Commento al Vangelo del 25 maggio: Maria Madre della Chiesa

Il Vangelo del 25 maggio presenta Gesù sulla croce mentre affida sua madre Maria al discepolo amato: «Donna, ecco tuo figlio!» e poi dice al discepolo: «Ecco tua madre!». In questo gesto non c’è soltanto l’affidamento di Maria a qualcuno che si prenda cura di lei, ma un atto ecclesiale: Gesù consegna sua Madre a ogni discepolo e mostra il modo di essere Chiesa.

La Chiesa nasce sotto la croce, nel momento del massimo dono di Cristo, e nasce attorno a una madre. Maria è Madre della Chiesa perché è Madre del discepolo; è il volto materno della comunità cristiana, chiamata ad ascoltare la Parola, rimanere accanto ai crocifissi della storia, perseverare nella preghiera e attendere lo Spirito Santo.

Il Vangelo del giorno: «Ecco tua madre!»

In quel tempo, stavano presso la croce di Gesù sua madre, la sorella di sua madre, Maria madre di Clèopa e Maria di Màgdala. Gesù allora, vedendo la madre e accanto a lei il discepolo che egli amava, disse alla madre: «Donna, ecco tuo figlio!». Poi disse al discepolo: «Ecco tua madre!». E da quell’ora il discepolo l’accolse con sé.

Dopo questo, Gesù, sapendo che ormai tutto era compiuto, affinché si compisse la Scrittura, disse: «Ho sete». Vi era lì un vaso pieno di aceto; posero perciò una spugna, imbevuta di aceto, in cima a una canna e gliela accostarono alla bocca. Dopo aver preso l’aceto, Gesù disse: «È compiuto!». E, chinato il capo, consegnò lo spirito.

Era il giorno della Parascève e i Giudei, perché i corpi non rimanessero sulla croce durante il sabato - era infatti un giorno solenne quel sabato -, chiesero a Pilato che fossero spezzate loro le gambe e fossero portati via. Vennero dunque i soldati e spezzarono le gambe all’uno e all’altro che erano stati crocifissi insieme con lui.

Venuti però da Gesù, vedendo che era già morto, non gli spezzarono le gambe, ma uno dei soldati con una lancia gli colpì il fianco, e subito ne uscì sangue e acqua. Parola del Signore.

Maria ai piedi della croce

La memoria della Beata Vergine Maria Madre della Chiesa

Quando Gesù, dalla croce, dice a Giovanni: “Ecco tua madre”, non sta semplicemente affidando Maria a qualcuno che se ne prenda cura. Sta compiendo un atto ecclesiale, un gesto che scuote le nostre categorie religiose: ci sta consegnando sua Madre, e con lei ci consegna il modo di essere Chiesa.

Gesù non consegna la Chiesa a Pietro, ma Maria a Giovanni. E forse oggi ci vuole dire che senza il cuore materno di Maria la Chiesa smette di essere generativa, e diventa solo organizzazione, struttura, comando.

Maria, Madre della Chiesa… perché prima è Madre del discepolo. Maria non è “Madre della Chiesa” in modo astratto, teologico. È Madre della Chiesa perché è Madre del discepolo. E il discepolo è chi - come Giovanni - resta ai piedi della croce anche quando tutto sembra finito.

Maria è madre proprio lì, dove finiscono le nostre forze, dove la fede sanguina, dove non capiamo. E da lì ci genera.

Maria ci genera a Cristo

Ci fa quasi paura dirlo, ma è vero: senza Maria non diventiamo cristiani, diventiamo simpatizzanti di Cristo. Maria non ci dà un Gesù, ci dà il Gesù vero, quello che si lascia toccare, che nasce nella nostra carne, che entra nelle nostre ferite.

Non basta credere in Gesù. Occorre lasciarsi generare a Lui. E questa è opera di Maria.

Maria non è un soprammobile devozionale. È una madre operativa, che lavora nel silenzio, che forma, che plasma, che educa, che riporta a Cristo ogni volta che ce ne allontaniamo.

La Chiesa nasce sotto la croce

Che immagine potente: la Chiesa nasce sotto la croce, non in un ufficio, non in una riunione, non in un documento. Nasce da una Donna in lacrime che non smette di credere.

Bastano questi versetti del Vangelo di Giovanni per avere una delle definizioni più belle della Chiesa. La Chiesa nasce sotto la croce. Nasce nel momento del massimo dono di Cristo e nasce attorno a una madre.

