Il commentario biblico di William Barclay si distingue per l’attenzione al contesto storico, linguistico e umano dei testi evangelici e apostolici. Le sue spiegazioni mettono in evidenza il significato pratico delle parole di Gesù, il contrasto tra legalismo e grazia, l’umiltà cristiana, la longanimità e il rapporto tra fede, servizio e testimonianza.
Nel materiale disponibile, l’approccio di Barclay emerge in modo particolare nell’analisi di Matteo 23, della difesa di Paolo davanti al sinedrio e dell’insegnamento cristiano sulla longanimità. Questi temi mostrano come il commentario colleghi l’esegesi del testo biblico alla vita concreta delle comunità e dei credenti.
William Barclay e il metodo del commentario biblico
Secondo William Barclay, il Talmud descrive sette tipi di farisei diversi, sei dei quali sono cattivi. Il Fariseo Spalla indossava tutte le proprie buone azioni e la propria giustizia su una spalla affinché tutti le vedessero. Il Fariseo Aspetta un Attimo aveva sempre l’intenzione di compiere delle buone azioni, ma ogni volta riusciva a trovare una buona ragione per farle in un secondo momento e non subito.
Il Fariseo Ferito o Sanguinante era così santo da allontanare lo sguardo da ogni donna che incrociava in pubblico - e perciò urtava continuamente contro gli oggetti sul suo cammino e inciampava, procurandosi così delle ferite. Il Fariseo Gobbo era tanto umile da camminare con la schiena curva in avanti e da sollevare a stento i piedi - in modo che tutti vedessero quanto fosse umile.
Il Fariseo Contatore teneva sempre il conto delle proprie buone azioni, credendo di indebitare Dio nei suoi confronti per tutto il bene che aveva compiuto. Il Fariseo Impaurito faceva il bene perché aveva il terrore che Dio avrebbe riversato il Suo giudizio su di lui se non l’avesse fatto. Il Fariseo Timorato di Dio realmente amava Dio e faceva buone azioni per compiacere il Dio che amava.
La longanimità non era considerata una virtù dai greci del I secolo. La parola stessa non fu mai usata dagli stoici. Secondo l’erudito biblico William Barclay, la longanimità “è esattamente l’opposto della virtù greca”, che vantava fra l’altro “il rifiuto di tollerare qualsiasi insulto od offesa”.
Barclay afferma: “Per i greci il vero uomo era quello che faceva di tutto per vendicarsi. Per il cristiano il vero uomo è quello che rifiuta di vendicarsi, anche quando potrebbe”. Forse i greci consideravano la longanimità un segno di debolezza, ma in questo caso, come in altri, “una cosa stolta di Dio è più saggia degli uomini, e una cosa debole di Dio è più forte degli uomini”. - 1 Corinti 1:25.
Gesù rimprovera gli scribi e i farisei
Pesi religiosi e autorità spirituale
Allora Gesù parlò alle folle e ai Suoi discepoli, dicendo: «Gli scribi e i farisei siedono sulla cattedra di Mosè. Osservate dunque e fate tutte le cose che vi dicono di osservare; ma non fate come essi fanno, poiché dicono ma non fanno. Legano infatti pesi pesanti e difficili da portare, e li mettono sulle spalle degli uomini; ma essi non li vogliono smuovere neppure con un dito».
Gesù si rivolse a questi due gruppi, ma parlò loro riguardo agli scribi e ai farisei. Ovviamente, gli oppositori incalliti di Gesù erano lì ad ascoltare, ma era come se Gesù avesse finito di parlare con loro. Il Suo intento era invece quello di mettere in guardia da loro il popolo e i Suoi seguaci.
“I veri destinatari di tutto il discorso sono le moltitudini e i discepoli che hanno bisogno di liberarsi dal legalismo farisaico.” (France) Gesù aveva cominciato probabilmente un anno prima a denunciare i farisei (Matteo 15:7). In seguito, avvertì i Suoi discepoli dell’insegnamento dei farisei e dei sadducei (Matteo 16:5-12). Ora i Suoi avvertimenti e le Sue denunce sono pubblici.
Gesù sta dicendo che agli scribi e ai farisei è dovuto il rispetto non a cagione della loro condotta, ma perché siedono sulla cattedra di Mosè. Devono essere rispettati perché ricoprono un ruolo di autorità, ordinato da Dio.
“Non permettete che la legge di Dio perda di autorità ai vostri occhi a causa di questi uomini malvagi.” (Poole) Nella parte anteriore delle sinagoghe c’era una sedia di pietra dove sedeva l’insegnante autorevole. I Giudei parlavano della sedia dell’insegnante come noi oggi parliamo della cattedra del professore.
Gli scribi e i farisei erano dei cattivi esempi perché si aspettavano più dagli altri che da loro stessi. Mettevano dei pesi pesanti sugli altri, ma essi non li vogliono smuovere neppure con un dito.
Il peso dei capi religiosi contrastava nettamente con il carico di Gesù. Il Suo carico è leggero e il Suo giogo è dolce (Matteo 11:30). Quei capi religiosi erano dispensatori di pesi; Gesù li prendeva su di sé.
La prima accusa contro quei capi religiosi potrebbe estendersi a molti leader religiosi di oggi. Molti insegnano come se l’essenza del cristianesimo fosse un insieme di regole gravose da seguire.
