I crocifissi collocati lungo i sentieri, agli incroci e nelle biforcazioni sono generalmente chiamati croci da carrefour, cioè croci poste nei punti in cui una strada si divide. Quando sono eretti per invocare protezione contro il maltempo, le valanghe, gli incendi o altri pericoli naturali, possono essere definiti anche croci votive o croci apotropaiche.
Il nome cambia in base al luogo e alla funzione: sulle cime si parla soprattutto di croci di vetta; nei pressi di pascoli, malghe e campi di croci campestri; ai confini di croci di confine; nei luoghi in cui si sono verificati incidenti o morti violente di croci epigrafiche. Il termine crocifisso indica invece propriamente la croce sulla quale è rappresentato Cristo.
I principali nomi delle croci sui sentieri
| Nome | Luogo o funzione |
|---|---|
| Croce da carrefour | È collocata presso biforcazioni, incroci e crocicchi. |
| Croce votiva | È stata eretta come ringraziamento o per invocare protezione divina. |
| Croce apotropaica | È destinata a proteggere da pericoli, calamità e forze considerate minacciose. |
| Croce campestre | Si trova nel paesaggio rurale, presso campi, pascoli, malghe e strade. |
| Croce di vetta | È posizionata sulla sommità di una montagna o di una collina. |
| Croce di confine | Segna il limite tra territori, comuni, giurisdizioni o proprietà. |
| Croce epigrafica | Ricorda un incidente, un omicidio o una morte improvvisa ed è spesso accompagnata da un’iscrizione. |
Le croci da carrefour: i crocifissi agli incroci
Le croci da “carrefour” sono le croci poste sulle biforcazioni delle strade. Indicano una sosta di riflessione davanti alle scelte della vita, una presa di coscienza dell’esistenza come un cammino a volte dubbioso o magari pericoloso, un pellegrinaggio dalla terra al cielo.
Chiedono la forza contro la sfiducia o la stanchezza, una luce nei momenti di sofferenza, un senso nel peregrinare della vita. La presenza di croci presso biforcazioni, alture, crinali e confini si collega al significato simbolico attribuito ai punti in cui una persona deve scegliere tra due strade o tra due cammini.
Nel Trentino-Alto Adige le croci campestri sono chiamate anche Wegkreuze. La presenza delle croci campestri (Wegkreuze) in Trentino Altoadige-Suedtirol, non passa inosservata ed è parte integrante del paesaggio sacro che riconduce alla storia delle genti che abitarono e abitano la regione.
Il culto è esteso a tutta la regione alpina, quindi anche alle nazioni che la compongono, anche se con modalità stilistiche varianti da una regione all’altra. L’usanza di elevare croci in differenti luoghi del paesaggio contadino possiede radici molto profonde, probabilmente riconducibili alle culture pagane precristiane.
Croce, crocifisso e croce votiva: qual è la differenza?
Il termine croce indica il simbolo formato da due elementi che si intersecano, mentre crocifisso indica una croce con la figura di Gesù Cristo. Le croci presenti sui sentieri possono quindi essere semplici croci di legno o pietra, oppure veri e propri crocifissi con la rappresentazione della Passione.
Le croci votive sono costruite per invocare la protezione divina dal maltempo e sistemate in modo da segnalare sentieri e confini. Non di rado, queste croci di legno presentano tre traverse, simbolo della Trinità e testimonianza del profondo attaccamento alla fede cristiana.
Soprattutto nel XIX-XX sec. i Cristi delle strade venivano creati nel legno: le croci in larice e il crocifisso spesso in cirmolo. Alle volte i Cristi venivano decorati con della calce, le piaghe color vermiglio e i capelli di nero fuligine.
Sempre nel XIX sec. molte croci venivano chiuse posteriormente con un tavolato romboidale, a protezione degli agenti atmosferici, in cui venivano inseriti simboli sacri come il Sacro Cuore, il calice e anche i simboli della Passione: la lancia, i chiodi, il martello e la spugna dell’aceto.
