13 per rendere saldi e irreprensibili i vostri cuori nella santità, davanti a Dio Padre nostro, al momento della venuta del Signore nostro Gesù con tutti i suoi santi.
4,1 Per il resto, fratelli, vi preghiamo e supplichiamo nel Signore Gesù: avete appreso da noi come comportarvi in modo da piacere a Dio, e così già vi comportate; cercate di agire sempre così per distinguervi ancora di più. 2 Voi conoscete infatti quali norme vi abbiamo dato da parte del Signore Gesù.
La ragione per cui è stato scelto questo brano come seconda lettura di questa prima domenica di Avvento sta nel fatto che in essa si parla della venuta del Signore Gesù con tutti i suoi santi (3,13) e ci viene detto anche come ci si deve preparare a questa venuta.
Rivolgendosi ai cristiani di Tessalonica, Paolo riconosce che essi sono molto buoni, ma chiede al Signore che li faccia crescere ancor più nell’amore reciproco (v.12).
Questo - dice - è il cammino che porta alla santità ed è l’unico modo per attendere in modo vigilante la venuta del Signore (v.13).
Le parole dell’Apostolo sono valide anche per le comunità di oggi che si preparano ad accogliere il Signore. I rapporti reciproci sono probabilmente già abbastanza buoni, ma è sempre possibile migliorarli.
Forse c’è ancora qualche incomprensione da superare, c’è qualche contrasto che va risolto, qualche tensione da allentare.
Il richiamo ad un ‘tempo nuovo’ c’è anche nella seconda Lettura che è tratta dal documento più antico del Nuovo Testamento: la I lettera ai credenti di Tessalonica (attuale Salonicco).
Il momento in cui Paolo scrive è impregnato di tensione dovuta alla convinzione che fosse imminente il ritorno del Signore. Allora l’Apostolo suggerisce loro che non rimane altro che inaugurare una nuova fase in cui “progredire ancora di più” nella fede, sovrabbondando nell’amore verso tutti perché, per prepararsi alla “venuta del Signore nostro Gesù”, non esiste cosa migliore che la testimonianza dell’amore vicendevole.
Il linguaggio apocalittico del Vangelo
Vangelo (Lc 21,25-28.34-36)
25 Vi saranno segni nel sole, nella luna e nelle stelle, e sulla terra angoscia di popoli in ansia per il fragore del mare e dei flutti, 26 mentre gli uomini moriranno per la paura e per l’attesa di ciò che dovrà accadere sulla terra. Le potenze dei cieli infatti saranno sconvolte.
27 Allora vedranno il Figlio dell’uomo venire su una nube con potenza e gloria grande. 28 Quando cominceranno ad accadere queste cose, alzatevi e levate il capo, perché la vostra liberazione è vicina.
34 State bene attenti che i vostri cuori non si appesantiscano in dissipazioni, ubriachezze e affanni della vita e che quel giorno non vi piombi addosso improvviso; 35 come un laccio esso si abbatterà sopra tutti coloro che abitano sulla faccia di tutta la terra.
36 Vegliate e pregate in ogni momento, perché abbiate la forza di sfuggire a tutto ciò che deve accadere, e di comparire davanti al Figlio dell’uomo.
Un ‘tempo nuovo’ lo prospetta anche il Vangelo il cui brano coincide con il culmine del così detto ‘discorso apocalittico’: la venuta del Figlio dell’uomo.
Questa venuta è anticipata da sconvolgenti fenomeni riguardanti il mondo celeste (sole, luna e stelle), quello umano (angoscia di popoli), quello marino (fragore delle onde del mare) e suggellato dalla morte di uomini causata dalla “paura” di questo scenario apocalittico e catastrofico.
Ma dopo questi fatti sopraggiungerà il Figlio dell’uomo “sulla nube”, immagine che rimanda alla gloria della presenza divina.
A questo punto, mentre da un lato gli “uomini moriranno dalla paura”, dall’altro, coloro che avranno la sapienza di leggere questi fenomeni come premonitori dell’avvento del Signore, reagiranno diversamente: alzeranno il capo prendendo consapevolezza che la loro “liberazione è vicina”.
Di fronte alle espressioni drammatiche e molto esplicite con cui inizia il Vangelo di oggi, si è portati a pensare che Gesù stia dando in anticipo qualche informazione su ciò che accadrà alla fine del mondo.
È così che il testo è stato spesso interpretato, non solo dai fanatici delle sette fondamentaliste, ma, in passato, anche da qualche predicatore nelle nostre chiese.