La chiesa primitiva rigettava questo tipo di legalismo, ribadendo che l’ubbidienza alla Legge Mosaica non fa parte dei fondamenti della vita cristiana. Pietro disse ai legalisti di Atti 15:10: “Perché tentate Dio, mettendo sul collo dei discepoli un giogo che né i nostri padri né noi abbiamo potuto portare?”
Ostentazione, filatterie e ricerca della lode
«Fanno tutte le loro opere per essere ammirati dagli uomini; allargano le loro filatterie e allungano le frange dei loro vestiti. Amano i posti d’onore nei conviti e i primi posti nelle sinagoghe, e anche i saluti nelle piazze, e di sentirsi chiamare dagli uomini rabbi, rabbi. Ma voi non fatevi chiamare maestro, perché uno solo è il vostro maestro: Il Cristo, e voi siete tutti fratelli. E non chiamate alcuno sulla terra vostro padre, perché uno solo è vostro Padre, colui che è nei cieli. Né fatevi chiamare guida, perché uno solo è la vostra guida: Il Cristo».
Quei capi religiosi erano colpevoli di ostentare le loro opere giuste. Agivano secondo lo spirito religioso contro cui aveva insegnato Gesù nel Sermone sul Monte (Matteo 6:1-6).
Sia le filatterie, piccole scatolette di cuoio con intorno dei piccoli rotoli contenenti alcune scritture, legate al braccio e alla testa con delle cinghie in pelle, sia le frange dei loro vestiti venivano indossate nel tentativo di conformarsi alla Legge Mosaica (Deuteronomio 11:18, Numeri 15:38-40).
“Venivano chiamati filatterie, dall’antica parola greca ‘conservare’, i contenitori in cui veniva conservata la legge.” Era naturale per questi capi religiosi credere che delle filatterie più larghe e delle frange più lunghe sulle loro vesti li facessero sembrare più spirituali.
Il fatto di indossare le filatterie e speciali frange dei loro vestiti era un segno di obbedienza a ciò che Dio aveva comandato a Israele sotto il patto dato al Monte Sinai. L’uso di quelle cose per promuovere un’immagine di super spiritualità era a causa dell’iniquità umana, non del comandamento in sé.
Non contenti di poter dare sfoggio della propria presunta spiritualità, i capi religiosi amavano quando le persone ammiravano la loro presunta spiritualità. Bramavano i posti d’onore ai banchetti e nelle sinagoghe e amavano i titoli onorifici come maestro e padre.
C’è dunque un’enfasi da porre sulla parola amano; potevano accettare i saluti e le stanze superiori, se offerti loro in cambio del mantenimento dell’ordine civile, ma non potevano ambirli. (Poole)
Il significato dei titoli religiosi
Gesù avvertì le persone di non imitare gli scribi e i farisei sotto questo aspetto. I Suoi seguaci devono sempre ricordare che “voi siete tutti fratelli” e che nessuno deve essere esaltato al di sopra degli altri con titoli pretesi o ricevuti.
Gesù ha messo in guardia sia i Suoi ascoltatori che noi dal dare ad alcuno un onore inopportuno. È possibile avere un padre o una guida in senso normale e umano, ma non bisogna considerarli in un modo che dia loro un onore o un’autorità spirituale eccessiva.
“Nella Chiesa di Cristo, tutti i titoli e gli onori che innalzano gli uomini e danno occasione di orgoglio vengono qui proibiti.” (Spurgeon)
Dal resto della Scrittura notiamo che Gesù non intendeva porre qui un divieto assoluto, ma parlava piuttosto al cuore che ama, accumula e custodisce tali titoli. Lo sappiamo perché, sotto l’ispirazione dello Spirito Santo, degli uomini di Dio hanno fatto riferimento a sé stessi con alcuni di questi titoli.
- Gesù fu chiamato Maestro o Rabbi: Matteo 26:25 e 26:49; Giovanni 1:38 e 3:26.
- Paolo si definì padre: 1 Corinzi 4:15, Filippesi 2:22.
- Paolo chiamò altri cristiani suoi figli: Galati 4:19.
- Paolo si definì dottore, insegnante: 1 Timoteo 2:7, 2 Timoteo 1:11.
“Ciò che Egli proibisce è, 1. L’ostentazione di tali titoli e il loro perseguimento. 2. Rom tituli, l’esercizio di una supremazia assoluta o di un potere paternalistico e assoluto.” (Poole)
Ciononostante, questo comandamento è spesso ignorato e trasgredito oggigiorno nel modo in cui le persone danno e ricevono tali titoli, come profeta, apostolo, reverendissimo e così via.
“Dobbiamo dire che il Cristo risorto è scontento di coloro che nella Sua chiesa esigono una sottomissione indiscussa alla propria persona e alle proprie opinioni e confondono la fama di una pietà ostentata con un santo abbandono ai Suoi insegnamenti, così come è sempre stato scontento di ogni fariseo.” (Carson)
La grandezza come servizio
«E il maggiore di voi sia vostro servo. Or chiunque si innalzerà sarà abbassato; e chiunque si abbasserà sarà innalzato».
Normalmente, le persone valutano la grandezza in base a quanti li servono e li onorano. Gesù ricordava ai Suoi seguaci che nel Suo regno ciò dovrebbe essere diverso e che dovremmo misurare la grandezza dal modo in cui noi serviamo e onoriamo gli altri.