Le croci epigrafiche
In tempi antichi, dall’alto medioevo, queste semplici croci di legno o di pietra, senza Cristo appeso, indicavano luoghi dove erano successi fatti di “cronaca nera”. Venivano erette in posti dove erano avvenuti incidenti mortali o omicidi e potevano valere come misura sostitutiva o aggiuntiva di pene inflitte dagli antichi tribunali giudiziari.
Generalmente venivano corredate di un’epigrafe che chiariva i motivi della loro presenza, magari con l’invito al passante ad una prece per le anime delle persone morte in maniera violenta o improvvisa. In questo caso la croce non aveva principalmente una funzione di orientamento, ma costituiva un segno commemorativo e un invito alla memoria.
Le croci di confine
Le croci di confine sono generalmente costruite in pietra e segnano i confini tra una giurisdizione e l’altra, tra un confine municipale e l’altro o tra grosse proprietà fondiarie.
La loro presenza può coincidere con sentieri, valichi, crinali e punti di passaggio. In alcuni casi una croce nei pressi di un colle ha determinato anche il toponimo, come nel caso del Colle della Croce.
Le croci apotropaiche
Nel Medioevo il paesaggio era culturalmente suddiviso in “sacro” e “profano”. Il paesaggio sacro era riconducibile alle chiese, ai suoi sagrati, ai villaggi, alle città poste sotto la protezione di Santi patroni, ai cimiteri e, in generale, a tutti quei luoghi deputati alla convivenza umana.
D’altra parte tutto quello che era natura selvaggia, per usare un termine moderno, era visto come luogo irto di presenze spirituali demoniache, posti di streghe, stregoni e animali legati a spiriti mitologici. Qui troviamo le croci a difesa e protezione dei pascoli e delle malghe, che venivano issate sulle cime dei monti e al centro dei cimiteri.
Tali croci venivano poste anche in scongiuro contro gli incendi, la folgore e le valanghe. La forza bruta della Natura veniva così esorcizzata in seno ad una fiducia che, insieme alla tenacia, teneva in piedi l’esistenza dei contadini di montagna.
Questa usanza fu importata dai crociati fin dalle prime guerre di liberazione del Santo Sepolcro e inizialmente le croci avevano la forma complessa della croce di Gerusalemme. Ancora oggi si possono osservare in certi pascoli, soprattutto contigui ai masi dell’Alto Adige/Suedtirol, delle croci di Gerusalemme in forma originaria.

Le croci di vetta
Una croce di vetta è una croce posizionata sulla sommità di una montagna o di una collina. Le croci di vetta sono realizzate utilizzando materiali scelti per resistere nelle condizioni climatiche a volte estreme che caratterizzano la cima dei rilievi montuosi sui quali sorgono.
A causa delle intemperie alle quali sono sottoposte necessitano periodicamente di manutenzione e restauri e, a volte, debbono essere sostituite a causa dei danni subiti. Alcune croci di vetta sono accompagnate da un libro di vetta, in tedesco Gipfelbuch.
Si tratta di un quaderno, in genere contenuto in una nicchia ricavata nel basamento della croce, sul quale gli escursionisti o gli alpinisti che raggiungono la cima possono lasciare un messaggio. La croce di vetta può quindi avere contemporaneamente un significato religioso, commemorativo, territoriale e alpinistico.
Quando sono comparse le croci sulle montagne?
La prima notizia di apposizioni di croci in montagna, come segno del passaggio dell’uomo e come simbolo di ringraziamento cristiano, apparve in Francia nell’anno della scoperta dell’America. Da quel momento in poi questa pratica è diventata consuetudine.
A partire dalla fine del XIII secolo grandi croci furono erette su vari valichi alpini, come ad esempio al passo dell’Arlberg o alla forcella del Picco. Con la progressiva conquista delle vette alpine la collocazione delle croci si è estesa dai punti di valico alle sommità circostanti.
