Commento al Vangelo del 31 maggio di Papa Francesco: Dio ha tanto amato il mondo

Nel Vangelo della Santissima Trinità, Gesù rivela a Nicodemo il cuore della fede cristiana: «Dio ha tanto amato il mondo da dare il Figlio, unigenito, perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna». Dio non manda il Figlio nel mondo per condannarlo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di lui.

Il commento di Papa Francesco mette in luce la fedeltà di Dio, che non abbandona i suoi figli neppure nelle situazioni di esilio, sofferenza e smarrimento: «Dio non è assente, Dio è vicino». La misericordia del Signore apre il cuore alla speranza e annuncia che il bene vince il male, che il Signore asciugherà ogni lacrima e libererà da ogni paura.

Il Vangelo della Santissima Trinità

Dal Vangelo secondo Giovanni (Gv 3,16-18)

In quel tempo, disse Gesù a Nicodèmo: «Dio ha tanto amato il mondo da dare il Figlio, unigenito, perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna. Dio, infatti, non ha mandato il Figlio nel mondo per condannare il mondo, ma perché il mondo si salva per mezzo di lui. Chi crede in lui non è condannato; ma chi non crede è già stato condannato, perché non ha creduto nel nome dell’unigenito Figlio di Dio».

Il cuore del messaggio di Papa Francesco

“Mi viene il pensiero della vicina Albania, di come dopo tanta persecuzione e distruzione è riuscita ad alzarsi, nella dignità e nella fede. Così avevano sofferto gli israeliti nell’esilio”.

Lo ha detto, a braccio, il Papa, che nella catechesi di oggi si è soffermato sui capitoli 30 e 31 del libro del profeta Geremia, che fanno parte del cosiddetto “libro della consolazione”, perché in essi “la misericordia di Dio si presenta con tutta la sua capacità di confortare e aprire il cuore degli afflitti alla speranza”. “Oggi vogliamo anche noi ascoltare questo messaggio di consolazione”, ha detto il Papa ai circa 25mila fedeli presenti, ai quali ha ricordato che Geremia “si rivolge agli israeliti che sono stati deportati in terra straniera e preannuncia il ritorno in patria”.

“Questo rientro è segno dell’amore infinito di Dio Padre che non abbandona i suoi figli, ma se ne prende cura e li salva”, il commento di Francesco: “L’esilio era stata un’esperienza devastante per Israele. La fede aveva vacillato perché in terra straniera, senza il tempio, senza il culto, dopo aver visto il paese distrutto, era difficile continuare a credere alla bontà del Signore”.

“Dio non è assente, Dio è vicino, e neppure oggi in queste drammatiche situazioni”. Lo ha garantito il Papa, sulla scorta del profeta Geremia: “Il popolo esiliato potrà tornare a vedere la sua terra e a sperimentare la misericordia del Signore”.

“È il grande annuncio di consolazione”, il commento di Francesco nella catechesi odierna: “Dio non è assente, Dio è vicino, e neppure oggi in queste drammatiche situazioni. Dio è vicino e fa opere grandi di salvezza per chi confida in Lui. Non si deve cedere alla disperazione, ma continuare ad essere sicuri che il bene vince il male e che il Signore asciugherà ogni lacrima e ci libererà da ogni paura”.

“Il Signore è fedele, non abbandona alla desolazione”, ha ripetuto Francesco: “Dio ama di un amore senza fine, che neppure il peccato può frenare, e grazie a Lui il cuore dell’uomo si riempie di gioia e di consolazione”.

Dio ama il mondo e non lo abbandona

La prima cosa e la più importante è sapere che Dio ama questo mondo. L'ha fatto così e lo ama così com' è. Quindi anche noi ci ama così come siamo. Non ci vuole diversi.

Il Vangelo presenta Dio come colui che prende l’iniziativa dell’amore: «Dio ha tanto amato il mondo da dare il Figlio, l’unigenito». Questo amore non è rivolto a pochi, ma all’intera umanità. È un amore per tutti, senza nessuna discriminazione, offerto a un mondo che Dio vuole salvare, e non giudicare e condannare, anche se il mondo ha la possibilità di accoglierlo o rifiutarlo.