“In sostanza, come tutti i loro successori nello spirito fino al giorno d’oggi, erano severi con gli altri, ma molto indulgenti con sé stessi.” (Clarke) Dal momento che Gesù era veramente il maggiore tra loro, parlò di sé come di un servo.
È triste che molti dei seguaci di Gesù imitino la filosofia e lo stile di leadership degli scribi e dei farisei più che lo stile di Gesù. La promessa secondo cui chiunque si innalzerà sarà abbassato e chiunque si abbasserà sarà innalzato è assolutamente vera, ma a volte è percepibile solo nella prospettiva dell’eternità.

Gli otto guai rivolti ai capi religiosi
Questi guai fanno da contrasto alle otto beatitudini di Matteo 5:3-11. Sebbene Gesù si sia espresso duramente in questa occasione, non si trattava di parole di irritazione personale, ma di un avvertimento e di una condanna divini.
“Troviamo già serie di ‘guai’ simili a questa nei profeti dell’Antico Testamento, per esempio, Isaia 5:8-23; Habacuc 2:6-19, dove il tono è di condanna, un aspetto che viene sottolineato anche in questo caso.” (France)
Chiudere il regno dei cieli
«Ma guai a voi, scribi e farisei ipocriti! Perché chiudete il regno dei cieli davanti agli uomini; poiché né entrate voi né lasciate entrare coloro che stanno per entrarvi».
Letteralmente, la parola “ipocriti” si riferisce a un attore, a qualcuno che recita una parte. Gesù smascherò la corruzione nascosta dietro l’immagine di spiritualità degli scribi e dei farisei.
I capi religiosi tenevano le persone lontane dal regno dei cieli dando maggiore importanza alle tradizioni e alle regole religiose dell’uomo che alla Parola di Dio. Questo è da considerarsi nel modo in cui si opponevano e respingevano Gesù; se avessero aperto il regno dei cieli agli uomini, avrebbero accolto e ricevuto Gesù come Messia e Figlio di Dio.
“Anticamente è stato scritto che le labbra del sacerdote dovrebbero custodire la conoscenza: Dio ha affidato la chiave della conoscenza ai ministri e alle guide della Sua chiesa non per privarla di questa conoscenza, ma affinché dalla sua bocca possa cercare la legge, perché egli è il messaggero dell’Eterno degli eserciti, Malachia 2:7.” (Poole)
È un male che qualcuno non entri nei cieli, ma è molto peggio che qualcuno impedisca a un’altra persona di entrarvi (Matteo 18:6). Nei tempi antichi i rabbini portavano una chiave, che era il simbolo o l’emblema della conoscenza.
Lo sfruttamento delle vedove
«Guai a voi, scribi e farisei ipocriti! Perché divorate le case delle vedove e per pretesto fate lunghe preghiere; per questo subirete una condanna più severa».
In molte traduzioni della Bibbia questo versetto non è incluso o è inserito a margine. Il versetto 14 dev’essere considerato un’aggiunta, poiché è assente dai migliori e più antichi manoscritti di Matteo e i manoscritti che invece lo includono sono divisi sulla sua effettiva posizione; tuttavia è certamente presente nei passi di Marco 12 e Luca 20.
Con astuzia e disonestà, gli scribi e i farisei derubavano le case delle vedove - stando attenti a coprire il tutto nel nome di un buon affare e di una buona amministrazione. Le loro lunghe preghiere falsamente spirituali venivano impiegate per costruire un’immagine di spiritualità, spesso allo scopo di ottenere donazioni sostanziose.
“Egli non rispetta l’aritmetica delle nostre preghiere, quante siano di numero; né la retorica delle nostre preghiere, quanto siano eloquenti; né la musica delle nostre preghiere, la dolcezza della nostra voce; né la logica delle nostre preghiere o il loro metodo; è la natura divina delle nostre preghiere ciò che Egli stima tanto.” (Trapp)
La grandezza del loro peccato esigeva una condanna più severa di quella che gli altri subiranno. “Queste parole dimostrano che ci sono gradi di punizione, proprio come ci sono gradazioni di gloria. Tutti gli empi saranno giudicati e condannati dal Giusto Giudice, ma la ‘condanna più severa’ sarà riservata agli ipocriti.” (Spurgeon)
Guidare i convertiti sulla strada sbagliata
«Guai a voi, scribi e farisei ipocriti! Perché scorrete il mare e la terra, per fare un proselito e, quando lo è diventato, ne fate un figlio della Geenna il doppio di voi».
Il loro zelo nell’evangelizzazione non dimostrava che fossero a posto con Dio. Questi capi religiosi andavano in lungo e in largo per fare proseliti, ma trascinavano le persone nelle tenebre piuttosto che nella luce.
La difesa di Paolo davanti al sinedrio
Una coscienza integra davanti a Dio
Paolo, fissati gli occhi sul sinedrio, disse: «Fratelli, fino a questo giorno, io mi sono comportato davanti a Dio in perfetta buona coscienza». A questo dire il sommo sacerdote Anania ordinò a quelli che gli erano accanto di percuoterlo sulla bocca.