Il susseguirsi dei fatti narrati è agghiacciante: segni nel sole, nella luna e nelle stelle, le potenze dei cieli che vengono sconvolte e sulla terra il fragore terrificante del mare agitato da una spaventosa burrasca.
Sembra il preludio ideale alla scena degli angeli che con le loro trombe vengono a risvegliare i morti e all’apparizione, sulle nubi del cielo, del Cristo giudice.
Giudice severo (difficile immaginarlo diverso, conoscendo qual è stata la storia dell’umanità, almeno fino ad oggi) venuto per pronunciare l’inappellabile verdetto.
Il minaccioso annuncio della fine del mondo oggi sgomenta sempre meno: turba psicologicamente qualche persona e fa invece sorridere coloro che dovrebbe scuotere, far riflettere, riportare alla ragione.
Se l’obiettivo di Gesù fosse quello di incutere paura non avrebbe raggiunto lo scopo. Gesù non intende suscitare spavento, ma ottenere esattamente l’opposto.
Egli vuole liberare dalla paura, suscitare gioia, infondere speranza. Lo vedremo: non sta minacciando cataclismi, ma annuncia un evento lieto.
La creazione al contrario
Cerchiamo allora di capire il significato di questo difficile brano, difficile perché usa un linguaggio che non è più il nostro.
Per descrivere un grande cambiamento, una trasformazione radicale del mondo, un intervento risolutore di Dio, la Bibbia è solita impiegare immagini impressionanti - le cosiddette immagini apocalittiche - molto usate dai predicatori e dagli scrittori del tempo di Gesù.
Notiamo, anzitutto, che gli elementi menzionati (il sole, la luna, le stelle, le potenze dei cieli, il mare) sono gli stessi che compaiono nel racconto della creazione.
Il libro della Genesi inizia con le parole: “La terra era informe e deserta e le tenebre ricoprivano l’abisso” (Gen 1,2). Nessuna luce, nessuna forma di vita, tutto era disordine e oscurità fino a quando Dio non intervenne con la sua parola.
Poi comparvero il sole e la luna per segnare regolarmente i ritmi dei giorni, delle notti e delle stagioni.
Il mare - immaginato dagli antichi come un mitico mostro - invadeva la terra, ma Dio “lo chiuse tra due porte… gli mise un chiavistello e disse: fin qui giungerai e non oltre e qui si infrangerà l’orgoglio delle tue onde” (Gb 38,8-11).
Così si passò dal caos al cosmo e la terra divenne abitabile per uomini, animali e piante.
Nel nostro brano si annuncia un movimento opposto: viene descritto un ritorno al caos primordiale.
Si dice che le forze che mantengono l’ordine nell’universo vengono sconvolte, si regredisce alla situazione confusa, informe e buia che esisteva prima della creazione.
La prima domenica di Avvento propone una “Creazione al contrario” quella che Luca descrive all’inizio di questo nuovo anno liturgico.
La Genesi, in un linguaggio poetico e parabolico, aveva raccontato il passaggio dal caos all’armonia, qui, Luca, in un linguaggio denso di immagini e di visioni, chiamato apocalittico, descrive il passaggio dall’armonia al caos.
Il male nel mondo e la speranza cristiana
Le immagini apocalittiche usate da Gesù non si riferiscono a esplosioni di astri, a scontri catastrofici di stelle e pianeti, ma parlano di ciò che accade oggi.
È nel nostro mondo che diviene impossibile vivere: si commettono soprusi e ingiustizie, ci sono odio, violenze, guerre, condizioni disumane, la natura stessa viene distrutta dallo sfruttamento sconsiderato delle risorse ed anche i ritmi dei tempi e delle stagioni non sono più regolari.
Angosciati gli uomini si chiedono: cosa accadrà? Dove andremo a finire? Ecco la paura.
Di fronte al male che li sovrasta e che non riescono a controllare gli uomini sanno solo spaventarsi e tremare: “Gli uomini moriranno per la paura e per l’attesa di ciò che dovrà accadere sulla terra” - dice il Vangelo di oggi (v.26).
È il terrore che gli uomini provano di fronte ai disastri che hanno provocato con il rifiuto di ogni legge etica, con il disprezzo dei valori più sacri, con la perdita di tutti i punti di riferimento morale.
Non ci uniamo, anche noi cristiani, all’infinita schiera dei lamentosi di professione. Anzi.
Alzate il capo. Luca, simpatico, entra in scena all’inizio di questo avvento sparigliando le carte, ribaltando al tavolo, prendendoci amabilmente per il naso, irridendo il nostro atteggiamento tutto compito, serioso, preoccupato, che tanto amiamo indossare.