Non si può pensare che Dio abbia voluto per il Figlio la passione e la morte in croce. Lo invia come messaggero di un’umanità nuova, di un’altra maniera di vivere, nella giustizia e nell’amore. Gesù verrà assassinato dai suoi avversari perché lo sentivano come una minaccia ai loro interessi di potere sul popolo, non per volontà del Padre.

Gesù, poiché è Dio fatto uomo, è la rivelazione in pienezza. Cioè è lui stesso tutto quello che Dio voleva comunicare all'uomo, l'autocomunicazione stessa di Dio. In quanto tale, Gesù ci ha svelato anche il volto stesso di Dio, la sua stessa Identità.

Il significato di «unigenito»

Riguardo al Vangelo di oggi mi limito a sottolineare il termine “unigenito” che è ripetuto con enfasi due volte. In sé significa “unico generato”. Nel “Credo” a Messa aggiungiamo subito dopo “non creato” - perché?

Il termine in sé non significa un evento storico ma una relazione. Da una parte ci sono i padri e le madri che generano, donano la vita. Dall’altra i figli che sono generati, accolgono e concratizzano questo dono.

Se per noi il generare implica che ci sia un momento in cui tutto questo è iniziato - prima non c‘eravamo - poi siamo nati - ora ci siamo - il termine in sè, no. Cioè “generato” per il Figlio che vive fuori dal tempo significa che Lui è colui in cui si concretizza l’amore del Padre. Questo da sempre.

Non che il Padre/Madre ad un certo punto l’ha fatto esistere, ma prima non c’era. Il Figlio è colui nel quale l’amore del Padre si manifesta pienamente e da sempre.

La Trinità, mistero di comunione e di amore

È un Dio che si è rivelato come Padre, Figlio e Spirito. Anche se la parola “Trinità” non si trova nel vangelo, ci aiuta a capire qualcosa della misteriosa realtà di Dio, come si è manifestata nella storia della salvezza.

Attraverso Gesù abbiamo conosciuto il Padre, Vita che dà vita, la sua tenerezza e la sua misericordia, e per intercessione di Gesù il Padre ci manda lo Spirito: “Io pregherò il Padre ed egli vi darà un altro Paraclito, perché rimanga con voi per sempre, lo Spirito di verità”.

Oggi celebriamo la festa della Trinità, il mistero che identifica profondamente la fede dei cristiani in Dio amore, comunione d’amore fra il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo. Tante sono le immagini che sono state utilizzate per tentare di spiegare quello che viene definito un dogma: una verità fondamentale, una decisione indiscutibile… ma da quando ho fatto i primi passi nella vita spirituale, ho imparato subito che non siamo noi a definire la verità ma è la Verità che ci possiede e ci coinvolge nel suo dinamismo, offrendoci di tanto in tanto raggi della sua luce.

La solennità della Santissima Trinità ci pone sulla soglia del mistero più intimo della nostra fede. Davanti a un solo Dio in tre Persone la nostra mente va in tilt, cercando formule logiche per decifrare l'indecifrabile. Eppure, questo è il primo mistero principale della fede cristiana: l'Unità e la Trinità di Dio.

Celebrare la Trinità non significa entrare in complicate riflessioni teologiche. Liberi da questi scandalosi conflitti, oggi possiamo vivere intensamente l’esperienza di un Dio che si è rivelato come comunità di amore, una famiglia divina: il Padre, che “ha tanto amato il mondo da dare il Figlio unigenito”; il Figlio, che manifesta nella natura umana l’amore e la bontà del Padre per tutti gli uomini; e lo Spirito, che è l’energia e la sapienza di Dio in ogni persona.

Il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo

La massima espressione dell'amore di Dio è la rivelazione trinitaria: Dio Padre pieno di amore non riesce a contenerlo e quindi lo condivide con le sue creature attraverso il Figlio Gesù il quale.