Il giorno precedente Paolo aveva visto una grande opportunità sfumare quando la folla sul monte del tempio non gli aveva permesso di concludere il suo messaggio, ma aveva ricominciato a rivoltarsi. Ora Paolo aveva un’altra occasione per conquistare Israele per Gesù, un’occasione forse migliore.
Secondo William Barclay, la formula scelta indica la franchezza con cui Paolo si rivolse al sinedrio, ponendosi su un piano di parità con loro. Normalmente ci si rivolgeva a loro dicendo: “Governanti del popolo e anziani d’Israele”.
Paolo non intendeva dire che era perfetto senza peccato e che la sua coscienza non gli aveva mai detto di aver sbagliato. Piuttosto, intendeva dire che aveva risposto alla coscienza quando aveva sbagliato e aveva rimesso le cose a posto.
Paolo non avrebbe mai considerato l’avere la coscienza pulita come un modo per essere giustificato davanti a Dio. “Paolo poteva benissimo appellarsi alla testimonianza della coscienza quando si trovava di fronte al tribunale supremo di Israele; tuttavia, non era sulla propria giustizia che si basava per essere giustificato nel tribunale celeste. Anche la coscienza più pura poteva essere una base di fiducia insicura sotto lo scrutinio di Dio.” (Bruce)
L’affermazione di Paolo in 1 Corinzi 4:4 è importante: Non sono infatti consapevole di colpa alcuna; non per questo sono però giustificato, ma colui che mi giudica è il Signore.
Il rimprovero al sommo sacerdote
La dichiarazione di Paolo di avere una buona coscienza offese il sommo sacerdote, il quale pensava che una persona accusata di crimini così gravi non avrebbe mai dovuto dichiarare di avere la coscienza a posto.
Forse fu compunto in cuor suo dall’integrità intrinseca dell’affermazione di Paolo. Era un uomo con una buona coscienza, e ciò era evidente nelle sue parole e nel suo volto.
Qualunque fosse il motivo, l’ordine era illegale, perché la legge ebraica diceva: “Chi colpisce la guancia di un israelita, è come se colpisse la gloria di Dio” e “Chi colpisce un uomo, colpisce il Santo”. (Hughes)
L’Anania che era sommo sacerdote in quel periodo non rendeva onore alla carica. Era ben noto per la sua avidità; l’antico storico ebreo Flavio Giuseppe racconta di come Anania rubasse per sé le decime che appartenevano ai sacerdoti ordinari.
“Non si fece scrupolo di usare la violenza e l’assassinio per promuovere i suoi interessi.” (Bruce) In seguito, a causa della sua politica filoromana, Anania fu brutalmente ucciso dai nazionalisti ebrei.
Allora Paolo gli disse: «Dio percuoterà te, muro imbiancato. Tu siedi per giudicarmi secondo la legge e, violando la legge, ordini che io sia percosso». Or quelli che erano presenti dissero: «Insulti tu il sommo sacerdote di Dio?». Paolo rispose: «Non sapevo, fratelli, che egli fosse sommo sacerdote, perché sta scritto: “Tu non dirai male del principe del tuo popolo”».
Il rimprovero era del tutto accurato e giustificato. L’uomo che aveva ordinato di dare un pugno in faccia a un uomo indifeso era davvero un muro imbiancato; una patina bianca di purezza che copriva un’evidente corruzione.
Paolo smascherò l’ipocrisia dell’uomo che aveva impartito il comando. Gli uomini del sinedrio dovevano essere degli esempi della legge di Mosè. L’ordine di colpire Paolo era in realtà contrario sia allo spirito che alla lettera della legge.
Paolo capì immediatamente di aver sbagliato nel suo sfogo, indipendentemente da come lo avesse detto. Riconobbe che era sbagliato parlare male del principe del tuo popolo (Esodo 22:28) e si giustificò, affermando di non sapere che l’uomo che aveva comandato di dare il pugno era Anania, il sommo sacerdote.
La divisione tra farisei e sadducei
Paolo quindi, sapendo che una parte dei presenti era composta di sadducei e l’altra di farisei, gridò a quelli del sinedrio: «Fratelli, io sono fariseo, figlio di farisei; è a motivo della speranza e della risurrezione dei morti che vengo giudicato».
Paolo aveva evidentemente intuito che il suo pubblico non era favorevole al vangelo: le azioni del sommo sacerdote e gli atteggiamenti dei presenti lo dimostravano chiaramente. Così, Paolo rinunciò a predicare il vangelo e fece ciò che poteva per preservare la propria libertà di fronte a un’assemblea che voleva ucciderlo.
Il piano di Paolo consisteva nel dividere il sinedrio tra le loro linee di partito - per ottenere la simpatia di una parte, i farisei, invece di averli tutti contro di lui.
Conoscendo chi lo ascoltava, Paolo richiamò il suo retaggio di fariseo e dichiarò: “È a motivo della speranza e della risurrezione dei morti che vengo giudicato”. Sapeva che si trattava di una questione di grande controversia tra le due fazioni.
Naturalmente, si trattava di un’affermazione sostanzialmente vera. Il centro del vangelo di Paolo era il Gesù risorto ed egli veniva giudicato proprio per la questione della risurrezione dei morti.
Appena egli disse questo, nacque un dissenso fra i farisei e i sadducei, e l’assemblea si divise; infatti i sadducei dicono che non vi è risurrezione né angelo né spirito, mentre i farisei affermano l’una e l’altra cosa.