Costruite nel 1492, le croci presenti sulla cima del Mont Aiguille sono uno dei primi esempi con datazione certa di costruzione di una croce sulla sommità di una montagna di non facile accesso. Antoine de Ville, durante la prima salita sulla vetta del Mont Aiguille, scrisse di aver fatto erigere “negli angoli dell’altopiano, tre grandi croci” in onore di Carlo VIII, re di Francia, e per ringraziamento a Dio dell’impresa.
Un altro pioniere delle salite alpinistiche del Medioevo legate all’apposizione di simboli sacri è Bonifacio Rotario d’Asti che nel 1358 portò un’immagine santa sul Monte Rocciamelone, una cima delle Alpi Graie al confine della Valle di Susa. Riuscì a installare un ex voto per la liberazione dalla sua prigionia in Turchia durante la crociata in Terra Santa.
Numerose croci di vetta furono posizionate in seguito su molte montagne delle regioni cattoliche delle Alpi e di altre catene montuose, in particolare tra la seconda metà del XIX secolo e la prima metà del secolo successivo. Alcune di queste croci fungono anche da cippi di frontiera.
Perché vengono collocate sulle vette?
Le croci di vetta dell’Ottocento erano apposte non solo per ringraziamento a Dio della felice riuscita dell’impresa senza conseguenze drammatiche per i salitori pionieri, ma anche per rimarcare la fede cristiana che accompagnava gli esploratori nelle loro prime scoperte scientifiche.
Era consuetudine nelle religioni naturali più antiche omaggiare le divinità pagane con riti e sacrifici. Così, con la cristianizzazione delle Alpi, diventò impegno morale costruire materialmente un simbolo cristiano in vetta, giustificandone la faticosa salita e per superare il senso di colpa di aver osato sfidare i “luoghi alti”, quelli del mito e della trascendenza.
Le croci sono state poste dalle comunità. Alcune infatti hanno lo scopo simbolico di proteggere il paese a valle e devono essere monumentali per essere percepite dal basso.
Un altro aspetto è invece quello delle “croci anonime”, messe per ricordare ad esempio un proprio caro disperso in montagna o per altri motivi. Tante delle croci fissate in vetta agli Appennini sono molto semplici e spingono verso una dimensione intima e religiosa del sacro, che può essere vista in senso ampio, non direttamente legata a una misura confessionale.
La presenza delle croci nelle diverse regioni
Il fenomeno di croci sulle vette è nel complesso meno marcato in Francia, dove prevale storicamente una posizione più rigorosa della laicità e dove spesso le croci nei Pirenei sono state vandalizzate o asportate, come anche in Slovenia, dove è più presente lo stolp, cioè la torre, e in Inghilterra, in cui prevalgono piuttosto i cippi.
La stessa presenza di cippi si riscontra nella catena dei Carpazi in Repubblica Ceca e Romania e nei Monti Tatra tra Slovacchia e Polonia. Al contrario, nelle regioni cattoliche delle Alpi, in Svizzera, in Austria e in Baviera, in Spagna e in Italia, soprattutto nel Tirolo, si sono susseguite nel tempo vere e proprie stratificazioni di croci anche sui punti più alti delle cime.
Una croce cattolica si trova nelle Ande dell’Argentina, sulla vetta dell’Aconcagua, 6961 m, il summit più alto delle Americhe e dell’emisfero australe, ed è di modeste dimensioni. In Asia Centrale, nel Kyrghyzstan, una bassa croce ortodossa figura invece accanto al busto in bronzo di Lenin sul vertice del Lenin Peak, 7134 m.