Tutto l’amore si gioca all’interno di una relazione vera, non esiste l’amante senza l’amato, non esiste la possibilità di uscire fuori da se stessi se un altro non ti chiama prepotentemente a questo esodo, non esiste una nostalgia che non proceda dalla mancanza di ciò che viene vissuto come presenza, non esiste solitudine che non sia la compagnia di uno che rimane con te, anche mentre è assente.

Il mistero della Trinità è questo gioco del vero amore, in cui l’unità e la pluralità vengono accolte nell’intero, in cui l’identità giunge al suo compimento attraverso l’alterità, e non ci sono più stranieri né ospiti ma familiari di Dio.

Quando abbiamo questi sentimenti, partecipiamo al dinamismo della vita trinitaria: all’amore divino. Dice il Vangelo: Dio ha tanto amato il mondo da dare il Figlio, l’unigenito, tutto quello che ha.

Più l’amore scende nella profondità più diviene capace di dare, eccede per sua natura, genera e offre, non sa risparmiarsi, non vuole farlo, prende ad abitare da subito la vita eterna, esce fuori immediatamente dallo spazio e dal tempo.

Nicodemo e la nuova nascita

Nel dialogo di Gesù con Nicodemo, troviamo maggiore luce. Leggiamo nel vangelo di Giovanni 3, 16-18: Gesù disse: “Dio ha tanto amato il mondo da dare il Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna. Dio, infatti, non ha mandato il Figlio nel mondo per condannare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di lui. Chi crede in lui non è condannato; ma chi non crede è già stato condannato, perché non ha creduto nel nome dell’unigenito Figlio di Dio”.

Nicodemo era un avvocato ebreo, attento ai fenomeni spirituali e desideroso di una profonda riforma del culto e della vita di Israele. Crede che Gesù possa essere la persona inviata da Dio per questo scopo.

Gesù, invece, non propone una semplice riforma, ma una nuova nascita: “Se uno non nasce dall’alto, non può vedere il regno di Dio”. “Nascere dall’alto”, dallo Spirito, per una vita definitiva già fin d’ora, una “vita eterna” che vince la morte stessa: questo è il progetto di Dio per l’umanità, che Gesù rivela con la sua vita e la sua predicazione.

Ed è possibile solo per un amore di Dio che arriva all’estremo di dare “il figlio unigenito”, perché tutti abbiano la vita, e nessuno “vada perduto”.

Salvezza e libertà

Questo è il dramma dell’umanità: poter dire di no a Dio, poter scegliere altre strade, che sono strade di morte. Probabilmente nessuno sceglie consapevolmente strade di morte, perché tutti cerchiamo di essere felici e di vivere pienamente.

Ma la ricerca di vivere bene non deve essere superficiale, egoista, interessata e consumista. Deve essere giusta, inclusiva, aperta agli altri, attenta alla situazione dei più bisognosi, impegnata con Dio e con tutta la creazione, in un processo di trasformazione e trasfigurazione del mondo.

Se non si aderisce a questo progetto di nuova umanità, ci si esclude dalla pienezza della vita e dalla vera felicità: “Chi non crede è già stato condannato”.

Una seconda piccola affermazione: questo Vangelo ci insegna che il Padre vuole che abbiamo la vita eterna, che siamo salvati. Qualsiasi discorso su Dio che facciamo deve tenere presente questa cosa. Altrimenti non parliamo del Dio-Trinità dei cristiani. Ma di qualcosa che abbiamo inventato noi, a nostra immagine e somiglianza.

Il dramma dell’esilio e la consolazione

“Anche noi possiamo vivere a volte una sorta di esilio, quando la solitudine, la sofferenza, la morte ci fanno pensare di essere stati abbandonati da Dio”. Lo ha assicurato il Papa, che nella catechesi di oggi ha detto a braccio: “Quante volte abbiamo sentito questa parola: Dio si è dimenticato di me, tante volte le persone che soffrono si sentono abbandonate!”.

