Per spiegare la parabola del Buon Pastore con un cruciverba è utile partire dal Vangelo di Giovanni 10,11-18 e trasformare le parole-chiave del brano in definizioni semplici. Il gioco aiuta i bambini a comprendere che Gesù è il pastore che conosce le sue pecore, le chiama per nome, le protegge, le guida e dà la propria vita per loro.
Il cruciverba non dovrebbe limitarsi a verificare la memoria, ma accompagnare la lettura del testo evangelico e aiutare i bambini a riconoscere il significato dei simboli: il pastore, le pecore, la voce, il recinto, la porta, il lupo, il mercenario, la vita e il gregge.

Il punto di partenza: leggere il Vangelo
In questo celebre brano tratto dal vangelo secondo Giovanni, Gesù si proclama il “buon pastore”. Come è noto, la figura del pastore è un tema molto ricorrente nella scrittura biblica, già a partire dall'Antico Testamento - per questo viene utilizzata da Gesù stesso.
Il “buon pastore” è colui che è disposto a de-porre (letteralmente) la propria vita per il suo gregge. Per il buon pastore la vita delle pecore è più importante della sua stessa vita.
Perché? Perché il pastore buono è colui che conosce le sue pecore, che si preoccupa per loro, che sa chiamarle una ad una e che è disposto a rischiare di perdere l'intero gregge, piuttosto che una sola di esse si smarrisca.
Il testo evangelico di Giovanni 10,11-18
In quel tempo Gesù disse ai suoi discepoli: «Io sono il buon pastore. Il buon pastore dà la propria vita per le pecore. Il mercenario - che non è pastore e al quale le pecore non appartengono - vede venire il lupo, abbandona le pecore e fugge, e il lupo le rap rapisce e le disperde; perché è un mercenario e non gli importa delle pecore.
Io sono il buon pastore, conosco le mie pecore e le mie pecore conoscono me, così come il Padre conosce me e io conosco il Padre, e do la mia vita per le pecore.
E ho altre pecore che non provengono da questo recinto: anche quelle io devo guidare. Ascolteranno la mia voce e diventeranno un solo gregge, un solo pastore.
Per questo il Padre mi ama: perché io do la mia vita, per poi riprenderla di nuovo. Nessuno me la toglie: io la do da me stesso. Ho il potere di darla e il potere di riprenderla di nuovo. Questo è il comando che ho ricevuto dal Padre mio».
Nel brano del Vangelo ritorna frequentemente il confronto tra il buon pastore e i ladri; è il confronto tra la tenerezza disinteressata del pastore e la durezza spietata dei ladri e dei briganti.
Il pastore che si occupa delle pecore solamente per il guadagno, per il proprio tornaconto personale - anche solamente di carattere “egoico” -, non è realmente interessato alle pecore: esse sono solamente un mezzo per raggiungere i propri fini.
Il mercenario non ha dubbi e, davanti al pericolo, fugge per mettere in salvo se stesso, abbandonando il gregge, lasciando che le pecore si dis-perdano, inghiottite dalla notte.
Che cosa significa l’immagine del pastore
Per capire l’importanza dell’immagine di Gesù buon pastore, dobbiamo sapere che la pastorizia era una delle attività principali della Palestina ai tempi di Gesù e spesso era praticata in zone aride; per cui succedeva che se un gregge non era condotto con attenzione da un pastore, finiva per morire di stenti o per essere preda di animali feroci.
La risposta sta nel valore economico e morale che aveva il gregge nella cultura medio-orientale antica (e giunta praticamente fino alla rivoluzione industriale del secolo XIX), da tre punti di vista: come segno consistente di ricchezza e dunque di potere da parte del pastore; per il popolo poi rappresentava una risorsa elementare di vita per il latte, la lana e la carne; e insieme indicava sicura protezione di fronte a ladri e violenti.
Il passaggio a senso simbolico era spontaneo e ricco di implicanze esistenziali. In tutto l’antico Medio Oriente la metafora del pastore e del gregge divenne abituale per esprimere il legame che unisce un sovrano divino e umano con i suoi sudditi, con accenti diversi nei diversi popoli e dunque anche in quello di Israele, diventando linguaggio tradizionale sia nell’AT che nel NT e poi nella Chiesa fino ad oggi.