Oggi facciamo memoria della Beata Vergine Maria, Madre della Chiesa. E questa memoria non è soltanto una devozione o un ricordo affettuoso, ma è una memoria viva, che ci ricorda da dove veniamo e chi siamo chiamati a essere.

Maria è l’immagine più bella della Chiesa. La Chiesa è davvero Chiesa solo quando assomiglia a Maria. Quando sa ascoltare la Parola di Dio e dire il proprio “eccomi”, anche senza capire tutto fino in fondo.

Una Chiesa capace di ascolto e servizio

La Chiesa è Chiesa quando, come Maria, ha gli occhi aperti sui bisogni degli altri. Li ha avuti per Elisabetta, correndo da lei dopo l’Annunciazione.

Li ha avuti a Cana, accorgendosi prima di tutti che mancava il vino salvando la gioia a due sposi sprovveduti.

La Chiesa è Chiesa quando sa stare sotto la croce. Quando non fugge davanti al dolore degli uomini e delle donne del proprio tempo, ma rimane accanto ai crocifissi della storia.

La Chiesa è Chiesa anche quando persevera nella comunione, nella preghiera e nell’unità, come Maria insieme agli apostoli nel cenacolo, nell’attesa dello Spirito Santo.

Per questo Maria non è un elemento secondario della fede cristiana. È il volto materno della Chiesa, il modello concreto di ciò che ogni comunità cristiana dovrebbe diventare.

Accogliere Maria nella propria vita

Il Signore stesso sa che ci occorrono rifugio e protezione in mezzo a tanti pericoli. Per questo, nel momento più alto, sulla croce, ha detto al discepolo amato, a ogni discepolo: «Ecco tua Madre!» (Gv 19,27).

La Madre non è (…) una cosa opzionale, è il testamento di Cristo. E noi abbiamo bisogno di lei come un viandante del ristoro, come un bimbo di essere portato in braccio.

È un grande pericolo per la fede vivere senza Madre, senza protezione, lasciandoci trasportare dalla vita come le foglie dal vento. Il Signore lo sa e ci raccomanda di accogliere la Madre.

Non è galateo spirituale, è un’esigenza di vita. Amarla non è poesia, è saper vivere. Perché senza Madre non possiamo essere figli.

E noi, prima di tutto, siamo figli, figli amati, che hanno Dio per Padre e la Madonna per Madre.

Il Concilio Vaticano II insegna che Maria è «segno di certa speranza e di consolazione per il peregrinante popolo di Dio» (Cost. Lumen gentium, VIII, V).

È segno, è il segno che Dio ha posto per noi. Se non lo seguiamo, andiamo fuori strada.

Perché c’è una segnaletica della vita spirituale, che va osservata. Essa indica a noi, «ancora peregrinanti e posti in mezzo a pericoli e affanni» (ivi. 62), la Madre, che è già giunta alla meta.

Chi meglio di lei può accompagnarci nel cammino? Che cosa aspettiamo?

Come il discepolo che sotto la croce accolse la Madre con sé, «fra le cose proprie», dice il Vangelo (Gv 19,27), anche noi (…) invitiamo Maria a casa nostra, nel cuore nostro, nella vita nostra.

Discepolo accoglie Maria nella casa

La presenza che cambia tutto

Quando entriamo in un ospedale, vediamo spesso persone sedute accanto a un letto: familiari, amici, qualcuno che tiene una mano, che aspetta, che resta lì. A volte non possono fare nulla per guarire, ma sono lì… e quella presenza cambia tutto.

Ma ci sono anche persone che in ospedale non hanno nessuno. Nessuno che venga a trovarle, nessuno che si sieda accanto, nessuno che le chiami per nome. Ed è forse questa la sofferenza più grande: sentirsi soli proprio nel momento del bisogno.

Sotto la croce, nel momento più doloroso della vita di Gesù, c’è Maria. Anche lì, nel momento più duro, lei resta.

E Gesù, vedendo il discepolo, dice: «Ecco tua madre». È come se in quel momento pensasse anche a tutti noi, a quando ci sentiamo soli, e ci affidasse a lei.

Maria diventa madre di ogni discepolo. Una madre che non si allontana, che non si dimentica, che non arriva solo quando tutto va bene.

È presente anche nei momenti più difficili, proprio come sotto la croce.