I sadducei erano i teologi liberali del loro tempo, che negavano la realtà della vita dopo la morte e il concetto di risurrezione. Luca scrive correttamente di loro: i sadducei dicono che non vi è risurrezione né angelo né spirito.
I farisei avevano maggiori probabilità di trovare un terreno comune con Paolo, essendo quelli che, nel mondo ebraico dell’epoca, credevano di più nella Bibbia. Avevano una grande considerazione della Scrittura, anche se erravano molto aggiungendo le tradizioni degli uomini a ciò che avevano ricevuto da essa.
In genere, i sadducei e i farisei erano acerrimi nemici, ma riuscirono a unirsi per opporsi a Gesù (Matteo 16:1, Giovanni 11:47-53) e a Paolo. È strano come persone che non hanno nulla in comune si uniscano come amici per opporsi a Dio o alla Sua opera.
Dicendo “Non combattiamo contro Dio”, i farisei suggerirono di ritornare al consiglio del loro grande leader Gamaliele, come riportato in Atti 5:38-39.
La protezione romana e il conforto di Gesù
Ora, siccome il dissenso andava aumentando, il tribuno, per timore che Paolo fosse fatto a pezzi da loro, ordinò ai soldati di scendere e di portarlo via dal loro mezzo, e di ricondurlo nella fortezza.
Il comandante allontanò Paolo per la sua sicurezza e lo lasciò in custodia nella fortezza. L’astuto stratagemma di Paolo lo salvò dal sinedrio, ma non fu certo contento del risultato.
In seguito, Paolo sembra suggerire che la tattica di sollevare la controversia sulla risurrezione nel modo in cui l’aveva fatto non fosse stata corretta; infatti, dirà che si era trattato di un “comportamento sbagliato” da parte sua (Atti 24:20-21).
La notte seguente, il Signore si presentò a lui e disse: «Paolo, coraggio, perché come tu hai reso testimonianza di me in Gerusalemme, così bisogna che tu la renda anche a Roma».
Dev’essere stata una notte difficile per Paolo. Il suo cuore desiderava la salvezza dei suoi connazionali ebrei (Romani 9:1-4), ma due grandi opportunità non ebbero l’esito sperato.
Fu nell’oscurità di quella notte che Paolo ebbe paura; quando la sua fiducia in Dio sembrò vacillare; quando si preoccupò di ciò che Dio avrebbe fatto e se lui stesso ce l’avrebbe fatta. Fu nell’oscurità di quella notte che Gesù venne da Paolo e si presentò a lui.
Benché la presenza fisica di Gesù accanto a Paolo sia stata una manifestazione unica, Gesù ha promesso a tutti i credenti che sarebbe stato sempre con loro (Matteo 28:20).
Gesù sapeva dove si trovava Paolo; non lo aveva perso di vista solo perché era in prigione. Anche se Paolo sembrava solo, non lo era veramente; anche quando tutti gli altri lo abbandonavano, Gesù gli bastava.
Paolo era già stato miracolosamente liberato dalla prigione, ma questa volta il Signore lo raggiunse proprio nella sua cella. Spesso pretendiamo che Gesù ci liberi dalle nostre circostanze, quando invece vuole incontrarci proprio in esse.
Gesù non solo era con Paolo, ma gli dava anche parole di conforto. La parola coraggio ci suggerisce che la notte aveva portato con sé un’oscurità emotiva e forse spirituale su Paolo.
Gesù non avrebbe detto a Paolo di farsi coraggio, se questi non avesse avuto bisogno di sentirselo dire. Chiunque può avere coraggio quando tutto va alla grande; ma il cristiano può avere coraggio anche quando tutto va a rotoli, sapendo che Dio è potente e meraviglioso, indipendentemente dalla crisi momentanea.
Atti 23:1,11 ~ Paolo testimonia davanti al sinedrio sostenuto da una coscienza pura!
La longanimità nella prospettiva di William Barclay
Significato biblico della longanimità
“Rivestitevi dei teneri affetti di compassione e longanimità”. - Colossesi 3:12. Il termine greco reso “longanimità” significa letteralmente “lunghezza di spirito”. Sia le espressioni ebraiche che quelle greche tradotte “longanimità” includono l’idea di pazienza, sopportazione e lentezza all’ira.
La longanimità indica la capacità di sopportare a lungo l’oppressione e la provocazione. Non coincide con la passività, ma descrive un autocontrollo paziente che rifiuta la vendetta e continua a operare il bene.
Régis, che vive nella Francia sud-occidentale, divenne un testimone di Geova battezzato nel 1952. Per anni sua moglie fece di tutto per ostacolarlo nel servizio che rendeva a Geova.
Cercò di forargli i pneumatici per impedirgli di assistere alle adunanze, e in un’occasione lo seguì perfino mentre predicava il messaggio biblico di porta in porta, prendendosi gioco di lui mentre parlava della buona notizia del Regno con le persone.
Nonostante questa continua opposizione, Régis continuò a mostrare longanimità. Egli è pertanto un ottimo esempio per ogni cristiano, dato che Geova richiede che tutti i suoi adoratori mostrino longanimità nei rapporti con gli altri.
L’esempio di longanimità di Cristo
Cristo Gesù diede un ottimo esempio di longanimità, secondo solo a quello di Geova. Quando si trovò sotto grande pressione, Gesù dimostrò uno straordinario autocontrollo.