Ora usciamo dall’immagine per cogliere il messaggio evangelico: noi siamo persone che hanno bisogno di qualcuno che ci conduca verso sorgenti di vita, lontano dai pericoli e dai predatori. Gesù si offre a noi come guida e salvatore della nostra esistenza.
Le parole fondamentali da spiegare
| Parola | Significato nel Vangelo |
|---|---|
| Pastore | Gesù guida, conosce, protegge e nutre le sue pecore. |
| Pecore | Le persone che ascoltano la voce di Gesù e lo seguono. |
| Voce | La parola di Gesù, riconosciuta da chi vive una relazione con lui. |
| Recinto | Il luogo della protezione e dell’appartenenza. |
| Lupo | Il pericolo che minaccia il gregge. |
| Mercenario | Chi cerca il proprio interesse e fugge davanti al pericolo. |
| Vita | Il dono totale che Gesù offre per le sue pecore. |
| Gregge | La comunità riunita intorno all’unico pastore. |
Come preparare il cruciverba
Un cruciverba sul Buon Pastore può essere proposto dopo la lettura del Vangelo. Si esegue dopo aver letto i brani. Un cruciverba per fare in modo che i bambini si divertano a ricercare e comprendere la parabola del Buon Pastore, dal Vangelo di Giovanni (10,11-18).
Il gioco è pensato per essere fatto dai bambini insieme al catechista che aiuta a trovare le risposte ripassando i concetti proposti come quiz.
Le definizioni devono essere brevi, concrete e collegate direttamente al testo. Per i bambini più piccoli è utile inserire nella griglia alcune lettere già scritte; per i ragazzi più grandi si può chiedere di cercare le risposte direttamente nel Vangelo.
Obiettivi dell’attività
- Comprendere il significato dell’immagine del Buon Pastore.
- Riconoscere le parole principali del brano di Giovanni.
- Distinguere il pastore buono dal mercenario.
- Scoprire il valore della voce e dell’ascolto.
- Collegare il dono della vita di Gesù alla cura degli altri.
- Favorire la lettura attenta del testo evangelico.
- Trasformare il gioco in un momento di riflessione e condivisione.
Un possibile schema di definizioni
Le definizioni possono essere organizzate in modo da far emergere, attraverso le parole incrociate, una frase o una parola finale. La soluzione nascosta può richiamare il messaggio centrale dell’incontro.
- Chi dice: “Io sono il buon pastore”? - Gesù.
- Che cosa dà il buon pastore per le pecore? - La vita.
- Chi fugge quando arriva il lupo? - Il mercenario.
- Che cosa ascoltano le pecore? - La voce.
- Come chiama il pastore le sue pecore? - Per nome.
- Chi minaccia il gregge? - Il lupo.
- Che cosa forma un solo gregge? - Le pecore.
- Da chi provengono anche le altre pecore? - Da un altro recinto.
- Che cosa fanno le pecore quando riconoscono il pastore? - Lo seguono.
- Chi guida le pecore? - Il pastore.
- Che cosa trova chi entra dalla porta? - Pascolo.
- Che cosa vuole donare Gesù? - La vita in abbondanza.
Per i bambini più piccoli si possono usare definizioni ancora più semplici: “Animale del gregge”, “Colui che guida le pecore”, “Animale pericoloso”, “Ciò che Gesù dona”, “Parola ascoltata dalle pecore”.
Parole utili per la griglia
- GESÙ
- PASTORE
- PECORA
- GREGGE
- VOCE
- NOME
- VITA
- LUPO
- MERCENARIO
- PORTA
- RECINTO
- PASCOLO
- GUIDA
- AMORE
- PADRE
Il cruciverba come percorso di comprensione
Il cruciverba può essere diviso in tre parti: ciò che il pastore fa, ciò che le pecore fanno e ciò che minaccia il gregge. In questo modo la griglia diventa una sintesi visiva del Vangelo.