Onorare la Madonna allora è qualcosa di semplice: possiamo parlarle, affidarci a lei, dirle quello che abbiamo nel cuore. Come si fa con una mamma.

E pian piano scopriamo che davvero non siamo soli.

Allora oggi, anche se ci sentiamo un po’ smarriti o stanchi, possiamo fare una cosa molto semplice: dire nel cuore “Santa Maria, stammi vicino”.

E chi si affida a Maria sentirà sempre il conforto della sua presenza.

La Parola della prima lettura: la donna e la promessa

Il Signore Dio lo chiamò e gli disse: «Dove sei?». Rispose: «Ho udito la tua voce nel giardino: ho avuto paura, perché sono nudo, e mi sono nascosto».

Riprese: «Chi ti ha fatto sapere che sei nudo? Hai forse mangiato dell’albero di cui ti avevo comandato di non mangiare?». Risponde l’uomo: «La donna che tu mi hai posta accanto mi ha dato dell’albero e io ne ho mangiato».

Il Signore Dio disse alla donna: «Che hai fatto?». Risponde la donna: «Il serpente mi ha ingannata e io ho mangiato».

Allora il Signore Dio disse al serpente: «Poiché hai fatto questo, maledetto tu fra tutto il bestiame e fra tutti gli animali selvatici! Sul tuo ventre camminerai e polvere mangerai per tutti i giorni della tua vita.

Io porrò inimicizia fra te e la donna, fra la tua stirpe e la sua stirpe: questa ti schiaccerà la testa e tu le insidierai il calcagno».

L’uomo chiamò sua moglie Eva, perché ella fu la madre di tutti i viventi. Parola di Dio.

Maria, madre di una Chiesa generativa

La colletta della memoria liturgica afferma: «Dio, Padre di misericordia, il tuo Figlio unigenito, morente sulla croce, ci ha donato la sua stessa Madre, la beata Vergine Maria, come nostra Madre; concedi che la tua Chiesa, sorretta dal suo amore, sia sempre più feconda nello Spirito, esulti per la santità dei suoi figli e raccolga nel suo grembo l’intera famiglia degli uomini».

Questa preghiera collega direttamente la maternità di Maria alla fecondità della Chiesa. La comunità cristiana non è chiamata soltanto a conservare una struttura, ma a generare vita, a raccogliere l’intera famiglia degli uomini e a lasciarsi sostenere dall’amore materno della Vergine.

La Chiesa nasce da una donna ferita e fedele. Maria rimane accanto alla croce e, proprio nel luogo della sofferenza, accoglie una nuova maternità.

Oggi Maria ci chiede qualcosa di esigente:

  • Lasciati generare di nuovo
  • Resta ai piedi delle tue croci con Lei
  • Prendila con te, come fece Giovanni: non come devozione, ma come stile di vita, come modo di guardare Dio, gli altri, la missione.

La domanda finale, provocatoria, è questa: La sto accogliendo come Madre… o come un decoro della mia fede?

Maria mi sta generando a Cristo, oppure sto resistendo al suo parto?

La preghiera perseverante insieme a Maria

Dopo che Gesù fu assunto in cielo, gli apostoli ritornarono a Gerusalemme dal monte detto degli Ulivi, che è vicino a Gerusalemme quanto il cammino permesso in giorno di sabato.

Entrati in città, salirono nella stanza al piano superiore, dove erano soliti riunirsi: vi erano Pietro e Giovanni, Giacomo e Andrea, Filippo e Tommaso, Bartolomeo e Matteo, Giacomo figlio di Alfeo, Simone lo Zelota e Giuda figlio di Giacomo.

Tutti questi erano perseveranti e concordi nella preghiera, insieme ad alcune donne e a Maria, la madre di Gesù, e ai fratelli di lui. Parola di Dio.

La presenza di Maria nel cenacolo mostra una Chiesa raccolta nella preghiera, nella comunione e nell’attesa. La Madre non sostituisce la comunità, ma la accompagna mentre essa si prepara ad accogliere lo Spirito Santo.

Il Salmo: la città di Dio

Di te si dicono cose gloriose, città di Dio!

Sui monti santi egli l’ha fondata; il Signore ama le porte di Sion più di tutte le dimore di Giacobbe.

Si dirà di Sion: «L'uno e l'altro in essa sono nati e lui, l'Altissimo, la mantiene salda».

Il Signore registrerà nel libro dei popoli: «Là costui è nato». E danzando canteranno: «Sono in te tutte le mie sorgenti».