Di lui era stato profetizzato: “Fu messo alle strette, e si lasciava affliggere; ciò nonostante non apriva la bocca. Era portato proprio come una pecora al macello; e come un’agnella che davanti ai suoi tosatori è divenuta muta, neanche apriva la bocca”. - Isaia 53:7.
Che straordinaria longanimità mostrò Gesù durante il suo ministero sulla terra! Sopportò le domande insidiose dei suoi nemici e gli insulti degli oppositori. (Matteo 22:15-46; 1 Pietro 2:23)
Fu paziente con i discepoli, anche quando continuavano a litigare su chi fosse il più grande. (Marco 9:33-37; 10:35-45; Luca 22:24-27) E che ammirevole autocontrollo dimostrò Gesù la sera che venne tradito, quando Pietro e Giovanni si addormentarono dopo che era stato detto loro di ‘vigilare’. - Matteo 26:36-41.
Gesù continuò a essere longanime anche dopo la sua morte e risurrezione. L’apostolo Paolo ne era particolarmente consapevole, dato che in precedenza aveva perseguitato i cristiani.
Paolo scrisse: “Fedele e meritevole di piena accettazione è la parola che Cristo Gesù venne nel mondo per salvare i peccatori. Di questi io sono il principale. Tuttavia, per questo mi fu mostrata misericordia, affinché per mezzo di me quale caso principale Cristo Gesù dimostrasse tutta la sua longanimità a modello di coloro che riporranno la loro fede in lui per la vita eterna”. (1 Timoteo 1:15, 16)
Indipendentemente dal nostro passato, se riponiamo fede in Gesù, egli sarà longanime con noi, anche se, naturalmente, si aspetta che compiamo “opere degne di pentimento”. (Atti 26:20; Romani 2:4)
La longanimità come frutto dello spirito
Nel 5° capitolo della sua lettera ai Galati, Paolo fa un contrasto fra le opere della carne e il frutto dello spirito. (Galati 5:19-23) Dato che la longanimità è uno degli attributi di Geova, questa qualità ha origine da lui ed è un frutto del suo spirito. (Esodo 34:6, 7)
La longanimità è elencata al quarto posto nella descrizione che Paolo fa del frutto dello spirito, insieme a “amore, gioia, pace, benignità, bontà, fede, mitezza, padronanza di sé”. (Galati 5:22, 23)
Perciò, quando i servitori di Dio manifestano devota pazienza, o longanimità, lo fanno sotto l’influenza dello spirito santo. Questo non significa, però, che Geova ci imponga il suo spirito.
Dobbiamo sottometterci volontariamente alla sua influenza. Permettiamo allo spirito di agire nella nostra vita coltivandone i frutti in tutto quello che facciamo.
“Se viviamo secondo lo spirito, continuiamo a camminare ordinatamente pure secondo lo spirito. Non siate sviati: Dio non è da beffeggiare. Poiché qualunque cosa l’uomo semini, questa pure mieterà; perché chi semina in vista della sua carne mieterà la corruzione dalla sua carne, ma chi semina in vista dello spirito mieterà la vita eterna dallo spirito”. (Galati 5:25; 6:7, 8)
Se vogliamo riuscire a coltivare la longanimità, dobbiamo coltivare anche tutti gli altri frutti che lo spirito santo produce nei cristiani.
“L’amore è longanime”
Paolo indicò la particolare relazione esistente fra l’amore e la longanimità quando disse: “L’amore è longanime”. (1 Corinti 13:4)
Un erudito biblico, Albert Barnes, avanza l’ipotesi che Paolo abbia messo in risalto questo punto a causa delle contese e delle lotte esistenti nella congregazione cristiana di Corinto. (1 Corinti 1:11, 12)
La parola usata qui per longanimità è in contrasto con l’avventatezza, con le espressioni e i pensieri motivati dall’ira e con l’irritabilità. Denota quella condizione mentale che permette di sopportare a lungo l’oppressione e la provocazione.
“L’amore è longanime e benigno. L’amore non cerca i propri interessi, non si irrita”. Quindi, in molti modi, l’amore ci aiuta a essere longanimi.
L’amore ci permette di sopportarci pazientemente e di ricordare che siamo tutti imperfetti e che tutti abbiamo difetti e debolezze. Ci aiuta a mostrare considerazione e a perdonare.
L’apostolo Paolo ci incoraggia a camminare “con ogni modestia di mente e mitezza, con longanimità, sopportandovi gli uni gli altri nell’amore, cercando di osservare premurosamente l’unità dello spirito nell’unificante vincolo della pace”. - Efesini 4:1-3.
Longanimità nella comunità cristiana
Quando i cristiani mostrano longanimità favoriscono la pace e la felicità all’interno delle loro comunità, che si tratti di congregazioni, case Betel, case missionarie, squadre di costruzione o scuole.
Viste le differenze in fatto di personalità, gusti, educazione, buone maniere e perfino di igiene, ogni tanto possono sorgere situazioni irritanti. Accade anche nelle famiglie.
È essenziale essere lenti all’ira. (Proverbi 14:29; 15:18; 19:11) È necessario che tutti mostrino longanimità, cioè paziente sopportazione, con la speranza che le cose migliorino. - Romani 15:1-6.