In Spagna ha destato curiosità l’azione delle amministrazioni di sette comuni spagnoli del Paese Basco che nel 2014 hanno rimosso gran parte delle croci dal Monte Hernio, 1078 m. A partire dal 1911, anno dell’apposizione della croce più antica, avevano iniziato disordinatamente a proliferare tante croci sul suo vertice, fino alla crescita inverosimile degli ultimi anni, al punto da essere soprannominato “la montagna delle mille croci”.
Le croci e l’impatto sul paesaggio
La presenza e la nuova collocazione di croci sulle montagne ha suscitato in vari paesi alcune critiche. Nel 2010, ad esempio, la guida svizzera Patrick Bussard ha danneggiato per protesta la croce di vetta sui monti Vanil Noir e Merlas.
Nel 2013 l’associazione Mountain Wilderness ha emesso un comunicato di critica a questa usanza, ritenuta impattante inutilmente sul paesaggio, mentre già nel 2008 la Commissione Diocesana Pastorale Turismo e Sport dell’arcidiocesi di Trento aveva prodotto una lettera in cui si evidenziavano le problematiche ambientali e si minimizzavano le motivazioni religiose.
Nel caso del Monte Hernio, eccetto la grande croce centrale o la croce del Calvario, insieme a poche altre croci storiche rimaste in situ, i simboli sono stati tutti asportati dopo aver instaurato un difficile dialogo con le comunità.
Tante croci personalizzate con foto e targhe in memoria erano state infatti apposte dalle famiglie per commemorare i loro defunti, tanto che sono state percepite come un simbolico cimitero in quota. Ma anche un potenziale pericolo per i pellegrini e per gli escursionisti che sarebbero potuti incappare nell’eventuale caduta delle “costruzioni” più pericolanti.
La mancanza di regolamenti in merito aveva determinato involontariamente un impattante disturbo sullo skyline della montagna, una percezione compromessa dei panorami e del paesaggio, occultati parzialmente da una selva disordinata di elementi.
Le croci di vetta sugli Appennini
Il volume “Croci di vetta in Appennino”, edito da Ciampi e presentato all’Università Lumsa di Roma, nasce all’interno di un dottorato di ricerca dell’Università della Tuscia e fotografa un aspetto particolare, quello delle croci installate sulle vette più alte degli Appennini.
Il lavoro sviluppato da Ines Millesimi è il primo nel suo genere e propone la catalogazione di tutte le croci sopra i duemila metri di altezza, definito uno “spazio geografico estremamente complesso”. Abbiamo percorso queste vette e verificato che su 261 cime ben 68 sono attraversate dalla presenza di questo simbolo antropico.
Le croci, prosegue Ines Millesimi, sono state poste dalle comunità. Alcune infatti hanno lo scopo simbolico di proteggere il paese a valle, devono essere monumentali per essere percepite dal basso.
L’autrice osserva inoltre che nessuno conosce la storia di queste croci e la complessità di questi ambienti. Il libro approfondisce anche il significato religioso della croce.
Madonne, statue e altri simboli sui sentieri e sulle vette
Nelle vette delle montagne, oltre alle croci che possono o non possono essere presenti, si possono trovare anche altre forme di segnalazioni che vanno dalla costruzione di grandi strutture in pietra, i classici “ometti” da sentiero ma decisamente molto più grossi, a statue religiose vere e proprie, molto diffuse le statue delle Madonne, a bandierine tipiche nepalesi o himalayane.
Immagini di croci e di figure mariane trovarono così “casa” in montagna, e non solo negli spazi chiusi delle chiese dove svolgevano uno scopo liturgico, legato alla catechesi. In epoca moderna sono stati apposti sulla vetta anche santuari, statue in bronzo della Madonna, bivacchi, busti, vertici trigonometrici e tralicci parafulmine.
In primis, visto che noi siamo Valsusini, non possiamo non citare la Madonna del Rocciamelone con tutta la sua storia. In alcune zone montane la statua mariana svolge una funzione devozionale e commemorativa analoga a quella delle croci, ma non viene chiamata crocifisso né croce di vetta.