Il riferimento di Francesco è al dramma dei profughi: “Quanti nostri fratelli stanno vivendo in questo tempo una reale e drammatica situazione di esilio, lontani dalla loro patria, con negli occhi ancora le macerie delle loro case, nel cuore la paura e spesso, purtroppo, il dolore per la perdita di persone care!”.

“In questi casi - ha proseguito il Papa - uno può chiedersi: dov’è Dio? Come è possibile che tanta sofferenza possa abbattersi su uomini, donne e bambini innocenti?”.

“E che anche quando cercano di entrate in un’altra parte, gli chiudono la porta”, le parole pronunciate a braccio: “E sono lì, al confine, perché tante porte e tanti cuori sono chiusi. I migranti di oggi che soffrono, che soffrono all’aria, senza cibo, e non possono entrare. Non sentono l’accoglienza”.

“A me piace tanto sentire quando vedo le nazioni i governanti che aprono il cuore e aprono le porte”, l’affermazione di Francesco che è suonata come un appello indiretto alla politica.

Il ritorno alla vita

“Quando tornarono in patria la bocca gli si riempì di riso”. Sono le parole del salmo citate a braccio dal Papa, per descrivere l’effetto della “consolazione” di Dio sul popolo di Israele.

“È una gioia tanto grande”, ha commentato il Papa ancora fuori testo: “È il dono che il Signore vuol fare a ciascuno di noi, con il suo perdono che converte e riconcilia”.

“Questo ritornare a Gerusalemme e ai suoi beni è descritto con un verbo che letteralmente vuol dire affluire, scorrere”, ha spiegato Francesco: “Il popolo è visto, in un movimento paradossale, come un fiume in piena che scorre verso l’altura di Sion, risalendo verso la cima del monte. Un’immagine ardita per dire quanto è grande la misericordia del Signore!”.

“La terra, che il popolo aveva dovuto abbandonare, era divenuta preda di nemici e desolata”, ha proseguito seguendo il racconto biblico: “Adesso, invece, riprende vita e rifiorisce. E gli esuli stessi saranno come un giardino irrigato, come una terra fertile.

Israele, riportato in patria dal suo Signore, assiste alla vittoria della vita sulla morte e della benedizione sulla maledizione. È così che il popolo viene fortificato e consolato da Dio. I rimpatriati ricevono vita da una fonte che gratuitamente li irriga donando loro fecondità”.

“Il profeta Geremia ci ha dato l’annuncio, presentando il ritorno degli esiliati come un grande simbolo della consolazione data al cuore che si converte”, ha concluso: “Il Signore Gesù, da parte sua, ha portato a compimento questo messaggio del profeta.

Il vero e radicale ritorno dall’esilio e la confortante luce dopo il buio della crisi di fede, si realizza a Pasqua, nell’esperienza piena e definitiva dell’amore di Dio, amore misericordioso che dona gioia, pace e vita eterna”.

La speranza nelle prove

“Quante esperienze di esilio, di espatrio, di dolore e di persecuzione ci spingono a dubitare, perfino, della bontà di Dio e del suo amore per noi!”. Lo ha esclamato il Papa, salutando i fedeli di lingua araba presenti tra le 25mila persone in piazza San Pietro.

Rivolgendosi in particolare ai pellegrini provenienti dal Medio Oriente, Francesco ha spiegato che il dubbio “si dissipa di fronte alla verità che Dio è fedele e compie le sue promesse per coloro che non ne dubitano e per coloro che sperano contro ogni speranza”.

“La consolazione del Signore - ha assicurato il Papa - è vicina a chi sa attraversare la dolorosa notte del dubbio, aggrappandosi e sperando nell’alba della misericordia di Dio, che tutta l’oscurità e l’ingiustizia non potranno mai sconfiggere”.

«Nascere dall’alto» e trasformare la vita

“Nascere dall’alto” può significare anche un nuovo sguardo sulla natura, riconoscendola come un dono di Dio di cui aver cura, per noi e per le generazioni future.

Sarà un modo per ringraziare Dio “che ha tanto amato il mondo”, un modo di riconoscere lo Spirito di Dio che “rinnova la faccia della terra” e “fa nuove tutte le cose”.