La longanimità ci aiuta a sopportare situazioni difficili che sembrano non avere fine o non risolversi rapidamente. Questo fu il caso di Régis, menzionato all’inizio.
Per anni la moglie si era opposta ai suoi sforzi di servire Geova. Tuttavia un giorno andò da lui in lacrime e disse: “So che è la verità. Aiutami. Voglio studiare la Bibbia”. Infine divenne una Testimone battezzata.
Régis dice: “Fu la prova che Geova aveva benedetto quegli anni di lotte, pazienza e perseveranza”. La sua longanimità fu premiata.
La perseveranza di Paolo
Nel I secolo l’apostolo Paolo diede un ottimo esempio di longanimità. (2 Corinti 6:3-10; 1 Timoteo 1:16)
Verso la fine della sua vita, nel dare consigli a Timoteo, un suo compagno d’opera più giovane, Paolo lo avvertì che tutti i cristiani sarebbero andati incontro a prove.
Citò il proprio esempio e raccomandò le fondamentali qualità cristiane necessarie per perseverare. Scrisse: “Tu hai seguito attentamente il mio insegnamento, la mia condotta, il mio proposito, la mia fede, la mia longanimità, il mio amore, la mia perseveranza, le mie persecuzioni, le mie sofferenze, la sorta di cose che mi accaddero ad Antiochia, a Iconio, a Listra, la sorta di persecuzioni che ho sopportato; eppure il Signore mi ha liberato da esse tutte”.
“Infatti, tutti quelli che desiderano vivere in santa devozione unitamente a Cristo Gesù saranno anche perseguitati”. (2 Timoteo 3:10-12; Atti 13:49-51; 14:19-22) Per perseverare abbiamo tutti bisogno di fede, amore e longanimità.
Rivestirsi di longanimità
L’apostolo Paolo paragonò la longanimità e altre sante qualità ad abiti che il cristiano dovrebbe indossare dopo essersi svestito delle pratiche che caratterizzano la “vecchia personalità”. (Colossesi 3:5-10)
Paolo scrisse: “Come eletti di Dio, santi ed amati, rivestitevi dei teneri affetti di compassione, benignità, modestia di mente, mitezza e longanimità. Continuate a sopportarvi gli uni gli altri e a perdonarvi liberalmente gli uni gli altri se qualcuno ha motivo di lamentarsi contro un altro”.
“Come Geova vi perdonò liberalmente, così fate anche voi. Ma, oltre a tutte queste cose, rivestitevi d’amore, poiché è un perfetto vincolo d’unione”. - Colossesi 3:12-14.
Quando i componenti della congregazione si rivestono di compassione, benignità, modestia di mente, mitezza, longanimità e amore, riescono a risolvere i problemi e ad andare avanti unitamente nel servizio di Geova.
I sorveglianti cristiani in particolare hanno bisogno di essere longanimi. Forse a volte devono riprendere un altro cristiano, ma ci sono vari modi per farlo.
Paolo indicò l’atteggiamento migliore quando scrisse a Timoteo: “Riprendi, rimprovera, esorta, con ogni longanimità e arte di insegnare”. (2 Timoteo 4:2)
Le pecore di Geova dovrebbero sempre essere trattate con longanimità, dignità e tenerezza. - Matteo 7:12; 11:28; Atti 20:28, 29; Romani 12:10.
Essere longanimi verso tutti
La longanimità di Geova nei confronti del genere umano ci impone l’obbligo morale di essere “longanimi verso tutti”. (1 Tessalonicesi 5:14)
Questo vuol dire essere pazienti con i familiari che non sono Testimoni, con i vicini, i colleghi di lavoro e i compagni di classe.
Sono stati superati molti pregiudizi grazie al fatto che Testimoni hanno sopportato, a volte per anni, commenti sarcastici o vera e propria opposizione da parte di compagni di lavoro o di scuola. (Colossesi 4:5, 6)
L’apostolo Pietro scrisse: “Mantenete la vostra condotta eccellente fra le nazioni, affinché, in ciò di cui parlano contro di voi come malfattori, in seguito alle vostre opere eccellenti delle quali sono testimoni oculari glorifichino Dio nel giorno della sua ispezione”. - 1 Pietro 2:12.
Per milioni di persone la longanimità di Geova significherà salvezza. (2 Pietro 3:9, 15) Se imiteremo l’amore e la longanimità di Geova, continueremo a predicare con pazienza la buona notizia del Regno di Dio e a insegnare ad altri a sottomettersi al regale dominio di Cristo.
Smettere di predicare sarebbe come cercare di porre un limite alla longanimità di Geova e non riconoscerne lo scopo, che è quello di condurre le persone al pentimento. - Romani 2:4.
L’amore cristiano secondo Barclay
Giovanni 15:12-13 dice: “Questo è il mio comandamento: che vi amiate gli uni gli altri, come io ho amato voi. Nessuno ha amore più grande di quello di dare la sua vita per i suoi amici”.
Mentre Gesù diceva queste parole ai discepoli, dopo essersi alzati da tavola, ma trovandosi ancora nella sala di sopra, percepiamo l’enfasi creata dalla ripetizione.
A Gesù importava davvero che i Suoi discepoli si amassero gli uni gli altri e che lo facessero secondo la misura e la qualità del Suo amore per loro.