Il significato della nuova Gerusalemme

L’immagine della Gerusalemme santa, che scende dal cielo, ammantata della gloria di Dio, potrebbe far pensare a un altro mondo, diverso da quello in cui vivono gli esseri umani e in cui si trova, invece, la vecchia Gerusalemme, con il suo splendore e la sua miseria, la sua gioia e le sue lacrime, la sua pace e la sua violenza…

Nella storia cristiana, l’immagine della nuova Gerusalemme ha fatto anche pensare alla contrapposizione tra ciò che è nuovo e ciò che è antico, tra ciò che appartiene al passato e ciò che invece è presente, tra l’antica alleanza ormai estinta e la nuova, in vigore…

In verità, nessuna di queste supposizioni è vera. Bisogna fare attenzione alla concezione neoplatonica che ha inficiato tante verità cristiane e che porta a separare il mondo dello spirito e quello della carne umana.

Né Giovanni né Paolo, con l’annuncio della Gerusalemme celeste intendono alludere a un «altro» mondo, lontano dal nostro, in una sorta di dualismo evasivo. L’«altro mondo» non è altro che la trasfigurazione del «nostro mondo».

Parlando del mondo che verrà, della Gerusalemme nuova o di cieli nuovi e terra nuova, il libro di Isaia (Is 65,17; 66,22) e quello dell’Apocalisse non intendono negare l’incrollabile fedeltà di Dio alla prima e unica creazione.

Quando Dio promette, non si pente: la sua promessa rimane, nonostante l’infedeltà umana.

Cristo, con la sua risurrezione, ha dato inizio a una nuova creazione, della quale fanno parte giudei e gentili, non più estranei gli uni agli altri e concorrenti, ma pacificati, con i muri della separazione abbattuti da Cristo.

La nuova Gerusalemme è, insieme, la città della promessa divina e dell’impegno umano: in essa vivranno gomito a gomito uomini che finora erano stati nemici e concorrenti, perché in essa non esistono più «né giudeo né greco, né schiavo né libero, né uomo né donna», perché tutti sono «una sola persona in Cristo Gesù» e tutti sono «discendenza di Abramo, eredi secondo la promessa» (Gal 3,28-29).

La pace di Cristo e la missione della Chiesa

Il contesto in cui Gesù pronuncia quanto ci viene proposto dal Vangelo di oggi è assolutamente decisivo per la sua comprensione. Si tratta dell’ultimo lungo discorso, che avviene nella notte, prima della partenza definitiva di Gesù dai suoi.

La notte è il tempo del buio, dell’angoscia, ma anche del riposo e dell’intimità. Prima della sua ora, Gesù rivolge per l’ultima volta ai suoi discepoli parole molto intime: per confortarli e sorreggerli, rassicurarli e spronarli.

Il contesto della partenza offre un ulteriore motivo di riflessione, perché la situazione di partenza o di morte è il momento dei ricordi, ma anche delle consegne, delle volontà ultime che si vorrebbe rimanessero per sempre.

Anzitutto Gesù invita i suoi a leggere l’assenza non come una disgrazia, ma come un modo diverso di essere presenti: «Se qualcuno mi ama, osserverà la mia parola e il Padre mio lo amerà e verremo a lui e faremo dimora presso di lui».

Se Gesù se ne va, non potrà più essere certamente dove i discepoli lo vedevano prima, ma sarà certamente - insieme al Padre - ovunque là dove essi si troveranno: sulle strade polverose dell’oriente e nelle città ellenistiche dell’occidente, dove si costruiranno palazzi e case, dove abiterà qualcuno/a che si adopera e combatte per la giustizia e la pace.

I discepoli saranno costruttori del mondo, nella serena fiducia che lì dove due o tre osservano la Parola, là Dio pone la sua dimora.

La pace / shalôm che Gesù dona, subito dopo aver evocato lo Spirito, non è semplicemente un augurio o una promessa, ma un pegno e un impegno, che i discepoli dovranno custodire e far crescere.

Le città abitate dagli uomini non devono somigliare sempre più a dei cimiteri costruiti da una sapienza mortale - modellata dall’homo homini lupus - ma alla Gerusalemme che scende dal cielo, «vestita come una sposa adorna per il suo sposo».