“Nascere dall’alto” esige oggi un impegno radicale per la pace, cominciando dal livello personale e familiare, ma anche intervenendo con iniziative a porre semi di pace nei troppi e gravissimi campi di guerra che proliferano nel mondo.

Le terribili conseguenze di morti, feriti e distruzioni, le profonde ferite sociali e culturali che il tempo difficilmente potrà sanare, non possono impattare con la nostra indifferenza o con la nostra assuefazione.

Trinità cristiana Padre Figlio Spirito Santo

La Trinità come modello di vita

La Trinità è modello efficace per le nostre famiglie, le nostre comunità e ogni convivenza umana. Il mistero trinitario non rimane una verità astratta, ma diventa una forma concreta di relazione, comunione e responsabilità.

Comunque la manifestazione più alta e convincente del mistero trinitario nell’ordine naturale è la realtà della famiglia, fondamento di tutta la vita sociale: ‘Non è bene che l’uomo sia solo’ (Genesi).

La definizione più centrata l’ha coniata S. Cipriano, vescovo martire di Cartagine (250 dopo Cristo): ‘Popolo, fuso in una cosa sola, derivante dall’unità del Padre, del Figlio, dello Spirito Santo - De unitate Patris et Filii et Spiritus Sancti plebs adunata’ (Trattato sul Padre nostro, 23).

Il sacrificio più grande da offrire a Dio è la nostra pace e fraterna concordia. L’umanità intera diventa Chiesa, in quanto unica famiglia a immagine dell’unità della Trinità.

Ecco perché il dono della salvezza restituisce agli uomini la dignità di figli di Dio e membri della sua famiglia: la Chiesa. Il cammino, certamente lungo e faticoso, della storia umana è proprio quello di raggiungere l’obiettivo finale dell’unità perfetta, quando Dio sarà tutto in tutti.

E questa è precisamente la missione della Chiesa: unire tutti i figli dispersi nel cuore di Dio.

Costruire l’unità nella persona, nella famiglia e nella società

Essa si sviluppa in tre momenti:

  • nella persona, per eliminare ogni squilibrio o conflitto interiore (carattere, passioni, rapporto equilibrato spirito‑corpo) e per raggiungere la piena maturità personale;
  • nella famiglia, per progredire insieme attraverso il dialogo, la comprensione reciproca, l’assistenza e la comunione;
  • nella società, per eli­minare le discriminazioni, le sperequazioni, le sopraffazioni, i conflitti, gli indivi­dualismi.

La costruzione dell’unità comincia dunque dal cuore della persona e si estende alla famiglia e alla società. Il dono della salvezza diventa visibile quando elimina ciò che divide e crea rapporti segnati dal dialogo, dalla comprensione, dall’assistenza e dalla comunione.

Il cuore dell’uomo, tempio della Trinità

Il cuore dell’uomo è certamente la piccola chiesa, ossia la stanza nuziale o­ve Dio predilige abitare. Per questo gli antichi cristiani si chiamavano ‘teophoroi’ - portatori di Dio.

Paolo interroga così i fedeli di Corinto: ‘Non sapete che Dio abita nei vostri cuori’? La presenza della Trinità santifica l’intimo dell’uomo e rende inviolabile sia la coscienza che il corpo; apre il cuore al­l’ascolto e alla preghiera in unione alle tre Persone divine.

In esse trova conforto nelle prove e sofferenze della vita: ‘Fratelli, siate lieti, tendete al­la perfezione, fatevi coraggio a vicenda, abbiate gli stessi sentimenti, vivete in pace e il Dio dell’amore e della pace sarà con voi’(Paolo).

La creazione come immagine trinitaria

Quando Dio, in quel mirabile consiglio di famiglia al termine della creazione materiale, ha progettato di far abitare l’universo dall’uomo, lo ha pensato dotato di un corpo, immagine della complessità armoniosa del creato, e come uno spirito, a somiglianza e in rapporto a Se stesso: ’Facciamo l’uomo a nostra immagine e somiglianza’ (Genesi).