1. Ciò che fa il Buon Pastore
Il vero pastore chiama per nome tutte le pecore, cioè le conosce una per una, come sua gelosa proprietà, perciò custodisce la porta dell’ovile e le conduce ai pascoli sicuri.
Il pastore buono è Gesù, è lui la guida spirituale delle nostre anime e della nostra vita.
Gesù si dichiara «buon pastore» perché: «dà la propria vita per le pecore», per tutte le pecore, anche «quelle che non provengono da questo recinto».
2. Ciò che fanno le pecore
Le pecore seguono solo lui, perché conoscono la voce del vero padrone, si sentono chiamate per nome.
Tutti, anche papa, vescovi, sacerdoti, e laici, sono “pecore” chiamate a conoscerlo e ad ascoltare la sua voce, e a rendersi disponibili a dare la loro vita per le altre pecore, perché non si diventa “buoni pastori” con l’ordinazione sacerdotale o la consacrazione episcopale, o la professione religiosa.
Le pecore rappresentano persone libere, capaci di ascoltare, riconoscere e seguire. Nella Bibbia Dio è pastore di un popolo di persone libere, nel suo insieme e di ciascun membro.
3. Ciò che minaccia il gregge
Il pastore malvagio è come un ladro e brigante, che si infiltra in modo subdolo, evitando la porta legittima, ma non troverà adesione delle pecore.
Il pastore che si occupa delle pecore solamente per il guadagno, per il proprio tornaconto personale - anche solamente di carattere “egoico” -, non è realmente interessato alle pecore: esse sono solamente un mezzo per raggiungere i propri fini.
Al tempo dei profeti emerge però un quadro inquietante di pastori infedeli che sfruttano le pecore e lasciano andare in rovina il gregge; contro di essi si infiamma la collera divina: tutti questi pastori egli «li spazzerà via».
Caro Gesù (Tv2000), Le domande dei bambini - Gesù buon pastore
La porta e la voce: due simboli da inserire nel gioco
Giov 10 è un testo discusso quanto alla sua composizione e struttura. Ma partendo da così come si presenta, si rendono evidenti gli elementi maggiori.
Si rintraccia un chiaro filo logico: Gesù, il Messia inviato dal Padre, è «Pastore», anzi Buon Pastore; i suoi discepoli formano parte del suo «gregge»; il gregge è sotto minaccia di cattivi pastori; ma Cristo Pastore da una parte mostra una cura attenta delle sue «pecore», le conosce, le chiama per nome, le cerca quando si perdono, e dall’altra denuncia e svela le trame dei cattivi pastori.
La porta
Nei vv. 7-10, Gesù si sofferma sul duplice polo del buon pastore e del cattivo pastore, coinvolgendo implicitamente il gregge. Il tono si fa esternamente polemico, perché internamente tratta una questione decisiva: chi merita di essere il «guardiano» e guida del popolo di Dio? In che cosa si contraddistingue da altre forme?
«Io sono la porta». È la prima autodefinizione di Gesù. Il gregge racchiuso nell’ovile ha bisogno di uscire nei pascoli, e quando rientra, di trovare la porta custodita e un pastore solerte che fa da guida.
Io sono la porta: se uno entra attraverso di me, sarà salvato; entrerà e uscirà e troverà pascolo.
Nel cruciverba, la parola PORTA può essere collegata a una definizione come: “Attraverso di essa le pecore entrano e trovano salvezza”.
La voce
Il guardiano gli apre e le pecore ascoltano la sua voce: egli chiama le sue pecore, ciascuna per nome, e le conduce fuori.
E quando ha spinto fuori tutte le sue pecore, cammina davanti a esse, e le pecore lo seguono perché conoscono la sua voce.
Un estraneo invece non lo seguiranno, ma fuggiranno via da lui, perché non conoscono la voce degli estranei.
La parola VOCE permette di spiegare che il rapporto tra Gesù e i suoi discepoli non è anonimo. Il pastore conosce ciascuna pecora e ciascuna pecora impara a riconoscere il pastore.