Gli ometti di pietra lungo i sentieri
Chiunque abbia camminato almeno una volta in montagna si sarà imbattuto in quei curiosi cumuli di pietre che costellano i sentieri. Quei cumuli sono gli ometti, semplici costruzioni in equilibrio, nate dall’accatastare sassi di varie dimensioni secondo una logica piramidale.
Vengono chiamati anche omini di pietra o uomini di pietra, proprio per la loro forma vagamente antropomorfa. A prima vista possono sembrare solo segnavia silenziosi, ma racchiudono molto di più.
Questa pratica accompagna l’uomo sin dal Neolitico, periodo in cui gli ometti venivano usati per segnare la strada. Nel Medioevo, a questi stessi mucchi di pietre si legavano storie e leggende di streghe e diavoli che, nelle tenebre, si radunavano attorno a essi.
In tempi più recenti, sono diventati una forma di segnaletica semplice, economica e a basso impatto ambientale, perfettamente in sintonia con lo spirito della montagna. Si sbaglia, quindi, a pensare che gli ometti siano un’esclusiva delle Alpi o degli Appennini.
Come vengono chiamati gli ometti in altre regioni del mondo?
Simili strutture si trovano in tutto il mondo, con nomi e significati diversi. In Mongolia si chiamano ovoo, nell’Artide inuksuk, in Svezia kummel, dove spesso vengono collocati su isolotti per guidare i navigatori ed avvertirli di una secca imminente.
Ovunque si trovino, però, sembrano assolvere due funzioni universali: indicare la strada e offrire un punto di riferimento a chi, per qualsiasi motivo, ne ha perso uno. Gli ometti non sono quindi crocifissi e non sono croci, ma segnalazioni in pietra che possono trovarsi sugli stessi sentieri e sulle stesse vette.
È importante distinguere i grandi cumuli di pietre costruiti come segni simbolici o monumentali dagli ometti destinati all’orientamento. La loro funzione principale resta quella di accompagnare l’escursionista e confermare la direzione del percorso.
Il significato simbolico degli ometti
C’è qualcosa di profondamente umano e commovente nel gesto di raccogliere una pietra e posarla sopra un’altra lungo un sentiero o su una cima. È un gesto antico, istintivo, che si tramanda da escursionista a escursionista, da generazione a generazione.
Non è solo un riferimento per l’orientamento ma memoria, spirito della montagna, è segno di chi è passato prima e messaggio per chi verrà dopo. L’ometto si anima e diventa una presenza viva, una figura amica, una compagna silenziosa del cammino.
La poesia “L’ometto di sassi” lo paragona a un “gendarme goffo e sbilenco ma fedele alla consegna”, a un faro nella nebbia, a un monumento che “è pieno di ricordi, è testimone del passato, è guida nel presente, è sprone a proseguire”.
L’ometto, nella visione dell’autore, diventa simbolo di quell’alpinismo altruista e silenzioso che è nel cuore della filosofia del Club Alpino Italiano. Fare un passo non solo per sé, ma anche per chi verrà dopo lasciando un segno, un appoggio, una sicurezza.
È opportuno aggiungere pietre agli ometti?
La prossima volta che ci troveremo davanti a un ometto lungo il sentiero, fermiamoci un istante. Aggiungiamo una pietra non per abitudine, ma con consapevolezza.
Quel gesto semplice custodisce molto più di quanto sembri: è parte della nostra storia, ma anche di quella degli altri. È un segno silenzioso di chi è passato e un messaggio per chi verrà.
L’ometto di sassi è allora molto più di una costruzione effimera, ma è simbolo di comunità, di memoria viva e di fiducia nel futuro. Anche l’ometto fa lo stesso: non parla, ma saluta.