L’uso del plurale è quanto mai indicativo per ricordarci che assomigliamo alle tre Persone divine. Ma, in un certo senso, questo si può dire altrettanto di ogni essere creato.

Infatti ogni singola creatura è un essere che esiste (partecipa della vita del Padre), è una determinata essenza o natura (secondo l’idea che ne ha il Verbo), è un essere buono e utile agli altri (manifestazione della bontà dello Spirito Santo).

Per questo anche l’infimo fra tutti gli esseri è definito da S. Agostino: ‘un abbozzo di Trinità’ (Trinità 15,2,3).

Tanto più la creazione in blocco è stata modellata per raggiungere un’armoniosa unità di perfezioni diverse, finalizzate al servizio dell’universo e dell’uomo, quindi è un tutt’uno che partecipa all’unità della Trinità.

Il mondo come campo dell’amore

«Il mondo ci aspetta. Sì!, amiamo appassionatamente questo mondo perché Dio ce l’ha insegnato: «Sic Deus dilexit mundum…» - ma Dio ha tanto amato il mondo - e perché è il nostro campo di battaglia - una bellissima guerra di carità -, affinché tutti raggiungiamo la pace che Cristo è venuto a instaurare.

Il Signore ha avuto questa finezza d’Amore verso di noi: permetterci di conquistargli la terra. Egli - sempre tanto umile! - ha voluto limitarsi a renderlo possibile… A noi ha concesso la parte più accessibile e piacevole: quella dell’azione e del trionfo. […]

Il mondo - «È nostro! - E lo affermi, dopo aver levato lo sguardo e la fronte al cielo, con la sicurezza del contadino che cammina da sovrano in mezzo alle proprie messi: «Regnare Christum volumus!» - vogliamo che Egli regni su questa terra sua! […]

La tua vocazione di cristiano ti chiede di stare in Dio e, al tempo stesso, di occuparti delle cose della terra, adoperandole oggettivamente così come sono: per restituirle a Lui».

La preghiera di Papa Francesco a Maria

Al termine del Rosario recitato a piazza San Pietro, venerdì 31 maggio 2013, a conclusione del mese mariano, rivolto alla Madre del Salvatore, esempio di ascolto, decisione e azione, Papa Francesco ha pronunciato questa preghiera:

Maria, donna dell’ascolto, rendi aperti i nostri orecchi; fa’ che sappiamo ascoltare la Parola del tuo Figlio Gesù tra le mille parole di questo mondo; fa’ che sappiamo ascoltare la realtà in cui viviamo, ogni persona che incontriamo, specialmente quella che è povera, bisognosa, in difficoltà.

Maria, donna della decisione, illumina la nostra mente e il nostro cuore, perché sappiamo obbedire alla Parola del tuo Figlio Gesù, senza tentennamenti; donaci il coraggio della decisione, di non lasciarci trascinare perché altri orientino la nostra vita.

Maria, donna dell’azione, fa’ che le nostre mani e i nostri piedi si muovano “in fretta” verso gli altri, per portare la carità e l’amore del tuo Figlio Gesù, per portare, come te, nel mondo la luce del Vangelo. Amen.

Un amore che salva e trasfigura

Sto di fronte a questo mistero dell’Amore umano-divino con questa incomprensione. So di abitare una vita più grande di quella che vedono i miei occhi e di percorrere vie che nel rovescio di una trama invisibile sono parte di una armonia che mi nutre, mi forma, mi addestra, mi plasma e insieme mi confonde, a volte mi fa tremare, altre ancora mi sgomenta e sempre mi meraviglia.

So che tutto concorre al bene di coloro che amano Dio, anche quando sembra difficile crederlo e so che questo Amore ci salva, non ci condanna.

Solo nell’Amore il caos imperscrutabile può diventare kosmos, perché viene assunto in un processo di pacificazione in cui ci si arrende all’amore stesso e su ogni cosa prevale il bene, la bellezza e la gratitudine e ciò che era, che è e che viene non è più motivo di paura ma è la certezza di esistere per sempre perché amo e sono amato.

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