Il significato della conoscenza reciproca
«Io sono il buon pastore, conosco le mie pecore e le mie pecore conoscono me, così come il Padre conosce me e io conosco il Padre, e do la mia vita per le pecore».
Conoscere, nel linguaggio biblico, non significa soltanto possedere informazioni. Significa entrare in una relazione personale, prendersi cura, riconoscere l’altro e assumersi una responsabilità nei suoi confronti.
Per questo la definizione “per nome” è importante: Gesù non considera il gregge una massa indistinta. Egli conosce le persone nella loro unicità.
Tre sono i tratti delineati: - il vero pastore chiama per nome tutte le pecore, cioè le conosce una per una, come sua gelosa proprietà, perciò custodisce la porta dell’ovile e le conduce ai pascoli sicuri (v. 3); - le pecore seguono solo lui, perché conoscono la voce del vero padrone, si sentono chiamate per nome (v. 4); - il pastore malvagio è come un ladro e brigante, che si infiltra in modo subdolo, evitando la porta legittima, ma non troverà adesione delle pecore (vv. 1.5).
Il dono della vita
Il buon pastore è colui che è disposto a de-porre (letteralmente) la propria vita per il suo gregge. Per il buon pastore la vita delle pecore è più importante della sua stessa vita.
Il segreto: l’amore del Padre che spinge il Figlio Gesù a fare il dono della vita.
Nessuno gli toglie la vita, ma è lui che, liberamente, decide di de-porla.
Giovanni, qui, ci mostra la profondità di questo mistero cristiano: il mistero del Figlio che è tutt'uno con il Padre, il mistero del Figlio che si spoglia della sua “pienezza” per sperimentare la vita e la morte, l'incarnazione e la croce.
Per i bambini è importante spiegare che “dare la vita” non significa soltanto compiere gesti straordinari o affrontare pericoli eccezionali.
Ci incoraggia anche non identificare il «dare la vita per le pecore» soltanto con cose eccezionali, eroiche, al di fuori della nostra portata, ma anche e soprattutto valorizzando quelle piccole e quotidiane: un sorriso, una pace, un perdono, una parola buona, una stretta di mano, un silenzio.
Tutto quello che quando ci arriva nei momenti di "smarrimento" dà a noi la forza di tirarci su.
Domande per collegare il Vangelo alla vita
- Quando qualcuno si è preso cura di me?
- Quale gesto semplice può aiutare una persona che si sente sola?
- Che cosa significa ascoltare davvero una persona?
- Quali “voci” posso seguire nella vita?
- Come posso riconoscere una voce che porta alla vita?
- In quale situazione posso essere un buon pastore per gli altri?
Il Buon Pastore è un modello per tutti
La risposta sembrerebbe ovvia: il Papa, i vescovi, i sacerdoti, i religiosi che hanno la responsabilità di guidare il gregge e si fregiano del titolo di "pastori".
Non è così. Gesù non si è dichiarato buon pastore per i futuri papi, vescovi e sacerdoti, ma per tutti coloro che lo stavano ad ascoltare.
Perciò il "Buon Pastore" che si espone per difendere e nutrire le sue pecorelle è modello di vita per tutti i cristiani. Tutti!
Chi è papa, vescovo, prete, frate, monaca. deve esserlo da "buon pastore". Chi è cristiano laico deve esserlo da "buon pastore". Chi è sposato deve esserlo da "buon pastore". Chi non lo è, ugualmente. Chi è genitore, deve esserlo da "buon pastore". Chi non lo è ugualmente.
Con chi? Con tutti: i colleghi, gli amici, le persone incontrate casualmente, i coinquilini, gli alunni, gli insegnanti; con quelli a cuoi vuole bene, con quelli a cui vuole male; con i concittadini, con gli extracomunitari; con i bianchi, con i neri.
L’attività del cruciverba può quindi concludersi con una domanda personale: “Con chi posso comportarmi da buon pastore?”. Ogni bambino può scrivere una persona da aiutare o un gesto concreto da compiere.