Sta lì, saldo nel vento, testimone discreto del nostro passaggio, ed è forse proprio in questi piccoli gesti, una pietra lasciata e un saluto dato, che la montagna ci insegna a sentirci meno soli, più uniti e parte di qualcosa di più grande.
Il significato religioso della croce in montagna
La croce è un simbolo antico, che ha conosciuto nel tempo molte e diverse declinazioni. Per i cristiani esso è di fondamentale importanza.
Probabilmente la maggior parte delle persone risponderebbe che si tratta del simbolo cristiano per eccellenza, dal momento che essa richiama il Cristo crocifisso, che ha sacrificato se stesso per la salvezza dell’umanità. Questo è senza dubbio vero, se non fosse che il simbolo della croce esiste da prima.
La geometria di una croce è molto semplice: due linee che si incrociano con un angolo retto, dividendosi reciprocamente a metà, in certi casi, o in modo che la linea più lunga venga divisa in modo da avere un braccio più lungo e uno più corto.
La facilità con cui può essere riprodotto un simile disegno fa intuire perché esso sia uno dei simboli più antichi dell’umanità. Il cristianesimo non è stato la prima religione a utilizzare le croci come oggetto di devozione.
Perfino nell’età della Pietra, e fino all’epoca pre-cristiana, erano diffuse raffigurazioni a forma di croce. La cosiddetta Croce celtica era per i norreni il simbolo di Odino e rappresentava una croce racchiusa in un cerchio.
Anche nell’antico Egitto esisteva un simbolo che ricordava molto la croce, l’ankh, simbolo della vita. La parola “Croce” deriva dal latino Crux.
Arrivando al Cristianesimo, la croce è il principale simbolo della religione. Infatti ricorda la morte di Gesù, crocifisso per ordine di Ponzio Pilato, Procuratore romano della Giudea, che lo condannò a morte.
Paradossalmente, da un atto così brutale e terribile, la croce è rinata ed è stata tramandata con una valenza positiva, in quanto la passione e la morte di Gesù coincidono con l’adempimento della Sua missione di salvezza per tutti gli uomini.
Le principali forme di croce
Croce latina
È la più tipica delle croci, quella che per i cristiani rappresenta la Crocifissione di Gesù. Ha due bracci perpendicolari dei quali quello trasversale è più corto rispetto a quello longitudinale.
Croce greca
È una croce formata da quattro bracci di uguale misura che si intersecano ad angolo retto. Tipica dell’arte bizantina, si alternò nei secoli alla croce latina come base per la pianta delle chiese.
I suoi quattro rami uguali e il fatto che essa possa essere contenuta in un quadrato fanno della croce greca la croce idealizzata, che rappresenta la Natura Divina di Cristo.
Croce a Tau
Il Tau non è altro che l’ultima lettera dell’antico alfabeto ebraico, che rappresentava il compimento dell’intera parola rivelata di Dio. La sua forma ricorda in effetti una croce, seppur priva del braccio superiore.
La croce Tau si diffuse soprattutto da San Francesco, che la scelse come suo simbolo di devozione e come sigillo, forte della sua profonda convinzione spirituale per la quale nella croce di Cristo risiedeva la salvezza di ogni uomo.
Croce a otto punte
La croce a otto punte, conosciuta anche come croce di Malta o croce di San Giovanni, fu simbolo della repubblica marinara di Amalfi almeno sin dall’XI secolo. Fu anche simbolo degli ordini Ospitalieri di San Giovanni di Gerusalemme.
La croce a otto punte è un simbolo di origine bizantina. Le otto punte simboleggiano probabilmente le beatitudini elencate da San Matteo.
Croce russa
Conosciuta anche come croce bizantina o croce ortodossa, presenta tre traverse: la prima in alto è il titulus crucis, il cartello che riportava la ragione della condanna di Gesù, quella più in basso, leggermente obliqua, il suppedaneum, il sostegno di legno su cui Gesù Cristo crocifisso poggiava i piedi.