Gerusalemme celeste e città degli uomini

Il Paraclito e la memoria della Parola

Un altro aspetto emerge prepotentemente dal testo: il tema del Paraclito che non solo avrà la funzione di consolare e dare forza ai discepoli smarriti dopo la morte di Gesù, ma anche quello di far ricordare e far capire il suo messaggio.

Il Catechismo della Chiesa Cattolica dice che: «Nella liturgia lo Spirito Santo è il pedagogo della fede del popolo di Dio, l’artefice di quei «capolavori di Dio» che sono i sacramenti del Nuovo Testamento.

Il desiderio e l’opera dello Spirito nel cuore della Chiesa è che noi viviamo della vita di Cristo risorto. Quando egli incontra in noi la risposta di fede da lui suscitata, si realizza una vera cooperazione.

Grazie ad essa, la liturgia diventa opera comune dello Spirito Santo e della Chiesa.

In questa comunicazione sacramentale del mistero di Cristo, lo Spirito Santo agisce allo stesso modo che negli altri tempi dell’Economia della salvezza: egli prepara la Chiesa ad incontrare il suo Signore; ricorda e manifesta Cristo alla fede dell’assemblea; rende presente e attualizza il mistero di Cristo per mezzo della sua potenza trasformatrice; infine, lo Spirito di comunione unisce la Chiesa alla vita e alla missione di Cristo». (CCC, nn. 1091-1092).

Romano Guardini aveva compreso molto bene la funzione indispensabile dello Spirito nella chiesa, quando, sul letto di morte, lo invocava a rimanere tra noi, nei nostri ambienti che - diceva - «rimbombano di vuoto, quasi tu fossi lontano».

Solo lo Spirito offre ai credenti la chiave per discernere le fattezze di Dio nella città degli uomini.

Perché la fede non è occuparsi d’altro, ma occuparsi «altrimenti». Il credente è immerso nei problemi che travagliano l’uomo, stando al cospetto di Dio.

Proprio come si legge nella lettera di Giacomo: «Questa è la religiosità pura e senza macchia davanti a Dio Padre: visitare gli orfani e le vedove nella loro afflizione e custodirsi immuni dalla corruzione del mondo» (1,27).

Le parole di Gesù ai discepoli

Se uno mi ama, osserverà la mia parola e il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui.

Chi non mi ama, non osserva le mie parole; e la parola che voi ascoltate non è mia, ma del Padre che mi ha mandato.

Vi ho detto queste cose mentre sono ancora presso di voi. Ma il Paràclito, lo Spirito Santo che il Padre manderà nel mio nome, lui vi insegnerà ogni cosa e vi ricorderà tutto ciò che io vi ho detto.

Vi lascio la pace, vi do la mia pace. Non come la dà il mondo, io la do a voi. Non sia turbato il vostro cuore e non abbia timore.

Avete udito che vi ho detto: “Vado e tornerò da voi”. Se mi amaste, vi rallegrereste che io vado al Padre, perché il Padre è più grande di me.

Ve l’ho detto ora, prima che avvenga, perché, quando avverrà, voi crediate.

La liturgia della memoria

I discepoli erano perseveranti e concordi nella preghiera, insieme a Maria, la Madre di Gesù. (At 1,14)

La memoria liturgica della Beata Vergine Maria Madre della Chiesa viene celebrata con il colore liturgico bianco.

La colletta prega perché la Chiesa, sorretta dall’amore di Maria, sia sempre più feconda nello Spirito, esulti per la santità dei suoi figli e raccolga nel suo grembo l’intera famiglia degli uomini.

L’antifona alla comunione ricorda: «Dall’alto della croce, Gesù disse al discepolo amato: “Ecco tua madre!”» (Cf. Gv 19,26-27).

Dopo la comunione, la Chiesa prega: «O Signore, che in questo sacramento ci hai dato il pegno di redenzione e di vita, fa’ che la tua Chiesa, con l’aiuto materno della Vergine Maria, porti a tutti i popoli l’annuncio del Vangelo e attiri sul mondo l’effusione del tuo Spirito».

Una domanda per le comunità cristiane

Il Vangelo di oggi ci invita allora a domandarci se le nostre comunità assomiglino davvero a Maria: capaci di ascolto, di servizio, di fedeltà, di compassione e di perseveranza.

Perché soltanto una Chiesa che rimane sotto la croce e attende lo Spirito può continuare a generare Cristo nel mondo.

La domanda finale, provocatoria, è questa: La sto accogliendo come Madre… o come un decoro della mia fede?

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