Un solo gregge e un solo pastore
Giovanni ambienta questo racconto a Gerusalemme e gli interlocutori a cui Gesù sta parlando sono, ovviamente, giudei. Per questo dice loro che le sue pecore non provengono solamente da quel recinto, dal “recinto ebraico”, ma esse verranno anche dal “recinto pagano”.
Queste parole di Cristo rappresento uno dei migliori antidoti alla chiusura su se stessi dei vari raggruppamenti, comunità o istituzioni cristiane.
In prima battuta le parole di Gesù dicono che le pecore sono sue, e solamente sue - mentre la storia della cristianità racconta qualcosa di diverso.
In seconda battuta queste parole dicono a tutti i fedeli che la Parola di Verità di Gesù è per tutti, e nessun gruppo può anche solo pensare di essere il primo, di essere meglio degli altri.
La definizione “un solo gregge” può diventare la soluzione finale del cruciverba oppure una frase da ricostruire con le lettere evidenziate.
Una proposta di attività in tre momenti
Primo momento: ascolto
Il catechista legge il brano di Giovanni 10,11-18 lentamente, eventualmente distribuendo il testo ai bambini.
È utile chiedere ai partecipanti di sottolineare le parole che si ripetono, come pastore, pecore, vita, voce, conoscere e seguire.
Secondo momento: cruciverba
I bambini risolvono il cruciverba individualmente o a piccoli gruppi. Il catechista può lasciare il Vangelo a disposizione, così che le risposte siano cercate nel testo e non soltanto ricordate.
Tre cruciverba per giocare a squadre nell'ora di catechismo; E' un modo diverso per imparare.
Quando una squadra trova una parola, deve spiegare in quale frase del Vangelo compare o quale significato assume.
Terzo momento: condivisione
Terminato il gioco, ogni gruppo sceglie una parola e spiega perché è importante per comprendere Gesù come Buon Pastore.
Il catechista può raccogliere le parole sulla lavagna e collegarle con frecce: Gesù conosce, chiama, guida, protegge, cerca, riunisce e dona la vita.
Il ruolo del catechista e dei “guardiani”
Nel brano del Vangelo si dice anche che Gesù buon pastore si serve di guardiani. Ai tempi di Gesù, diversi pastori alla sera portavano il proprio piccolo gregge in un recinto che era custodito da guardiani.
Il mattino seguente ciascun pastore chiamava le proprie pecore ed esse riconoscendo la sua voce uscivano dietro a lui.
Anche oggi Gesù si serve di uomini disponibili a collaborare con Lui nel custodire e guidare la Chiesa.
Gesù è il pastore, ai religiosi e ai preti è chiesto di aiutarlo nel compito premuroso e disinteressato di capo e maestro.
Questo tema può essere collegato alla vita concreta del gruppo: il catechista aiuta i bambini a conoscere la voce di Gesù, ma non si sostituisce a lui. Il suo compito è accompagnare, spiegare, ascoltare e guidare con attenzione.
Ciascun prete deve poi verificare come questo dono spirituale che ha ricevuto faccia i conti con la sua realtà umana, con le sue qualità e i suoi difetti; infatti neppure lui nasce “perfetto o imparato” ma come tutti ha la fatica quotidiana della lotta tra il bene e il male, tra la scelta di seguire l’esempio di Gesù e la tentazione di seguire i falsi ideali dell’orgoglio e delle passioni.
Come rendere il cruciverba più efficace
- Leggere il Vangelo prima di consegnare la griglia.
- Usare parole realmente presenti nel brano o strettamente collegate ad esso.
- Inserire definizioni brevi e adatte all’età dei partecipanti.
- Permettere ai bambini di consultare il testo evangelico.
- Prevedere alcune lettere già inserite per facilitare i più piccoli.
- Dividere i ragazzi in squadre per favorire la collaborazione.
- Chiedere una spiegazione per ogni risposta trovata.
- Usare una parola finale che riassuma il messaggio del brano.
- Concludere con un gesto concreto di cura verso gli altri.