Nata in ambito bizantino, è il simbolo della Chiesa ortodossa russa e di altre chiese slave.
Croce mariana
Utilizzata come stemma da papa Giovanni Paolo II, è formata da una croce latina e dalla lettera M che simboleggia Maria Vergine ai piedi della croce sul Calvario.
Croce di Sant’Andrea
La croce di Sant’Andrea, in latino crux decussata, ha, a differenza delle altre croci, i bracci posti in diagonale. In pratica essi formano una X.
Si dice che Sant’Andrea apostolo conobbe il martirio su una croce che aveva questa forma.
Montagna, sacralità e rispetto del paesaggio
La costruzione di monumenti con o senza significato religioso, come ometti, bandiere di preghiera, statue, pali sacri e templi di varia natura, sui rilievi montuosi o a fianco dei sentieri è una pratica diffusa in parecchie culture e aree geografiche.
Pertanto montagne e sacralità nella cultura occidentale e in quella orientale rappresentano un binomio indissolubile nei secoli: la montagna come centro del mondo terrestre, come luogo delle rivelazioni e come tema del viaggio di matrice cosmica.
L’Axis mundi, presente in differenti religioni e mitologie, è un asse verticale che congiunge il Cielo, la Terra e gli Inferi e che in modo figurato, attraversando questi tre livelli del Cosmo, converge nel centro con i quattro assi cardinali, indicatori di direzioni nello spazio.
Di nuovo la forma precipua che ritorna è quella di una croce. Tuttavia il senso della dimensione sacra e solenne che appartiene alle montagne a ogni latitudine è insito nella montagna proprio in quanto tale.
Nell’epoca contemporanea si tende a fare della montagna un “non-luogo”, una cornice per l’offerta di eventi, esperienze wellness o altre manifestazioni ludico-ricreative standardizzate, in cui per lo più è frammentata la gran parte dell’armonia territoriale e sono recisi i legami con l’unicità, l’identità sociale e la tradizione storica.
La montagna si sta sempre più patrimonializzando e in molte zone spopolando. Ma anche consumando ed erodendo a causa della pressione turistica stagionale, a causa di grandi opere per eventi effimeri e a causa dei cambiamenti climatici.
Se l’uomo è stato costruttore dei paesaggi delle montagne non è detto dunque che sia stato un responsabile “custode” nella difficile mediazione tra il passato della tradizione e l’urgenza dell’innovazione.
L’idea del limite introduce una riflessione sul rapporto tra segni umani e ambiente naturale. Lasciare uno spazio simbolico ma anche fisico in cui non si mette piede può diventare un modo per riconoscere il valore della montagna senza trasformare ogni vetta in uno spazio da occupare.
Come riconoscere il nome corretto durante un’escursione
- Se il manufatto è una croce con il Cristo e si trova lungo una biforcazione, si può parlare di crocifisso da carrefour o di croce da carrefour.
- Se è stato collocato per proteggere persone, campi, pascoli o abitazioni, il termine più adatto è croce votiva o croce apotropaica.
- Se si trova nel paesaggio rurale, vicino a campi, strade, pascoli o malghe, può essere chiamato croce campestre.
- Se ricorda una morte, un incidente o un evento violento ed è accompagnato da un’iscrizione, è una croce epigrafica.
- Se segna un limite territoriale, è una croce di confine.
- Se si trova sulla sommità di una montagna o di una collina, è una croce di vetta.
- Se è formato da pietre sovrapposte senza una figura di Cristo, è un ometto, omino di pietra o uomo di pietra, non un crocifisso.
Quindi, alla domanda “come si chiamano i crocifissi che si trovano sui sentieri?”, la risposta più precisa è: crocifissi da carrefour quando si trovano agli incroci o alle biforcazioni, oppure croci votive e croci campestri quando la loro funzione è devozionale e protettiva. Se invece sono collocati sulla sommità di una montagna, si chiamano croci di vetta.