Niente scene di panico, niente sparuti gruppi di fedeli chiuse nelle sacrestie in attesa della fine del mondo, macché. Niente siti apocalittici di devoti ultimi difensori della fede, di criticoni ammantati di invii divini.
È normale che il mondo sia sempre in bilico. Che lo siamo anche noi. In bilico su un abisso, in bilico sul caos.
In fondo non era esattamente quello che Dio ha voluto creando l’Universo? Dare un ordina al caos, senza distruggerlo? Orientarlo?
E non era il compito che ha affidato a quell’umano fatto a sua immagine? Continuare a creare?
Quindi, poche storie, quando si costruisce una casa è normale che manchino le finiture, che ci siano tanti mattoni in giro, che certe cose ancora non si vedano pulite e linde.
I lavori sono in corso, altro che storie. E davanti a tutti questi eventi, dice Gesù, non lasciamoci prendere dal panico.
Perché il tempo gioca a nostro favore. La storia è quella che è. Un insieme di eventi foschi e di meraviglie. L’uomo è quello che è, un miscuglio di fango e Spirito divino.
Di cosa ci stupiamo? Andiamo oltre l’apparenza. Dio viene.
La ricostruzione lenta del Regno
Gerusalemme sarà ribattezzata Signore nostra giustizia, cioè il Signore è riuscito a infondere in noi la giustizia.
Così Geremia incoraggia quanti sono tornati dall’esilio e hanno trovato solo macerie e si scoraggiano, sapendo che non riusciranno a vedere la ricostruzione della città e del tempio.
Ci vorrà del tempo, e tanto, per vedere ricostruita Gerusalemme. Ci vorranno secoli e la venuta del Messia.
Ma Geremia ci indica una chiave di lettura, un orizzonte, un altrove. No, il mondo non sta precipitando nel caos, come dicevano domenica scorsa, ma fra le braccia di Dio.
Lo credo, lo vivo con fatica, combatto per costruire spazi di Regno nel caos, occasioni di luce nelle tenebre, ordine in me e dove vivo.
Dobbiamo agire, però. Mica sta con le mani in mano. Lavorare e sodo.
Il regno di pace e di giustizia inaugurato da Gesù è ancora un piccolo albero che si sviluppa lentamente e ha bisogno del nostro impegno e della nostra collaborazione.
Chi si scoraggia, chi si arrende di fronte alle difficoltà, chi diviene intollerante con se stesso e con gli altri, chi pretende di ottenere trasformazioni radicali ed immediate non ha capito i ritmi di crescita del regno di Dio.
Come vivere l’attesa del Natale
Per prepararci al Natale, per fare spazio a Dio, senza giocare con le emozioni sdolcinate ma consapevoli che Cristo continuamente chiede di entrare nella nostra vita, di nascere nelle nostre scelte quotidiane.
Ci sta, bene, e oggi partiamo col turbo. Non nascondiamoci dietro la preoccupazione di un mondo che si sfascia.
Non accampiamo scuse alla nostra evidente brontolaggine, non poniamo condizioni alla felicità. Consapevolezza, questo ci vuole.
All’inizio di questo tempo, segnato dalla luce del Verbo che per noi si è fatto carne, siamo invitati a fare un attento discernimento per eliminare tutto ciò che è inutile, appesantisce la vita e ci impedisce di fissare lo sguardo su Dio solo.
La Parola accompagna e sostiene il cammino della Chiesa, dona luce e forza a coloro che cercano la verità, indica la via della fedeltà.
Ogni giorno risuona questa Parola. Ho voluto raccogliere qualche briciola di questo banchetto che rallegra il cuore per condividere con i fratelli la gioia della fede e la speranza del Vangelo.
Domande per la preghiera personale
È da questa esperienza della novità di Dio che si danno i piccoli cambi di rotta: dallo stupore che nasce dall’incontro con Gesù, più che dalla nostra volontà.
Per la preghiera: mi chiedo: qual è l’immagine di Dio che ho in questo momento? la confronto con il Vangelo di Natale e mi lascio stupire.
mi metto in profondo ascolto di Gesù, nel silenzio: cosa mi sta sussurrando?
E mi lascio stupire dopo questa esperienza, mi chiedo quale piccolo cambio di rotta mi sta chiedendo oggi il Signore.
- Qual è l’immagine di Dio che ho in questo momento?
- La confronto con il Vangelo di Natale e mi lascio stupire.
- Mi metto in profondo ascolto di Gesù, nel silenzio: cosa mi sta sussurrando?
- Quale piccolo cambio di rotta mi sta chiedendo oggi il Signore?