Marcus Dods spiega: “Forse si aspettavano delle istruzioni dettagliate e minuziose, come quelle che avevano ricevuto quando furono inviati per la prima volta (Matteo 10). Ma invece di regole, l’amore avrebbe dovuto essere una guida sufficiente.”
William Barclay applica questo principio come segue: “Siamo mandati nel mondo per amarci gli uni gli altri. Tuttavia, a volte viviamo come se fossimo stati inviati nel mondo per competere gli uni con gli altri, fare dispute gli uni con gli altri, o addirittura litigare gli uni con gli altri.”
Merrill C. Tenney esorta i discepoli di Gesù: “Unità invece di rivalità, fiducia invece di sospetto, obbedienza invece dell’autoaffermazione - queste devono governare gli sforzi comuni dei discepoli.”
Gesù illustrò loro la misura e la qualità del Suo amore per loro affinché la usassero come modello per l’amore che avrebbero dovuto avere gli uni per gli altri. Il Suo amore è completo e di una grandezza ineguagliabile, avendo Egli deposto la propria vita.
Il Logos e la natura divina di Gesù
William Barclay osserva che normalmente, salvo ragioni particolari, i sostantivi greci hanno davanti l’articolo determinativo. Nel testo di Giovanni, però, theos, il sostantivo per Dio, non ha davanti l’articolo determinativo.
Quando un sostantivo greco non ha davanti l’articolo, diventa piuttosto una descrizione che un’identificazione e assume il carattere di un aggettivo più che di un sostantivo.
Se Giovanni avesse detto ho theos en ho logos, usando un articolo determinativo davanti a entrambi i sostantivi, avrebbe identificato in modo preciso il Logos con Dio; poiché però non c’è l’articolo determinativo davanti a theos, il termine diventa una descrizione, più simile a un aggettivo che a un sostantivo.
La traduzione diventa, per metterla in modo un po’ goffo: “Il Verbo era nella stessa classe di Dio, apparteneva allo stesso ordine dell’essere di Dio”. L’unico traduttore moderno che abbia affrontato questo problema in modo diretto è Kenneth Wuest, che traduce: “Il Verbo era, quanto alla sua essenza, essenzialmente divinità”.
La NEB ha risolto brillantemente il problema con la resa assolutamente accurata: “Ciò che Dio era, il Verbo era”. Giovanni non sta qui identificando il Verbo con Dio.
Per dirla in modo molto semplice, non dice che Gesù era Dio. Ciò che dice è che nessuna descrizione umana di Gesù può essere adeguata e che Gesù, comunque lo si voglia definire, deve essere descritto in termini di Dio.
Barclay non intende dire che Gesù fosse “un dio” in senso analogico o metaforico, nel senso di un “essere potente”. Dicendo che Gesù era Divino, vuole intendere proprio che questi non era “un dio”, ma era “divino”, vale a dire, più che creatura, della stessa natura di Dio Padre.
“Conosco gli uomini”, disse Napoleone, “e Gesù Cristo è più di un uomo”.
La preesistenza del Logos
Non appena Giovanni presenta un problema di traduzione, presenta anche un problema di teologia. “In principio”, dice, “era il Verbo”. “Egli era in principio con Dio” (Giovanni 1:1, 2).
Qui incontriamo la dottrina conosciuta come dottrina della preesistenza del Verbo, o preesistenza del Figlio. Non c’è dottrina più difficile da comprendere in tutto il pensiero teologico.
Essa non può chiaramente significare che questo uomo di carne e sangue, Gesù, esistesse prima della creazione del mondo. Che cosa significa dunque?
Quando Giovanni chiamava Gesù il Verbo, intendeva dire che in Gesù vediamo perfettamente manifestata in forma umana la mente di Dio.
Per dirla nella forma più semplice, intendeva dire che Dio è come Gesù. Quando vediamo Gesù dare da mangiare agli affamati, guarire i malati ed essere amico degli emarginati e dei peccatori, quando vediamo Gesù morire sulla croce, possiamo dire: “Dio è così”.
Se proseguiamo parlando della preesistenza del Logos, una cosa che dobbiamo almeno intendere è che Dio è sempre stato così. La mente di Dio, l’atteggiamento di Dio verso gli uomini, è stato dall’eternità all’eternità ciò che vediamo in Gesù.
Comprendere questo è di fondamentale importanza. Esistono modi di parlare di Gesù che implicano, o quasi affermano, che Gesù abbia fatto qualcosa per cambiare l’atteggiamento di Dio verso gli uomini.
Secondo questa rappresentazione, Gesù avrebbe trasformato in qualche modo l’ira di Dio in amore, persuaso Dio a trattenere la mano, placato la sua collera o trattenuto il giudizio di condanna.
È perfettamente possibile parlare in modo da lasciare l’impressione di un’opposizione e di un contrasto tra Gesù e Dio. Gesù viene presentato come amore che perdona; Dio come santità terribile; e Gesù viene raffigurato mentre ottiene il perdono degli uomini da Dio.
Ma se insistiamo sul fatto che il Logos era in principio e prima del principio, ciò significa molto semplicemente che Dio è sempre stato come Gesù e sempre lo sarà.
Gesù non è venuto a cambiare l’atteggiamento di Dio verso gli uomini, ma a mostrare in modo assolutamente chiaro quale sia quell’atteggiamento e quale sia sempre stato.
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