Adattamenti per diverse fasce d’età
Bambini dai 6 agli 8 anni
Per i bambini più piccoli è consigliabile utilizzare una griglia breve, con immagini accanto alle definizioni e con alcune lettere già inserite.
Le parole possono essere: GESÙ, PECORA, LUPO, VOCE, VITA e NOME. L’attività può essere accompagnata da un disegno da colorare.
Bambini dai 9 agli 11 anni
Per questa fascia d’età si può proporre un cruciverba con definizioni tratte direttamente dal Vangelo e una frase nascosta da leggere in verticale.
La frase nascosta può essere “BUON PASTORE”, “GESÙ DONA LA VITA” oppure “ASCOLTA LA SUA VOCE”.
Ragazzi più grandi
Con i preadolescenti si può chiedere di costruire loro stessi le definizioni e la griglia. In questo modo il gioco diventa anche un esercizio di interpretazione del testo.
Gli animatori propongono loro di riflettere su questo valore e di realizzare un cruciverba da lanciare in rete o sottoporre alla comunità parrocchiale.
Si possono inoltre confrontare le figure del Buon Pastore, del mercenario, del ladro e del lupo, chiedendo ai ragazzi di individuare atteggiamenti concreti che fanno vivere o che minacciano una comunità.
Il significato più profondo della parabola
Non si possono pienamente comprendere le parole di Gesù in Giov 10 se non entrando in una storia più grande, quella del popolo di Dio Israele, attestata dalla Sacra Scrittura che noi oggi chiamiamo Antico Testamento, ma che per Gesù e gli apostoli era l’unico Testamento o Alleanza.
Originariamente la metafora è stata impiegata per designare Israele come gregge di Dio condotto con premura mai venuta meno attraverso il deserto, e poi attraverso le vicissitudini della sua storia, verso un ultimo compimento.
A tutti è noto il celebre Salmo 23: «Il Signore è mio pastore non manco di nulla…». Esso resta una delle più belle descrizioni di Dio come pastore del suo popolo.
Quando Gesù parlerà di pastore e di gregge, in riferimento a Dio e a se stesso, non farà discorsi a sé stanti, totalmente inediti: si avvarrà esplicitamente di una grande eredità portando piuttosto la novità della sua personale rivelazione.
In sintesi; la metafora serve disegnare in Dio l’autorevolezza del comando e insieme la sua cura affettuosa, concreta, personalizzata e liberatrice nei confronti del gregge; la continuazione del servizio pastorale attraverso persone designate da Dio stesso; la necessità di un’appartenenza unitaria e visibile a Dio da parte del suo popolo, ma vanno calcolate anche le insidie dei cattivi pastori che disperdono e uccidono.
Veramente il tema del pastore biblico non è proprio così idilliaco, piacevole come lascia trasparire una certa moda, ma è drammatico: si tratta di vita o di morte del gregge, della sua unità feconda o della sua dispersione sterile, e dunque della necessità assoluta di pastori buoni, «secondo il cuore di Dio», pena la rovina certa arrecata dai cattivi pastori secondo una astuta e perversa regia del male, un dramma però a lieto fine perché al gregge di Dio, per opera del Messia e dei suoi collaboratori, è assicurata la vittoria quanto più ostile e subdola è stata la minaccia.
Una conclusione operativa per il gruppo
Ed ecco che come sempre quando ci confrontiamo con il Vangelo nasce la paura: "E chi ce la fa?".
Ce la fa chi decide di farcela, confidando nel Buon Pastore che non ci impone carichi, ma ci invita a seguirlo e cammina con noi, con la sua misericordia e il suo perdono.
L’autodichiarazione di Gesù: «io sono il buon pastore» è un altro modo per dire: «io sono la via, la verità e la vita» (Gv 14,8), e per invitarci a seguirlo, diventando anche noi "buon pastore", dando la vita per gli altri, come egli l'ha data.
Il cruciverba può così diventare più di un semplice gioco: le parole incrociate aiutano a ricordare il Vangelo, mentre il dialogo e le domande aiutano a trasformare quel messaggio in atteggiamenti concreti di ascolto, cura, protezione, perdono e solidarietà.